martedì 10 settembre 2019

Fascisti fuori dai social, momentaneamente

Ci sono notizie che vanno prese con le molle e spiegate per bene nelle loro implicazioni.
Facebook e Instagram hanno deciso di oscurare da ieri i profili social di CasaPound e Forza Nuova, compresi quelli dei loro membri più conosciuti (Iannone, Di Stefano, Fiore, ecc). Il che non può che far piacere a degli antifascisti sinceri.
Ma ci sono ovviamente molti “ma”. Che non c’entrano nulla con la “democrazia”, a cominciare dalla motivazione addotta dal gruppo controllato da Mark Zuckerberg.
“Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”, Quindi, “gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram”.
Come si vede, la decisione non è conseguenza di uno schieramento politico-valoriale (anche se la coincidenza con la fiducia al governo BisConte potrebbe far sospettare una “ostilità postuma” nei confronti del “populismo delle fake news“…), ma di una policy fatta scattare piuttosto tardivamente. Quei profili esistono da anni e la proprietà della piattaforma si era ben guardata dal contestare l’apologia quotidiana di fascismo che grondava da quelle pagine. Portava contatti e pubblicità, quindi poteva benissimo essere tollerata in nome del profitto di impresa.
Facebook, insomma, non è antifascista e non rimuove ora quella merda per questo motivo.
“Diffusione di odio” e “attacchi a persone sulla base di chi sono”, se guardate bene, sono formule così vaghe che lasciano nelle mani della governance aziendale una totale libertà di scelta su chi cancellare e chi no. In via di principio, anche l’antifascismo potrebbe essere considerato una forma di “odio” nei confronti di qualcuno “per quel che è” (un fascista, in quel caso). E come la mettiamo quando “l’odio” viene diffuso per anni da un parlamentare, un ministro dell’interno o addirittura dal presidente degli Stati Uniti?
Del resto, le piattaforme social non sono uno “spazio pubblico”, ma un “cortile privato” dove chiunque può esporre quasi qualsiasi cosa finché torna a vantaggio dell’azienda. Quando qualcosa o qualcuno diventa – per qualsiasi motivo – dannoso per i profitti attuali e futuri, viene cancellato.
Altra cosa è uno Stato, istituzione pubblica per eccellenza, che dovrebbe invece muoversi sulla base di un patto costituzionale – che determina nel lungo periodo cosa è ammissibile e cosa no – e di un codice penale, più variabile nel tempo, che stabilisce cosa è reato e cosa no.
La logica dell’istituzione pubblica è insomma l’esatto opposto della policy privata. Prescrive un quadro di regole rese note a tutti i membri di quello Stato, presenti o futuri, e sanziona ciò che espressamente vieta. E’ frutto (teoricamente…) di un equilibrio collettivo, non del dispotismo di un cda.
La ricostituzione del partito fascista e l’apologia di fascismo sono espressamente vietate dalla Costituzione italiana e da alcune leggi (quella Mancino è la più esplicita). Ma i governi italiani, tutti, si sono ben guardati dall’applicare Costituzione e leggi. Peggio ancora hanno fatti i corpi di polizia e quasi tutta la magistratura, sulle cui scrivanie spesso compaiono busti o foto del “duce”, consentendo così a un discreto numero di gruppuscoli fascisti di esistere, propagandare, presentarsi alle elezioni, spacciare droghe ideologiche e chimiche, pestare avversari politici e immigrati, ecc.
Insomma: sarebbe stato logico, anzi doveroso, che fosse la polizia, su ordine della magistratura, a chiudere non solo i profili social, ma anche le sedi politiche, perseguendo penalmente i membri di quelle organizzazioni.
Invece abbiamo ora questa curiosa situazione: fascisti dichiarati che hanno momentaneamente perso alcuni degli strumenti di propaganda online (ci metteranno poco a crearne di nuovi, non ci vuole poi molto…), ma che possono fare le vittime sulla scena politica pubblica – erano ieri in piazza con Salvini e Meloni, con tanto di saluti romani, che sono reato – e continuare ad appestare il clima politico di questo paese. Con la complicità di polizie, magistratura e tutti i partiti parlamentari, di governo o di ex governo.
Non c’è insomma da gioire più di tanto per la decisione di Facebook e Instagram, perché identiche – ma meno note – decisioni colpiscono spesso antifascisti e antimperialisti di mezzo mondo (i più tartassati sono i solidali con i palestinesi, non a caso). E anche nel funzionamento quotidiano delle pagine social ogni antagonista potrà notare “stranezze”, rallentamenti, sparizioni di contatti, diradamento improvviso del traffico, ecc.
Che significa tutto ciò? Che la “difesa della libertà”, o addirittura della “democrazia”, non può davvero essere fatta da una multinazionale privata che bada solo ai propri conti e – in funzione di questi – alla propria immagine. Sarebbe peraltro una contraddizione in termini che una struttura gerarchica quasi monarchica – Zuckerberg è amministratore delegato e “azionista di riferimento” – avesse a cuore la libertà altrui…
Ma il dato peggiore è un altro. Certo la presenza sui social è un potente vettore di propaganda politica, di diffusione di un “senso comune”, di modi di pensare. Ma se – come avviene – l’agibilità politica dei fascisti non viene interdetta dallo Stato o dagli antifascisti, quella diffusione continua. Anzi, si nutre di questi piccoli “divieti privati” che ne ingigantiscono le pretese di “alterità rispetto al sistema”.

