venerdì 8 maggio 2020

Il 9 maggio è l’ultimo campo di battaglia della Seconda Guerra Mondiale

A tarda sera dell’8 maggio 1945 il capo dell’Oberkommando der Wehrmacht, ovvero delle forze armate tedesche, firmava la resa della Germania di fronte al generale sovietico Žukov, come poche ore prima un altro vertice delle truppe naziste, Alfred Jodl, aveva fatto a Reims sul fronte occidentale della guerra.
A Mosca era già il 9 maggio, e perciò tale data segna la conclusione effettiva della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale in Europa, nonostante vi furono ancora strascichi e scontri fino a settembre.
L’eredità lasciata da una tale esperienza di morte e distruzione non poteva che essere quella di un forte anelito di pace e collaborazione, e come per ricollegarsi a questo desiderio il 9 maggio è celebrata nell’Unione Europa la Festa dell’Europa.
Ma, come scriveva William Blake, chi desidera ma non agisce, crea le condizioni per la diffusione di una malattia. Anche le modalità della costruzione di una prospettiva di pace sono, in un certo senso, un campo di battaglia, e dove coloro che vogliono davvero raggiungere una pace reale e duratura arretrano prendono piede coloro per cui la pace è solo una parola da agitare a seconda della convenienza.
Nell’Europa stremata dalla guerra questo avvenne quasi subito. Il 9 maggio del 1950 Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, tenne un discorso che prefigurava l’inizio del processo di integrazione europea, di cui il primo passo avvenne poco tempo dopo con la formazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA).
Ma questo processo era davvero dettato dalla volontà di cooperazione e pace? La spinta all’Europa unita purtroppo nacque dalla peggiore consigliera della politica: la paura.
Paura dei comunisti, dei sovietici che più di tutti avevano retto il peso militare della guerra con ingenti perdite materiali e umane, e contro cui bisognava costruire una “cintura di sicurezza”; paura del riaccendersi delle rivalità fra paesi, in primis Francia e Germania.
Una rivalità che non venne risolta sul campo della crescita della coscienza civica, democratica e sociale dei paesi stessi, ma sul piano della progressiva integrazione delle economie, a partire dai settori strategicamente più importanti.
Un tentativo velleitario di evitare la competizione fra Stati attraverso la definizione di un’area di libero mercato capitalistico, il cui pilastro è la competizione stessa.
E in questo senso parlò Giuseppe Di Vittorio, di cui riporto alcune parole pronunciate al Parlamento nel 1952 in occasione della ratifica del trattato sull’istituzione della CECA:
«Si dice che il piano Schuman deve costituire la base economica della nuova federazione europea. Possiamo discutere questa idea; ma, allo stato attuale, si tratta di una astrazione, priva di ogni contenuto concreto.
Tutti sanno che, lungi dall’unire l’Europa, tutta la politica che si ricollega a questo trattato, di cui discutiamo la ratifica, è una politica di divisione dell’Europa e, peggio, anche una politica di divisione all’interno degli stessi popoli europei. Per cui si tratta della divisione più nefasta e più nociva che si possa concepire per i popoli e per l’Europa.
L’altro pretesto – altrettanto astratto, privo di contenuto reale e di verità – è che con questo trattato si concorrerebbe a salvaguardare la pace, mentre tutti vedono che si organizza la guerra e che alla base di tutto il lavorio condotto per giungere alla costituzione di questa coalizione di Stati attorno al grande trust dell’acciaio e del carbone è l’intendimento di accelerare gli armamenti ed i preparativi di guerra.
Unità europea e pace sarebbero due nobilissimi ideali; ma, allo stato attuale, si tratta di due menzogne convenzionali addotte a giustificazione di un piano che, invece, persegue fini diametralmente opposti. […]
Oggi si usa la terminologia che esprimeva il grande e generoso ideale di Mazzini sulla federazione dei popoli europei per giustificare un’impresa che non ha niente a che fare con la concezione mazziniana del federalismo.
Nel concetto di Mazzini si trattava di costituire una federazione di popoli, ma di tutti i popoli europei, senza discriminazione; scopo primordiale della federazione mazziniana doveva essere la pace, e strumento conseguente della politica di pace di tutta l’Europa doveva essere il disarmo generale.
In questo caso, invece, accade tutto il contrario: si cerca di costituire una coalizione che deve proteggere interessi privati allo scopo di accelerare la preparazione alla guerra e di cristallizzare, approfondire ed aggravare la divisione dell’Europa e la divisione dei popoli all’interno di ciascun paese. Noi denunciamo questo inganno»1.
L’Unione Europea si è per caso fatta promotrice del disarmo generale? Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di programmi militari europei (Permanent Structured Cooperation, European Intervention Initiative, etc.).
Abbiamo sentito il Commissario Europeo all’Economia Paolo Gentiloni affermare che l’UE deve assumere un certo protagonismo sulle questioni internazionali, come in Libia, dove ora si accende in maniera sempre più violenta una guerra civile che è cominciata proprio con le “bombe democratiche” sganciate da paesi UE.
Abbiamo letto le dichiarazioni di Ursula Von der Leyen in cui si affermava chiaramente e candidamente che il suo mandato avrebbe fatto assumere alla Commissione Europea un ruolo geopolitico.
La contraddizione tra la retorica progressiva e la funzione reazionaria che la costruzione di una federazione europea poteva svolgere si è risolta a favore della seconda, e l’evento che ha segnato il passo fu proprio un’azione militare.
Crollato il blocco sovietico, venuta meno l’esigenza dell’argine al comunismo di cui “l’ombrello della NATO” era lo strumento fondamentale, l’Europa poteva svolgere un ruolo autonomo nel panorama mondiale, puntando a riconquistare un certo peso anche a livello geopolitico.
Quasi contemporaneamente alla firma del Trattato di Maastricht, a fine 1991 il cancelliere Helmut Kohl dichiarò che la Germania riconosceva l’indipendenza di Slovenia e Croazia, trascinandosi dietro tutti i paesi che all’epoca formavano la CEE e mettendo una seria ipoteca su qualsiasi risoluzione pacifica della questione jugoslava; le conseguenze le conosciamo tutti.
Come ha detto il premio Nobel per la letteratura Peter Handke, con i bombardamenti su Belgrado «è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea».
L’idea di una federazione europea è stata costruita non sulle esigenze e sul protagonismo dei popoli che la compongono, ma su di un progetto di vero e proprio dominio imperiale sostenuto ideologicamente da un profondo eurocentrismo; Romano Prodi, strenuo difensore dell’Unione Europea, nella puntata di Che tempo che fa? del 29 marzo scorso affermava, in maniera evidentemente criticabile, che «l’Europa è l’unica àncora della democrazia mondiale».
Cos’è questa se non la riproposizione di una convinta superiorità della civiltà europea che ci portiamo dietro sin dai tempi coloniali?
Ma ai “destini manifesti” non bisogna dare credito, perché sono questi che hanno prodotto l’imperialismo statunitense, così come la convinzione della purezza della razza ariana.
Quest’ultimo paragone può sembrare esagerato, quasi offensivo, ma non lo è. Non lo è perché una certa contiguità, anche se ovviamente non una completa sovrapposizione, può essere riscontrata tra il progetto di integrazione europea e alcune riflessioni di importanti esponenti del nazi-fascismo.
Il 5 agosto del 1943 Jean Monnet, ispiratore della Dichiarazione Schuman, affermò al Comitato Francese di Liberazione Nazionale che «non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale… Gli Stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovranno riunirsi in una federazione»2.
Vidkun Quisling, fondatore del partito fascista norvegese e tra i più famosi collaborazionisti del regime di Hitler (tanto che il suo cognome è diventato sinonimo di “governo fantoccio” in tutto il mondo), fu un convinto sostenitore della necessità di un’Europa federale, come accennato anche nella biografia scritta dallo storico e giornalista Hans Fredrik Dahl, al punto da produrre anche più di un documento in cui scendeva nel dettaglio di come il continente avrebbe dovuto essere riorganizzato alla fine della guerra mondiale.
Lo scopo era quello di recuperare il ruolo egemonico perso dall’Europa, e questo non poteva avvenire, a suo avviso, se non attraverso la formazione di una più vasta area politica ed economica.
Vidkun Quisling fu catturato dagli Alleati il 9 maggio. Si ritorna quindi al punto da cui avevo cominciato.
La data del 9 maggio condensa in sé una quantità di significati straordinari, e proprio per questo è divenuta un campo di battaglia, l’ultimo della Seconda Guerra Mondiale. Alla caduta del Muro di Berlino alcuni giornali hanno riportato la notizia che Alessandro Natta, ex segretario del Partito Comunista Italiano, commentò dicendo: «qui crolla un mondo, cambia la storia… Ha vinto Hitler… Si realizza il suo disegno, dopo mezzo secolo».
Più velenosamente, nel suo stile, Giulio Andreotti confessava che «amo la Germania; la amo così tanto che ne preferisco due».
La data della conclusione del conflitto, di cui l’Unione Sovietica sopportò il peso maggiore, è stata appropriata da una realtà istituzionale nata al momento del crollo del blocco orientale con una guerra in seno all’Europa, una guerra che favorì l’accentuarsi di odi nazionalistici.
L’Unione Europea ha espresso tutta la spinta democratica di cui è capace in una risoluzione che equipara il comunismo al nazismo, mentre finanzia e sostiene il governo ucraino in cui siedono ministri dichiaratamente nazisti.
I vertici europei vogliono cancellare la memoria della dura lotta che l’URSS condusse contro i progetti hitleriani, trasformando la fine della carneficina causata dall’imperialismo nell’occasione di una vaga esaltazione della pace, da identificarsi tout court con istituzioni costruite nel sangue e altrettanto imperialiste.
Non so se Natta avesse previsto tutto questo, probabilmente no, ma sicuramente ci aveva visto lungo. Se vogliamo difendere la pace, dobbiamo combattere l’Unione Europea; e il 9 maggio, se vogliamo festeggiare qualcosa, festeggiamo la Giornata della Vittoria.

