lunedì 17 giugno 2019

C’è confusione al gran ballo di Bruxelles

Ci hanno dato gli otto giorni”… Quando i rapporti di lavoro erano un po’ meno schiavistici di oggi – ti mandano un sms, al massimo – questa frase significava licenziamento. Se invece gli otto giorni sono dati dalla Commissione Europea a un paese, l’Italia per esser chiari, la questione è parecchio più complessa.
Tutti i giornali mainstream parlano della “procedura di infrazione” che potrebbe essere comminata al nostro paese, ma ben pochi si azzardano a spiegare di che tipo di procedura si tratta e soprattutto cosa comporta. Per non dire del silenzio assoluto sul contesto economico e militare globale in cui questa discussione avviene.
La Commissione chiede immediatamente – entro il prossimo fine settimana, appunto – di sapere in che modo il governo gialloverde intende coprire la differenza tra il deficit a 2,2-2,2 maturato negli ultimi mesi e il 2,04 scritto della “legge di stabilità” approvata a Capodanno. Altrimenti darà l’avvio a una procedura di infrazione per debito pubblico eccessivo.
La sproporzione tra le due cose (uno sforamento dello zero virgola, equivalente al massimo a meno di 3 miliardi, e la messa sotto controllo europeo dei conti pubblici italiani da qui all’eternità per riportare quel 132% a livelli compatibili con i parametri di Maastricht) è talmente evidente, ad occhi esperti, da risultare poco credibile. E’ come sanzionare con la pena di morte il furto di una mela (e c’è gente, in qeusto disperante paese, che non ci troverebbe nulla di strano, ormai…).
Per capirci qualcosa di più abbiamo cercato su molte e diverse fonti, trovando ancora una volta aiuto nell’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza.
La complessità della partita che si va giocando in questi mesi, dopo le elezioni europee, è sicuramente alta, e viene fotografata con la solita perizia. Stupisce, però, sinceramente vedere tutti questi tecnoburocrati indaffaratissimi per posizionare certi uomini in certi incarichi e scegliere le poltrone che fanno più gola a questo o quel paese, mentre fuori dell’Unione Europea e sopra l’Europa si addensano nubi che definire tempestose è un eufemismo.
Senza alcuna pretesa di completezza, tra gli articoli pubblicati oggi ci sentiamo di dover segnalare quello di Martin Wolf e quello del nostro Fabrizio Poggi. Segnalano smottamenti economici e geopolitici di  dimensione planetaria e portata storica, soprattutto dalla dinamica terremotante il “buon vecchio mondo antico” in cui appaiono vivacchiare i benvestiti tecnoburocrati e tutte le cancellerie europee.
C’è confusione, al gran ballo di Bruxelles. L’orchestra suona, le piccole cospirazioni si intrecciano, si ragiona su come trar profitto dalle crisi dei più deboli a bordo, ma la nave non tiene il mare.
*****
La procedura di infrazione a carico dell’Italia per debito eccessivo, che potrebbe essere formalizzata il prossimo 9 luglio, va inquadrata nel contesto delle negoziazioni che cercano di ridefinire gli equilibri europei. E’ un gran ballo, quello che si sta svolgendo a Bruxelles, con un insolito attivismo da parte di una Commissione in disarmo. C’è davvero di tutto: dalle debuttanti ai vecchi marpioni, con fidanzamenti in vista, menage a trois, corteggiamenti camuffati. Se qualche anziana signora, come l’Italia, viene insolentita, è solo per ottenerne a buon prezzo i favori.
E’ in corso, in modo spesso ruvido ed assai scomposto, il tentativo di riassetto dell’asse franco-tedesco da parte dell’attuale Presidente francese Emmanuel Macron, che non ha affatto con la Cancelliera Angela Merkel quello stretto raccordo che era proprio del Presidente francese Nicolas Sarkozy.
Era un’altra epoca, caratterizzata dalla comune esigenza di tutelare i rispettivi sistemi bancari, dapprima rispetto alla crisi americana, poi di fronte alla emergenza greca ed alla liquefazione delle banche spagnole, ed infine per procedere alla messa in riga dell’Italia. Il costo iperbolico richiesto dai mercati per finanziarne il debito impose un cambio di mano, anziché una diversa politica monetaria da parte della Bce.
Arrivò subito dopo, dopo il regime change. Tutti ricordano ancora lo sprezzante sorriso che i due si scambiarono a Cannes, riferendosi alla scarsa affidabilità del nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Chi ora parla di isolamento internazionale dell’Italia, farebbe bene a riconoscere che è una strategia ben rodata.
A Bruxelles, Emmanuel Macron può contare su due fidatissime ali tornanti: la prima è Michel Barnier, che ora ha perfino candidato a Presidente della Commissione in luogo del tedesco Alex Weber, sostenuto invece dai Popolari. Va premiato per il modo con cui ha gestito in prima persona le trattative sulla Brexit, riuscendo a disintegrare il sistema politico inglese, con una vittoria diplomatica tale da vendicare ad un tempo le sconfitte napoleoniche di Trafalgar e di Waterloo. Missione compiuta, per Barnier.
