venerdì 28 maggio 2021

Il peso delle tasse? Su lavoratori e pensionati, ma chi strilla sono solo i ricchi

 

Mentre si deposita la polvere sull’ultima starnazzata dei ricchi contro l’aumento della tassa di successione sui grandi patrimoni, si conferma con assai meno clamore del dovuto che il peso fiscale è sbilanciato sui redditi medi e concentrato sul lavoro dipendente e sulle pensioni.

A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.

Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “é concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.

“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.

Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.

Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché  “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.

Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.

Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.

La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.

Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.

Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.

Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili –  altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. E’ al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.

martedì 27 aprile 2021

La competizione perdente dei neoliberisti “de noantri”

 

Mentre in giro per il mondo ci si chiede come uscire dal tunnel della tripla crisi (economica, sanitaria, ambientale), e si ripropongono in salsa blanda alcune delle vecchie ricette para-keynesiane (investimenti pubblici, qualche tassa in più per i ricchi, ecc), qui nel Vecchio Continente nulla sembra turbare i sonni neoliberisti dell’Unione Europea.

E’ vero, davanti all’esplodere della pandemia si è vista costretta ad ammette – in via assolutamente straordinaria, per carità! – un briciolo di debito pubblico comune. Ma con tali limiti e condizionalità che qualche paese – il Portogallo, per esempio, e forse anche la Spagna – ha deciso, o sta pensando, di rifiutare la parte in “prestiti” e accettare soltanto la frazione in “grant”, finanziamenti detti “a fondo perduto” anche se comunque in parte da restituire.

L’entità del cosiddetto Recovery Fund (750 miliardi, se davvero sarà questa alla fine la cifra vera) è comunque risibile rispetto alla dimensione dei problemi e dell’Europa. E in ogni caso saranno (forse) elargiti nell’arco di sei anni. Solo negli Usa (con il 60% della popolazione europea) sono per il momento arrivati a 4.000 miliardi, di cui 2.000 già approvati, in un paio d’anni.

Da Bruxelles, anche a Draghi, arriva un solo messaggio: “appena finita ‘sta buriana, torniamo a viaggiare come prima: patto di stabilità, austerità, tagli di spesa”.

Crediamo che anche questa volta la burocrazia europea, che l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco qualche tempo fa definì “peggiore della nostra”, si stia dimostrando antistorica.

In diversi documenti “programmatici” si legge di aumento dell’età pensionabile, di flessibilità del lavoro (accentuata dallo smartworking), liberalizzazione del tempo determinato. Vale a dire allungamento della giornata lavorativa giornaliera, mensile, annuale, di vita.

Una forma di estrazione del plusvalore, in termini marxiani, assoluto. Che poi significa più tempo di lavoro a parità di investimenti da parte delle imprese. Il tutto, si dice, per “competere con la Cina” (e indirettamente con gli Usa).

Però, se si va a guardare quello che stanno facendo i cinesi si scopre che la “strategia” europea risulta – capitalisticamente parlando – fuori tempo.

A partire dalla legge del lavoro del 2008, infatti, la Cina è passata ad una forma più evoluta, il plusvalore relativo, imitata da altri paesi asiatici. Cosa significa? Un salto tecnologico nei mezzi di produzione, con investimenti pubblici in fabbriche, macchinari, automazione, ecc, tale che a parità di tempo di lavoro individuale – in un giorno e/o per tutta la vita – corrisponde una massa di prodotti, valore, profitti, salari, welfare, ecc, molto più alta.

Al contrario. Qui. si discute di come fronteggiare la “minaccia cinese”, e si mobilita il sistema dei media per farne “il nemico”, ma si utilizzano armi antiquate. Anche i lavoratori europei fossero costretti a lavorare 24 ore al giorno, infatti, non potrebbero mai eguagliare la produttività delle macchine. L’unico “vantaggio” del “modello europeo” appare dunque il risparmio per le imprese, che evitano di fare investimenti. Ma questo è anche il motivo del declino industriale europeo.

