martedì 26 ottobre 2021

Il Governo programma il ritorno alla legge Fornero

 Il Governo Draghi si conferma il Governo della Restaurazione, e quale campo migliore per confermarlo se non quello della previdenza sociale? A riprova di ciò, le cronache di questi giorni ci parlano con insistenza della prossima modifica alla legislazione sulle pensioni che anima i dibattiti nella maggioranza.

Prima l’ipotesi di ‘quota 102’ estesa ai prossimi anni; poi l’allargamento dell’APE sociale ad una platea più vasta ma pur sempre limitata di lavoratori; ora si torna al balletto delle quote: ‘quota 102’ per il 2022, ‘quota 104’ dal 2023, e poi situazione da valutare per l’anno successivo con sicuro ritorno alla norma dei 67 anni.

Numeri e numeretti dietro i quali si cela ormai palesemente la chiara volontà di tornare alla legge Fornero dichiarando però di non volerci tornare. Un giochino ideologico sin troppo plateale per essere creduto anche dai più distratti e dai meno inclini a fare le somme.

Il ritorno alla legge Fornero, infatti, è scritto nelle cifre del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato a Bruxelles che il Governo non intende smentire. Tali cifre sono talmente esigue (600 milioni per il 2022; circa 500 per i successivi due anni) da mettere nero su bianco che si tratterà dell’ennesima toppa e non di una riforma onnicomprensiva. Il problema, come al solito, è che la toppa è peggio del buco. Vediamo perché.

Quota 102 significa poter andare in pensione con la combinazione di 64 anni e 38 di contributi. Ovvero uno scatto di due anni anagrafici rispetto a quota 100 a parità di età contributiva. Quota 104 che scatterebbe, nell’ipotesi tracciata dal Ministro dell’Economia Michele Franco, dal 2023, si tradurrebbe nel binomio 66 anni di età e 38 di contribuzione come doppio requisito di accesso alla pensione.

Lo status quo stabilito dalla legge Fornero, invece, che tornerebbe a valere in caso di abolizione sic et simpliciter di quota 100, porterebbe già dal 2022 l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), ferma restando la possibilità della cosiddetta “pensione anticipata”, ovvero la possibilità di accedere al pensionamento con 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza requisiti anagrafici.

Insomma, con quota 104 a regime, ovvero tra soli 14 mesi, si tornerebbe ad un solo anno di distanza da quei requisiti rigidissimi che le leggi pensionistiche del periodo 2011-2012 avevano definito per gli anni a venire prevedendo peraltro aumenti automatici dell’età pensionabile legati all’aumento della vita media attesa.

E dal 2024 il probabile ritorno diretto allo status quo delle leggi Sacconi-Fornero, ovvero a quella normalità tanto raccomandata da tutte le linee guida europee, dall’OCSE e da tutta la corte di economisti esperti al servizio permanente dello smantellamento dello stato sociale.

Una presa in giro così sonora che tutto il mondo sindacale confederale, in genere poco incline ad opporsi con decisione al destino ineluttabile delle riforme neoliberiste del mercato del lavoro e dello stato sociale, ha dovuto mostrare il suo pieno disappunto fino a definire la misura un vero e proprio sfottò ai danni dei lavoratori.

Del resto, il livello di derisione della misura viene mostrato con chiarezza dalla platea ristrettissima di potenziali beneficiari di quota 102, e ancor di più di quota 104. Si parla di circa 10.000 lavoratori coinvolti (8.524 nel 2022 e 1.924 nel 2023). Una cifra che definire “esigua” è riduttivo.

Se si considera che i beneficiari potenziali di quota 100 nel 2019 erano più di 300.000 lavoratori, si capisce molto bene l’impatto restrittivo del passaggio, che ha peraltro l’esplicito obiettivo di tornare nel giro di due anni massimo alle durezze della legge Fornero, ovvero ad un numero pari a 0 di beneficiari di misure di flessibilità in uscita.

Alla beffa generale si aggiunge la volontà di abolire ‘Opzione donna’, quella misura che consentiva alle donne (particolarmente penalizzate dalla misura del 2012, in cui si equiparò l’età pensionabile maschile e femminile provocando di fatto uno scalone improvviso per le donne) di andare in pensione con 58 anni di età e almeno 35 di contributi calcolando però la pensione con il solo computo contributivo anche per la residua quota retributiva (dunque con forte penalizzazione sull’assegno previdenziale).

Si abolirebbero così tutte le residuali forme di flessibilità in uscita ad oggi ancora esistenti.