La seconda è Pierre Moscovici, Commissario agli Affari economici, che gestisce le vicende dei bilanci pubblici ad uso e consumo di Parigi: la Francia è stata serenamente sotto procedura per deficit eccessivo, ininterrottamente dal 27 aprile 2009 al 22 giugno del 2018, con il privilegio di non soggiacere ai vincoli di aggiustamento previsti dal Fiscal Compact.
La Francia doveva rispettare solo il tetto del 3% nel rapporto deficit pil, ma non era invece tenuta ai più drastici aggiustamenti strutturali: solo una volta usciti dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, si è soggetti alle regole del Patto di Stabilità e Crescita.
L’articolo 5 del Trattato fu scritto appositamente per creare questo cono d’ombra: “La parte contraente che sia soggetta a procedura per i disavanzi eccessivi ai sensi dei trattati su cui si fonda la Unione europea predispone un programma di partenariato economico e di bilancio che comprenda una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da definire e attuare per una correzione duratura ed effettiva del suo disavanzo eccessivo….”.
Tutto quanto riguarda Parigi è commentato con discrezione: poco si parla anche del Report dello scorso 5 giugno, in cui la Commissione ha rilevato che gli “insufficienti progressi compiuti in ordine al rispetto dell’obiettivo di riduzione del debito nel 2018 e del deficit previsto nel 2019 forniscono la esistenza prima facie di un deficit eccessivo ai sensi del PSG”.
Nel 2019, sempre secondo la Commissione, il rapporto deficit/pil della Francia dovrebbe salire al 3,1% rispetto al 2,5% del 2018, ed il debito crescere rispettivamente dal 98,4% al 99%.
In termini pratici, per quanto riguarda la procedura di infrazione avviata a carico dell’Italia, si tratterebbe intanto di intervenire già quest’anno, per ricondurre il rapporto deficit/pil dal 2,1-2,2% al 2,04% che era stato concordato. Si tratta, davvero, di uno zerovirgola. Ed è per questo che il diverso trattamento riservatoci rispetto a Parigi suona così curioso: la questione è solo politica.
C’è dunque un conflitto tra Francia e Germania, per guidare la Commissione: visto che i rappresentanti di Popolari e S&D non hanno più la maggioranza a Strasburgo, occorre includere almeno ALDE, che è diventata una sorta di roccaforte del partito del Presidente Macron. Volendo fare da ago della bilancia, pretende per la sua componente il posto di Presidente della Commissione. L’obiettivo può essere raggiunto solo se Popolari e S&D non trovano su questo punto un accomodamento con il Gruppo Identity and Democracy, che raggruppa i cosiddetti “sovranisti”, ed a cui aderiscono i rappresentanti della Lega.
La visita di Weber a Roma, dove ha incontrato il nostro Premier Giuseppe Conte, è significativa: non un corteggiamento, ma un sicuramente abboccamento che è andato di traverso al “partito francese”. Il fatto è che, mentre la Germania ha intorno a sé una corona di paesi alleati, la Francia è isolata: non ha mai voluto coltivare la prospettiva di guidare un blocco mediterraneo, quasi vergognandosi di essere considerata un Paese del Sud, contrapposto a quello dei Paesi del Nord. Deve quindi evitare ad ogni costo che l’Italia rinsaldi politicamente quei forti legami economici che la legano comunque alla Germania.
Ci sono tre piani di risposta da parte italiana: quello tecnico sugli sforamenti, che è di competenza del Tesoro, quello politico-diplomatico che riguarda le nomine a Bruxelles e la designazione del Commissario italiano che investe innanzitutto il Premier Conte; quello strategico che compete alla maggioranza.
Che oggi in Italia non ci sia alcuna remissività da parte della maggioranza verso Bruxelles, è evidente a tutti. Ma c’è dell’altro, soprattutto in ciò che si cela dietro la iniziativa volta a rilanciare proprio in questo momento la emissione dei mini-bot. La loro natura è di debito pubblico cartolarizzato e privo di interessi, che lo Stato garantisce di accettare per il pagamento delle imposte in luogo di un pagamento in euro. E’ soggetto nelle transazioni alla libera accettazione del creditore di moneta in luogo di un pagamento liberatorio in euro.
Al di là di tutto ciò, la loro consistenza cartacea ed il piccolo taglio andrebbero a completare il puzzle costituito sin qui dalle carte di pagamento su cui viene accreditato il reddito di cittadinanza già per milioni di persone, in guisa di moneta elettronica, ed il sistema che ne registra l’utilizzo di spesa: è una infrastruttura statale completamente autonoma rispetto a quella delle transazioni bancarie su cui girano le monete ufficiali, e l’euro in particolare.
Il programma della Troika fu imposto alla Grecia attraverso una studiata procedura di anossia monetaria: furono bloccate le transazioni bancarie; resi impossibili gli acquisti con le carte di credito; plafonati a cifre irrisorie i prelievi di contanti ai bancomat, che non venivano neppure riforniti. Anche la Bce sospese i programmi di assistenza di liquidità per via di emergenza. In appena due settimane, lo strangolamento fu completato.
Tutto si tiene, dunque: procedure di infrazione, nuove regole europee, diversi equilibri dentro la Commissione, ribilanciamento nell’asse franco-tedesco. C’è confusione, non certo solo in Italia: ma è sempre così in ogni gran ballo.