giovedì 7 maggio 2020

Perché il sistema capitalistico è praticamente morto

Trovare un titolo così su un quotidiano economico dedicato specificamente alla finanza, diciamolo, è sorprendente. Scorrendolo, poi, abbiamo riscontrato notizie e spiegazioni delle trasformazioni avvenute nei “mercati” che mettono a fuoco esattamente i problemi sistemici.
Ancora più sorprendente, per un lettore italiano cresciuto ad editoriali stile Giavazzi-Alesina-Giannini-Cottarelli, è il fatto che questa attenzione ai fattori strutturali sia opera di un investitore istituzionale, a capo di un importante fondo di investimento svizzero. Non di un professorino cresciuto come un pollo in batteria alla Bocconi e passato direttamente dai banchi di studente alla tribuna di “teorico” grazie all’abilità nel maneggiare modellini econometrici (matematica applicata, insomma, non economia).
Il mestiere dell’autore si vede dall’attenzione a passaggi di tecnica finanziaria davvero poco noti ai non addetti ai lavori, e questo può distrarre l’attenzione del lettore non “addestrato”. Ma i passaggi sintetici, e i giudizi espressi sulle “svolte” dell’economia capitalistica degli ultimi 30 anni, sono quasi da saggio marxista. Chiari, semplice, soprattutto veri.
Marxismo inconsapevole, certo. Ma se così è vuol dire che è la realtà economica ad affermarsi, con tale evidenza che anche chi è stato formato su altri princìpi teorici (neoliberisti, in questo caso) è costretto ad arrivare alle stesse conclusioni.
C’è un perché questo riesca “naturale” ad un investitore istituzionale, uno che mette le mani quotidianamente nei “mercati” comprando e vendendo, speculando e guadagnando (oppure non più), e invece risulti impossibile ai “commentatori” ed editorialisti prima citati. Un investitore gioca con soldi veri, deve avere risultati tangibili. Gli altri sono pagati – anche dagli stessi investitori – per raccontare un mondo diverso da quello reale, in cui gli investitori possano liberamente sguazzare.
Vogliamo comunque evidenziare chiaramente i passaggi più rilevanti, al di là del titolo-shock.
a) “i mercati finanziari stanno entrando silenziosamente nella fase preliminare della nazionalizzazione, dove l’intervento pubblico e il sostegno della FED saranno elementi portanti di un capitalismo che è praticamente finito”.
Un sistema fondato sull’iniziativa priva, negli ultimi venti anni, è rimasto in piedi solo grazie alla “socializzazione delle perdite”, ovvero grazie a risorse pubbliche regalate ai privati.
Questo gioco è solo modestamente replicabile, anche se le banche centrali vere e proprie (Federal Reserve Usa, Bank of England, quella cinese e poche altre, ma di certo non la Bce) possono “inventare denaro” a volontà, perché il rischio inflazione – dopo dieci anni di deflazione o stagnazione – è molto meno serio del palese blocco totale del sistema.
Ma in ogni caso un sistema produttivo e finanziario che si sostiene solo grazie all’intervento pubblico non è più capitalismo. E’ sicuramente un “ambiente” fortemente diseguale, anzi sempre più diseguale; dove pochissimi guadagnano cifre colossali grazie a posizioni monopolistiche o oligopolistiche, e quasi tutti vengono invece spinti verso la povertà assoluta.
Ma non è capitalismo.
C’è più Marx in questa formulazione di quanto non ce ne sia mai stato nei ponderosi saggi di teoria. Non bastano infatti le disuguaglianze, le ingiustizie, lo sfruttamento e la ferocia a fare di un modo di produzione capitalismo.
Queste infamie sono esistite anche in altri modi di produzione, magari precedenti di secoli l’affermarsi del capitale. Per fare capitalismo serve che il meccanismo privatistico stia in piedi da solo, tramite i soli meccanismi di mercato, deve cioè remunerare con profitto il capitale investito.
Se invece è “il pubblico” a compensare gli squilibri sempre più instabili, allora il sistema sta evolvendo “spontaneamente” verso una situazione in cui l’intervento pubblico diventa determinante. Ossia verso la nazionalizzazione (o meglio pubblicizzazione della proprietà dei mezzi di produzione, della finanza, ecc) e a maggior ragione la pianificazione centralizzata dell’impiego delle risorse in vista di obiettivi decisi su base molto più razionale della semplice “voglia di profitto individuale”.
2) Lo stallo del sistema è riassunto nei suoi elementi fondamentali: Il sistema ha bisogno di grandi capitali per essere sostenuto, ma non può remunerare questi capitali perché altrimenti fallirebbe. I Governi hanno bisogno di fare più debito per sostenere l’economia ma il capitale richiesto per finanziare il debito non può essere remunerato poiché renderebbe il debito non sostenibile. Le aziende hanno bisogno di emettere debito per finanziarsi ma non possono permettersi di pagare tassi tanto diversi rispetto a quelli dei governi perché anche per loro il debito sarebbe non sostenibile.
Scacco matto. Nessun soggetto sistemico può più muoversi senza perdere. Ma se nessuno si può muovere il sistema è finito. Dialettica materialistica, non finanza speculativa matematizzata.
3) Ci si è arrivati per normale “evoluzione” darwiniana (e marxiana), ossia senza un progettto prestabilità.
I Policy Makers non controllano nulla e non vigilano sui rischi finanziari di sistema, anzi, li incentivano sempre di più. La commistione che si è creata tra Banche Centrali, Asset Managers, Banche e grandi gruppi di Private Equity ha portato alla costruzione di un sistema che crede che il rischio non esista più per chiunque.
Ma è scritto anche nei manuali liberisti del primo anno che “il profitto è il premio del rischio affrontato dall’investitore privato”. Dunque dunque è corretto che, proprio perché si deve far credere che il rischio non esiste, il capitale di rischio non venga più remunerato. Se tutti coloro che partecipano a questo meccanismo devono essere sempre salvati, indipendentemente dai rischi che decidono di prendere, è normale che poi il capitale di rischio non può pretendere una remunerazione.
4) Da cui consegue che: Il sistema capitalistico, degenerato a causa di questo modo di operare, è praticamente morto e la finanza, così come funziona oggi, lo ha ucciso.
Anche in questo caso non c’è stato alcun “progetto del capitale”, ma semplice reazione a una crisi che ha prodotto “soluzioni tampone”. Interventi dettati dalla contingenza, per cercare di ripristinare le condizioni pre-crisi, pur con qualche correttivi nei confronti dei fenomeni più evidentemente negativi (dieci anni fa spopolava sui media la critica dell’eccessivo moral hazard della finanza speculativa stile Lehamnn Brothers).
Gli Stati Uniti, dal 2001 in poi, hanno messo l’economia reale a sostegno della finanza, ribaltando la funzione che la finanza era a sostegno dell’economia reale. Oggi il settore finanziario “fa leva” 4/5 volte sull’economia reale per ottenere rendimenti che l’economia reale non riesce più a produrre, così come le banche nel 2008 facevano leva 40 volte sul capitale per ottenere rendimenti che l’attività caratteristica non poteva dare.
La “soluzione tampone” d’allora, sotto la pressione dell’”emergenza”, è diventata un elemento strutturale. Ciò che ha limitato allora la crisi ne ha prodotta ua molto più grande, anche se l’esplosione è avvenuta per un “fattore esterno”, un virus che ha fatto le funzioni di un asteroide. Ma un sistema che non regge gli impatti esterni è in realtà una bolla destinata prima o poi ad esplodere.
La diversità della reazione, e dell’efficacia, all’epidemia tra un sistema capitalistico sono governance pubblica (come la Cina) e i sistemi a totale predominanza del privato è evidente. Nel primo caso ci sono stati danni seri, ma limitati nella dimensione e nel tempo; nel secondo pare non esserci alcun limite al peggio (fin quando non ci sarà un vaccino, almeno), perché le risposte di tipo collettivo e razionale (quelle suggerite dalla scienza) vengono immediatamente messe in discussione dagli interessi delle imprese private, ognuna per sé.
5) Una serie di “game over” che porta un investitore istituzionale a una conclusione davvero paradossale (in apparenza), perché costituisce la negazione esplicita della sua funzione: una volta verificato che “l’eccesso di risparmio nel sistema, non trovando una adeguata remunerazione in loco, tende ad emigrare verso sistemi in cui i rendimenti sono superiori”, non resta che profferire la bestemmia peggiore per le orecchie di un finanziere:
Per evitare questa migrazione bisognerebbe impedire la libera circolazione dei capitali, piccolo dettaglio che le Teorie Monetariste hanno dimenticato. Il risultato di queste “sciagurate” operazioni fatte applicando in modo becero le Teorie Monetariste sono davanti a tutti. Infatti Europa e Giappone erano già in recessione a fine 2019 con le Banche Centrali impegnate a stampare moneta e con i tassi negativi (!).
6) La conclusione più logica è dunque quasi “comunista”, anche se vista con terrore.
La presenza dello Stato nell’economia è destinata a crescere, la redditività del capitale è destinata a scendere e l’impatto sugli equilibri sociali e politici attuali potrebbero essere l’ultimo tassello che manca per completare uno scenario di cambiamento dai contorni decisamente incerti. Anche se nei prossimi mesi si troveranno delle cure per contrastare il Coronavirus, tali cure non guariranno un sistema capitalistico e un sistema finanziario malato.
Nel nostro linguaggio si chiama “caduta tendenziale del saggio del profitto”, ma potete anche chiamarla “redditività calante del capitale”… Il risultato non cambia. A quanto pare sono state esaurite le “controtendenze” (la principale è sempre stata la finanza…).
Se non ci sarà la lungimiranza di modificare le regole del gioco con un cambiamento guidato dall’alto, c’è il rischio evidente che il cambiamento venga imposto dal basso, con evidenti conseguenze poco piacevoli per tutti (noi imprenditori e investitori istituzionali, ndr).
Lo sappiamo, lo speriamo, lavoriamo per questo.