Nell’arco politico di sostegno al Governo delle larghissime intese di Mario Draghi, solo la Lega con timidezza e palese velleitarismo si dichiara “contraria” al meccanismo proposto; ma si tratta, come sempre, di pure dichiarazioni di intenzioni.

Ricordiamo a chi avesse la memoria corta che fu proprio la Lega a volere la misura di quota 100 come un mero esperimento a termine di carattere triennale, ben sapendo che ciò avrebbe significato nel volgere di pochissimo tempo il ritorno alla ‘tanto odiata’ legge Fornero, senza per altro averne mai stravolto la logica.

Peraltro, il presunto alter ego della Lega nella maggioranza di Governo – il PD di Enrico Letta, che pure si dichiara contrario ai meccanismi proposti – lo fa in una maniera altrettanto odiosa.

Le parole di Letta, infatti, chiariscono quale sia l’obiettivo. Non solo tenere in piedi la legge Fornero, ma riattivarla il prima possibile, già dal 2022, pur mantenendo alcune opzioni di flessibilità, tra cui Opzione donna, che verrebbero tuttavia spazzate dall’introduzione di Quota 102 prima e Quota 104 poi.

È evidente come le sorti delle lavoratrici e dei lavoratori non hanno speranza di migliorare, qualsiasi opzioni passi; è altrettanto palese come la vecchia tecnica di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sia ancora viva e vegeta.

Checché ne dicano Letta o Bonomi, infatti, non vi è modo di attribuire alle varie forme previste di anticipazione dell’età pensionabile la colpa di “penalizzare giovani e donne”.

Il problema è l’esatto opposto: le misure di austerità, di cui l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenta una faccia odiosissima, condannano giovani e donne alla disoccupazione e a stipendi da fame, rendendo altresì un miraggio il raggiungimento di una pensione dignitosa.

Pur senza nominarla mai, dunque, il ritorno alla legge Fornero è accettato da tutti.

Non dirlo esplicitamente rappresenta solo diversivo ideologico per non mostrarsi troppo allineati a quella che è diventata nel tempo un vero e proprio simbolo della carneficina pensionistica del fu governo Monti.

A parole sono tutti o quasi tutti (si distingue forse Italia Viva per fedeltà ideologica al liberismo ostentato) per superare lo scalone che il ritorno allo status quo pre-Quota 100 implicherebbe dal 1° gennaio 2022.

Nei fatti, le proposte per superare lo scalone, lungi dal prevedere una stabilizzazione duratura di meccanismi di uscita flessibile, ambiscono a trasformare lo scalone in un paio di scalini che porteranno punto e daccapo alla legge Fornero dal 2024.

Insomma, tutti spingono per tornare alla legge Fornero, ma cercano il modo più presentabile di farcelo sapere e il modo meno traumatico di farlo digerire a milioni di lavoratori cornuti e mazziati. L’eterna lezione del Gattopardo che non muore mai.

Il sistema pensionistico e l’intero corpus ferito e moribondo del nostro stato sociale meritano invece ben altro: una rivisitazione radicale della logica di computo delle pensioni che superi le angustie del sistema contributivo, riportando le pensioni ad un livello dignitoso per tutti e, contestualmente, garantendo meccanismi non penalizzanti di ampia flessibilità di uscita.

venerdì 22 ottobre 2021

La rappresentanza politica e il gioco dell’oca

 Certamente le elezioni svolte in questi giorni essendo “locali” potrebbero non essere significative sul piano nazionale, ma il fatto che si siano svolte nelle più importanti aree metropolitane del paese e che abbiano riscontrato una sostanziale omogeneità dei risultati sia nei grandi che nei piccoli centri,  forniscono indizi politici interessanti e realistici.

Non è la prima volta che accade di trovarsi di fronte ad un tracollo della partecipazione elettorale dove la disaffezione politica arriva ad “acuti” che si ripetono periodicamente. E’ sufficiente osservare il periodo precedente, quello che va dalle elezioni del 2008, dove vinse Berlusconi, a quelle del 2013, le quali produssero una profonda modifica del quadro istituzionale con l’affermazione del M5S, inattesa per la sua dimensione.

Quello che portò ad una vera e propria rottura del quadro precedente, fu l’incapacità/impossibilità del governo dell’epoca di sostenere gli effetti della dilagante crisi finanziaria sotto la pressione della UE a sostegno dell’austerity, una politica che pochi anni dopo avrebbe fatto deflagrare anche la Grecia di Tsipras.

Tale situazione si protrasse fino alla defenestrazione di Berlusconi nel 2011 con l’intervento diretto della BCE con la lettera di Trichet-Draghi che imponeva tagli e sacrifici sociali, aprendo un periodo di confusione politica e istituzionale che si risolse solo con il varo del governo Monti-Napolitano fedeli attuatori dei diktat Europei.