lunedì 9 settembre 2019

Tassi negativi, le banche vorrebbero rifarsi sui conti correnti

In filosofia, quando si incontra un paradosso, scatta immediatamente la curiosità, perché indica l’esistenza e il manifestarsi di una contraddizione. In economia neoliberista, si fa invece finta di niente, ma qualcuno comincia a preoccuparsi, sia pure con toni molto pacati.
Il paradosso della finanza internazionale, da qualche tempo a questa parte, è il denaro che non rende. Ce ne siamo occupati, fin qui, per indicare l’esistenza ormai innegabile di una crisi sistemica, in particolare del capitalismo occidentale. Ma quando si parla in termini sistemici, o generali, il rischio è sempre che non si capiscano o si vedano le implicazioni per la vita quotidiana di tutti noi.
Vediamo quindi cosa comincia a significare il paradosso dei tassi di interesse negativi, introdotti dalla Banca Centrale Europea sui depositi che le banche private lasciano nelle casse di Francoforte. L’intenzione di Mario Draghi, che sta per essere sostituito da Christine Lagarde, era di “convincere” le banche a prestare quei soldi – a famiglie e imprese – in modo da stimolare investimenti, consumi, ecc. Insomma, a far muovere di più l’economia reale.
Questo non è avvenuto, perché l’incertezza sul futuro sconsiglia investimenti rischiosi (le imprese possono fallire, i capifamiglia possono essere licenziati, quei prestiti possono non tornare in cassa), e dunque molti “investitori istituzionali” hanno preferito una perdita certa ma minima (lo 0,40%) ad una forse superiore. In ogni caso di guadagni neanche l’ombra.
Il meccanismo si è poi trasferito sui titoli di Stato, a cominciare da quelli dei paesi più solidi (Germania e Olanda, nell’eurozona). Con grande beneficio per i conti pubblici di quei paesi (invece di pagare interessi sul debito pubblico ci guadagnano qualcosa), ma anche qui con perdite per le banche, soprattutto quelle tedesche.
Ma che una banca privata possa accettare a lungo di perdere soldi sui prestiti, anziché guadagnarci, è impensabile. Così proprio in Germania è partita una discussione davvero hard: le banche vogliono applicare tassi negativi su tutti i propri clienti.
Cosa significa? Che chiunque abbia un conto corrente – è obbligatorio per depositare lo stipendio, come sappiamo – potrebbe esser costretto automaticamente a “regalare” qualcosa alla sua banca, in aggiunta alle spese che già sostiene per la movimentazione del conto.
Non proprio una mossa popolare, diciamo. Tanto che persino il governo tedesco ha pensato bene di intervenire per bloccare questa ipotesi, scatenando le ovvie proteste delle banche che ritengono incostituzionale il divieto di rivalersi sui correntisti.
E’ evidente che un meccanismo si è inceppato. Non si è mai visto nella storia umana – anche prima del capitalismo, do you remember Shylock?  – che un prestatore di denaro debba prevedere una perdita sicura, oltre al rischio di non vedersi restituire la somma prestata.
Ma il dibattito tra economisti liberali ancora non affronta il cuore del problema, preferendo dilettarsi sull’”effetto reddito” e l’”effetto sostituzione”. Se sai che dal conto corrente spariranno comunque un po’ di soldi potresti essere tentato di spendere di più (effetto reddito) per farlo deprezzare il meno possibile; oppure potresti essere indotto a non spendere più (effetto sostituzione) per non aggravare la situazione.
In attesa che gli economisti teorici risolvano i loro dubbi, i clienti potrebbero cominciare a correre in banca a ritirare i propri soldi per metterli sotto il materasso. Con effetti davvero devastanti per il sistema. E  tanti saluti per il “ritorno alla normalità e alla crescita”.
E’ in fondo l’ennesimo paradosso: le politiche monetarie ultra-espansive che dovevano facilitare la ripresa dell’economia si trasformano lentamente in un ulteriore fattore di freno. Perché il paradosso è sempre apparente, mentre la crisi invece è reale.