Neanche gli Usa seguono più questa idiozia, pur mantenendo comunque la Cina come “nemico” da fronteggiare. La ministra del Tesoro americano, già Presidente della Riserva Federale, qualche settimana fa ebbe a dire che puntare al ribasso nel mercato del lavoro per fronteggiare la Cina si è dimostrato “una scelta suicida”. E da lì ha fatto derivare il “piano Biden” (non basta la sua firma per attribuirgliene il merito….).

Un esempio: “Il presidente statunitense proporrà un’imposta federale massima sul capital gain del 43,4%, secondo quanto riportato dal sito Bloomberg, in rialzo dall’attuale 23,8%. L’aumento si tradurrebbe in un’imposta del 52,22% totale nello Stato di New York, per esempio. Il massimo dell’aliquota è previsto per chi guadagna più di un milione di dollari all’anno.”

Ovvio che i sostenitori di Trump, Bolsonaro o Salvini definirebbero queste misure “socialiste”, o almeno “troppo progressiste”. Ma è solo l’arretratezza del dibattito pubblico in Europa a far scambiare le “lucciole” di Biden-Yellen per “lanterne socialiste”.

Si tratta infatti, né più né meno, che di un blando ritorno al “Big Government” dei tempi di Lyndon Johnson, che allargava il welfare state dentro gli Stati Uniti e nel frattempo faceva la guerra in Vietnam, Laos, Cambogia, oltre ai golpe in America Latina. E nessuno, nel mondo, pensava che quella roba fosse “progressista”…

Il neoliberismo, che l’Europa non vuole abbandonare, a differenza degli Usa, si dimostra per quel che è: una forma di estrazione del valore antiquata, antistorica, perdente.

Nei prossimi anni – se questa “strategia” non verrà rottamata – le popolazioni europee verranno incitate a prendersela con “la Cina che divora tutto”; senza guardarci intorno e senza capire perché si è prodotto il veloce declino dell’Occidente capitalistico.

L’Ue e Draghi – anche in questi giorni – hanno ribadito la scelta economica degli ultimi 30 anni, quella che porta al declino economico e sociale.

Sono fuori dalla Storia e il fatto che i media li incensino la dice tutta sul livello “culturale” degli “intellettuali”.

mercoledì 31 marzo 2021

Il Recovery Fund? Con l’aumento delle tasse…

 

Ormai non passa giorno senza un segnale chiaro di quel che ci attende “dopo”. Quando, sperabilmente, le vaccinazioni saranno state sufficienti a riportare in strada tutta la popolazione e a riaprire tutte quelle attività che non saranno nel frattempo morte. Quando, insomma, la vaccinazione anti-Covid sarà diventata un evento annuale, anziché un evento unico e catastrofico.

Il segnale di oggi, ci spiega un autorevole editoriale di TeleBorsa, viene dalle banche centrali più importanti dell’Occidente neoliberista, ossia la Federal Reserve e la Bce. Entrambe ci hanno tenuto a far sapere che non saranno loro a “stampare moneta” per finanziare i piani di rilancio sulledue sponde dell’Atlantico. Uno faraonico – quello statunitense, pari a 4.000 miliardi di dollari – e l’altro sparagnino, probabilmente insufficiente, chiamato Next Generation EU o Recovery Fund.

Le misure prese finora dalle banche centrali – iniezioni di liquidità e tassi di interesse azzerati – servivano a “rasserenare i mercati”, non a creare i presupposti di una ripresa produttiva su larga scala.

Se gli Stati vorranno fare investimenti pubblici a questo scopo – e debbono farlo – dovranno ricorrere ai due strumenti ammessi nello schema neoliberista: aumentare le tasse e indebitarsi sui mercati. In entrambi i casi, il costo è a carico dei cittadini (di quella parte che paga le tasse, naturalmente).

Sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea le manovre per istituzionalizzare questo cambio di clima (dall’”arriveranno montagne di soldi” al “pagherete tanto, pagherete tutto”) sono già iniziate, ma ovviamente in modo molto silenzioso.

Un esempio? “L‘Italia ha proceduto, in sordina, ad approvare le nuove tasse mediante l’approvazione di un emendamento inserito all’ultimo momento nella legge di conversione al decreto-legge Milleproroghe (n. 183 del 2020)”.