venerdì 14 giugno 2019

Salvini, provi a convincere i gabbiani”, firmato UE

L’uomo che parla ai gabbiani è anche il più popolare d’Italia, stando ai voti raccolti alla europee. Ma ciò non ne fa l’uomo più potente d’Italia, per lo meno stando ai rapporti dentro il governo e anche stando alle reazioni degli stessi gabbiani.
E se un vicepremier lascia un vertice di governo per andarsene a blaterare in solitudine sul tetto del Viminale – mostrando involontariamente anche qualche timore verso gli agguerriti pennuti – forse è bene vedere nell’episodio un indicatore di difficoltà, invece che di potenza.
Al vertice di Palazzo Chigi il boss leghista si era presentato con la sicumera che si addice a chi ha una solida maggioranza nel paese, anche se non nel Parlamento (lì, bene o male, comandano ancora i grillini…). Flat tax sul piatto, per esaudire il desiderio sfrenato della sua vera base sociale – gli imprenditori di piccola taglia e di mezza tacca – che non vede l’ora di poter non pagare le tasse senza doversi svenare in spese per commercialisti e, soprattutto, senza più temere di trovarsi la Guardia di Finanza fuori la porta con un mandato in mano.
Gli evasori fiscali tipici, insomma.
Che siano questi i suoi veri e fedeli sponsor lo si può vedere da uno degli indubbi successi riportati da Salvini, il cosiddetto “sbloccacantieri”.
L’affidamento dei lavori in subappalto – vero paradiso per le mafie interessate ai lavori pubblici (grandi e piccole opere) – non può ora superare il 40% dell’importo complessivo del contratto di lavori. Apparentemente si tratta di un “cedimento” rispetto al 50% previsto dal testo originario del decreto, ma comunque è più del 30% previsto dal Codice degli appalti (di cui non a caso aveva chiesto la sospensione per due anni).
Della stessa natura è la sospensione fino al 20 dicembre 2020 (un anno e mezzo, non poco) l’obbligo per i Comuni non capoluogo di fare gare attraverso le stazioni appaltanti. Le amministrazioni che hanno qualche disponibilità da spendere – spesso del Nord e molto spesso leghiste – possono quindi darsi da fare senza troppi controlli preventivi (tutto lavoro per la magistratura, dopo…).
Coerente con questo approccio anche il congelamento per due anni del divieto del ricorso all’affidamento congiunto della progettazione e dell’esecuzione dei lavori. E quindi via libera alle grandi manovre per cui chi presenta un progetto poi non è detto che sia anche il responsabile dei lavori (e le mafie ringraziano, ancora una volta).
Tra i 40 e i 150 mila euro è previsto un affidamento diretto previa consultazione di tre operatori. Tra i 150 mila e i 350 si prevede una procedura negoziata con la consultazione di almeno 10 operatori, che diventano 15 fino a un milione. Consultazione, non gara. Si può tranquillante gestire un appalto a te, un altro a quell’altro, entro un piccolo ventaglio di “imprenditori amici”.

Salvati anche i gestori autostradali – in concessione su un bene di proprietà pubblica – la cui cessazione anticipata dovrà eventualmente essere vagliata dalla Corte dei conti, in modo da escludere la “colpa grave” del dirigente.
Nominati anche i commissari straordinari per il completamento del Mose e per il Gran Sasso. Ma in generale si prevede che per gli interventi infrastrutturali ritenuti “prioritari” il governo possa nominare uno o più commissari straordinari che potranno agire in deroga alle legge in materia di contratti pubblici. E quando di deroga, può accadere di tutto…
Piccolo cabotaggio, insomma, indubbiamente favorevole per il sottobosco imprenditoriale.
Ma quando si passa alla grande dimensione, alle misure che – eventualmente – dovrebbero essere approvate dalla Commissione Europea, tipo la flat tax che richiede coperture miliardarie sui conti pubblici, ecco che basta un Tria o un Conte a sbattergli la porta in faccia. Ossia quello che è avvenuto nel “vertice” di giovedì mattina.
Abbiamo dunque questo apparente paradosso rivelatore: il massiccio consenso elettorale può servire per “aggiustare” affari minori, ma è completamente inutile ai fini della decisione sulle politiche di bilancio, industriali, economiche, fiscali, di un paese.
Non è una cosa che ci sorprende, visto quel che andiamo scrivendo da anni su ruolo e natura dell’Unione Europea. Ma dovrebbe far pensare, come minimo, quanti ancora si illudono che si potrebbe “cambiare” la Ue conquistando la maggioranza in un paese (senza neanche prendere in considerazione l’ipotesi di quelli che vorrebbero “cambiarla” con un consenso elettorale da frazione marginale).
Come scrive l’economista Marco Veronese Passarella, “In un’economia con i conti esteri in ordine, i mercati finanziari giocano al ricatto solo se qualcuno ha consegnato loro le chiavi della banca centrale. Il che, d’altra parte, vuol dire che, una volta consegnate le chiavi, rompere il ricatto diviene un’impresa disperata. A neoliberisti & friends va dato atto che, mentre sul piano positivo ci azzeccano poco o nulla, la loro capacità di plasmare le istituzioni sulla base dei propri sistemi normativi è sorprendente.”
E infatti l’Eurogruppo – un ente non previsto neppure dai trattati, ma che decide tutto in materia economica continentale – non molla la presa di un  millimetro. “L’Eurogruppo ha ascoltato le proposte della Commissione Ue sull’Italia e sostiene la richiesta di prendere le misure necessarie per rispettare le regole di bilancio“, ha detto il presidente Mario Centeno. Subito ringraziato dal commissario agli affari economici uscente, Pierre Moscovici: “c’è un chiaro sostegno per la nostra analisi e il nostro approccio, ora continuiamo con il lavoro preparatorio che può portare alla procedura, restando pronti a valutare ogni elemento che l’Italia può portare“.
Se persino un banale propagandista con il 34% è, alla fine fine, costretto a salire su tetto e farsi spaventare dai gabbiani, forse è il caso di cominciare a ragionare di cambiamento in termini un po’ meno “fantasiosi” o di piccolo cabotaggio…