venerdì 6 settembre 2019

Politica estera? Di Maio non potrà fare peggio degli altri

In questi ultimi due giorni ho letto con vivo interesse i tanti post di indignazione/rabbia/sdegno pubblicati qui su Facebook per la nomina di Di Maio come ministro degli Esteri. Molti erano ironici, divertenti e arguti. Altri, purtroppo, erano di stampo più o meno velatamente classista ed elitari, emblematici del perché una certa “sinistra” non ha alcuna credibilità presso le classi popolari.
L’indignazione generale mi ha stupito e per un attimo ho pensato di vivere in un Paese differente dove la politica estera è un pilastro del fare politica, non una brutta parola da non pronunciare mai. Poi ho navigato brevemente sui principali quotidiani e mi sono fortunatamente subito rasserenato: è il vostro stupore che stona.
Perché, infatti, indignarsi per la nomina dell’inutile e incapace di Maio quando gli Esteri in Italia non contano nulla? Perché tutto ad un tratto questo risveglio e sussulto di dignità? Chi, come me (e chi molto meglio di me) nel piccolissimo prova a raccontare di Esteri in Italia soffre di una profonda solitudine: sembriamo un circolo di poveri sfigati che ci raccontiamo cose che non interessano a nessuno. Sembriamo un po’ quelli degli alcolisti anonimi, ma nessun regista o scrittore ha mai costruito qualche trama o film di successo su di noi. Gente bizzarra che parla di cose astruse, quasi come se il nostro soggetto fossero uomini e donne provenienti da un altro pianeta lontano da noi anni luce.
Un senso di solitudine confermato dai fatti: nei dibattiti politici delle elezioni del 4 marzo, nessuna forza politica – ad esclusione un po’ di Potere al Potere – è mai uscito dai confini italiani. Non è stato un tema affrontato perché non interessa a nessuno, in questo Paese non porta voti. Questo innanzitutto per colpa dei media mainstream che parlano di questioni al di fuori dei confini italiani (soprattutto extraeuropei) senza un minimo di conoscenze riempiendoli spesso di stereotipi e orientalismi, non facendo alcuna analisi politica ma al massimo limitandosi a raccontare “storie” decontestualizzate. E, soprattutto, riportando pedissequamente le posizioni del governo americano (e israeliano): pensiamo a come è trattata la questione palestinese e la guerra che tanto vorrebbero Israele e gli Usa contro l’Iran; pensiamo a come ci è stato descritto il golpe (fallito per ora) in Venezuela voluto da Washington che ha spinto per settimane quasi l’intera stampa italiana a esaltare quel farabutto di Guaidò. Per non parlare di come viene trattata la Corea del Nord e i racconti ridicoli (o sono barzelette?) sulle malefatte del suo panzuto presidente.
Gli Esteri in Italia vengono costantemente violentanti: la battaglia dei curdi del Rojava contro l’Isis è apparsa per la prima volta mainstream soltanto quando una combattente assomigliava ad Angelina Jolie (ovviamente anche le altre combattenti sono state descritte negli anni più per le loro “belle” forme fisiche che per le loro idee, non sia mai!)
I media mainstram non trattano con piacere di argomenti esteri. E, quando ne parlano, usano questi termini perché il bacino di lettori, radioascoltatori e spettatori televisivi vuole questo. Un giorno un mio amico sintetizzò la questione perfettamente: “Parli di cose strane, lontane ma che ce ne fotte con i problemi che abbiamo? Sii serio eddai”. Poco importa, tra l’altro, che lo stesso mio amico qualche mese dopo sarebbe stato seduto come tante centinaia di migliaia d’italiani con le chiappe nell’acqua nella vicinissima Djerba pensando di andare a Sharm e, perché no?, farsi un salto prima o poi a Gerusalemme. “Sono paesi lontani, che ce ne fotte? Sii serio”.
Di Maio è pericoloso, ignorante e incapace, avete ragione. Ma alzi la mano chi di voi conosce la voce e la faccia del suo predecessore. Quanti ricordano il suo nome? Forse il sig. Milanesi aveva il curriculum che voi tanto cercate eppure di questa figura anonima che ha riscaldato solo la sedia alla Farnesina (come ricordare la sua inutilità sulla questione libica “a noi vicina” con Serraj e Haftar che lo hanno perculato in più occasioni?) ricordo benissimo quando, arrestato lo street artist napoletano Jorit, definì come “Israele” i Territori Occupati palestinesi buttando nel cesso con una frase nozioni basilari del diritto internazionale (che pure sembra possedere visto il suo bel curriculum).
Negli ultimi 20 anni, vado a memoria, abbiamo avuto agli esteri Frattini, Gentiloni, Mogherini, Terzi. Persino Angelino Alfano (Angelino, vi rendete conto?) eppure nessuno si è indignato. Ed hanno fatto disastri in giro per il mondo sostenendo le politiche imperiali di Usa e Israele (in più casi anche in prima linea). Appoggiando finanche gruppi di “ribelli” siriani, salvo poi scoprire grazie anche agli ammonimenti dell’Onu che erano barbuti qaedisti (cioè i nostri acerrimi nemici). Ma forse usavano bene il present perfect, sapevano usare il congiuntivo e sì, nella loro vita da giovinastri, non facevano lavoretti.
Di Maio si inserisce in questa lista di pericolosi incapaci. E’ il vecchio che cammina e che continuerà a fare danni per la popolazione mondiale (meno male che l’Italia conta veramente poco). Non ci dovremmo indignare per la sua nomina, ma per il poco spazio (e il cattivo servizio) che viene dato a tutto ciò che ci viene dal di fuori. Ci dovremmo ribellare al fatto che nessun partito politico tratti nei suoi programmi in modo chiaro e netto i temi mondiali di geopolitica. Il resto è solo un corollario.
In questo livello medio basso culturale, a fronte del bassissimo livello culturale del mondo politico italiano, Di Maio è perciò l’uomo perfetto. Il miglior rappresentante del peso (zero) che diamo agli Esteri.
Giggino, a te da oggi l’onore di umiliare ancora di più questo bellissimo e nobile ramo della politica.

