martedì 12 marzo 2019

Gli sbirri di Macron prendono per “scafisti” due autisti Flixbus

Il bue che dice cornuto all’asino. Vecchio proverbio sempreverde, che si attaglia perfettamente al razzismo della polizia “democratica” francese assolutamente identico a quello della polizia “leghista” italica.
L’identità si stabilisce sulla definizione di “complici degli scafisti”, che il cosiddetto ministro degli interni Salvini applica indifferentemente a navi ong, gruppi di volontari dediti all’accoglienza e persino sacerdoti “no border”.
La polizia di Macron – quello che strepita contro il razzismo del governo gialloverde ma spedisce i suoi agenti oltrefrontiera per rimandare indietro gruppi di migranti intercettati sulle montagne – fa lo stesso… con gli autisti dei pullman di linea!
E’ sconcertamente, ma emblematico, che due autisti della compagnia Flixbus siano stati ammanettati, portati in cella, perquisiti in modo molto brusco, spogliati e fermati per 24 ore alla frontiera di Ventimiglia.
I due erano alla guida di un autobus della nota compagnia low cost diretto a Barcellona. La loro “colpa”, agli occhi degli agenti di Macron, sarebbe stata quella di non accorgersi che a bordo alcuni dei passeggeri – ovviamente extracomunitari “denunciati” dal colore della pelle – erano privi del permesso di soggiorno o di altro documento valido per l’espatrio.
Come racconta Mario Catani, uno dei due autisti: «È una verifica di routine. E quando capita che vengano trovate delle persone con documenti non in regola o comunque sospetti, queste vengono fatte scendere e prese in consegna dalla polizia mentre il bus prosegue il suo viaggio. Ma sabato i gendarmi erano nervosi, uno in particolare urlava contro tutti».
I “clandestini” erano quattro pakistani membri della stessa famiglia, presumibilmente diretti in Spagna.
«Siamo rimasti fermi per diverse ore e nel bus c’era anche una signora con un bambino di due anni che era spaventato — prosegue l’autista — . Siamo stati sequestrati. Alle due e mezza siamo stati scortati fino all’aeroporto di Nizza. I passeggeri sono stati fatti scendere per poi entrare in una sala mentre io e il mio collega siamo stati ammanettati e portati in un altro ufficio. Ci hanno perquisito e tolto tutti gli effetti personali, anche i cellulari. Ci hanno dato un foglio dove era scritto che potevamo fare una telefonata ma non ci è stato concesso. Per fortuna avevamo avvisato i nostri colleghi del gruppo Whatsapp».
«A quel punto è iniziato l’incubo. Chiusi in due celle distinte, non potevamo neppure parlarci. Né acqua né cibo. Poi all’alba di nuovo le manette e ci hanno caricato su un furgone e portati in una caserma. Sono rimasto fino alle 15 in una cella che puzzava di urina, neppure un bicchiere d’acqua da bere. Quando ci hanno rilasciato ci hanno spiegato che eravamo sospettati di aver favorito l’immigrazione illegale, roba da pazzi, mica siamo poliziotti, non siamo in grado di capire se un passaporto o un visto sono validi».
«Ci hanno detto che per questa volta non ci sarebbe capitato nulla ma se in futuro dovessero trovare altri clandestini su un nostro bus rischiamo un anno e mezzo di galera. La nostra società ha avvertito la Farnesina e il consolato a Nizza. Non è possibile che trattino in questo modo dei lavoratori. Senza parlare del disagio creato ai nostri passeggeri che hanno perso appuntamenti e aerei».
Salvini e Macron, una faccia una razza. Brutta.