mercoledì 6 maggio 2020

Perché il sistema capitalistico è praticamente morto

Trovare un titolo così su un quotidiano economico dedicato specificamente alla finanza, diciamolo, è sorprendente. Scorrendolo, poi, abbiamo riscontrato notizie e spiegazioni delle trasformazioni avvenute nei “mercati” che mettono a fuoco esattamente i problemi sistemici.
Ancora più sorprendente, per un lettore italiano cresciuto ad editoriali stile Giavazzi-Alesina-Giannini-Cottarelli, è il fatto che questa attenzione ai fattori strutturali sia opera di un investitore istituzionale, a capo di un importante fondo di investimento svizzero. Non di un professorino cresciuto come un pollo in batteria alla Bocconi e passato direttamente dai banchi di studente alla tribuna di “teorico” grazie all’abilità nel maneggiare modellini econometrici (matematica applicata, insomma, non economia).
Il mestiere dell’autore si vede dall’attenzione a passaggi di tecnica finanziaria davvero poco noti ai non addetti ai lavori, e questo può distrarre l’attenzione del lettore non “addestrato”. Ma i passaggi sintetici, e i giudizi espressi sulle “svolte” dell’economia capitalistica degli ultimi 30 anni, sono quasi da saggio marxista. Chiari, semplice, soprattutto veri.
Marxismo inconsapevole, certo. Ma se così è vuol dire che è la realtà economica ad affermarsi, con tale evidenza che anche chi è stato formato su altri princìpi teorici (neoliberisti, in questo caso) è costretto ad arrivare alle stesse conclusioni.
C’è un perché questo riesca “naturale” ad un investitore istituzionale, uno che mette le mani quotidianamente nei “mercati” comprando e vendendo, speculando e guadagnando (oppure non più), e invece risulti impossibile ai “commentatori” ed editorialisti prima citati. Un investitore gioca con soldi veri, deve avere risultati tangibili. Gli altri sono pagati – anche dagli stessi investitori – per raccontare un mondo diverso da quello reale, in cui gli investitori possano liberamente sguazzare.
Vogliamo comunque evidenziare chiaramente i passaggi più rilevanti, al di là del titolo-shock.
a) “i mercati finanziari stanno entrando silenziosamente nella fase preliminare della nazionalizzazione, dove l’intervento pubblico e il sostegno della FED saranno elementi portanti di un capitalismo che è praticamente finito”.
Un sistema fondato sull’iniziativa priva, negli ultimi venti anni, è rimasto in piedi solo grazie alla “socializzazione delle perdite”, ovvero grazie a risorse pubbliche regalate ai privati.
Questo gioco è solo modestamente replicabile, anche se le banche centrali vere e proprie (Federal Reserve Usa, Bank of England, quella cinese e poche altre, ma di certo non la Bce) possono “inventare denaro” a volontà, perché il rischio inflazione – dopo dieci anni di deflazione o stagnazione – è molto meno serio del palese blocco totale del sistema.
Ma in ogni caso un sistema produttivo e finanziario che si sostiene solo grazie all’intervento pubblico non è più capitalismo. E’ sicuramente un “ambiente” fortemente diseguale, anzi sempre più diseguale; dove pochissimi guadagnano cifre colossali grazie a posizioni monopolistiche o oligopolistiche, e quasi tutti vengono invece spinti verso la povertà assoluta.
Ma non è capitalismo.
C’è più Marx in questa formulazione di quanto non ce ne sia mai stato nei ponderosi saggi di teoria. Non bastano infatti le disuguaglianze, le ingiustizie, lo sfruttamento e la ferocia a fare di un modo di produzione capitalismo.
Queste infamie sono esistite anche in altri modi di produzione, magari precedenti di secoli l’affermarsi del capitale. Per fare capitalismo serve che il meccanismo privatistico stia in piedi da solo, tramite i soli meccanismi di mercato, deve cioè remunerare con profitto il capitale investito.
Se invece è “il pubblico” a compensare gli squilibri sempre più instabili, allora il sistema sta evolvendo “spontaneamente” verso una situazione in cui l’intervento pubblico diventa determinante. Ossia verso la nazionalizzazione (o meglio pubblicizzazione della proprietà dei mezzi di produzione, della finanza, ecc) e a maggior ragione la pianificazione centralizzata dell’impiego delle risorse in vista di obiettivi decisi su base molto più razionale della semplice “voglia di profitto individuale”.
2) Lo stallo del sistema è riassunto nei suoi elementi fondamentali: Il sistema ha bisogno di grandi capitali per essere sostenuto, ma non può remunerare questi capitali perché altrimenti fallirebbe. I Governi hanno bisogno di fare più debito per sostenere l’economia ma il capitale richiesto per finanziare il debito non può essere remunerato poiché renderebbe il debito non sostenibile. Le aziende hanno bisogno di emettere debito per finanziarsi ma non possono permettersi di pagare tassi tanto diversi rispetto a quelli dei governi perché anche per loro il debito sarebbe non sostenibile.
Scacco matto. Nessun soggetto sistemico può più muoversi senza perdere. Ma se nessuno si può muovere il sistema è finito. Dialettica materialistica, non finanza speculativa matematizzata.
3) Ci si è arrivati per normale “evoluzione” darwiniana (e marxiana), ossia senza un progettto prestabilità.
I Policy Makers non controllano nulla e non vigilano sui rischi finanziari di sistema, anzi, li incentivano sempre di più. La commistione che si è creata tra Banche Centrali, Asset Managers, Banche e grandi gruppi di Private Equity ha portato alla costruzione di un sistema che crede che il rischio non esista più per chiunque.
Ma è scritto anche nei manuali liberisti del primo anno che “il profitto è il premio del rischio affrontato dall’investitore privato”. Dunque dunque è corretto che, proprio perché si deve far credere che il rischio non esiste, il capitale di rischio non venga più remunerato. Se tutti coloro che partecipano a questo meccanismo devono essere sempre salvati, indipendentemente dai rischi che decidono di prendere, è normale che poi il capitale di rischio non può pretendere una remunerazione.