giovedì 5 settembre 2019

Il Labour deve chiarire che rispetta il risultato della Brexit se vuole vincere le elezioni

La prevista sospensione del Parlamento da parte di Boris Johnson ha prodotto molta rabbia e mobilitazione, sulla base del fatto che si tratta di un attacco alla democrazia.
Ed è vero che, se riesce a cavarsela, è improbabile che si fermi qui.
Come ha scritto il Segretario alla Giustizia ombra del Labour, Richard Burgon, in Morning Star di ieri, Johnson vuole “imporre un modello economico ancora più neoliberista sulle spalle della maggioranza”.
E a Manchester, Jeremy Corbyn ha accusato Johnson di essere pronto a “ballare al ritmo” di Donald Trump per ottenere un accordo commerciale post-Brexit con gli Stati Uniti.
Tuttavia, deve essere riconosciuto che la proroga, sebbene fatta per i propri fini, è stata resa possibile dall’azione antidemocratica della maggioranza dei parlamentari negli ultimi tre anni nel frustrare l’esito del referendum del 2016.
C’è un elemento di ciò che Naomi Klein ha definito la “dottrina dello shock” nella proroga, le minacce contro i ribelli Tory e il lancio della campagna “Get Ready for Brexit” del governo.
Hanno lo scopo di creare uno slancio che è inarrestabile e di segnalare che chiunque ostacolerà la Gran Bretagna pronta a lasciare l’UE il 31 ottobre verrà messo da parte. Ciò vale tanto per i negoziatori dell’UE quanto per gli avversari nazionali.
Johnson afferma che la brigata “anti-no-deal” sta minando le sue possibilità di ottenere concessioni dall’UE, in particolare per il sostegno irlandese. Ma non è affatto chiaro se la sua strategia funzionerà.
L’aritmetica parlamentare è tale che i ribelli Tory potrebbero unirsi a Labour nei Comuni questa settimana, per prendere il controllo dell’agenda e forzare attraverso un disegno di legge che impone un ulteriore rinvio della Brexit.
E per quanto riguarda i negoziatori dell’UE, il loro capo, Michel Barnier, ha rifiutato di spostarsi dal backstop, affermando che “è la massima flessibilità che l’UE può offrire a uno Stato terzo”.
La posizione dell’UE è che parte o tutto il Regno Unito deve rimanere nell’unione doganale dell’UE, il che ovviamente nega il risultato del referendum.
Tuttavia, finora la Gran Bretagna non ha presentato nuove proposte al backstop, quindi ci si domanda se Johnson voglia davvero un accordo.
La recente proposta di “doppia autonomia”, di due accademici non britannici e dell’ex funzionario europeo Sir Jonathan Faull, merita considerazione.
Qui, anziché i controlli doganali alle frontiere, il Regno Unito e l’Irlanda si assumono la responsabilità di sorvegliare i propri esportatori, facendo sì che l’esportazione consapevole di merci non conforme alle normative sul territorio dell’altro sia considerata un reato.
Morning Star ritiene che il risultato del referendum deve essere rispettato e la Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’UE il 31 ottobre, con o senza un accordo.
Tuttavia, in quest’ultimo caso, ci saranno sicuramente problemi, in particolare per quanto riguarda la fornitura di alimenti freschi e medicinali, nonostante le affermazioni contrarie di Michael Gove.
Metà del cibo britannico viene importato e il 30% proviene dall’UE, più un altro 11% da paesi extra UE nell’ambito degli accordi commerciali dell’UE.