lunedì 11 marzo 2019

I finti competenti

Non c’è davvero limite al peggio. L’Onorevole Marattin del PD, nonché ex responsabile economico di Palazzo Chigi all’epoca della Presidenza Renzi dichiara su Finmeccanica: “Con il mercato unico bisogna accettare il rischio che qualche azienda se ne vada”.
Questi sono degli sciagurati, per di più con la convinzione di avere la verità in tasca. Ma si rende conto di cosa significa la perdita di Finmeccanica per l’Italia? E’ una delle ultime aziende tecnologicamente avanzate presenti in Italia e oltre a questo ha un enorme impatto occupazionale.
Non solo, la perdita di Finmeccanica significa anche la sostanziale perdita della nostra autonomia militare e la perdita totale della nostra sovranità (almeno di quella che è rimasta dopo la perdita della moneta).
Questi sono i risultati dell’economicismo spacciato come verità assoluta: la miserabile convinzione in molti economisti (o economari) che l’unica cosa che conti è l’efficienza paretiana e la leggenda (perché di una leggenda si tratta) della Mano Invisibile del mercato che garantisce la perfetta allocazione delle risorse.
Flessibilità da parte di queste persone pari a zero: nessuna capacità di interpolare piani diversi e nello specifico quello economico con quello delle discipline internazionali, della geopolitica, delle scienze strategiche e militari e quelle della politica.
Continuo a sostenere che una delle peggiori catastrofi della storia italiana del 900 sia stata l’istituzione delle Facoltà di Economia. Facoltà che alla fine formano dei robottini che conoscono solo le verità economiche e le elevano al rango di dogmi indiscutibili e che schiacciano qualsiasi altra considerazione e qualunque altro punto di vista. Compreso quello della realtà fattuale.
Per capire l’enorme boiata di Marattin basta vedere la guerra che ci hanno fatto in francesi per non vendere i cantieri navali STX a Fincantieri, impippandosene bellamente della efficienza paretiana e di tutte le altre verità del Mythos Economicista. Nessuno consegna ad un paese straniero a cuor leggero i suoi segreti militari e chiunque tutela la propria autonomia (oltre ai propri livelli occupazionali). Solo dei fanatici possono non accorgersi di una cosa del genere.
Voi provate ad immaginare i tedeschi e i francesi che non credono ai propri occhi se ascoltano un ba**eo totale come Marattin pronto a svendergli Finmeccanica in ossequio ai dogmi economicisti. Incredibile.
L’unica cosa da fare sarebbe quella di chiudere le facoltà di economia e spacchettarle in due: tutte le tecniche, i bilanci, l’economia d’azienda e ovviamente le materie giuridiche alla facoltà di Giurisprudenza; mentre la teoria economica a scelta, o a Matematica o a Filosofia.
Gli studenti talebani delle madrasse economiciste hanno già fatto troppi danni per poterci permetterci il lusso di formarne altri. [E chi scrive questo da una Facoltà di Economia è uscito]

venerdì 8 marzo 2019

Tav. Il governo della paura

Molti sostengono che questo governo, e Salvini in particolare, costruiscano il loro consenso alimentando negli italiani paure irrazionali. La paura di una invasione di miliardi di migranti che non c’è mai stata né mai ci sarà (questa paura alimentano pure Calenda e Minniti). La paura di aggressioni e furti in casa, in forte calo, e la paura che la polizia più numerosa del mondo non basti, per cui bisogna armarsi.
La paura del maschio dominante di vedersi relegato in un angolo dalla troppa libertà delle donne. Non faccia l’ipocrita Salvini, il manifesto medioevale sulla donna della sua Lega di Crotone rappresenta la sostanza di ciò che egli ogni giorno comunica per avere successo.
Ma Salvini e compagnia non sono solo imprenditori della paura, sono paurosi e vili essi stessi. La vicenda TAV lo dimostra.
Di Maio ha la maggioranza ed i poteri di governo per decidere il “no TAV”, ma per paura di rompere con Salvini e con il partito degli affari che la Lega e il PD rappresentano, e di perdere il governo, non decide.
Salvini è arrivato a telefonare al vice presidente della commissione UE Katainen, quello che voleva il Partenone in pegno dalla Grecia, per chiedere il suo fraterno aiuto.
Il “sovranista più venduto d’Europa” ha chiesto un intervento estero contro il suo paese e la UE ha subito risposto, con un minaccioso messaggio pro TAV.
Salvini però ha paura di tornare con Berlusconi, che non sarebbe servizievole coma Di Maio, quindi alla fine non ha deciso nulla, né combattere e neppure subire.
Conte infine è una penosa caricatura di Andreotti, cioè non sta al centro, ma solo in mezzo. Il cosiddetto presidente del consiglio così assorbe e fa sue le paure di tutti e due suoi due padroni. Di Maio è No Tav, Salvini Sì Tav, Conte Boh Tav.
Cosi alla fine il governo non ha deciso, ma neppure ha deciso di non decidere. Di Maio Conte Salvini sono paralizzati dal panico, perciò immobili aspettano che accada qualcosa che risolva il problema, o almeno faccia loro passare la paura. Nel frattempo danno più pistole agli italiani.