Il perché è chiaramente spiegato. I soldi del Recovery Fund sono divisi in “grant” (teoricamente a fondo perduto) e “bond” (normale debito da restituire con gli interessi). Per evitare che gli Stati con più alto debito venissero ulteriormente penalizzati dai “mercati” con tassi di interesse pesantissimi, l’incarico di raccogliere i fondi e garantire il nuovo debito è stato assunto dall’Unione Europea (si spera non faccia come per i vaccini, sennò è la morte).

Questo dovrebbe garantire tassi bassi, uguali per tutti i Paesi membri. Ma quei debiti andranno comunque restituiti. All’Unione Europea invece che “ai mercati”, magari su tempi più lunghi, ma restituiti destinando a questo una parte delle tasse. Che intanto aumentano da subito.

L’unica “buona notizia”, perlomeno dall’altra parte dell’Atlantico, è che questa volta le cifre da trovare sono talmente alte che l’aumento delle tasse riguarderà anche i super-ricchi. Se non saranno nel frattempo scappati in qualche paradiso fiscale caraibico…

Per gli Stati, dunque, cambia davvero poco. “La pacchia” – ossia il poter/dover spendere in deficit per contrastare gli effetti economici della pandemia – “è già finita”, scrive Salerno Aletta su TeleBorsa.

Non solo, infatti, dovranno spremere cittadini mediamente molto impoveriti dalla crisi, ma dovranno investire i soldi (ricevuti in prestito) sulla base delle scelte fatte dalla Commissione Europea. Ovvero da un centro decisionale dove pesano, per ovvii motivi, soprattutto gli interessi delle multinazionali tedesche, francesi e in genere del “Grande Nord”.

Diversamente dagli Stati Uniti – che sono uno Stato, sia pur “federale” – l’Unione Europea è una formazione perennemente in progress, che va verso la configurazione statuale attraverso passaggi e forzature che dipendono da interessi diversi, niente affatto unitari o “compensativi” ma, anzi, concorrenziali al proprio interno.

Tradotto in termini sbrigativi, ma non per questo imprecisi, l’Italietta costruita nei decenni da una classe imprenditoriale vile e “speculativa”, nonché da una classe politica indecente scelta ad immagine e somiglianza di quella imprenditoriale, si troverà ben presto a fare i conti con una ristrutturazione delle filiere produttive e delle infrastrutture disegnata sulle esigenze del capitale multinazionale europeo.

Se il progetto avrà successo, saranno gli esponenti – imprenditoriali e politici – di quel capitale a guadagnarci. Se andrà male, com’è probabile, vista la competizione con Usa e Cina che si muovono su un’altra scala e con altre – e opposte – visioni, affonderemo tutti.

L’unica certezza, per ora, è che il conto verrà invece pagato da tutti noi.

venerdì 26 marzo 2021

Vertice Nato. Sancite le “guerre possibili in tempo di pace

 

Guerre in tempo di pace. Sembra un ossimoro, ma in realtà è la nuova dottrina che si va imponendo nelle relazioni internazionali viste dagli imperialismi occidentali. La dottrina ruota intorno al concetto di “Guerre Ibride” ,cioè combattute  con strumenti non solo militari.

L’obiettivo è quello di danneggiare le infrastrutture e la vita economica e civile del nemico “con ogni mezzo necessario” (dalle incursioni informatiche a qualche missile convenzionale, dalle campagne mediatiche agli omicidi mirati). In pratica si tratta di rendere possibili le guerre e i loro obiettivi anche senza il ricorso ad armi nucleari, che renderebbero i conflitti un gioco a somma a zero per tutti i soggetti coinvolti.

Uno scenario decisamente inquietante ma che ci dà la cifra della fase storica in cui siamo entrati.

I ministri degli Esteri della Nato riuniti a Bruxelles, cercando di ritrovare l’intesa interrotta dall’era Trump, hanno adottato una dichiarazione congiunta, nella quale ribadiscono che la partnership transatlantica rimane la “pietra angolare della difesa collettiva”, centrale per la coesione politica e un “pilastro essenziale” dell’ordine internazionale.