giovedì 13 giugno 2019

Il Labour Party cade nella trappola dell’antisemitismo

L’ultimo episodio della “crisi laburista legata all’antisemitismo” sta innestando un prevedibile effetto negativo sui social e sui mezzi di informazione.
Pete Willsman, un membro dell’ala sinistra dell’Esecutivo nazionale per la gestione corrente del Partito Laburista, secondo alcune testimonianze, si è visto sospendere l’iscrizione al partito dopo che una registrazione audio segreta -apparentemente della sua voce- era stata realizzata da radio LBC [radio commerciale con sede a Londra, ndtr.].
Nella registrazione, Willsman sembra affermare la verità banale e ovvia che l’ambasciata di Israele sia stata coinvolta nel diffondere la favola dell’”antisemitismo laburista” come un’arma contro Jeremy Corbyn e più in generale contro il Partito Laburista.
L’ultima testimonianza del triste stato della “sinistra moderata” del Partito Laburista è il fatto che alcune delle sue più influenti giovani voci abbiano ripetutamente messo in pericolo veterani come Willsman per placare la lobby israeliana e la destra interna. Ma naturalmente tentativi del genere sono destinati a fallire.
Ogni volta che questo succede, io lo condanno su Twitter. Una delle reazioni che leggo da qualcuno nelle risposte, in tempi come questi, è che le bugie e le esagerazioni di Israele e dei filoisraeliani relativamente all’antisemitismo siano un gridare al lupo e che un giorno, quando il vero “lupo dell’antisemitismo” busserà alla porta, nessuno ci baderà.
C’è molta verità in questa affermazione. Credo che la campagna di calunnie, lanciata da tempo, relativamente a un’inesistente “crisi” di antisemitismo nel Partito Laburista abbia condotto a qualche effettivo caso di antisemitismo, come ha ripetutamente denunciato il gruppo Voce ebraica [gruppo di ebrei iscritti al partito e contrari alla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi, ndtr.], ala sinistra del Partito.
D’altronde, secondo me, questa reazione fraintende fondamentalmente una cosa – suppone che le preoccupazioni espresse dal governo israeliano per l’antisemitismo siano reali e sincere. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
Israele, infatti, così come sull’inganno dell’anti-semitismo dove esso non c’è, fa sempre di più affidamento su casi reali di antisemitismo e dipende da ciò per consolidare il sostegno politico internazionale. Questa dinamica, apparentemente un controsenso, riguarda più lo scorso decennio che prima, ma ha una lunga storia.
Come ha spiegato Joseph Massad, un importante intellettuale e accademico palestinese, il sionismo – l’ideologia ufficiale di colonialismo d’insediamento dello Stato di Israele- è, per sua stessa definizione, un’ideologia fondamentalmente anti-semita: “Se ci fosse una definizione di anti-semitismo da adottare da parte del Partito Laburista (o di qualche altro partito o istituzione) nel Regno Unito oggi, essa dovrebbe includere la condanna di espressioni anti-semite e colonialiste come: ‘Israele è uno Stato ebraico’ o ‘Israele è lo Stato del popolo ebraico’ o ‘Israele parla per gli ebrei’ o colonizzare la terra dei palestinesi è un ‘valore ebraico’.”
Come Massad ha anche precisato, il sionismo ha una lunga e vergognosa storia di collaborazione e di contatto con ideologie tra le più anti-semite e violentemente razziste del mondo, includendo anche il governo nazista di Hitler nel caso di una milizia sionista di destra (uno dei cui leader divenne un primo ministro israeliano) [si riferisce all’Irgun e al suo capo, Menachem Begin, ndtr.].
Ciò risale allo stesso fondatore del pensiero sionista, Theodor Herzl, che scrisse in modo preveggente che “i governi di tutti i Paesi flagellati dall’antisemitismo saranno fortemente interessati a sostenerci per farci ottenere la sovranità che vogliamo” nel nostro progetto coloniale. Analogamente nei suoi diari prevedeva che “gli antisemiti diventeranno gli amici più affidabili e i Paesi antisemiti i nostri alleati.”
Come Massad spiega: “Questi non sono lapsus o errori, ma piuttosto una strategia a lungo termine che il sionismo e Israele continuano a mettere in campo a questo fine ogni giorno.”
E così la previsione di Herzl si è avverata. Oggi i partiti politici fascisti e anche neo-nazisti che hanno una rinascita elettorale in tutta Europa sono forti sostenitori di Israele.
Yair, il figlio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha recentemente posato per una foto postata su Twitter di lui sorridente che stringe la mano a Viktor Orban, il primo ministro antisemita ungherese che una volta ha lodato il collaboratore ungherese dell’Olocausto hitleriano come un “eccezionale statista”.
Rafi Eitan, un ex importante ufficiale del Mossad, pur essendo lui stesso stato responsabile della cattura del leader nazista Adolf Eichmann nel 1961, lo scorso anno ha lodato il risorgente movimento neonazista tedesco “Alternativa per la Germania” (AfD). “Vi auguro con tutto il mio cuore di essere abbastanza forti da far finire la politica di apertura delle frontiere” ha detto Eitan nel video con grande entusiasmo, invitando AfD a “fermare l’ulteriore islamizzazione del Paese e a proteggere i cittadini dal terrorismo e dal crimine. In Israele, in Germania, in Europa. Facciamolo insieme!”
Oggi Israele sta fornendo all’antisemitismo di gruppi politici storicamente fascisti e nazisti in tutta Europa un servizio di riabilitazione, come fosse una lavanderia. Tutto ciò di cui i gruppi in questione hanno bisogno di fare è dichiarare il proprio amore per Israele e assicurarsi il sostegno di Netanyahu.
Molto recentemente in Germania il parlamento ha ingiustamente dichiarato antisemita il movimento per Boicottaggio, Disvestimento e Sanzioni (BDS) con un voto non vincolante sostenuto da tutti i principali partiti politici.
L’AfD non ha sostenuto la mozione – ma solo perché ha ritenuto che essa sia stata troppo indulgente con la campagna per i diritti umani in Palestina. Ha portato avanti la sua mozione che avrebbe completamente bandito il movimento BDS.
Nelle loro perverse ideologie parallele, sia antisemiti che sionisti sono d’accordo che gli ebrei sono “alieni” e non dovrebbero effettivamente stare in Europa. Devono, piuttosto, essere spinti a diventare coloni negli insediamenti israeliani che attualmente occupano la Palestina storica.
Il movimento BDS, invece, è un movimento dichiaratamente anti-razzista, che rigetta ogni fanatismo, compreso l’antisemitismo. Da che parte state voi?