Un primo segnale di “disaffezione” si era già manifestato con la scadenza elettorale del 2010 tenutasi nei 2/3 delle regioni italiane, quando l’astensione raggiunse il 40%, ben oltre la media usuale, ma decisivo fu il quadro indecente che emergeva da tutte le forze presenti in parlamento e dalle politiche antipopolari di Monti, a cominciare dalla famigerata riforma Fornero sulle pensioni.

In quel frangente storico esplose la crisi della rappresentanza, latente fino a quel momento e che aveva già portato all’esclusione del PRC dal parlamento, una crisi che fece avere al M5S il 25% dei voti. Tale situazione si è protratta fino al 2018, periodo in cui si sono affermate le forze cosiddette “populiste e sovraniste”, certamente inconsistenti sul piano programmatico ma che hanno raccolto l’adesione della maggior parte degli elettori e del montante malessere sociale.

Il M5S prima e la Lega poi, hanno cavalcato per quasi un decennio questo spazio vuoto della rappresentanza senza nessuna capacità progettuale, uno spazio vuoto che oggi si ripresenta senza ambiguità con un livello di astensionismo che arriva al 60%.

Irrilevante e ridicolo è il balletto che oggi viene fatto sulle TV e sulla comunicazione mainstream tra vinti e vincitori, in quanto la realtà sancisce senza infingimenti  che interi pezzi della società è e si sente fuori e senza rappresentanza dopo l’imbroglio dei movimenti cosiddetti “antisistema”.

Certamente va fatta una analisi dei caratteri di questo tipo di astensione, non omogenea al suo interno, ma certo è che, come nel gioco dell’Oca, siamo tornati al punto di partenza di un decennio fa.

Ovviamente le condizioni complessive della società, anche a causa della pandemia, sono ben peggiori di quelle di un decennio fa, ed è pure ridotta la capacità del paese di poter decidere i propri destini come il governo Draghi, lo stesso che non casualmente ha “tagliato la testa” a Berlusconi, sta a dimostrare.

Il governo Draghi ci fa vedere nitidamente come il “superstato” europeo sia ormai in grado di dirigere in modo centralizzato un progetto continentale peraltro favorito anche dall’insorgere della pandemia. Non a caso Prodi ha sempre sostenuto che l’Unione Europea si costruisce proprio tramite le crisi e già si presenta la prossima “opportunità” nel confronto con la Polonia che vuol mantenere le sue prerogative sovraniste.

L’uscita dalla pandemia, l’operazione sul Recovery Fund, l’affermazione della UE come soggetto immerso nella “ipercompetizione”, come ci ha ben ricordato la Von Der Leyen, sono tutti elementi che non possono che peggiorare la situazione sociale e di classe. Su questo non ci dilunghiamo nell’analisi, ma i processi di ristrutturazione ed i licenziamenti che dilagano stanno li a mostrarci quali sono le prospettive per il mondo del lavoro e la società nel suo complesso.

Possiamo dire che si sta aggiungendo un altro tassello alla crisi di egemonia che procede da tempo, in quanto pur avendo i centri di potere sussunto le forze cosiddette “antisistema” – depotenziandole e trasformandole da “antieuropeiste” ad “europeiste” – riesplode la questione della crisi della rappresentanza politica dei settori di classe e sociali penalizzati, e questo può rappresentare un importante punto di ripresa di iniziativa ed organizzazione.

Certamente non ci sarà un effetto automatico e molto sarà determinato dalla soggettività organizzata che sarà messa in campo, ma si stanno ricreando le condizioni per dare un ruolo a quelle forze che hanno un carattere di classe e che hanno avuto la strada sbarrata sulla rappresentanza proprio dai cosiddetti populisti che il “sistema” ha saputo magistralmente manipolare.

Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, i parziali ma pure importanti risultati elettorali avuti da Potere al Popolo nelle aree metropolitane e non solo, il crescere della conflittualità in molte fabbriche colpite dalla crisi, sono tutti segnali che vanno nella giusta direzione e che sono da rafforzare e consolidare.

Per questo la necessità di una totale indipendenza politica dal quadro istituzionale, la costruzione di un radicamento di classe organizzato, la lotta contro l’Unione Europea dentro un orizzonte di rottura socialista, sono tutte questioni che possono ritrovare forza in questo passaggio storico di crisi del capitalismo a condizione di una ritrovata e rinnovata soggettività di classe ed organizzata

giovedì 14 ottobre 2021

No green pass, le percentuali tra i lavoratori

 Tra i portuali il 40% non sarebbe vaccinato e il 30% tra gli autotrasportatori. Situazione analoga nel settore agricolo, dove un terzo dei 390mila addetti non ha ricevuto il vaccino anti-Covid.