4) Da cui consegue che: Il sistema capitalistico, degenerato a causa di questo modo di operare, è praticamente morto e la finanza, così come funziona oggi, lo ha ucciso.
Anche in questo caso non c’è stato alcun “progetto del capitale”, ma semplice reazione a una crisi che ha prodotto “soluzioni tampone”. Interventi dettati dalla contingenza, per cercare di ripristinare le condizioni pre-crisi, pur con qualche correttivi nei confronti dei fenomeni più evidentemente negativi (dieci anni fa spopolava sui media la critica dell’eccessivo moral hazard della finanza speculativa stile Lehamnn Brothers).
Gli Stati Uniti, dal 2001 in poi, hanno messo l’economia reale a sostegno della finanza, ribaltando la funzione che la finanza era a sostegno dell’economia reale. Oggi il settore finanziario “fa leva” 4/5 volte sull’economia reale per ottenere rendimenti che l’economia reale non riesce più a produrre, così come le banche nel 2008 facevano leva 40 volte sul capitale per ottenere rendimenti che l’attività caratteristica non poteva dare.
La “soluzione tampone” d’allora, sotto la pressione dell’”emergenza”, è diventata un elemento strutturale. Ciò che ha limitato allora la crisi ne ha prodotta ua molto più grande, anche se l’esplosione è avvenuta per un “fattore esterno”, un virus che ha fatto le funzioni di un asteroide. Ma un sistema che non regge gli impatti esterni è in realtà una bolla destinata prima o poi ad esplodere.
La diversità della reazione, e dell’efficacia, all’epidemia tra un sistema capitalistico sono governance pubblica (come la Cina) e i sistemi a totale predominanza del privato è evidente. Nel primo caso ci sono stati danni seri, ma limitati nella dimensione e nel tempo; nel secondo pare non esserci alcun limite al peggio (fin quando non ci sarà un vaccino, almeno), perché le risposte di tipo collettivo e razionale (quelle suggerite dalla scienza) vengono immediatamente messe in discussione dagli interessi delle imprese private, ognuna per sé.
5) Una serie di “game over” che porta un investitore istituzionale a una conclusione davvero paradossale (in apparenza), perché costituisce la negazione esplicita della sua funzione: una volta verificato che “l’eccesso di risparmio nel sistema, non trovando una adeguata remunerazione in loco, tende ad emigrare verso sistemi in cui i rendimenti sono superiori”, non resta che profferire la bestemmia peggiore per le orecchie di un finanziere:
Per evitare questa migrazione bisognerebbe impedire la libera circolazione dei capitali, piccolo dettaglio che le Teorie Monetariste hanno dimenticato. Il risultato di queste “sciagurate” operazioni fatte applicando in modo becero le Teorie Monetariste sono davanti a tutti. Infatti Europa e Giappone erano già in recessione a fine 2019 con le Banche Centrali impegnate a stampare moneta e con i tassi negativi (!).
6) La conclusione più logica è dunque quasi “comunista”, anche se vista con terrore.
La presenza dello Stato nell’economia è destinata a crescere, la redditività del capitale è destinata a scendere e l’impatto sugli equilibri sociali e politici attuali potrebbero essere l’ultimo tassello che manca per completare uno scenario di cambiamento dai contorni decisamente incerti. Anche se nei prossimi mesi si troveranno delle cure per contrastare il Coronavirus, tali cure non guariranno un sistema capitalistico e un sistema finanziario malato.
Nel nostro linguaggio si chiama “caduta tendenziale del saggio del profitto”, ma potete anche chiamarla “redditività calante del capitale”… Il risultato non cambia. A quanto pare sono state esaurite le “controtendenze” (la principale è sempre stata la finanza…).
Se non ci sarà la lungimiranza di modificare le regole del gioco con un cambiamento guidato dall’alto, c’è il rischio evidente che il cambiamento venga imposto dal basso, con evidenti conseguenze poco piacevoli per tutti (noi imprenditori e investitori istituzionali, ndr).

martedì 5 maggio 2020

Non regaleremo le nostre tasse alle imprese che vanno in Olanda, anche se lo vuole la UE

Le grandi imprese italiane e le famiglie di ricconi, dagli Agnelli ai Berlusconi ai Ferrero a tanti altri, hanno trasferito sedi fiscali e legali all’estero ed in particolare in Olanda, dove pagano molto meno.
Sì, i nostri ricconi sono andati proprio nel paese il cui governo non vuol dare soldi a italiani e spagnoli, mentre glieli ruba legalmente come paradiso fiscale.
È tutto perfettamente “in regola con i trattati UE”, che impongono la libera circolazione dei capitali e non una regola fiscale comune. Cioè programmano la concorrenza tra Stati a chi fa più regali ai ricchi.
Con la crisi economica esplosa con la pandemia diversi governi – non quello italiano – si sono posti una domanda di buon senso. Perché dare aiuti di stato ad aziende che pagano le tasse all’estero? Perché versare i soldi dello Stato a chi intasca profitti extra proprio perché non paga lo Stato?
Come ci racconta Il Fatto, i governi di Francia, Danimarca e Polonia si sono posti questo problema, ma subito la Commissione UE ha fatto sapere che negare aiuti di stato ad aziende che hanno sedi in paradisi fiscali, “violerebbe la regola della libertà di circolazione dei capitali”.
Se ci voleva un’altra dimostrazione che la UE è il governo dei ricchi e delle multinazionali, eccola.
Bisogna negare aiuti di Stato a chi paga le tasse all’estero, bisogna smascherare gli europeisti e i sovranisti, che interrompono tutti i loro proclami sulla soglia delle sedi fiscale di FCA e Mediaset.
Facciamo una campagna su questo, non diamo i nostri soldi a chi porta i suoi all’estero. E all’inferno la UE che non vuole.