mercoledì 12 giugno 2019

Mafia e manganello, le due facce della Lega

Due notizie in poche ore che sembrano arrivare da universi agli antipodi. Eppure riguardano lo stesso partito – al governo – e lo stesso leader, Matteo Salvini.
La prima notizia, di ieri pomeriggio, è l’approvazione definitiva del cosiddetto “decreto sicurezza bis”, un dispositivo paranazista che ha dovuto cancellare parecchi dettagli rispetto alla prima versione per non rischiare di sbattere contro le eccezioni di costituzionalità già al primo esame del Presidente della Repubblica (peraltro, su questo tema, assolutamente “conciliante”).
La seconda, di stamattina, è l’arresto di Paolo Arata, ex consulente della Lega per l’energia ed ex deputato di Fi, e del figlio Francesco. Sono accusati di corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Sarebbero soci occulti dell’imprenditore trapanese dell’eolico Vito Nicastri, ritenuto dai magistrati tra i finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro.
Strano insieme, la Lega. Riesce a tener dentro le pulsioni peggiori travestite da “legge e ordine” e quel “partito degli affari” che collega senza soluzione di continuità imprese normali e prestanome mafiosi, lobbisti improvvisati e politici di sottobosco.
Ma andiamo con ordine.
Il decreto sicurezza, al primo articolo, “risolve” il rebus che ha tormentato il governo in questo primo anno: di chi è la competenza ad aprire o chiudere i porti a navi che hanno salvato naufraghi in mare? Vittoria totale di Salvini, perché tale potere viene attribuito al ministro dell’interno (si salvano le navi militari – per evitare il ripetersi del “caso Diciotti” – e “navi in servizio governativo non commerciale”; insomma, morte alle Ong).
L’articolo 2 inasprisce le pene pecuniarie per i comandanti di navi che “non ottemperino agli ordini” del ministro stesso.
Il 4 “potenzia le operazioni di agenti sotto copertura” allo scopo si “contrastare l’immigrazione clandestine”; il che, nel contesto “culturale” del decreto, significa mandare agenti infiltrati nelle organizzazioni umanitarie che ancora si sforzano di raccogliere migranti in mare.
Ma è l’articolo 6 il vero cuore del provvedimento. Vale la pena di riportarlo per intero, visto che diventa una modifica del codice penale: “Articolo 5-bis. Salvo che il fatto non costituisca più grave reato e fuori dai casi di cui agli articoli 6-bis e 6-ter della legge 13 dicembre 1989, n. 401, chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.”.
La traduzione è semplice: potete manifestare solo se ve lo permettiamo e se non fate nulla per farvi vedere (incriminare per l’uso di fumogeni – totalmente innocui – è davvero indicativo). In ogni caso, se vi carichiamo, non dovete disporre di nessun articolo di abbigliamento in grado di ridurre i danni derivanti dalle nostre manganellate (emblematico il caso del giornalista Origone, pestato a Genova, cui sono arrivate le scuse ma solo perché “purtroppo non era distinguibile da un manifestante”).
Guerra alle occupazioni, abitative e non, con la modifica del codice penale prevista dall’articolo 7: “Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”
E via indurendo, sugli stadi e altri temi di cui ci occuperemo dettagliatamente in altra occasione.
Tutta questa furia repressiva contro i più deboli (migranti, senza casa, opposizione politica) convive allegramente con il massimo del “garantismo” nei riguardi dei forti. Ricordate come Salvini e glia altri boss leghisti avevano difeso i loro sottosegretari Siri e Rixi?
Bene. L’operazione antimafia di stanotte va a colpire un ingorgo di interessi affaristici e mafiosi che hanno proprio nella Lega – come prima in Forza Italia, prima ancora della Democrazia Cristiana e alleati vari, e anteguerra nel regime fascista – il referente politico primario.
Come riferiscono le agenzie, l’arresto di Arata e figlio è stato disposto dal gip di Palermo Guglielmo Nicastro su richiesta della Dda guidata da Francesco Lo Voi (il magistrato candidato alla carica di capo della Procura di Roma contro cui si erano mosse le “longa manus” di Renzi, Luca Lotti e Cosimo Ferri, nel recentissimo “caso Palamara”).
Gli Arata sono indagati da mesi per un giro di mazzette alla Regione siciliana che coinvolge anche Nicastri, tornato in cella già ad aprile perché dai domiciliari continuava a fare affari illegali.
In questo business c’erano anche gli Arata che, secondo i pm, di Nicastri sarebbero soci. Oltre che nei confronti dei due Arata il giudice ha disposto l’arresto per Nicastri, la cui la misura è stata notificata in carcere in quanto già detenuto, e per il figlio Manlio, indagati pure loro per corruzione, auto riciclaggio e intestazione fittizia. Ai domiciliari è finito invece l’ex funzionario regionale dell’Assessorato all’Energia Alberto Tinnirello, accusato di corruzione.
Una tranche dell’inchiesta nei mesi scorsi finì a Roma perché alcune intercettazioni avrebbero svelato il pagamento di una mazzetta, da parte di Arata, all’ex sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando Siri. In cambio del denaro Siri avrebbe presentato un emendamento al Def, poi mai approvato, sugli incentivi connessi al mini-eolico, settore in cui l’ex consulente del Carroccio aveva investito.
Un vero ircocervo di tipo nuovo, la Lega di Salvini. Da un lato il manganello della polizia, dall’altra la “frequentazione” con interessi palesemente mafiosi, intermediati da un “responsabile energia” del partito, dunque un dirigente su base fiduciaria elevatissima, non uno che passava di lì per caso.
Il ministro dell’interno può anche dire che lui non ne sapeva nulla, ed anche il segretario della Lega. Certo che avere un ministro di polizia che non si accorge di promuovere – come segretario di partito – interessi criminali non è proprio un indicatore di efficienza…
Resta il fatto che le due notizie hanno anche un altro aspetto su cui riflettere.
La “stretta repressiva” contro i deboli trova tutti d’accordo (dettaglio più, dettaglio meno), soprattutto er quanto riguarda gli oppositori politici e sociali. E quindi non c’è alcuna resistenza sul piano legislativo e costituzionale (vedremo se qualche tribunale solleverà eccezioni, ma intanto questo orrore diventa legge…).
Ma il carrozzone leghista viene nuovamente investito da un’inchiesta da cui non è pensabile uscire politicamente indenni. Nell’immagine, nei rapporti clientelari e territoriali, ecc.
Se dovessimo dirla nei termini “politichesi”, questa inchiesta è un mini-siluro sulla corazzata legista, che nel frattempo viene avallata pienamente nella sua riscrittura reazionaria della “Costituzione materiale” di questo paese.
Il sospetto? E’ che questo regime reazionario in costruzione vada benissimo a chiunque – dall’Unione Europea agli Usa, dagli imprenditori locali a quelli multinazionali – stia ragionando su come “lavorarsi” il paese. Sul chi debba essere invece il “dittatore del futuro”, la partita è ancora aperta.
Al punto da far apparire Salvini per uno che lavora conto terzi.