In definitiva, i lavoratori non vaccinati sarebbero 2,5 milioni, di cui oltre 2,2 lavorano nel privato.

mercoledì 6 ottobre 2021

CIA e Mossad

 La relazione di amore-odio esistente fra i servizi segreti israeliani (Mossad) e l’intelligence statunitense (CIA e FBI) è costellata di episodi più o meno eclatanti, ma che danno l’esatta dimensione dell’intensa attività di spionaggio e controspionaggio che avviene soprattutto in territorio americano.

Uno dei motivi di tensione più famosi, forse il più eclatante, fra i due Paesi fu quello che vide come attore principale Jonathan Jay Pollard, nato Jonathan Polanski (cittadino statunitense ebreo), diplomato in scienze politiche a Stanford e fin dal 1979 assiduo candidato presso tutti i centri di intelligence americani. Pollard venne inizialmente selezionato per un colloquio dalla CIA che lo scartò per aver ammesso di aver fatto uso di droghe illegali durante gli anni dell’università; successivamente fu assunto dal Navy Field Operational Intelligence Office. Nella marina militare statunitense, fra varie vicende e alterne fortune, riuscì a sottrarre importantissimi documenti riservati su componenti dei servizi, controspionaggio, armamenti e piani militari e a consegnarli agli agenti del Mossad, inviati dal governo israeliano. Pollard venne quindi scoperto, arrestato e condannato all’ergastolo per spionaggio, primo caso di un cittadino americano condannato per aver agito contro il proprio Paese a favore di uno Stato alleato. In carcere chiese e ottenne la cittadinanza israeliana e dopo aver ottenuto la libertà condizionale, volò a Gerusalemme dove al suo arrivo fu accolto come un eroe dall’allora premier Benjamin Netanyahu.

Marc Rich, invece, era un miliardario ebreo americano che venne incriminato con 65 capi d’accusa dall’allora procuratore federale degli USA Rudolph Giuliani. Convinto che sarebbe stato condannato, Rich fuggì in Svizzera con l’aiuto di agenti del Mossad e non fece più ritorno negli USA, nemmeno per il funerale della figlia. Nonostante fosse nell’elenco dei dieci fuggitivi più ricercati d’America, tutti i tentativi di catturarlo risultarono vani e Rich continuò a fare affari con mezzo mondo e soprattutto con Israele, dove godeva di fama e rispetto. Il rapporto speciale con Gerusalemme nacque subito dopo la rivoluzione komeinista in Iran, dove Rich divenne uno dei principali trafficanti di petrolio che forniva con assiduità proprio i serbatoi di Israele. Divenne quindi finanziatore del Mossad e offrì i propri uffici sparsi per il mondo quali basi per le attività dei servizi segreti. Ottenne in cambio cittadinanza, protezione e la grazia concessa dall’allora presidente americano Clinton. L’FBI indagò anche su quest’ultimo aspetto della vicenda, ma ogni tentativo di scoprire un coinvolgimento fra Mossad e membri della Casa Bianca venne insabbiato a tempo di record.

Circa vent’anni fa, un’indagine dell’emittente televisiva Fox News ed in particolare del giornalista Marc Cameron portò alla luce documenti federali che raccontavano dell’arresto di ben 140 agenti segreti israeliani tra il 2000 e il 2001 nell’ambito di una inchiesta sullo spionaggio contro gli Stati Uniti. I documenti citati parlavano di centinaia di “incidenti” in varie città del Paese, causati dalle attività degli arrestati. Si sottolineava, come riportato da Fox News, che il Mossad fosse penetrato con facilità all’interno di numerose basi militari, della DEA (Drug Enforcement Administration), dell’FBI stessa e di decine di altre strutture governative. L’inchiesta, dettagliata e realmente ben realizzata dal punto di vista giornalistico, rimase online fino al 12 dicembre del 2001, poi sparì nel nulla.

In Israele, il membro della Knesset Yuval Steinitz istituì, nel 2004, il “Comitato investigativo per l’intelligence israeliana” e ne divenne presidente. Dopo numerose indagini e interrogatori, venne redatto un rapporto che criticava pesantemente il Mossad per i rapporti inviati, non solo al Governo israeliano, ma soprattutto ai servizi dei Paesi alleati. Questi report, assolutamente fuorvianti, ingigantivano il potenziale bellico dei soliti nemici noti (Iraq, Iran e Siria) e furono spesso utilizzati dai governi amici di Gerusalemme (Stati Uniti in primis) in maniera acritica e poco analitica per giustificare attacchi o embarghi.