“La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva: insieme riaffermiamo il nostro solenne impegno nei confronti del Trattato di Washington, compreso che un attacco contro un Alleato sarà considerato un attacco contro tutti noi, come sancito dall’articolo 5″, è scritto – significativamente – al primo punto della dichiarazione congiunta.

“In risposta a un ambiente di sicurezza più pericoloso e imprevedibile, stiamo rafforzando considerevolmente le capacità di deterrenza e difesa, posizione e resilienza della Nato, sostenute da sette anni consecutivi di crescenti spese per la difesa, forze più capaci e pronte, dispiegamenti significativi in missioni e operazioni e impegno più profondo con i partner”.  

Trova così conferma quanto abbiamo scritto nei giorni scorsi sia sull’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato, sia di come anche in Italia le spese militari siano aumentate di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. L’austerità, in questo campo, non esiste…

La soddisfazione degli Stati Uniti per l’allineamento dei paesi alleati all’aumento delle spese militari in ambito Nato (richiesta avanzata da tempo dalle amministrazioni Usa e usata come una clava da Trump, ndr), emerge dal passaggio successivo della risoluzione:

“Stiamo compiendo buoni progressi verso una più equa ripartizione degli oneri transatlantici; accogliamo con favore gli sforzi compiuti da tutti gli alleati in Europa e Nord America che contribuiscono alla nostra indivisibile sicurezza. Dobbiamo fare e faremo di più”, è scritto nel documento approvato,  indicando poi che “la Nato continuerà ad adattarsi”.

“Dobbiamo affrontare minacce crescenti e concorrenza sistemica. Le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica; il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni rimane una minaccia persistente per tutti noi”.

Sulla cosiddetta cybersicurezza, invece si entra direttamente nel campo di quelle che ormai vengono definite “Guerre Ibride”, una definizione molto elastica che ormai modula le possibili guerre su un ventaglio amplissimo di opzioni.

Come sottolineato da un recente studio IAI per il Parlamento italiano, uno dei problemi principali della difesa cibernetica è “la difficoltà nel distinguere una situazione di pace da una di crisi o di conflitto, data la capacità dell’attaccante di nascondere la paternità degli attacchi condotti – o addirittura l’evento stesso. Una caratteristica purtroppo sempre più diffusa in un quadro strategico internazionale che vede una sorta di permanente ‘guerra in tempo di pace’”.

La newsletter Affari Internazionali  segnala come nel 2020, di fronte a questa situazione, che ha visto anche il moltiplicarsi di attacchi cibernetici durante la prima ondata di Covid-19,  il Consiglio Nord Atlantico abbia riaffermato che i Paesi membri sono determinati a usare non solo capacità cyber ma anche aeree, marittime o terrestri per dissuadere un attacco cibernetico, difendersi da esso e contrastarlo, considerando quindi tutti i domini operativi in modo integrato ai fini della deterrenza e difesa.

Vergognoso, ma non certo sorprendente, quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Di Maio, al termine del vertice Nato di Bruxelles, il quale ha ribadito la “piena convinzione dell’Italia nei valori atlantici”. “In questo momento particolare per l’Italia e per l’Europa”, secondo Di Maio, “lavorare a quelle che sono le ‘nuove minacce’ che arrivano dall’esterno è fondamentale”.

Il ministro degli Esteri  Di Maio ha spiegato che il progetto Nato 2030 è stato al centro dei lavori del vertice di Bruxelles al fine di far “evolvere una serie di strumenti per affrontare nuove minacce come quelle legate alla cybersicurezza, ma anche al cambiamento climatico”.

Ma su quest’ultimo è bene sbarazzare i campo delle illusioni, non si tratta certo di una accresciuta sensibilità ecologica. Per Di Maio e per la Nato, infatti, “Lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando uno stravolgimento degli assetti geostrategici, evidenziando che la creazione di nuove rotte può mettere a rischio la sicurezza della Nato”.

Il rendere nuovamente possibili e compatibili le “guerre in tempo di pace”, è forse il segnale più inquietante che ci restituisce questa fase della crisi di civilizzazione del capitalismo. La classe dirigente italiana ha la piena responsabilità di portare il paese dentro questo scenario.