lunedì 4 maggio 2020

Si riparte, il vero pericolo arriva ora

Si riparte come ci si era “fermati”, nel peggiore dei modi. Stamattina oltre 4 milioni di lavoratori sono usciti di casa aggiungendosi agli altri milioni (il 55,7% della forza lavoro, secondo l’Istat) che non hanno mai smesso di farlo, neanche nei giorni di lockdown stretto, quelli in cui tutto il resto della popolazione era obbligato a restare in casa.
Gli occupati ufficiali in Italia erano a marzo 23,4 milioni. Significa che 13 milioni sono “rimasti in giro” per tutto questo periodo. Il che ha certamente ha avuto un grosso peso sulla “lentezza” con cui la curva dei contagi è scesa, specie nelle regioni a più alta industrializzazione (Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, in misura minore Veneto).
Non possiamo saperlo con esattezza perché i dati diffusi ogni giorno dalla Protezione civile, provenienti dalle Regioni, distinguono per fasce di età, ma non per occupazione. Sembra comunque statisticamente probabile che molti dei contagiati siano lavoratori rimasti in attività e le loro famiglie.
A questi milioni di lavoratori si aggiungono molti altri milioni di “consumatori” (solo in parte coincidono con chi va al lavoro, fuori dall’orario di sfruttamento), che andranno in giro quasi “come prima”. Anche per il comprensibile, umanissimo desiderio di riassaggiare un po’ di vita all’aria aperta…
Il governo fa appello al “senso di responsabilità” individuale, sapendo benissimo che questa modalità folle avrà come conseguenza un aumento di contagi, ricoverati, morti.
E’ un modo, vile come pochi, di scaricare la responsabilità di un atteggiamento servile nei confronti delle imprese. Le quali, come sempre, se ne fottono completamente delle conseguenze sanitarie del proprio “funzionare”.
Ne abbiamo avuto un esempio lampante nel documentario de La7 dedicato al “buco nero” della Val Seriana – la più alta concentrazione di contagiati e morti al mondo – in cui gli “imprenditori” locali non solo rivendicano di “aver fatto pressione” per evitare che fosse dichiarata “zona rossa” quel territorio, ma buttano la responsabilità addosso “alla politica” (“il governo, al limite la Regione Lombardia”) per aver obbedito e non deciso altrimenti.
Una schizofrenia molto comoda, per cui da un lato “si pretende” una certa politica e dall’altra se ne scaricano le conseguenze sugli esecutori.
Non c’è da stupirsi. E’ la stessa logica seguita dalla giunta leghista lumbard, che accusa l’Ats (Agenzia di tutela della salute) per la delibera firmata da Fontana e Gallera. E’ la stessa logica dell’Ats che prova a scaricare la responsabilità finale… sui medici mandati al massacro senza difese.
La classe dirigente tutta, insomma, sia “imprenditoriale” che “politica”, sta lì per fare affari e soldi, ma non ammette mai alcuna colpa per quel che deriva dalle proprie decisioni. E non lo farà mai spontaneamente, ma solo sotto una “pressione” fenomenale, ossia un popolo che si ribella e pretende almeno il minimo: poter sopravvivere.
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Si riparte come ci si era “fermati”, nel peggiore dei modi. Tutta l’Italia con le stesse modalità, senza guardare all’incidenza del contagio sul territorio. Come se gli attuali 37.000 contagiati ufficiali in Lombardia rappresentassero lo stesso livello di rischio dei 700 in Calabria o dei 180 in Molise. Come se lavorare nei campi o negli uffici e nei capannoni industriali fosse la stessa cosa.
Si riparte insomma alla spera-in-dio, con mascherine (non ancora sempre reperibili a prezzi tollerabili e comunque dall’efficacia molto differente a secondo i tipi) e “lavatevi spesso le mani”.
Si riparte con comiche distinzioni tra affetti “stabili”, amicizie, “congiunzioni”, autentici lapsus rivelatori di subculture arretrate, ma soprattutto di consapevolezza del pericolo.
Lo ripetiamo dall’inizio: il “confinamento territoriale” non è più stato messo in opera, dopo Codogno e Vo Eurganeo, perché Assolombarda e in genere Confindustria (oggi coincidono, dopo la nomina di Carlo Bonomi) hanno preteso di poter mantenere aperte quasi tutte le fabbriche, persino quelle di armi (notoriamente utilissime per combattere i virus).
Il virus si è dunque diffuso su tutto il territorio nazionale molto più di quanto non sarebbe accaduto adottando davvero il “modello Wuhan” (chiusura totale di alcune zone, rapida identificazione dei contagiati altrove, Paese che continua a funzionare, sia pure a scartamento ridotto). Non paradossalmente, la difesa a tutti i costi del Pil a scapito della salute si è tradotta in maggiori perdite di Pil e in un massacro di dimensioni quasi belliche (siamo vicini ai 30.000 morti, per ora).
Non c’è al momento un vaccino, né terapie farmacologiche certamente valide in tutti i casi (si va avanti in tutto il mondo a forza di prove ed errori, con “cocktail” in continua variazione).
Perciò, fino a quando non sarà creato un vaccino efficace, il rischio di contagio è esattamente uguale a prima del lockdown – anzi, ingigantito dai numeri cresciuti nel tempo – appena temperato dalla consapevolezza del problema e dei precari “mezzi di protezione individuale” adottati dai singoli.
E non basterà neanche che un vaccino sia scoperto, perché bisognerà attendere che sia prodotto in miliardi di dosi, e che queste siano iniettate in altrettante persone su tutto il pianeta. Parecchi mesi, come minimo…
Solo allora ci sarà un abbozzo di “immunità di gregge” diverso dal malthusiano “chi muore, muore, e i sopravvissuti vanno avanti”.
Questa è la condizione oggettiva di cui le imprese non vogliono neppure sentir parlare. Con lo sguardo fisso sulle relazioni trimestrali di cassa (effettivamente disastrose), la carenza di liquidità, il sapersi – ognuna di esse – al tempo stesso cacciatore e preda di appetiti feroci, in una crisi senza precedenti.
Un assaggio corposissimo è arrivato in queste ore proprio da Bonomi, che pretende di spazzar via qualsiasi interesse sociale non coincidente con quello delle imprese e qualsiasi regola o legge che limiti le prevaricazioni.
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In tutto l’Occidente neoliberista, dunque – in Italia come negli Usa, in Francia come in Germania o in Gran Bretagna – si riparte nel peggiore dei modi. O comunque ci si prova.
Quello che accadrà nei prossimi mesi è scritto. Lo si può leggere o far finta di non vedere, ma è scritto.
Possiamo prendere le parole di un qualsiasi virologo, in queste ore. Dicono tutti la stessa cosa. Antonio Crisanti, l’uomo che ha “salvato il Veneto”, giudica pessima questa decisione: “Una riapertura differenziata per Regioni ci avrebbe dato la possibilità di valutare la nostra capacità di reazione. Non sappiamo se siamo in grado di spegnere nuovi focolai, se non con il solito lockdown, il rischio dipende dal numero di casi e come sono distribuiti. Una riapertura totale come questa dà una senso di insicurezza, gli effetti li vedremo tra 2-3 settimane”.
Massimo Galli, primario del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ricorda che l’emergenza “Non è affatto finita. Si sta cominciando a vedere la luce perché ci sono stati i provvedimenti di distanziamento sociale. Tutti fuori senza le debite precauzioni vorrebbe dire cercare guai e non capire che tutto può ricominciare. Servono le precauzioni. altrimenti rimaniamo bloccati in una situazione economicamente disastrosa in cui non si riesce a far ripartire nulla. Attenzione perché se si riparte, non si sta attenti e si deve richiudere, sarebbe veramente il disastro”.
L’ondata di ritorno dell’epidemia è una certezza, non un’eventualità sfortunata. Lo sarebbe anche nel migliore dei sistemi possibile, ripetiamo, fin quando non c’è un vaccino efficace. Ma è assolutamente impossibile evitarla o ridurne l’impatto devastante in un sistema come quello in cui viviamo – il capitalismo neoliberista occidentale – in cui è l’interesse delle imprese private a prevalere nettamente sull’interesse collettivo e dunque sul “potere pubblico”.
Tantomeno in un Paese con una classe politica ridicola, dove 20 nomenklature regionali trovate per caso con il casting fanno a gara nel produrre “ordinanze” in competizione con il governo centrale (già di suo parecchio sconquassato da ambizioni e obbedienze diverse).
Ma è il dato economico, la crisi sistemica globale, la “cornice” dentro cui collocare avvenimenti altrimenti solo “curiosi”.
Per avere un’idea non provinciale sulle “aspettative” economiche per i prossimi mesi, le compagnie aeree asiatiche stanno mandando i loro vettori intercontinentali (i Boeing 747, ecc) in deposito ad Alice Springs, nel deserto al centro dell’Australia, che funge un po’ da Arizona per l’Asia orientale. Ciò significa che non prevedono una ripresa, in quanto far giungere i velivoli ad Alice Springs è come metterli in naftalina per diverse stagioni.
Questo replay iniziato oggi, più o meno in tutta Europa, ha  una doppia valenza, come tutto: approfondirà la crisi di sistema, vanificando i primi tentativi di ricostruzione ed allontanando nel tempo l’agognato “ritorno alla normalità”. Ma accentuerà la ferocia del potere economico (e politico, in posizione servile e securitaria).
Abbiamo visto già nel periodo di lockdown la sperimentazione di dispositivi di controllo di massa che – nel loro insieme – puntano a ridisegnare gli spazi di mobilità e socialità in funzione della sola circolazione ai fini produttivi, vietando tutto il resto.
E’ quindi possibile, anzi probabile, che questi dispositivi vengano mantenuti, in varia forma e dimensione, per selezionare le forme di socialità ammessa e quelle “vietate”.
Un esempio concreto è venuto dal 25 Aprile, con la polizia a scortare magre cerimonie ufficiali e pronta alla caccia all’uomo nei confronti delle celebrazioni popolari.
A questa realtà dobbiamo prendere intanto le misure. Non è più il mondo in cui si possa “desiderare” senza interrogarsi su modi e strumenti per cambiare il mondo, senza conoscere (o chiedersi) la struttura o la gerarchia dei poteri reali. Il resto sono chiacchiere da boy scout.