mercoledì 4 settembre 2019

BisConte, rinasce un governo “europeista

Rousseau (la piattaforma) ha dato il placet al nuovo governo Conte. Come previsto da tutti, perché certe operazioni non possono davvero essere lasciate all’incognita delle “opinioni” di iscritti che sono verificati fino ad un certo punto.
Passiamo così dal tre governi in uno dell’esperienza gialloverde al due governi in uno di questa, gialloblu, che si aprirà ufficialmente nella giornata di oggi.
Spariti i maneggioni-pasticcioni della Lega, restano infatti gli uomini di fiducia dell’Unione Europea e una pattuglia di Cinque Stelle che hanno ormai ben compreso chi e soprattutto come comanda anche in questo paese. Se volessimo essere cattivi, dunque, dovremmo dire che si tratta di un “governo e mezzo”. Del resto, lo spread in discesa a 150 punti non lascia dubbi sul “gradimento” degli investitori internazionali per la nuova formula.

Per dare un giudizio completo dovremo attendere la lista dei ministri, ma le caselle fondamentali sono sempre quelle dell’economia. Per sostituire Tria girano i nomi di Roberto Gualtieri e Salvatore Rossi. Il primo, docente di storia, ex dalemiano di ferro, ha solidi raporti a Bruxelles e dintorni; Repubblica lo sostiene a spada tratta e questo è già un giudizio. Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, garantisce più competenza tecnica e altrettanti buoni rapporti, anche con Francoforte, sponda Bce, dove l’ormai imminente ingresso della disastrosa Christine Lagarde (ultimo suo “successo” il terzo default argentino) solleva inquietudini per tutti i paesi che on si chiamino Francia e Germania.
In entrambi i casi, si sente la mano di Mattarella, che sorveglia la formazione di un esecutivo che non si discosti mai – nemmeno a parole (e più di quelle Salvini non ha mai usato) – dalla linea ufficiale dell’Unione.