giovedì 7 marzo 2019

Fuga dei capitali. Capitolo 2

a fronte di 300 mld di euro di investimenti stranieri in Italia abbia 800 mld di investimenti italiani all’estero. Con un mostruoso saldo positivo di 500 mld di euro che in altri tempi sarebbe stato chiamato “fuga di capitali”. Una situazione chiaramente patologica dovuta al fatto che il maggior polmone di impiego di queste risorse è tenuto inattivo: lo stato non può indebitarsi in ossequio all’interpretazione delirante [ed in malafede] delle regole del trattato di Maastricht, del fiscal compact e di tutti gli altri lacci e lacciuoli (pil potenziale, output gap, ecc) che sono gli strumenti con i quali siamo sottoposti a waterboarding fiscale.
Una situazione appunto gravemente patologica doppiamente: perché non permette allo stato di mobilitare le risorse risparmiate dai propri cittadini e che dall’altro lato spinge i propri cittadini a portare all’estero questi risparmi dove vengono sottoposti a repressione finanziaria ovvero a tassi reali negativi per finanziare la spesa pubblica (la mobilitazione di risorse) di stati esteri. Una doppia rapina: in Italia subiamo la rapina di non poter usufruire di servizi e opportunità che solo lo stato può offrire e dall’altro lato gli stati esteri ci saccheggiano con i tassi negativi.
Per rendere più chiaro quanto sia patologica questa situazione basta fare un piccolo esercizio con la mente: provate ad immagina re cosa accadrebbe se i 500 mld netti che abbiamo all’estero domani mattina rientrassero in Italia. Facile immaginare un enorme terremoto sui tassi di interesse: gli interessi sul debito pubblico italiano subirebbero un crollo di proporzioni enormi [con la incidentale conseguenza immediata di risanare i bilanci delle banche italiane, ma questo è un altro discorso]. Al contrario i tassi dei titoli di stato dei paesi che al momento beneficiano del risparmio italiano (ho detto Germania?).
Ora io non ho gli strumenti e non ho manco la preparazione per poter fare delle stime ma non rimarrei sbalordito che se rientrasse in Italia un enorme flusso di danaro come quello di cui si parla (e contemporaneamente ovviamente uscisse dall’Estero in egual misura) fulmineamente i tassi italiani si abbasserebbero e quelli esteri si alzerebbero in egual misura a tal punto da polverizzare tutti gli spread di questo mondo. Ivi compreso il celeberrimo spread Btp/Bund. Vista in questo senso (ma non c’è da stupirsi essendo l’economia la più paradossale di tutte le scienze) l’impossibilità dello stato di potersi indebitare mobilitando il risparmio nazionale spinge il risparmio all’estero creando lo spread. Dunque è la stessa austerità nel caso italiano a creare lo spread. Una follia. Una follia parificabile a quella di far correre una persona con uno zaino alpino carico di sassi oppure simili a quella di curare una persona sana con un ciclo di chemioterapia come prevenzione alla possibile insorgenza di un tumore.
Come uscirne? Semplice:
1) Consenti agli stati che hanno un eccesso di risparmio “costretto” ad essere impiegato all’estero di indebitarsi fino all’assorbimento. Ma questo ovviamente non conviene a chi guadagna da questa situazione patologica (ho detto Germania?)
2) Distruggi l’asimmetria di fondo: non puoi avere un mercato finanziario unico per tutta l’Europa e poi il massimo “mobilitatore” di risorse non esiste. Ovvero non esiste un Ministero del Tesoro Europeo che emetta Eurobond e tutti i piccoli indiani dei singoli stati sono legati alla regola del 60% del debito/Pil e del 3% sul deficit/pil come se fosse la stessa cosa l’Italia che ha una bilancia commerciale, un saldo delle partite correnti e una bilancia dei pagamenti in forte attivo e oltretutto un colossale eccesso di risparmio e la Francia o la Spagna che vivono di trasferimenti netti dalla Germania.
3) Terza soluzione: salutare, riportare tutto a casa e andarcene educatamente.
Stiamo vivendo una enorme repressione fiscale (grazie al Trattato di Maastricht) e finanziaria (a causa dell’impiego dei risparmi italiani all’estero a tassi reali negativi) che si traduce nel più grande saccheggio della Storia italiana. Sipario.