Recentemente l’FBI, in un clima interno reso più favorevole dai fallimenti in Medio Oriente, ha intensificato le indagini e aumentato il proprio raggio d’azione, monitorando non solo i cittadini israeliani e i diplomatici sul territorio, ma soprattutto quelle associazioni di sostenitori dell’esercito israeliano di stampo prettamente sionista. Effettivamente, da sempre, gli agenti del Mossad hanno libero accesso a tutte le organizzazioni ebraiche presenti sul territorio americano e di questo i vertici militari americani hanno consapevolezza e timore. Davvero numerose, negli ultimi due decenni, sono state le segnalazioni di CIA e FBI al proprio Congresso sull’aggressività delle operazioni degli agenti israeliani e sul loro famelico appetito di informazioni di carattere militare, politico e industriale. Insomma, la partita dell’intelligence è sempre aperta, chi vincerà è la vera incognita.

mercoledì 21 luglio 2021

Confindustria parla di green pass

 

In preda alla foia da licenziamento, Confindustria si appropria anche dell’idea del greeen pass per gli immunizzati rispetto al Covid-19.

Con una mail – ormai si licenzia così, “all’americana”, quindi vale lo stesso anche per le “proposte” da sottoporre al governo – la direttrice generale del “sindacato” degli industriali, Francesca Mariotti, ha annunciato ai direttori del sistema industriale come si intende rivedere il regolamento interno.

Confindustria sta infatti “lavorando” con governo e istituzioni per rivedere il protocollo di sicurezza sui luoghi di lavoro. E l’ideona partorita dai seguaci di Carlo Bonomi è semplice: green pass obbligatorio successivo al vaccino somministrato in azienda per poter continuare a lavorare

I lavoratori che non si vaccinano potrebbero perdere lo stipendio e il posto di lavoro.

La prima reazione – nostra, lo ammettiamo – è altrettanto semplice: ma, scusate, Confindustria non è quell’organizzazione criminale che, a marzo 2020, rifiutò di accettare l’istituzione di una “zona rossa” in Val Seriana imponendo di mantenere aperte le fabbriche, il trasporto pubblico e la relativa logistica?

Non è proprio Confindustria a scendere continuamente in campo – insieme alle consorelle Confcommercio, Confesercenti, ecc – contro ogni ipotesi di lockdown anche minimo per gli esercizi commerciali e le discoteche?

Non era un presidente locale di Confindustria quello che, in un discorso ufficiale, è arrivato a dire “Non bisogna chiudere, bisogna far andare avanti gli affari “e pazienza se qualcuno morirà”?

Com’è possibile, insomma, che ora siano così preoccupati per la salute pubblica da chiedere il licenziamento per i non immunizzati?

Però la mail di Mariotti dice proprio che “l’esibizione di un certificato verde valido dovrebbe rientrare tra gli obblighi di diligenza, buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro. In diretta conseguenza di ciò, il datore, ove possibile, potrebbe attribuire al lavoratore mansioni diverse da quelle normalmente esercitate, erogando la relativa retribuzione; qualora ciò non fosse possibile, il datore dovrebbe poter non ammettere il soggetto al lavoro, con sospensione della retribuzione in caso di allontanamento dell’azienda.”

Le due Confindustrie – quella del “tutto aperto, non fermiamo niente, è solo un’influenza” e quella del “senza green pass ti licenzio” – sono però proprio la stessa organizzazione. Criminale.

E’ evidente a chilometri di distanza che della salute della popolazione non gliene può fregare di meno, mentre è altrettanto chiaro che sono presi dalla foia di licenziare (i dipendenti che guadagnano “troppo”, ovvero un salario contrattualizzato, “normale”) per sostituirli con schiavi pagati un tozzo di pane.

Non è una sorpresa. I padroni fanno questo di mestiere: annusano l’aria, cercano di cogliere l’occasione, cercano di trasformare le crisi in “opportunità”, si calpestano volentieri l’uno con l’altro e tutti insieme – aiutati dallo Stato, nelle “democrazie liberali” e nelle dittature fasciste – calpestano chi deve lavorare per sopravvivere.

La sorpresa – assolutamente negativa – è invece per le reazioni “a sinistra”, anche in quella parte che si dice “antagonista”, Se “la rete” è specchio fedele di un orientamento generale, qualche preoccupazione diventa lecita.