Si potrebbe ironizzare a lungo sull’autoinvestitura di Luigi Di Maio agli esteri. Il meno che si possa dire è che finalmente frequenterà di un corso di formazione di alto livello, che potrà garantirgli un futuro anche dopo la non felice stagione da leader pentastellato.
Il resto segue. Il “programma” consegnato alle votazioni si è gonfiato fino a contenere 26 punti, tutti molto generici e “declinabili” in diversi modi (come si è visto del resto con “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”). Il salario minimo è nella lista, anche se Pd e sindacati complici storcono il naso (come e forse più della Lega), e dunque è prevedibile un percorso travagliato. Così come la “ridiscussione delle concessioni autostradali”, visto che il Pd non è certo meno filo-Benetton dei leghisti…
Sul piano “strategico” – se si può usare questo termine per la poltiglia che viene chiamata “classe politica italiana” – il nuovo esecutivo promette di cancellare l’anomalia emersa nell’ultimo decennio, ossia un movimento confusionario ma capace di raccogliere buona parte del malessere sociale, sulla base di pochi ma incerti “princìpi”. Che infatti sono spariti strada facendo, a parte ovviamente “la piattaforma”, ridotta ormai a feticcio bonario cui affidare la conferma delle scelte fatte dal gruppo dirigente.
Questa “riduzione della complessità” nell’offerta politica lascia intravedere il ritorno al maleodorante bipolarismo obbligato, con conseguente annullamento della dialettica politica (“stai con Tizio o contro di lui?”).
Tanto più che “la sinistra” di fatto entra a far parte dell’esecutivo… LeU, praticamente scomparsa subito dopo il 4 marzo e annichilita dalle elezioni europee, è “risorta” grazie ai suoi pochi parlamentari, indispensabili per raggiungere la maggioranza al Senato. E visto che alle europee avevano fatto lista comune con Rifondazione, per quest’ultima sarà difficile presentarsi credibilmente come “opposizione”. Tanto più che il segretario aveva esplicitamente fatto appello perché nascesse l’alleanza gialloblu (niente è più pericoloso dei desideri che si avverano, pare…).
Il campo dell’opposizione nel paese resta dunque quasi esclusivamente in mano alle destre (Lega, berlusconiani e meloniani), che però dovranno risolvere il prima possibile il problema della leadesrship. Avere come “capitano” in tizio capace di perdere una mano di poker pur avendo quattro assi in mano non sembra una garanzia…
Dal nostro lato c’è Potere al Popolo e un pulviscolo di situazioni di “resistenza puntuale” che non riescono da anni a fare massa critica. La scommessa resta quella di mettere in moto un processo di mobilitazione sociale con chiare indicazioni “di programma” e scadenze ampiamente unitarie.
Ma il tempo stringe. Il conflitto politico, infatti, non perdona chi si se ne tiene lontano troppo a lungo…

martedì 3 settembre 2019

Quattro passi nel delirio preparano il bisConte

Non ci sono parole. Da decenni osserviamo le contorsioni della inconsistente classe politica italiana, ma dobbiamo ogni volta constatare che il degrado peggiora di mese in mese, come le metastasi di un tumore incurabile.
Per chi ha una qualche memoria delle crisi più complicate della “prima” e “seconda” repubblica, la situazione oggettiva appare abbastanza semplice. Una coalizione di governo si è rotta per decisione di un chiacchierone da palcoscenico persuaso, nell’autoesaltazione da spiaggia, di poter fare rubamazzo e ottenere i mitici “pieni poteri”. Il che già indica non aver capito affatto quanto il potere vero non risieda nelle stanze dei bottoni di Palazzo Chigi, ma nelle asettiche suite della borghesia finanziaria multinazionale e in quelle altrettanto impenetrabili dell’Unione Europea.