martedì 11 giugno 2019

Tre governi alla resa dei conti. Ma comandano gli “europeisti

Messi alle spalle i ballottaggi, che hanno confermato il momento di spinta del centrodestra (la Lega si è presentata in coalizione con Berlusconi e Meloni quasi dappertutto), le questioni sul tavolo sono numerose. E tutte molto “divisive”. In tre, non in due.
C’è il problema dei rapporti con l’Unione Europea, e su più livelli. Sul piano strettamente politico, c’è da nominare i membri della Commissione – all’Italia ne spetta uno – a partire dall’accordo sul nome del presidente.
Il tedesco Manfred Weber, candidato al ruolo ancora ricoperto da Jean-Claude Juncker, è oggi a Roma per ottenere da Giuseppe Conte un sostanziale via libera (dopo il “no” opposto da Macron). La partita è complessa e a carte coperte, perché questa è una delle poche cose su cui abbia un’utilità controllare la maggioranza dell’inutile parlamento di Strasburgo.
Se neanche l’Italia dovesse appoggiare Weber, la sua nomina diventerebbe un po’ più complicata, ma non moltissimo (a Strasburgo c’è una maggioranza molto forte di “europeisti”, anche se Ppe e socialdemocratici devono ora ricorrere – e contrattare – l’appoggio di Verdi e Liberali). Mentre il commissario proposto dall’Italia, in quel caso, riceverebbe un niet piuttosto sonoro, se dovesse essere un “euroscettico” indicato da Lega o Cinque Stelle.
Della situazione sono consapevoli tutti, ma Conte la ricorda in modo piuttosto ruvido proprio al suo vice leghista: «l’Italia un commissario lo avrà. Ma sarà importante vedere chi, come e con quale ruolo economico. Dobbiamo sapere che ci troveremo di fronte un Parlamento europeo molto diffidente. Lì passa chi ha la maggioranza più uno dei voti, e noi non saremo in maggioranza. Le forze politiche interne non hanno capitalizzato i voti, a Strasburgo. Si prefigura un loro ruolo non decisivo anche per la Lega che pure ha riportato una grande vittoria in Italia».
Delle serie: non strillare troppo, perché tanto fuori dai confini non conti un tubo, e rischi di farci avere un posto che non conta nulla (è in uscita Flavia Mogherini, in un ruolo di peso, il cosiddetto “ministero degli esteri” europeo). Discorso che si applica però con ancora più forza ai grillini, che stanno ancora cercando un gruppo parlamentare che li accetti come soci di minoranza.
Su questo punto, insomma, la componente “europeista” del governo (lo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi) sa di avere tutti gli assi in mano.
Situazione simile anche sul tavolo della “procedura di infrazione”, che la Commissione si appresta a valutare, per ricondurre il bilancio dello Stato italiano dentro i parametri e gli obbiettivi fissati da Bruxelles.
Qui il gioco è solo apparentemente più elastico. Salvini ha lasciato salire per giorni la favola-bufala dei MiniBot per consentire alle amministrazioni pubbliche di pagare i debiti con i fornitori (quasi tutte imprese italiane). Ha ottenuto l’appoggio acritico di Di Maio (che ormai si è convinto di doverle mandare giù tutte: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot,  il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni!“.), ma una pernacchia sia da Conte che dal ministro dell’economia.
Il primo si è sentito obbligato a ricordargli che «Abbiamo già introdotto uno strumento per raggiungere l’obbiettivo con la triangolazione tra Comuni, Cassa depositi e prestiti e creditori». E del resto «È una proposta mai portata a Palazzo Chigi. Siccome ha implicazioni di sistema, mi aspettavo che correttamente mi fosse portata per esaminarne insieme aspetti e contenuti». Chiacchiere per i giornali, insomma…
Ma di fronte all’insistenza del trio Giorgetti-Salvini-Borghi (il “tecnico” leghista che ha partorito l’ideuzza) anche Conte, nel suo piccolo, ha alzato la voce tirando fuori le sue competenze economiche e giuridiche: «Il problema è che lo strumento di soluzione deve essere adeguato rispetto all’obiettivo. Ci sono molte criticità anche tecniche: se i crediti della PA non sono certificati non sono neppure pagabili. Siccome non possono costituire una moneta parallela, non c’è l’obbligo di accettarli come mezzo per estinguere un’obbligazione. E chi li accetta, ragionevolmente vorrebbe scontare il fatto di prendere in carico un’attività parzialmente liquida che non frutta interesse. Il risultato è che finirebbero per essere negoziati sotto la parità. E lo sconto rispetto all’euro sarebbe una misura del rischio di uscita del Paese dalla moneta unica».