giovedì 30 aprile 2020

Come la Cina ha spezzato la catena del contagio

Pubblichiamo la traduzione della meticolosa descrizione scritta a “sei mani” su come la Cina sia riuscita a sconfiggere vittoriosamente la “prima ondata” dal contagio del coronavirus. Questo articolo è apparso sul prestigioso Indipendent Media Institute il 15 aprile ed è stato ripreso dalla testata digitale della storica rivista della sinistra radicale nord-americana Monthly Review On Line il 19 aprile.
Avevamo precedentemente pubblicato un racconto-intervista di ciò che è stata l’esperienza della quarantena nella città di Wuhan, nella provincia di Hubei, ed un altro resoconto del corrispondente del “The Washington Post” a Pechino.
Dalla lente di questi due differenti osservatori emergevano chiaramente alcune caratteristiche della risposta vincenti della Repubblica Popolare che qui sono riportate minuziosamente in una scansione cronologica che va dai primi di gennaio alla fine dei 76 giorni di lockdown.
Altri acuti osservatori, in questo caso osservatrici, avevano individuato la chiave di volta della risposta cinese all’emergenza sanitaria al proprio interno e poi alla pandemia globale nella “pianificazione socialista” di questo Paese.
Infatti, nonostante i primi errori nell’affrontare l’epidemia alla fine dello scorso anno, che sono stati pubblicamente ammessi dalla dirigenza, la Cina è riuscita ad affrontare da subito, al meglio, con l’inizio del nuovo anno la sfida del Covid-19.
Come ci ricorda il collettivo anti-imperialista cinese Qiao: “È quindi interessante notare come nessuno dei media occidentali abbia menzionato che il sindaco e il segretario di partito di Wuhan abbiano ammesso apertamente il loro errore sia in conferenze stampa, sia in interviste per popolari programmi televisivi, né di come il Partito abbia imposto chiaramente e in termini inequivocabili la totale trasparenza e condivisione delle informazioni riguardanti il virus”.
Questa trasparenza si è chiaramente manifestata con la diffusione della “mappatura genetica” del virus avvenuta nella prima metà di gennaio – che ha permesso di lavorare globalmente da subito sulla creazione del vaccino – e della stretta e fruttuosa collaborazione tra Cina e Organizzazione Mondiale della Sanità in particolare ed in generale con tutti i Paesi che ne hanno fatto richiesta, al di là delle menzogne di Trump e di chi vi si è allineato.
In questo articolo emerge come l’esigenza principale della dirigenza cinese fosse – dopo avere preparato una risposta medica adeguata dai primi giorni di gennaio – “mettere la salute delle persone prima degli interessi economici”, e non gli interessi del “partito del PIL” come è avvenuto nei paesi occidentali tra cui il nostro.
In un sistema sanitario pubblico-privato, come quello cinese, in cui le conseguenze dell’epidemia della Sars nel 2003 hanno fatto fare alla dirigenza una notevole “marcia indietro” rispetto al processo di privatizzazione intrapreso precedentemente – considerate le inadeguatezze riscontrate – il PCC ha assicurato che “Le cure mediche per i pazienti con COVID 19 sarebbero state garantite per tutti e gratuite”.
Allo stesso tempo si è fatto tesoro delle esperienze pregresse sul campo maturate anche grazie al contributo che la Cina ha fornito contro l’Ebola in Africa che è stato primo salto di qualità nell’articolazione della “via della seta della salute”  .
La ricercatrice Chen Wei, è il simbolo di questo impegno su “due fronti” ed ora è in prima fila per la sperimentazione di un vaccino.
Il ruolo del PCC e delle organizzazioni di base ed in particolare dei militanti comunisti – che hanno pagato un caro prezzo in termini di perdite di vite umane – è stato fondamentale. Alla pianificazione “centralizzata” dell’intervento dello Stato si sono unite le capacità dei corpi sociali intermedi – tra cui i “comitati di quartiere”, juweihui in cinese – tali per cui “Il decentramento ha prodotto risposte creative”.
Solo gli improvvisati pennivendoli nostrani, potevano ignorare come la “mobilitazione popolare” sia uno dei tratti distintivi della società cinese contemporanea, dandoci una immagine che reitera gli stereotipi eurocentrici del “dispotismo asiatico” e amenità del genere.
Misure di contenimento “localizzate”, forniture adeguate per il personale sanitario e di medicine per i pazienti, l’assicurazione di cibo e carburante per gli abitanti nella zona del lockdown ed informazioni corrette e scientificamente comprovate sono stati i cardini d’intervento, i 4 punti riportati nell’articolo.
La “localizzazione” della zona del contagio messa in quarantena ha permesso la mobilitazione “nazionale” di personale sanitario e squadre epidemiologiche, incaricate della cura e del monitoraggio della malattia, tenendo conto che già dalla prima metà di gennaio era pronti i kit per i test.
“La velocità di produzione delle attrezzature mediche, specialmente dei dispositivi di protezione per gli operatori sanitari, è stata mozzafiato”, riportano gli autori, citando la crescita esponenziale della loro disponibilità dopo un primo momento in cui scarseggiavano.
Il ruolo delle imprese statali e delle cooperative è stato fondamentale, così come il monitoraggio del governo rispetto alla speculazione sui prezzi, ma anche il settore privato dell’economia ha dato la sua mano.
Al “sostegno finanziario alle piccole e medie imprese; in cambio, le aziende hanno cambiato le loro abitudini per garantire un ambiente di lavoro sicuro”.
Insomma tutto il contrario di ciò che avvenuto qui dove i prenditori chiagne e fotti, hanno generalmente pianto miseria, fatto pressioni per un ritorno alla “normalità” produttiva senza essere in grado di predisporre provvedimenti adeguati in termini di salute.
Un disastro annunciato, altro che ripresa!
Se confrontiamo la qualità della risposta della Cina a quella presa dalla maggior parte dei Paesi Occidentali il paragone appare impietoso, soprattutto se prendiamo in considerazione la disastrosa gestione in Lombardia che come abbiamo più volte ribadito deve essere da subito commissariata .
Quello che abbiamo di fronte è un vero e proprio “scontro di civiltà”, ma non nel senso descritto da chi ha coniato questo concetto, sarà per questo che la produzione seriale di “false informazioni” ed il bashing mediatico contro la Cina occupa gran parte dello sforzo dis-informativo dei media mainstream.
Buona Lettura
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La Cina è stata in grado di utilizzare le sue notevoli risorse – la sua cultura e le sue istituzioni socialiste – per spezzare rapidamente la catena
Il 31 marzo 2020, un gruppo di scienziati provenienti da tutto il mondo, dall’Università di Oxford alla Normal University di Pechino, ha pubblicato un importante studio su “Science”. Questo documento – “Indagine sulle misure di controllo della trasmissione durante i primi 50 giorni dell’epidemia COVID-19 in Cina” – sostiene che se il governo cinese non avesse imposto il blocco totale di Wuhan e non avesse dichiarato l’emergenza nazionale, ci sarebbero stati 744.000 casi confermati di COVID-19 in più, al di fuori di Wuhan. “Le misure di controllo adottate in Cina“, sostengono gli autori, “sono una lezione per gli altri paesi del mondo“.
Nel report di febbraio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo una visita in Cina, i membri della delegazione hanno scritto: “Di fronte a un virus finora sconosciuto, la Cina si è lanciata nello sforzo di contenimento della malattia forse più ambizioso, agile e aggressivo della storia“.
In questo articolo vogliamo descrivere nel dettaglio le misure adottate ai diversi livelli del governo cinese e dalle organizzazioni sociali, per arginare la diffusione del virus e della malattia in un momento in cui gli scienziati avevano appena iniziato a raccogliere dati, e di come hanno lavorato senza un vaccino e neppure un trattamento farmacologico adatto contro il COVID 19.