Data una realtà parlamentare “tripolare”, gioco forza le altre due formazioni politiche erano obbligate a trovare un accordo per evitare elezioni anticipate. Il mitico “programma”, una volta usciti i fantasiosi maneggioni leghisti, si riduceva all’ordinaria amministrazione di una regione sottoposta a controllo ferreo (la struttura della legge di bilancio, peraltro resa meno drammatica dalle risorse extra derivanti da entrate fiscali e risparmi su “quota 100” e reddito di cittadianza).
Dunque ci voleva veramente poco per “trovare la quadra” sulla minutaglia che resta liberamente disponibile per nutrire un briciolo di clientele e promesse elettorali depotenziate.
E invece abbiamo assistito a un delirio in diretta televisiva, tra un Di Maio più stordito del solito che moltiplicava “punti di programma” come pani e pesci d’aprile per poter restare “vice-premier”, e un Pd squassato dalle incomposte ambizioni dei singoli cacicchi (renziani in testa).
Tutto rientrato, pare, grazie alle paure di gruppi parlamentari terrorizzati dalla disoccupazione incipiente e alla “sapienza” dei pochi terminali intelligenti del potere vero (di cui sopra). I quali hanno facile gioco nello stemperare asprezze che sanno poter essere solo verbali, visto che alternative non ce ne sono.
Nel delirio, in particolare sul “toto-ministri”, qualche buontempone ha fatto circolare il nome persino di Luciano Vasapollo, docente di economia alla Sapienza di Roma, saldamente marxista e militante dell’Usb, che in passato – quando parte dei Cinque Stelle ipotizzava l’uscita dall’Unione Europea e dall’euro – era stato invitato come relatore in alcuni convegni sul tema. Interpellato, Luciano ci ha riso sopra, ricordando invece che “questo è un governo che non quindisarà certamente amico dei lavoratori, bensì attento alle ‘ragioni’ delle imprese e del capitale, dimenticando che io sono un marxista e milito nel sindacato USB, che è rimasto l’unico a difendere i lavoratori”. E che “Cuba e Venezuela sono i governi che difendono queste istanze e certo una componente del Conte bis; il Pd, non li appoggia”.
Un dettaglio ci sembra rivelatore: l’insistenza del cosiddetto “capo politico” dei Cinque Stelle su “i decreti sicurezza non si toccano”, come fossero stati una sua creatura anziché del suo succhiavoti, Salvini. E’ un dettaglio che indica non solo confusione, ma l’assoluta ed anche inutile strumentalità, anche perché su quel tema non è che si possa pensare di trovare “resistenza umanitaria” nel Pd di Minniti & co.
“La politica” ridotta a mucillagine in perenne fermentazione non merita di essere narrata minuto per minuto, come fanno disperatamente i media mainstream, perché lo sbocco è individuabile solo guardando al ”contenitore” – europeo ed atlantico – dentro cui scorre. Un po’ come avviene per la pioggia, che si incanala a seconda della conformazione del suolo, raccogliendo scorie e liquami d’ogni tipo, viaggiando verso il mare.
Segnaliamo però all’attenzione dei compagni la fine ingloriosa della stagione dell’”antipolitica populista”, quella “né di destra né di sinistra”, perciò assolutamente priva di idee-guida, visioni del mondo, progettualità di almeno medio periodo, e quindi rapidamente ridotta ad ambizioni personali, opportunismi, furbizie e menzogne da sottobosco amministrativo.
Del resto, se la struttura economica del capitalismo occidentale vive da oltre un decennio nella “stagnazione”, se la volontà delle popolazioni dei diversi Stati non può e non deve trovare risposta, come potrebbe “la politica” essere qualcosa di più che pura recitazione per un quarto d’ora di notorietà?