C’è chi coglie nella “mossa” di Confindustria la prova di un “complotto vaccinista”. C’è chi rivendica solo e soltanto la “libertà individuale”, senza alcuna considerazione del benessere collettivo, come farebbe un salumiere qualsiasi davanti all’esattore del fisco.

C’è chi riconosce l’evidente uso strumentale delle “certificazioni” come metodo di controllo sociale, da parte del potere, per sostenere non si sa bene cosa. C’è chi si dice contrario alla vaccinazione obbligatoria perché preferisce “il metodo della persuasione”, come se la totalità della popolazione fosse fatta di persone pienamente informate e abituate alle sole scelte razionali (questo è il presupposto del “libero mercato”, ricordiamo).

La domanda che noi, da comunisti semplici, ci e vi poniamo è: come si combatte una pandemia? Come si orienta una popolazione altamente differenziata per collocazione lavorativa, di classe, culturale, consapevolezza, quantità e qualità delle informazioni?

Perché una sola cosa è scientificamente certa: una pandemia non guarda in faccia nessuno e non cambia a seconda delle opinioni individuali.

Più precisamente la domanda è: come si combatte una pandemia ora? Ora che il disastro è stato fatto, che il virus circola per tutto il mondo, e anche qui da noi, in varianti continuamente mutevoli (sembra un secolo fa che ci si preoccupava per la “variante inglese”, ora sostituita dalla “delta”; sono solo 4 o 5 mesi…).

Siamo concreti. All’inizio noi, come altri sostenevamo che si doveva applicare il “modello cinese” (lockdown durissimo ma circoscritto alle aree focolaio, tamponi per tutta la popolazione, isolamento in quarantena dei contagiati, ecc). Era quella la fase in cui il virus poteva e doveva essere “contenuto”.

Ma ci è chiaro che oggi in Italia – a disastro avvenuto – è troppo tardi per applicare quel metodo (che comunque Confindustria e governo Draghi non adotterebbero mai, perché comunque qualche zona industriale andrebbe fermata). Dunque bisogna ragionare su misure adatte a questa nuova condizione, senza farsi abbindolare dalle solite “invenzioni” di politici alla frutta.

Anche il green pass, secondo scienziati come Crisanti, “è uno strumento che facilita la vita delle persone e le attività ricreative, ma dire che è uno strumento che blocca il virus direi di no: ci vogliono ben altre cose per bloccare la trasmissione, un sistema di tracciamento degno di questo nome, bisogna potenziare la capacità di fare tamponi e inserirla in una politica di tracciamento nazionale”.

E dunque la discussione deve vertere – ascoltando anche gli scienziati che non fanno le banderuole al primo stormir di pressioni politiche, come nel Cts e non solo – su quello che bisognerebbe fare per combattere la pandemia, non prendere posizione a seconda di chi dice cosa. Un’alternativa politica seria non spara la prima idea che passa, ma punta a quella efficace, oltre che “socialmente equa”.

Facciamo un esempio. Se dovessimo credere – facciamo finta, è ovvio – a quel che dicono Confindustria e Salvini, dovremmo anche concludere che sono su posizioni opposte. La prima infatti chiede l’obbligo di green pass altrimenti ti licenzia, Salvini pretende che “i ragazzi non siano inseguiti da una siringa” e – anche lui! – preferisce “il metodo della persuasione”.

Siccome vanno d’accordissimo su tutto, ci sembra chiaro che si tratta di mentitori seriali, per abitudine, calcolo e tornaconto.

E noi che facciamo? Prendiamo posizione a favore dell’uno o dell’altro? Ragioniamo da schizofrenici a seconda di chi apre bocca?

Senza capacità autonoma di elaborare soluzioni efficaci, oltre che “eque”, non si va al di là del proprio sterile orto…

lunedì 7 giugno 2021

Taranto. Anatomia di un disastro ambientale

Questa condanna è stata un terremoto. E’ importante conoscere e comprendere alcune parole chiave. Per facilitarvi la comprensione del processo e della sentenza, in cui tutti oggi vi parleranno, ecco qui un glossario.

Ci sono sette cose importanti da sapere per comprendere le sette novità di questo processo. Leggendo le carte processuali, ho avuto la conferma di aver dato l’impulso iniziale alle indagini nel 2008 scrivendo di mio pugno, a nome di PeaceLink, l’esposto sulla diossina da cui è partito tutto.

Ma la carta decisiva del processo è stata la perizia epidemiologica richiesta dal GIP Patrizia Todisco. Ne parleremo nel settimo punto di questo articolo.

Oggi il processo, lungo e tortuoso, è approdato alla sentenza di primo grado.