L’emergenza di un piano

Nei primi giorni di gennaio 2020, la Commissione per la salute pubblica (NHC) e il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno iniziato a stabilire dei protocolli per gestire la diagnosi, il trattamento e i test di laboratorio per quella che allora era considerata una “polmonite virale di origine sconosciuta”.
Il NHC e i dipartimenti sanitari della provincia dell’ Hubei hanno prodotto un manuale per il trattamento che è stato inviato a tutti i presidi sanitari della città di Wuhan il 4 gennaio; lo stesso giorno in tutta la città è stato condotto l’addestramento relativo al trattamento. Per il 7 gennaio il CDC aveva isolato il primo nuovo ceppo di coronavirus, e tre giorni dopo, il Wuhan Institute of Virology (Accademia cinese delle scienze) e altri iniziarono a sviluppare i kit per i test.
Entro la seconda settimana di gennaio si sapeva di più sulla natura del virus, e così iniziò a prendere forma un piano per contenerlo. Il 13 gennaio, il NHC incaricò le autorità della città di Wuhan di iniziare la misurazione della febbre nei porti e nelle stazioni e di ridurre gli assembramenti.
Il giorno successivo, il NHC ha organizzato una teleconferenza nazionale in cui ha avvisato tutta la Cina del virulento ceppo di coronavirus e ha esortato tutti a prepararsi per un’emergenza sanitaria.
Il 17 gennaio, l’NHC ha inviato sette squadre di ispezione nelle province cinesi per addestrare i funzionari della sanità pubblica sul virus e il 19 gennaio l’NHC ha distribuito reagenti agli acidi nucleici per i kit dei test a numerosi dipartimenti sanitari cinesi. Zhong Nanshan, ex presidente della Associazione medica cinese, ha guidato un gruppo di alto livello nella città di Wuhan per effettuare delle ispezioni fra il 18 e il 19 gennaio.
Nei giorni successivi, il NHC ha iniziato a capire come il virus veniva trasmesso e come poteva essere fermato. Tra il 15 gennaio e il 3 marzo, il NHC ha pubblicato sette edizioni delle sue linee guida. Analizzando queste versioni è palese un preciso sviluppo delle conoscenze prodotte sul virus e dei suoi piani di contenimento; i quali includevano nuovi metodi di trattamento, incluso l’uso della ribavirina e una combinazione di medicina cinese e medicina allopatica.
L’Amministrazione nazionale per la medicina tradizionale cinese riferirà alla fine che il 90 percento dei pazienti ha ricevuto una cura tratta dalla medicina tradizionale, che si è rivelata efficace nel 90 percento dei casi.
Il 22 gennaio, era diventato chiaro che il trasporto in entrata e in uscita da Wuhan doveva essere limitato. Quel giorno, l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato ha invitato le persone a non andare a Wuhan, e il giorno successivo la città è stata sostanzialmente chiusa. La triste realtà del virus era ormai diventata chiara a tutti.

Gli atti del governo

Il 25 gennaio, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha formato una task force del Comitato Centrale per la prevenzione e il controllo del COVID 19 nominando due responsabili: Li Keqiang e Wang Huning. Il presidente cinese Xi Jinping ha incaricato il gruppo di utilizzare le informazioni scientifiche più avanzate per formulare le politiche per contenere il virus e di utilizzare ogni risorsa con l’obbiettivo di mettere la salute delle persone prima degli interessi economici.
Entro il 27 gennaio, il vicepresidente del Consiglio di Stato Sun Chunlan aveva costituito una task force nella città di Wuhan per dare forma alla nuova risposta per il controllo del virus. Nel passare dei giorni, il governo e il Partito comunista hanno sviluppato un piano per combattere il virus, che può essere sintetizzato in quattro punti:
1. Prevenire la diffusione del virus mantenendo non solo un blocco nella provincia, ma riducendo al minimo il traffico anche all’interno della stessa. Ciò è stato reso complicato dai festeggiamenti del Capodanno cinese che era già iniziato; le famiglie si sarebbero incontrate e fatte visita e avrebbero frequentato i mercati (questo è il più grande spostamento umano a breve termine, quando quasi tutti gli 1,4 miliardi di cinesi si ritrovano nelle case gli uni con gli altri). Tutto questo doveva essere evitato. Le autorità locali avevano già iniziato a utilizzare le scoperte epidemiologiche più avanzate per tracciare e studiare la fonte delle infezioni e tracciare le vie di trasmissione. Tutto questo è stato essenziale per arrestare la diffusione del virus.
2. Distribuire risorse per gli operatori sanitari, inclusi i dispositivi di protezione per i lavoratori, i letti ospedalieri per pazienti e le attrezzature, nonché medicinali per il trattamento dei pazienti. Ciò includeva la costruzione di centri temporanei per il trattamento, compresi due ospedali completi (Huoshenshan Hospital e Leishenshan Hospital). L’aumento degli screening ha richiesto più kit per i test, che dovevano essere sviluppati e prodotti.
3. Garantire che durante il blocco della provincia, cibo e carburante fossero disponibili per i residenti.
4. Garantire la diffusione al pubblico di informazioni basate su fatti scientifici e non su voci non confermate. A tal fine, il gruppo ha indagato su tutte le azioni irresponsabili intraprese dalle autorità locali analizzando i report dei primi casi fino alla fine di gennaio.
Questi quattro punti hanno definito l’approccio adottato dal governo cinese e dalle autorità locali tra febbraio e marzo. È stato istituito un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo sotto la guida del NHC, con ampia autorità per coordinare gli sforzi per spezzare la catena dell’infezione. La città di Wuhan e la provincia di Hubei sono rimaste sotto blocco virtuale per 76 giorni fino all’inizio di aprile.
Il 23 febbraio, il presidente Xi Jinping ha parlato con 170.000 quadri del Partito comunista, della regione e funzionari militari di ogni parte della Cina; “Questa è una crisi e anche un test importante“, ha detto Xi. Tutto l’impegno della Cina è nella lotta contro l’epidemia mettendo le persone al primo posto, e allo stesso tempo la Cina assicura che la sua agenda economica a lungo termine non venga danneggiata.