mercoledì 6 marzo 2019

La Cina, dopo 40 anni, proietta la sua potenza sul mercato interno

Alla Plenaria dell’Assemblea del Popolo, ieri il premier Li Keqiang ha annunciato nuove misure di stimolo fiscale, portando il deficit dal 2.6 al 2.8%.
140 miliardi di dollari per linee ferroviarie, di cui 3.300 chilometri ad alta velocità, 240 miliardi di dollari per strade, porti e aeroporti, ma soprattutto un drastico abbassamento dell’Iva dal 16 al 13%, quando lo scorso anno era già diminuita dal 17 al 16%.
Li Keqiang ha parlato di un contesto interno ed internazionale complicato ed è per questo che si è deciso uno stimolo fiscale, lato Iva, di circa 300 miliardi di dollari.
L’obiettivo è quello di difendere i produttori nazionali in un contesto futuro di forte apertura agli operatori esteri data dalla nuova legge sugli investimenti esteri, a cui si dà, dopo 40 anni, la possibilità di detenere la maggioranza delle azioni, una possibilità concessa finora alla Bmw e all’americana Tesla.
La Cina apre il settore manifatturiero, quello dei servizi, in particolare banche e assicurazioni, agli operatori esteri nel quadro del futuro accordo Xi-Trump. L’abbattimento dell’Iva è una misura di protezionismo fiscale per gli operatori nazionali che in futuro dovranno vedersela con le multinazionali estere.
Inoltre lo stimolo fiscale di 300 miliardi, unito alla possibilità delle banche pubbliche di aumentare del 30% i prestiti per le imprese private, ha l’effetto del deleveriging del debito, vale a dire la possibilità di rientrare dalle esposizioni creditizie delle imprese, indebitate per il 188% del pil con il “sistema finanziario ombra”.
Come con le detrazioni, anche in questo caso vi è una fiscalizzazione degli oneri del debito, stavolta a favore delle imprese private cinesi al fine di prepararsi alla concorrenza estera.
Ovviamente, il drastico calo dell’Iva avrà ulteriori effetti sulla domanda interna. Il quadro che si prospetta è quello di puntellare la classe media – attualmente stimata in 400 milioni di persone, la somma del totale Usa+Ue – con l’obiettivo di portarla a 600 miloni, per farne la protagonista della crescita cinese nel prossimo decennio.
Il quadro internazionale è fosco; il commercio mondiale è rasoterra, negli ultimi anni è cresciuto meno del pil mondiale; nell’Occidente la povertà aumenta; occasioni di profitto ce ne sono sempre meno e in più le prospettive di Eurozona e Usa nei prossimi anni non sono rosee.
La Cina sa che dal mercato mondiale si può aspettare sempre meno, forse qualcosa dall’area asiatica. Ecco che si rivolge alla classe media interna per farne la protagonista di una proiezione interna della crescita. Aumento del tetto di imponibile, detrazioni e deduzioni per 200 miliardi di dollari a favore dei lavoratori, ora l’abbattimento dell’Iva. Il quadro è completo per proiettare la potenza industriale cinese verso il mercato interno.
Per la dirigenza cinese i consumi devono prendere il posto degli investimenti e del commercio estero e, per farlo, aumentano a dismisura la classe media.  Sarà di 600 milioni di persone entro pochi anni, altre 600 milioni sono nel resto dell’Asia, fanno 1.200 milioni, la più estesa area di classe media del mondo.
E dire che  quest’area pesa per appena l’8% dell’export italiano. Chissà se la visita di Xi Jinping il 22 marzo a Roma farà aprire gli occhi all’Italia.