Ed a questa responsabilità dovremo inchiodarla cercando in ogni modo di portare il nostro ed altri paesi fuori dalle gabbie dei vincoli internazionali. Prima possibile.

venerdì 26 febbraio 2021

Lombardia: le mani dei “privati” anche sulle vaccinazioni

 

In Lombardia, la campagna vaccinale va sempre peggio. Si procede con circa 10.000 dosi al giorno e ora si propone di dirottare i vaccini disponibili verso le provincie a maggior rischio, come quella di Brescia, tralasciando le persone che fanno parte della “fase 1 bis”, inventata di sana pianta da Fontana-Moratti-Bertolaso per giustificare i ritardi. Insomma, guerra tra poveri.

Peraltro, il gioco dei colori sta diventando davvero esasperante, la provincia di Brescia è in zona “arancione rafforzato”, un escamotage verbale per non dichiarare la “zona rossa” e lasciare aperta qualche attività commerciale in più. Insomma, storie di ordinaria vergogna.E follia…

Ora, per accelerare i tempi di un piano vaccinale in realtà inesistente, con una sanità regionale esausta e al crollo, la giunta ha deciso di ricorrere, come al solito, alla “sussidiarietà” dei privati.

In pratica, gli ospedali privati saranno coinvolti nella somministrazione dei vaccini, naturalmente a pagamento. L’onnipresente gruppo San Donato (presieduto da Angelino Alfano e con Maroni consigliere d’amministrazione), ma anche Multimedica e l’Istituto Auxologico sono già pronti all’affare.

Infatti, si parla di un rimborso da parte della regione, cioè dei cittadini lombardi, di circa trenta euro a somministrazione, considerando le due dosi. Tutto ciò grazie all’incapacità delle strutture pubbliche, ormai distrutte dalle politiche della destra al potere, in Lombardia, da trent’anni.

Inoltre, per accelerare la campagna vaccinale, Letizia Moratti ha avuto un’altra idea geniale: somministrare solo una dose di vaccino senza data certa di richiamo, per vaccinare più persone possibili in tempi rapidi. Ciò garantirebbe, secondo Moratti, la possibilità di “continuare le normali attività”, vale a dire di produrre senza chiudere le fabbriche. In pratica, verrebbe così diffusa nella popolazione una falsa sensazione di “sicurezza”, che contribuirebbe enormemente alla diffusione del contagio.

Anche se è vero che alcuni articoli scientifici sostengono che una prima dose possa procurare una certa immunità, i protocolli approvati dall’Agenzia europea del farmaco e da quella italiana, anche sulla documentazione prodotta dalle case produttrici, indicano che almeno per i vaccini Pfitzer e Moderna è necessario effettuare il richiamo a tre settimane dalla prima somministrazione.

Resta quindi il ragionevole dubbio che seguendo il protocollo suggerito da Moratti si possa in realtà solo sprecare dosi di vaccino che non garantiranno un’effettiva copertura. E’ chiaro che l’obiettivo della giunta lombarda è quello di garantire il profitto delle imprese, non quello di tutelare la salute dei cittadini, mandati allo sbaraglio a lavorare in luoghi non controllati e su mezzi contaminati.

Il caos della sanità lombarda è totale, tra logica del profitto e della sussidiarietà, tra privatizzazioni e taglio delle strutture pubbliche.

giovedì 25 febbraio 2021

Doccia fredda sui vaccini in Europa. AstraZeneca dimezza le forniture

 

La doccia fredda è arrivata con una dichiarazione rilanciata all’agenzia Reuters.  Secondo questa fonte l’AstraZeneca prevede di consegnare alla Ue nel secondo trimestre meno della metà  delle dosi già concordate in sede contrattuale.

A rivelarlo alla Reuters è stato un funzionario dell’Unione Europea secondo cui la multinazionale anglo-svedese riuscirà a consegnare “meno di 90 milioni di dosi nel secondo trimestre”.

Per la Ue si tratta di un batosta materiale e di immagine che potrebbe mettere a rischio l’obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione adulta entro l’estate per avvicinarsi cosi all’obiettivo dell’immunità di gregge.