Leggerete tanti commenti. E’ una vicenda scomoda perché toccava i peccati siderurgici della sinistra. Una vicenda che è stata messa a tacere e derubricata da tutti gli schieramenti a questione locale, nonostante le terribili implicazioni sanitarie, salvo poi diventare d’improvviso – di tanto in tanto – questione strategica nazionale quanto si parlava di economia.

Tuttavia una delle ragioni oggettive della scarsa attenzione è purtroppo dovuta ad una certa complessità della vicenda. Bisogna conoscere e comprendere alcune parole chiave. Per facilitarvi la comprensione del processo, in cui tutti oggi vi parleranno, proverò a scrivere un glossario.

E’ stato un processo diverso, qualitativamente diverso dai precedenti processi all’ILVA dei Riva, già condotti da Franco Sebastio, un procuratore molto determinato. Sebastio ha avviato le indagini nel 2008 e messo un paio di anni dopo sotto controllo le telefonate dell’ILVA.

Ma non ha potuto seguire il processo perché, guarda caso, lo hanno mandato anticipatamente in pensione in virtù di un’apposita norma ad hoc. Da Roma confidavano in un successore meno “spigoloso”. (https://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/47674.html)

Questo processo è sicuramente uno dei più imponenti mai celebrati fra quelli che si occupano di ambiente. Ed è quello più delicato in assoluto.

Riassumerò pertanto la vicenda evidenziando le cose importanti da sapere con sette parole chiave, sperando di fare cosa utile a tutti i lettori.

1. DIOSSINA. Le indagini nascono dopo un esposto sulla diossina presentato alla Procura della Repubblica nel febbraio del 2008 da PeaceLink. Nell’esposto si allegano le analisi di un pezzo di pecorino di pecore e capre che avevano pascolato attorno all’ILVA. (https://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/25341.html) Il pecorino mi era stato consegnato da Piero Mottolese, un ex operaio ILVA. Il pastore del pecorino è morto per un tumore.

La diossina è cancerogena (IARC classe I) ed entra nella catena alimentare. Questo processo per la prima volta si è occupato a Taranto della contaminazione siderurgica della catena alimentare, puntando su un reato di particolare gravità: avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 del codice penale).

La diossina è industrialmente connessa a un impianto che tecnicamente è definito “impianto di sinterizzazione”, anche detto di “agglomerazione”. L’ILVA di Taranto è dotata del più grande impianto di agglomerazione d’Europa, con un camino alto 212 metri (il camino E-312).

La diossina è fuoriuscita, determinando una grave contaminazione dei terreni circostanti, anche dagli elettrofiltri di questo camino. Le “polveri alla diossina” degli elettrofiltri sono state trasportate dal vento sul territorio circostante, anche sui pascoli dove brucavano le capre e le pecore delle storiche masserie locali.

Un dettaglio di non poco conto: la diossina fino al 2005 (anno della rivelazione fatta da PeaceLink) è stata trattata come una sorta di segreto industriale. Pensate che a Genova non ne hanno mai saputo nulla della diossina. Gli ambientalisti, i chimici e i giudici del processo genovese per inquinamento non hanno mai cercato la diossina perché neppure sospettavano che l’ILVA fosse una fonte di diossina.

La diossina è stata casualmente scoperta in seguito, nel 2005, da PeaceLink curiosando sui database online INES ed EPER, sui quali era classificata come PCDD e PCDF. Google era appena nato. Quei dati non entravano nei motori di ricerca. E da quella scoperta è partita la decisione di andare a fondo, fino a verificare se la diossina fosse entrata nella catena alimentare.

2. BENZO(A)PIRENE. Anche il benzo(a)pirene è un cancerogeno (IARC classe I) ma proviene dalla cokeria dell’ILVA. Nel 2009 e 2010, superando i limiti di legge, è stata al centro del processo, assieme alla diossina.

L’ARPA Puglia, diretta da Giorgio Assennato, porta alla luce i dati dello sforamento. L’ILVA entra in un report ARPA che le addebita il 98% delle emissioni di benzo(a)pirene a Taranto.

E’ il putiferio. La politica di governo si era dimenticata che per il benzo(a)pirene era scattato il limite di 1 nanogrammo a metro cubo a partire dal 1999. PeaceLink ha dovuto ingaggiare un contenzioso con la Regione Puglia per far applicare il limite.

C’è un’intercettazione bollente in cui i Riva si lamentano dei comunicati di PeaceLink sul benzo(a)pirene: “Questi per tre giorni ci fanno un culo così!” (https://lists.peacelink.it/ecologia/2021/03/msg00002.html) Anche Vendola è preoccupato. La calda estate pugliese del 2010 diventa incandescente per il benzo(a)pirene.