venerdì 30 agosto 2019

Altro giro, altro Conte, stesso ristagno

Tutto secondo logica e copione scritto nei cieli. Giuseppe Conte risale al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, mettendo insieme Cinque Stelle e Partito Democratico.
Sul piano strettamente istituzionale, non fa una piega. Nel Parlamento eletto il 4 marzo 2018 ci sono sostanzialmente tre formazioni di minoranza e l’unico governo possibile vien fuori dall’accorpamento di due di queste, tenendo conto che i Cinque Stelle hanno una notevole maggioranza relativa che impedisce soluzioni che li escludano (anche se Pd e Lega si somigliano più di quanto non si voglia ammettere).
Al primo tentativo sono state Lega e Cinque Stelle a formare una coalizione fortemente mostruosa, ora si prova con l’altra soluzione. La cosa più difficile è stata ed è farla digerire a “capi politici” (sia del Pd che grillini) che avevano costruito il proprio “nemico giurato” nella forza che ora devono sposare per forza. Basti guardare a quei poveretti di Repubblica, costretti per setimane da un lato ad appoggiare il tentativo e dall’altra “obbligati” a proseguire il bombardamento cui Cinque Stelle decsritti come “antisistema” (anti UE, anti euro, filocinesi, ecc) nonostante ogni evidenza contraria.
Se non si voleva andare alle elezioni immediatamente questo era l’unico governo politico possibile, altrimenti se ne faceva uno di “garanzia elettorale”, incaricato di firmare la legge di stabilità (che tanto viene strutturata nei fondamentali dalla Commissione UE) e di gestire in modo un po’ meno ad personam lo svolgimento delle elezioni (con Salvini ministro dell’interno, dunque padrone della macchina di raccolta dei risultati, ogni sospetto di brogli sarebbe stato legittimo e impossibile da allontanare).
Ma il piano istituzionale non esaurisce il problema politico. Il rapporto tra “partiti” e popolazione è ai minimi termini, la credibilità dei “leader” sale e scende in un attimo, la “comunicazione” ha sostituito le differenti visioni del mondo (sciolte nel “pensiero unico neoliberista”) e favorito la ricerca ossessiva dello slogan di facie presa e zero durata.
Questo governo, dunque, è come gli altri formalmente legittimo e popolarmente non credibile. Dà tregua, togliendo qualche megafono ai leghisti (I grandi media, specie televisivi, sono lestissimi a seguire il carro del vincitore momentaneo), e dunque garantisce qualche mese di ordinaria amministrazione, senza strilli generali sull’”invasione”, i “porti chiusi”, gli inviti al pogrom contro immigrati e rom.
Ma non risolve niente. Le dinamiche che vanno devastando il corpo sociale restano tutte attive, e la mancanza di soluzioni non potrà che agevolare il compito dei guastatori. Anche perché i Di Maio, gli Zingaretti e tutto il codazzo delle seconde linee (Renzi, Calenda, Di Battista, ecc) non riesce proprio a nascondere la propria piccineria, l’ansia di proganismo, stile “mi si nota di più se dico questo o quest’altro”. Aumentando l’antica certezza che “quelli lassù” a tutto pensano meno che a diminuire I problemi della maggioranza delle figure sociali.
La stessa Lega, che alzerà i toni proporzionalmente alla restrizione ddegli spazi televisivi, è fortemente deflazionista sul piano interno. Voleva e vuole ripristinare le “gabbie salariali”, con stipendi differenziati per aree e regioni (più bassi comunque al Sud), impedire l’approvazione di qualsiasi salario minimo (e dunque protrarre il semischiavismo dei salari a 2-3 dollari l’ora, come per riders e braccianti di qualsiasi nazionalità), favorire in ogni modo le imprese e i ricchi (flat tax, taglio dei contributi previdenziali in busta paga per dare l’impressione di “aumenti salariali” finanziati con la riduzione delle entrate e dei servizi sociali), tagliare la spesa sanitaria in dimensioni drastiche (la battuta di Giorgetti sull’inutilità dei medici di base è indicativa).
Ma le prime indiscrezioni sulle caratteristiche della “manovra” di fine anno, in via di concertazione tra i nuovi soci di governo, non si discosta molto dalle linee che anche la Lega condivide. Giusto un po’ più di “reddito di inclusione” camuffato da “reddito di cittadinanza” (spiccioli, in termini assoluti), per fare vedere che ci si preoccupa dei più poveri (che dalla flat tax non avrebbero nessun vantaggio). Propaganda, insomma, che accompagna le cose più importanti e meno pubblicizzate.
C’è da bloccare ancora una volta l’aumento automatico delle aliquote Iva, e in genere questo significa taglio ad altre spese, oppure un aumento delle entrate fiscali. Da questo punto di vista il prossimo ministro dell’economia potrà contare sul un discreto pacchetto di miliardi derivante dall’entrata in vigore della fatturazione elettronica che, pur non essendo inaggirabile, ha comunque tagliato via un bel po’ di evasione dell’Iva. Almeno setto-otto miliardi, secondo le stime del ministro Tria, che consentirebbero a qualsiasi governo di limitare interventi brutalissimi su altri capitoli di spesa.
Altri miliardi sono disponibili per i minori esborsi relativi a “quota 100” e reddito di cittadinanza. Quindi un po’ meno lacrime e sangue, ma comunque una manovra dura che il prossimo anno peserà sulla popolarità anche di questo esecutivo.
Dei “tre governi” in uno – Lega, grillini, Unione Europea – è rimasto in pedi soltanto quello con una solida base di potere alle spalle e con un “programma” da cui non si può prescindere. Il prezzo maggiore lo paga l'”alternativa farlocca” incarnata per qualche anno da i Cinque Stelle, passati nel giro di appena diciotto mesi dal “non faremo governi insieme a nessuno” all’aver fatto governi con tutti, senza naturalmente cambiare assolutamente nulla.
Il problema dell’alternativa a questa rappresentanza politica – tutta – resta immutato, ma se non altro sono state bruciate molte cazzate diventate “senso comune” anche in certi ambiti “di sinistra” (l’antipolitica, “uno vale uno”, la “democrazia in rete”, “ognuno dice la sua”, “destra e sinistra non esistono più”, ecc). La breve stagione di successo dei grillini mostra che si può rompere lo schema del “bipolarismo obbligato”, cui il nuovo governo Conte oggettivamente riconduce. Sta a noi dare risposta a una domanda sociale che resta inevasa.
La destra per ora fa mostra di indignazione, ma è probabilmente già iniziato lì dentro il processo di giubilazione di Salvini e la caccia a un nuovo “leader” (che sia ovviamente un “bravo comunicatore”). Perché – almeno a noi – sembra impossibile tenersi un “genio” capace di mandare in fumo un capitale di potere e consenso delle dimensioni di cui era arrivato a godere il Secondo Matteo.
Tutto come al solito, insomma. Il lento declino determinato dall’adesione ai trattati europei proseguirà senza scossoni troppo forti, come rane che si adeguano alla temperatura dell’acqua nella pentola, fino a ritrovarsi bollite.