Secondo i termini contrattuali con la Ue, AstraZeneca si era impegnata a consegnare 180 milioni di dosi alla Ue fra aprile e giugno. “Poichè stiamo lavorando incredibilmente duro per aumentare la produttività della nostra catena di rifornimenti europea, e stiamo facendo tutto il possibile per sfruttare la nostra catena globale – ha dichiarato un portavoce di Astrazeneca – speriamo di riuscire a portare le nostre consegne in linea con gli accordi del pre-ordine”.

La Reuters sottolinea come l’Unione Europea abbia anche dovuto affrontare ritardi nelle consegne dei vaccini sviluppati da Pfizer e BioNTech così come quello di Moderna che, insieme ad AstraZeneca sono finora sono gli unici vaccini approvati dall’agenzia del farmaco europea. Il vaccino di AstraZeneca è stato autorizzato alla fine di gennaio ma ci sono  alcuni stati membri dell’UE come l’Ungheria che ormai stanno utilizzando i vaccini sviluppati in Cina e Russia.

L’appello lanciato in Europa – e in Italia da Potere al Popolo – rammenta come i brevetti siano l’ostacolo che impedisce oggi di sviluppare in tempi brevi il vaccino per tutti i popoli del mondo, come chiesto a gran voce da India e Sudafrica; sono il tappo a qualsiasi forma di trasparenza sugli studi condotti finora e sulla reale efficacia delle molecole attualmente disponibili, su tutto ciò che riguarda la loro commercializzazione, i contratti stipulati, i costi di produzione, per finire a quanti di questi costi siano stati scaricati sugli Stati acquirenti e quindi, indirettamente, sulle tasche di noi cittadine e cittadini.

A tale scopo decine di migliaia di cittadine e cittadini europei stanno promuovendo la campagna No Profit On Pandemic (Nessun profitto sulla pandemia!) e daranno vita il prossimo 11 marzo ad una giornata di mobilitazione internazionale per non lasciare nelle mani di aziende private il potere di decidere chi abbia accesso a cure e vaccini e a quale prezzo.

martedì 23 febbraio 2021

La scommessa economica di Biden e le sfide della UE

 

La crisi del modo di produzione capitalistico è un fatto acclarato. Allo stesso tempo lo è la sempre più aspra competizione che genera tra i tre maggiori blocchi politico-economici: USA, UE e Cina.

Questa crisi è stata aggravata dalle conseguenze particolarmente rilevanti della Pandemia a causa dell’incapacità strutturale di affrontarla da parte di due sistemi sociali come quello statunitense e quello “europeo”.

Se la crisi è un tratto comune a tutti gli attori dell’attuale economia-mondo, differenti sono le risposte che si stanno attuando per superarla.

Va detto subito che la Cina sembra essere la potenza più attrezzata per superare le storture relative a quegli aspetti della propria economia, che aveva in parte mutuato dal modello di sviluppo del capitalismo occidentale.

USA e UE ricorrono invece a formule che sembrano destinate a generare maggiori mali di quelli che si vorrebbero curare, con ricette solo parzialmente di rottura.

Partiamo dalla semplice considerazione del fallimento empirico delle soluzioni proposte dopo la crisi innescata dai mutui “sub-prime”, poco meno di quindici anni fa o, come afferma l’autore dell’articolo che abbiamo qui tradotto:

“Nel decennio successivo a quella crisi, l’economia statunitense, insieme a quasi tutte le altre economie avanzate, non è riuscita a tornare sul percorso della produzione pre-crisi.”

La pandemia poi ha reso evidente che le oligarchie statunitensi ed europee non sono andate oltre alla logica del cane che si mangia la coda.

“Convivere con il virus” per non contrarre ulteriormente l’economia e stare al passo con gli altri competitor, oltre ad una strage di vite umane, non ha minimamente fermato la corsa verso l’abisso di sistemi economici già stressati ma ha senz’altro avviato un ciclo di ristrutturazione su amplissima scala, dai ritmi piuttosto scadenzati in un ampia gamma di settori.

Noi ci troviamo quindi dentro questo ciclo di ristrutturazione del capitale monopolistico per il rilancio dell’economia nella fase post-pandemica, in un passaggio di fase che comunque vada ri-configurerà la società nel suo complesso, compresa quella cosa chiamata politica.