Sotterrata la questione, insomma, non resta che passare sul cadavere dei nemici interni. Tria, infatti, si è preso anche il lusso di azzerare la serietà del problema: “Non credo che ci sia una discussione interessante perché abbiamo discusso di alcune opinioni. Non è una questione principale che andremo a trattare a livello di governo“. Incassando la benedizione-minaccia di Pierre Moscovici: “Tria sa quello che deve fare“.
Restano da discutere, insomma, solo le questioncelle di casa propria, ossia il “rimpasto” che la Lega vorrebbe come riconoscimento del proprio aumentato peso politico. Oltre a riempire la casella lasciata vuota da Paolo Savona (passato dal ministero dei rapporti con la Ue a presidente della Consob), ci sono i ministeri più ambiti dai salviniani: le infrastrutture (con il defenestramento del povero Toninelli), ma anche Difesa e Ambiente che – per motivi diversi – andrebbero a completare la cornice istituzionale indispensabile per “valorizzare” il bla-bla leghista (sono giorni che sbarcano migranti dai barconi, da Pozzallo a Lampedusa, ma Salvini non ne parla più; si vede che ha esaurito il bacino di voti sensibile all’argomento).
Come rapporti di forza reali – ossia “europei” – i due soci della maggioranza sono usciti a pezzi dalle elezioni europee. Ed è ancora Conte a spiegarlo al suo vice più sbraitante: «Se la Lega aspira a capitalizzare un consenso politico in un sistema fondato sulla democrazia parlamentare, come il nostro, non può che passare da elezioni politiche. Insomma deve assumersi la responsabilità di chiedere nuove elezioni politiche e poi vincerle. Le Europee hanno una logica e prospettive diverse …».
Il che va a confermare una lettura dei fatti politici piuttosto diversa da quella proposta ossessivamente dal mainstream “democratico” (Repubblica, Corriere, Pd e Berlusconi uniti nella lotta). Il dato vero, infatti, non è “l’avanzare della marea nera” – che è un problema da contrastare seriamente, ma con tutt’altre politiche – ma l’impossibilità di cambiare indirizzo economico-sociale stando dentro il quadro dei trattati europei. Sia “da sinistra”, con il moderato riformismo dei post-socialdemocratici “europeisti”, sia da destra, con lo sguaiato nazionalismo intriso di “furbizie” che reggono a malapena per 24 ore.
Come Tsipras, anche il governo gialloverde si trova al punto di dover rinnegare le proprie balzane promesse elettorali oppure passare la mano. A un “governo tecnico”, preferibilmente.
Chiunque si proponga di dar vita ad un’opposizione di classe, ossia sistemica e geopoliticamente alternativa, può fare ragionamenti dotati di senso solo a partire dalla presa d’atto che questa è la situazione di partenza. E che non bastano “propostine di riforma” per essere credibili agli occhi del nostro “blocco sociale di riferimento”.
Il “potere politico” – da oltre 20 anni – ha cambiato sede.

lunedì 10 giugno 2019

Ballottaggi. Pari e patta tra Lega e Pd

Alla fine di questa tornata elettorale nei ballottaggi per i consigli comunali di una quindicina di capoluoghi si può parlare di un pari e patta tra “l’ondata leghista” e il “recupero” del Pd. Tra i risultati da segnalare c’è il fatto che dopo 69 anni il Pd perde il governo di Ferrara dove è stato eletto il sindaco leghista Alan Fabbri, mentre il Pd recupera il sindaco a Livorno perso cinque anni nel ballottaggio con il M5S.
La Lega, nella “rossa” Emilia-Romagna si prende anche Forlì, ma il Pd  tiene a Reggio Emilia, Cesena, e poi a Cremona, Prato, Rovigo e Verbania, Avellino (prima governato dal M5S). Il centrodestra, oltre a Ferrara e Forlì, ha vinto a Potenza (per un pelo), Ascoli Piceno, Foggia, Vercelli e Biella, queste ultime due prima governate dal centro-sinistra.
Nei comuni più piccoli la Lega e il centro-destra possono cantare vittoria in Umbria dove il Pd ha perso Orvieto e Foligno, ma si è tenuto Gubbio.
Il Movimento 5 Stelle vince a Campobasso, l’unico capoluogo in cui era riuscito ad arrivare ai ballottaggi. L’affluenza alle urne è stata al di sotto delle previsioni col 52,1%, facendo registrare un crollo del 16% rispetto al primo turno delle amministrative.