martedì 5 marzo 2019

Dallo Stato al “mercato”. Anche Facebook prepara una crytomoneta

Siamo in un mondo che cambia”, diciamo un po’ tutti. Specie chi ha rinunciato a guardare, dunque ad analizzare, come cambia.
C’è chi si consegna nudo e indifeso a questo processo incontrollabile, chi si rifiuta di ammetterlo, chi si rifugia nella citazione dei “classici” per dimostrare che non è vero niente, ecc.
Intanto le cose vanno avanti. Una, poco studiata e ancor meno compresa nella sua portata, la nascita delle cryptomonete. Una nuova figura del capitale, certamente, niente affatto sovversiva, ma una figura che destabilizza un bel po’ uno dei pilastri del “classico” sistema di potere della modernità capitalista: lo Stato.
On stiamo parlando della democrazia parlamentare o delle sue forme, ma di un potere sovrano esercitato fin qui (fino a qualche anno fa) senza ammettere alcun competitore. E’ il potere di battere moneta, ossia l’equivalente generale che consente di scambiare sul mercato merci, servizi, beni materiali o incorporei.
Ogni Stato ha la sua moneta, dotata a sua volta di un valore di scambio variabile (un “tasso di cambio”) in ragione della salute economica di una certa nazione, della sua forza militare, ecc. C’è persino un’area continentale – definita Eurozona – in cui tale potere è stato devoluto consenuslmente ad una Banca centrale “indipendente”, la Bce. Ma lo schema generale – un potere politico concentrato in uno Stato o qualcosa di simile, che conia una certa moneta per facilitare gli scambi commerciali (sostituto del “baratto”) – è ancora quello dell’antichità precapitalistica, fatte salve le ovvie differenze storiche o tecnologiche.
Le cryptomonete, invece, sono pura iniziativa privata. Chiunque le può immettere sul mercato, purché abbia le competenze e la struttura hardware per controllarne solidamente la circolazione e dunque garantirne la sicurezza. La più nota ed antica è il bitcoin, ma orm ai sono decine e in continua moltiplicazione.
A noi sembra evidente che se ci sono monete non statali c’è anche un trasferimento di potere dal “pubblico” al mercato. E, di conseguenza, uno svuotamento sostanziale dei processi politici che si suole chamare col nome vuoto di democrazia. Non che scompaia del tutto lo Stato, naturalmente, ma il ventaglio delle sue funzione si va drasticamente riducendo al puro monopolio nell’uso della forza. Verso l’interno, con le polizie chiamate a disciplinare repressivamente le rispettive popolazioni, verso l’esterno come strumento militare di ultima istanza per la regolazione dei rapporti tra aree politico-economiche (peraltro attraversate trasversalmente da “monete private” ncontrollabili dai singoli Stati).
Due contributi sul tema ci sono sembra interessanti, visto che mettono a fuoroc – con ottica molto diversa – la stessa notizia: Facebook sta preparando la sua cryptomoneta.

lunedì 4 marzo 2019

La manifestazione di Milano. Tanta gente in piazza, e poi?