Lo vediamo anche nel nostro ridotto nazionale, dove la crisi politica che ha portato alla fine del Conte-bis ha aperto la strada al commissariamento di fatto del nostro Paese da parte della UE con Draghi, che sarà prima capo dell’esecutivo e poi Presidente della Repubblica, ed tutto il ceto politico costretto ad un aut-aut secco: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra.

La fine della transizione politica in USA ed il commissariamento del nostro Paese sono due fenomeni contemporanei ed in parte intrecciati.

Per focalizzarci sugli USA, che è l’oggetto dell’articolo qui tradotto, è necessario chiarire  subito che le formule adottate da Biden sono in netta continuità con le politiche fin qui perseguite attraverso indebitamento, immissione di liquidità ed un costo del denaro irrisorio.

Per essere realizzate, il dollaro dovrà essere in grado di conservare la sua rendita di posizione internazionale, scaricando i costi dello sperato rilancio economico USA – che ha importanti aspetti di sviluppo in settori strategici dell’economia – sul resto del mondo, mantenendo inalterata l’appetibilità dei propri mercati finanziari e dei propri differenti titoli pubblici.

Intanto ha proceduto ad una manovra di stimolo economico con dimensioni da New Deal che, se si sommano i provvedimenti presi dalla precedente amministrazione Trump e dell’entrante Biden, ammontano addirittura al 14% del PIL. La differenza sta appunto nell’ordine di grandezza.

Il dibattito economico è acceso, e l’unica paura dei pezzi da Novanta del pensiero economico sembra essere la possibile crescita dell’inflazione. Uno spauracchio per chi ha fin qui sostenuto la deflazione salariale senza se e senza ma e quindi il contenimento del potere d’acquisto delle classi subalterne, surrogato da un maggiore accesso al credito su cui si costruivano i castelli di carta dell’economia finanziaria.

L’Unione Europea sembra seguire a rimorchio, costretta a fare salti in avanti epocali per cercare di reggere la competizione, senza avere però né la rendita di posizione della valuta statunitense, né la sua potenza militare, né tanto meno i livelli di centralizzazione del potere politico. Dispone però comunque di alcuni punti di forza.

Deve adeguarsi ed in fretta ed impedire che le sue fragilità strutturali diventino il ventre molle in cui i competitor affondano i propri artigli.

Riprendiamo il discorso del Financial Times.

“Tra coloro che guardano con invidia oltre l’Atlantico ci sono gli europei, che temono che l’eurozona sarà ancora una volta inferiore agli Stati Uniti in termini di azione politica e risultati. Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, afferma che con il sostegno fiscale dell’UE pari a circa la metà di quello degli Stati Uniti, l’Europa è ora ‘congelata dalla paura’, il che probabilmente porterà a ‘altri tre o cinque anni di sotto-performance della crescita europea rispetto agli Stati Uniti'”.

L’UE tutta dovrebbe quindi fare un salto di qualità – whatever it takes, potremmo dire – pena il fatto che le oligarchie europee vengano derubricate ad attori regionali in conflitto con altre potenze regionali (Turchia, Russia e petromonarchie del Golfo) nei suoi tradizionali territori di penetrazione, dal Medio-Oriente all’Africa trans-sahariana passando per i Balcani, ma rinunciando ad assumere un qualche ruolo di leadership globale ed una reale autonomia strategica.

Una potenza periferica a livello sub-regionale, insomma, che i concorrenti si mangiano pezzo dopo pezzo; una specie di Impero Ottomano del XXI Secolo.

“Se continua lungo le linee esistenti e non segue gli Stati Uniti, dice: ‘L’Europa avrà una ripetizione della lenta ripresa dopo la crisi finanziaria'”, afferma Robin Brooks.

Senza comprendere questo “grande gioco” a cui l’aspirante polo imperialista europeo è chiamato in un clima da nuova guerra fredda, è impossibile capire sia 1) le convulsioni di un vecchio ceto politico da rottamare, che 2) l’urgenza della sfida della rappresentanza politica per le classi sociali subalterne ed il ceto medio-impoverito.