Finché il governo Berlusconi, il 13 agosto 2010, cambia la legge. Sospende quel limite e toglie le castagne dal fuoco a tutti. L’ILVA può continuare a inquinare. Ma la magistratura riesce a intercettare telefonate molto particolari sul benzo(a)pirene e che imbarazzano il PD. (https://www.youtube.com/watch?v=oSKMJvy4UPw)

3. COZZE. Nel 2011 le associazioni Fondo Antidiossina e PeaceLink denunciano il superamento dei limiti di legge delle diossine in quello che è il simbolo e il vanto gastronomico della città di Taranto: la cozza. Scoppia la protesta dei mitilicoltori. Il sindaco di Taranto va in piazza a mangiare le cozze tarantine. (https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/247921/diossina-ilsindaco-mangia-le-cozze-non-c-e-alcun-rischio.html)

Anche Legambiente aderisce pubblicamente alle degustazioni di cozze locali. (http://web.giornalismi.info/gubi/articoli/art_9580.html) Ma quelle cozze, nonostante i tentativi di esorcizzare pubblicamente lo spettro della diossina, risultano realmente e gravemente contaminate. Come per il pecorino, anche per le cozze i controlli della ASL – certificati da laboratori specializzati – danno ragione al Fondo Antidiossina e a PeaceLink, confermando i superamenti dei limiti di legge. Anche questo filone di indagini è entrato nel processo all’ILVA.

4. AIA. L’AIA è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che avrebbe dovuto imporre prescrizioni severe all’ILVA e l’adozione delle migliori tecnologie disponibili. E invece nel 2011 l’AIA viene rilasciata dalla ministra Stefania Prestigiacomo con prescrizioni così blande che l’anno successivo, alla luce delle indagini di “Ambiente Svenduto”, viene riscritta e resa più stringente per gli impianti dell’area a caldo.

5. AREA A CALDO. L’Ilva si compone di due parti: l’area a caldo e l’area a freddo. La prima comprende le fasi di “cottura” del minerale di ferro (impianto di sinterizzazione) e di trasformazione del carbone in carbon coke (cokeria); la successiva fase è quella della produzione della ghisa negli altoforni a cui segue con i convertitori la trasformazione in acciaio e il confezionamento delle bramme (grandi “lingotti” di acciaio).

Qui finisce l’area a caldo (la più inquinante) e da qui comincia l’area a freddo che trasforma l’acciaio nei prodotti finiti (come coils e tubi). L’ILVA di Genova ha solo l’area a freddo. L’ILVA di Taranto ha l’area a caldo e l’area a freddo. L’area a caldo è stata al centro dei provvedimenti “Salva-ILVA”. La magistratura ne ha chiesto in passato il sequestro senza facoltà d’uso in quanto pericolosa. I pm ne hanno chiesto la confisca.

6. POLITICA. La grande novità di questo processo è che ha toccato anche la politica. E in particolare la sinistra. Senza entrare nel merito delle singole situazioni, è ragionevole chiedersi come mai sia stata la magistratura a mettere sotto accusa l’ILVA e non la sinistra. La risposta è purtroppo questa: all’interno della sinistra si erano coltivati buoni rapporti, persino di stima, con Riva.

7. INDAGINE EPIDEMIOLOGICA. La novità qualitativa di questo processo sta nell’indagine epidemiologica richiesta dal GIP Patrizia Todisco all’epidemiologo Francesco Forastiere. Tale indagine ha non solo descritto l’eccesso di malattie e di morti ma ha creato un modello per verificare se tali eventi fossero riconducibili alle emissioni dell’ILVA. E anche qui c’è da chiedersi come mai la sinistra – allora al governo di Regione Puglia, Provincia e Comune di Taranto – non abbia voluto commissionare una tale indagine epidemiologica, neppure quando gli è stato richiesto.

Infine va detto che questo processo è da collocare all’interno di una storia molto complessa, cominciata nel 2005 e che si continua ancora oggi. Una cronistoria di cui ho cercato di sintetizzare i tratti salienti:

venerdì 28 maggio 2021

Il peso delle tasse? Su lavoratori e pensionati, ma chi strilla sono solo i ricchi

 

Mentre si deposita la polvere sull’ultima starnazzata dei ricchi contro l’aumento della tassa di successione sui grandi patrimoni, si conferma con assai meno clamore del dovuto che il peso fiscale è sbilanciato sui redditi medi e concentrato sul lavoro dipendente e sulle pensioni.

A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.

Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “é concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.

“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.

Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.

Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché  “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.

Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.

Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.

La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.

Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.

Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.

Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili –  altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. E’ al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.