La manifestazione di ieri a Milano era stata promossa da una trentina di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil sullo slogan “People: prima le persone”.  Nella coreografia spiccava un carro a forma di barcone – a ricordare i molti migranti morti in mare o respinti – e un altro contro la legge Pillon che indica una complessiva regressione civile del paese.
Il deus ex machina della manifestazione, nata come una sfida al decreto sicurezza di Matteo Salvini, era stato a gennaio l’assessore comunale al Welfare, il piddino Pierfrancesco Majorino che, pare, intende candidarsi alle prossime elezioni europee. L’associazionismo democratico e solidale milanese ha subito prontamente risposto all’appello, sia perché la realtà consegna quotidianamente episodi di razzismo e de-solidarizzazione che gridano vendetta, sia perché – ed è difficile negarlo – con il possibile ritorno della “Ditta” (ex Pci/Pds/Ds) alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale spera di poter tornare a contare dopo la parentesi renziana che aveva sminuito o liquidato i cosiddetti” corpi intermedi”.
Al corteo, come prevedibile, non mancava nessuno, neanche “il consiglio di fabbrica della Rizla” ed hanno partecipato esponenti della politica e mondo dello spettacolo milanese, dal sindaco di Milano Beppe Sala a Ornella Vanoni, ma soprattutto i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola Zingaretti immortalati in una foto “segnante”. Quest’ultimo, nel corso della manifestazione, ha dichiarato che: “Questa maggioranza vive sulla propaganda ed è motivata solo dalla cultura dell’odio, l’odio non produce crescita, lavoro e serenità, per questo serve un’altra idea di Paese e il centrosinistra deve rifondare la sua identità”.
Il sindaco Sala, dal canto suo, ha provato a fare la quadratura del cerchio sul piano economico ed etico: “Costa fatica, ma mi sento di dire che i milanesi hanno bisogno di sentirsi solidali e sono passati i tempi in cui solo l’idea di successo, soldi e crescita dei consumi è attrattiva per le città”. Insomma la società civile produttiva e competitiva per eccellenza avrebbe dentro di sé anche uno spazio per la solidarietà. E’ l’esegesi del liberismo. Prima si fanno morti e feriti con le misure economiche antipopolari, poi si usano gli interstizi per non perdere completamente l’anima. Non solo. A Milano il Comune avalla i “pattuglioni” della polizia nelle zone degli immigrati in nome della sicurezza ma critica Salvini per il suo Decreto.
Nasce forse da questa sintesi del sindaco Sala l’eterno ritorno alla “catarsi” con cui i dirigenti del centro-sinistra ambiscono a recuperare immagine e verginità politica dopo i danni sociali provocati dalle scelte strategiche dei loro governi. Era accaduto con Berlusconi, sta accadendo di nuovo con Salvini, anche se l’obiettivo dichiarato sembrano essere più i Cinque Stelle dove è visibile una crisi della base elettorale. E’ leggibile nitidamente nell’editoriale di oggi di Eugenio Scalfari e nelle parole di Prodi su La Repubblica.
Ma fin qui la radiografia della manifestazione di Milano è facile, seppur parziale.
Le rogne si presentano quando nei “movimenti” e nella sinistra radicale o antagonista si apre la lacerante – e ripetuta – discussione su come rapportarsi ad eventi politici che hanno le caratteristiche sopra indicate ma che, richiamando in piazza tanta gente, mettono a dura prova le tesi di chi prova a indicarne le contraddizioni a venire piuttosto che quelle visibili oggi.
A Milano e dintorni le realtà di movimento e della sinistra radicale si sono in larga parte convinte ad essere nella manifestazione proprio perché la quantità (i manifestanti) ne era il punto di qualità. Lo hanno fatto con ragionamenti semplici ma non del tutto nuovi: alla manifestazione c’è tanta gente, attraversiamo questo momento di massa con i nostri contenuti e contrastiamo così l’egemonia del Pd sulle aspettative della gente in buona fede la quale afferma giustamente che vengono “prima le persone”. A memoria occorre ammettere che in decenni ci si è riusciti solo una volta, quando nel 1992 volarono i bulloni ad una manifestazione di Cgil Cisl Uil di fronte all’ennesima svendita delle conquiste dei lavoratori. In tutte le altre innumerevoli occasioni simili, l’affermazione di contenuti diversi o più avanzati di quelli della gestione ufficiale non è mai riuscita. E per onestà occorre dirselo e ammetterlo.
Su questo, da sempre, ci sono interminabili discussioni tra i sostenitori di questa tesi e quella che non intende fare sconti ai responsabili (il Pd e i suoi ambiti collaterali) di una situazione pesante e regressiva sul piano politico, sociale e civile del paese, incarnata dall’egemonia della destra sul governo e in crescenti ambiti della società. Indubbiamente il richiamo all’unità, al sentirsi meglio in tanti che in pochi, ha una sua forza narrativa. Ma anche qui occorre assumersi la responsabilità – impopolare – di non accettare la sistematica catarsi con il Pd cerca di far dimenticare nelle piazze, quando è all’opposizione, quello che fa concretamente quando governa.
Il problema dunque non è dividersi su una manifestazione. Le manifestazioni sono diventati eventi di massa che vengono consumati in un giorno. Il problema è capire quale funzione si vuole esercitare dentro questa società e tra la nostra gente che “per rabbia e per rancore” ha affidato le sue aspettative a forze spurie (il M5S) e o reazionarie (la Lega).
Ripresentarsi come un terminale di quella “sinistra di governo” ormai invisa ai settori popolari, agli operai delle fabbriche chiudono, alla gente delle periferie come ai ceti medi impoveriti (e quindi meno civili e “riflessivi” di quelli che guardano al Pd e alla sinistra), è un terreno impraticabile. O almeno lo è sicuramente per un movimento antagonista sul piano degli interessi sociali e alternativo sul piano delle ipotesi di governo del paese.
Continuare a lacerarsi se “attraversare” o no manifestazioni come quella di Milano (o quella di Cgil Cisl Uil di alcune settimane fa) è una perdita di tempo, di identità e di progettualità. Di manifestazioni come questa ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora. Nella migliore delle ipotesi ci costringe su un terreno subordinato che riduce il nostro spazio politico e la nostra autonomia di intervento sulle contraddizioni sociali e civili del paese. Da qui si ricomincia.