Comitati di quartiere

Un ruolo chiave, ma sottostimato, nella risposta al virus è stato rappresentato dall’azione pubblica che definisce la società cinese. Negli anni ’50, le organizzazioni civili urbane – o juweihui – si svilupparono come modo per i residenti nei quartieri di organizzare la loro reciproca sicurezza e il mutuo aiuto. A
Wuhan, mentre andava instaurandosi il blocco totale, i membri dei comitati di quartiere andavano porta a porta per provare la febbre, fornire cibo (in particolare agli anziani) e distribuire dispositivi medici.
In altre parti della Cina, i comitati di quartiere hanno istituito dei blocchi per misurare la temperatura all’ingresso dei quartieri per monitorare le persone che entravano e uscivano; questa è la tutela della salute pubblica di base in modo decentralizzato. A partire dal 9 marzo, 53 persone che avevano lavorato in questi comitati hanno perso la vita, 49 di loro erano membri del Partito Comunista.
90 milioni di membri del Partito Comunista e i 4,6 milioni di organizzazioni di base del partito hanno contribuito a dare forma all’azione pubblica in tutto il paese, in prima linea nelle 650.000 comunità urbane e rurali della Cina.
Gli operatori sanitari che erano membri del partito si sono recati a Wuhan per far parte della risposta medica in prima linea. Altri membri del partito hanno lavorato nei loro comitati di quartiere o hanno sviluppato nuove piattaforme per rispondere al virus.
Il decentramento ha prodotto risposte creative. Nel villaggio di Tianxinqiao, nella città di Tiaoma, nel distretto di Yuhua, a Changsha, nella provincia di Hunan, Yang Zhiqiang, uno strillone del villaggio, ha usato 26 altoparlanti per esortare gli abitanti del villaggio a non spostarsi per il Capodanno e a non cenare insieme. A Nanning, nella regione autonoma del Guangxi Zhuang, la polizia ha usato i droni per trasmettere il suono delle trombe come promemoria per non violare l’ordine del lockdown.
A Chengdu, nella provincia del Sichuan, 440.000 cittadini hanno formato squadre per una serie di azioni pubbliche atte ad arginare la trasmissione del virus: hanno pubblicizzato le norme sanitarie, hanno controllato le temperature, hanno consegnato cibo e medicine e hanno trovato il modo di intrattenere il pubblico, che altrimenti sarebbe rimasto traumatizzato. I quadri del Partito Comunista hanno aperto la strada, riunendo aziende, gruppi sociali e volontari in una struttura di autogestione locale.
A Pechino, i residenti hanno sviluppato un’app che invia avvisi agli utenti registrati sul virus e crea un database che può essere utilizzato per tenere traccia del movimento del virus in città.

Intervento medico

Li Lanjuan fu una delle prime dottoresse ad entrare a Wuhan; ricorda che quando è arrivata lì, i test “erano difficili da ottenere” e la situazione delle forniture era “piuttosto negativa“. “Nel giro di pochi giorni, in città sono arrivati oltre 40.000 operatori sanitari ​​ e i pazienti con sintomi lievi sono stati curati in centri di trattamento temporaneo, mentre negli ospedali sono stati portati i malati più gravi.
Dispositivi di protezione individuale, test, ventilatori e altre forniture sono stati subito inviati nella città e negli ospedali. “Il tasso di mortalità è stato notevolmente ridotto“, ha detto la dottoressa Li Lanjuan. “In soli due mesi, l’epidemia a Wuhan era sostanzialmente sotto controllo.”
Da ogni parte della Cina arrivarono 1.800 squadre epidemiologiche – con cinque persone in ciascuna squadra – per fare sondaggi alla popolazione. Wang Bo, capo di una delle squadre della provincia di Jilin, ha affermato che la sua squadra ha condotto delle indagini epidemiologiche porta a porta che sono state “faticose e pericolose”.
Yao Laishun, membro di una delle squadre di Jilin, ha affermato che nel giro di poche settimane la sua squadra ha effettuato dei sondaggi sull’infezione su 374 persone e rintracciato e monitorato 1.383 contatti stretti delle persone intervistate; questo è stato un lavoro essenziale per localizzare chi si era infettato e aveva bisogno di essere curato e chi, invece, doveva essere isolato perché non aveva ancora presentato sintomi o era risultato negativo.
Fino al 9 febbraio, le autorità sanitarie hanno controllato 4,2 milioni di famiglie (10,59 milioni di persone) a Wuhan; ciò significa che hanno ispezionato il 99 percento della popolazione, un lavoro enorme.
La velocità di produzione delle attrezzature mediche, specialmente dei dispositivi di protezione per gli operatori sanitari, è stata mozzafiato. Il 28 gennaio, la Cina produceva meno di 10.000 set di dispositivi di protezione individuale (DPI) al giorno ma, entro il 24 febbraio, la sua capacità produttiva superava i 200.000 al giorno.
Il 1 ° febbraio, il governo ha prodotto 773.000 kit per il test al giorno; entro il 25 febbraio produceva 1,7 milioni di kit al giorno; a partire dal 31 marzo si producevano al giorno 4,26 milioni di kit per i test. Sotto la direzione delle autorità gli impianti industriali sono stati convertiti per produrre dispositivi di protezione, ambulanze, ventilatori, monitor per gli elettrocardiografi, respiratori, macchine per analizzare i gas del sangue, macchinari per la disinfezione dell’aria e macchine per l’emodialisi. Il governo si è concentrato sull’evitare che ci fossero mancanze di dispositivi medici.
Chen Wei, uno dei principali virologi cinesi che lavorò sull’epidemia di SARS del 2003 ed andò in Sierra Leone nel 2015 per sviluppare il primo vaccino contro l’Ebola al mondo, si è precipitato a Wuhan con la sua squadra. Insieme hanno istituito un laboratorio mobile per fare i test già dal 30 gennaio; il 16 marzo, la sua squadra ha prodotto il primo nuovo vaccino contro il coronavirus ed è stato sottoposto a studi clinici, Chen stesso è stato uno dei primi a essere vaccinato come parte dello studio.

Miglioramento

Chiudere una provincia con 60 milioni di abitanti per più di due mesi e chiudere praticamente un paese di 1,4 miliardi di abitanti non è facile. Comunque, l’impatto sociale ed economico sarebbe sempre stato enorme.
Ma il governo cinese – fin dalle sue prime decisioni- ha ribadito che il contraccolpo economico subito dal Paese non avrebbe limitato la risposta contro il virus; il benessere del popolo sarebbe stato prevalente nella formulazione di qualsiasi strategia politica.
Il 22 gennaio, prima della costituzione della task force, il governo aveva emesso una circolare in cui si statuiva che le cure mediche per i pazienti con COVID 19 sarebbero state garantite per tutti e gratuite.
È stata quindi decisa una politica per il rimborso dell’assicurazione medica: le spese per i medicinali e i servizi medici necessari per il trattamento del COVID 19 sarebbero completamente coperte da un fondo assicurativo, nessun paziente avrebbe dovuto pagare nulla.
Durante il blocco, il governo ha creato un meccanismo per garantire costanti rifornimenti di cibo e carburante a prezzi normali. Le imprese statali come la China Oil and la Foodstuffs Corporation, la China Grain Reserves Group e la China National Salt Industry Group hanno aumentato le loro forniture di riso, farina, olio, carne e sale. La Federazione Cinese delle Cooperative di Approvvigionamento e di Marketing ha aiutato le imprese ad avere un canale diretto con le cooperative di agricoltori; altre organizzazioni, come la Camera di Commercio dell’Industria Agricola Cinese, si sono impegnate a mantenere i rifornimenti e la stabilità dei prezzi.
Il Ministero della Sicurezza Pubblica si è riunito il 3 febbraio per reprimere tentativi di speculazione sui prezzi e l’incetta di rifornimenti; fino all’8 aprile, in Cina gli organi giudiziari hanno indagato su 3.158 casi di reati connessi all’epidemia.
Lo Stato ha offerto sostegno finanziario alle piccole e medie imprese; in cambio, le aziende hanno cambiato le loro abitudini per garantire un ambiente di lavoro sicuro (la Guangzhou Lingnan Cable Company, ad esempio, ha provveduto a creare pause pranzo scaglionate, controllava la temperatura dei lavoratori, si è impegnata a disinfettare periodicamente l’area di lavoro, si è assicurata che i ventilatori funzionassero e ha fornito al personale dispositivi di protezione individuale quali: maschere, occhiali, crema per le mani e disinfettanti a base di alcol).

Lockdown

Uno studio su “The Lancet” di quattro epidemiologi di Hong Kong mostra che il blocco di Wuhan a fine gennaio ha impedito la diffusione dell’infezione fuori dalla provincia di Hubei; “le principali città, Pechino, Shanghai, Shenzhen e Wenzhou” scrivono, ”hanno visto un crollo del numero di infezioni entro due settimane dal blocco parziale”.
Tuttavia, secondo gli studiosi, a causa della virulenza di COVID 19 e dell’assenza di immunità da gregge, il virus potrebbe avere una seconda ondata. Questo preoccupa il governo cinese, che rimane vigile contro il coronavirus.
Nondimeno, luci di festa sono brillate in tutta Wuhan quando il blocco è stato tolto. Il personale medico e i volontari hanno tirato un sospiro di sollievo. La Cina è stata in grado di utilizzare le sue notevoli risorse – la sua cultura e le sue istituzioni socialiste – per spezzare rapidamente la catena.