venerdì 7 giugno 2019

Magistratura appesa a politicanti e grembiulini

Diciamo la verità. Affrontare lo scandalo Palamara-Lotti dà la sensazione di infilarsi in un tunnel di scolo per liquidi non proprio beneodoranti.
Lotti, come ricorderete, fu sottosegretario alla presidenza del consiglio con Matteo Renzi e poi ministro dello sport con Gentiloni. AI tempi fu considerato un ministero di ripiego, perché Renzi l’avrebbe voluto insignito della delega ai servizi segreti.
La sua folgorante carriera – sembra un politicante di vecchio corso, ma ha appena 37 anni ora – subisce un colpo nel 2016, quando viene  indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio in un’inchiesta su appalti Consip condotta dai PM di Napoli, nell’ambito delle indagini sugli appalti Consip (la “centrale unica degli acqisti” per la pubblica amministrazione).
Viene anche rinviato a giudizio (per il favoreggiamento), ma Renzi non lo accantona mai. Ci deve essere un perché…
Che Lotti compaia ora nell’inchiesta contro Luca Palamara, magistrato ex presidente dell’Anm, accusato di corruzione per aver cercato di far nominare – “conto terzi” – un magistrato “amichevole” a capo della Procura di Roma (quella che l’aveva indagato), è certamente un segnale pesante sulla dissoluzione della credibilità di tutta la magistratura.
Per capirci, la scena descritta dai cronisti che hanno “letto le carte” è la seguente: in una sala d’albergo, quasi di notte, si incontrano Palamara, Lotti, Cosimo Ferri (ex magistrato, ex sottosegretario alla Giustizia con Renzi e Gentiloni, ora “solo” deputato del Pd), Corrado Cartoni, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre (tutti membri togati del Csm, “organo di autogoverno della magistratura” presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica). Odg: contare i voti a favore di Marcello Viola come Procuratore Capo di Roma, sbarrando così la strada a Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi.
I conflitti istituzionali, e i possibili reati, sono quasi infiniti. Il più evidente? Un indagato (Lotti) che contribuisce a decidere il capo dei magistrati che lo indagano.
In più: uno dei candidati alternativi, Creazzo, viene da Firenze ed ha come “colpa grave” quella di aver fatto arrestare i genitori di Matteo Renzi. Impossibile, dunque, che si accosti alla scrivania su cui passano – per competenza territoriale – gran parte delle inchieste che coinvolgono uomini politici.
Il “piano” va in porto: al Csm si vota esattamente come deciso dai congiurati.

Ma non basta. La procura di Perugia, istituzionalmente, è chiamata ad indagare su eventuali reati commessi dai magistrati romani. A capo di quell’ufficio i “congiurati” vorrebbero qualcuno disposto ad avallare fino all’indagine «informazioni compromettenti su Paolo Ielo», procuratore aggiunto a Roma, ex membro del pool “mani pulite” di Milano e autore dell’inchiesta su Mafia Capitale. Uno “sfregio” sulla credibilità di quel magistrato, è l’obbiettivo, persuaderà i colleghi a non ficcare il naso in certe faccende…

La marcia infernale attraverso tutti i dettagli riempirà – e già riempe – decine di faldoni. Un guazzabuglio in cui è impossibile addentrarsi, in mancanza delle “carte”.
Ma alcune cose sono chiare fin d’ora.
L’inchiesta è avvenuta grazie all’inserimento nel cellulare di Palamara di un “trojan” che permette di registrare tutto quel che viene detto, in qualsiasi momento della giornata. Come avere una miscospia in tasca, insomma. Un marchingegno in genere usato contro “terroristi”, narcotrafficanti, oppositori politici e sociali, ma che ormai sembra diventato in più semplice e micidiale strumento di indagine, al punto da essere impiegato senza problemi anche nelle faide interne ai gruppi di potere.
Soprattutto, risulta evidente che il “terzo potere” dello Stato, in questo paese, è assolutamente interconnesso con gli altri due, per molte vie e altrettanti legami. “Chi conta” si riconosce nei propri pari, sa che deve muoversi per collegamenti, favori da scambiare a seconda dell’incarico ricoperto o della funzione svolta.
In questo caso vengono allo scoperto le trame vicine al Pd, ma non c’è dubbio – e la storia recente lo dimostra ad abundantiam – che identici “cenacoli” avvengano in nome e per conto della destra politica, vecchia e nuova.

Non c’è insomma alcuna separazione “formale” che tenga. Politici, magistrati, imprenditori (veder spuntare il nome del presidente della Lazio, Lotito, non stupisce nessuno), giornalisti, faccendieri di ogni ordine e grado, vanno a costituire un milieu che dall’esterno appare totalmente omogeneo e nemico di “sta fuori dal giro”, perché “non conta”.
Viene quasi da rimpiangere i tempi bui della P2, quando la massoneria congiurava da autentico centro di comando reazionario, in stretto collegamento con la Cia e la Nato. Criminali, e dei peggiori, ma almeno con qualche motivazione geopolitica di alto livello. “Complotti seri”, insomma, in guerra per impedire la rivoluzione in Occidente, mica quacquaraquà in cerca di qualche spicciolo…

Anche i grembiulini, insomma, non sono più quelli di una volta…