martedì 31 luglio 2018

Lavorare meno ma senza social e pausa pranzo. Succede in Germania

La riduzione dell’orario lavorativo è una discussione sempre aperta. Un argomento che ha a che fare con la qualità della vita, col tempo da passare in famiglia, con gli hobby. Le classiche 40 ore settimanali piacciono sempre di meno, e la diffusione – nei settori che lo rendono possibile – dello smart working ne è una prova lampante.
Sempre più spesso, infatti, la digitalizzazione offre strumenti per operare ovunque, smontando l’idea di ufficio come unico posto dove poter lavorare.
E se invece fosse proprio il digitale il problema? L’idea di un’azienda tedesca, raccontata dal quotidiano Die Welt, ha dell’originale. E punta il dito proprio contro una parte del mondo digitale. Più in particolare i social network e tutto il mondo che ruota attorno alle nuove piattaforme, spesso ritenuti strumenti di distrazione.
Da qui un nuovo concetto di orario di lavoro, basato su parametri di ore nette. Dove nette sta per lontani dalla propria vita digitale, con la possibilità di ridurre l’orario lavorativo da quaranta a trenta ore settimanali. Ma vediamolo nel dettaglio.
L’azienda si chiama Jobroller ed è situata a Straubing, in Baviera. Circa quarantacinquemila anime a 140 chilometri da Monaco. L’idea venuta ai suoi manager consiste nel ridurre l’orario lavorativo di due ore al giorno: sei anziché otto. Che in una settimana sono dieci ore in meno (trenta anziché le canoniche quaranta, come detto). Per godere della riduzione, però, è necessario che i dipendenti accettino due regole severe ma allo stesso tempo abbastanza semplici. Le sei ore di lavoro quotidiano devono essere svolte senza pausa pranzo (al massimo uno stop per un rapido caffè). E i dipendenti devono accettare di disconnettersi da ogni account personale prima di iniziare a lavorare. Durante le sei ore, dunque, niente accesso ai propri canali social, nessun messaggio su WhatsApp o altre piattaforme di messaggistica istantanea dal telefono personale, e nessuna email dal proprio account privato. Solo così, secondo il management dell’azienda, i dipendenti riescono a concentrarsi in modo totale sul lavoro e a non perdere tempo in altro. Tempo che viene recuperato tornando a casa due ore prima.
L’azienda si occupa di inserimento nel mondo del lavoro, attraverso una piattaforma (paradossalmente) online. I turni offerti ai suoi dipendenti (una decina in tutto) sono due: dalle 8 del mattino alle 14, o dalle 11 alle 17. La turnazione da sei ore, previa disconnessione dai propri account, è attiva già dallo scorso febbraio. E a quanto pare la soddisfazione degli impiegati è massima. Anche perché, secondo un sondaggio citato dal Welt, il 53% dei cittadini tedeschi desidera che la giornata lavorativa sia più breve, anche a fronte di una riduzione dello stipendio. La ricerca sostiene che gli intervistati preferiscano più tempo per la famiglia, per lo sport e per gli hobby.
Il proprietario della Jobroller si chiama di Guenter Dillig, ed è quello che ha avuto l’idea dell’orario netto. «Alla fine ciò che conta è il risultato», ha detto al quotidiano tedesco, aggiungendo che il tempo libero «è un bene primario». Dillig è convinto che se i suoi dipendenti sono più contenti col nuovo orario e rendono di più, e ha esortato altre aziende a provare il suo modello: «Mi piacerebbe che anche altri testassero questa turnazione. Noi andremo avanti così, anche perché i conti ci danno ragione».

lunedì 30 luglio 2018

Cosa vuol dire essere poveri in Italia

Quasi 1 milione e 800 mila famiglie residenti in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta, pari a 5  milioni e 58 mila individui. A dirlo il report dell'Istat, secondo cui c'è stata una crescita rispetto al 2016. In aumento i problemi soprattutto nei nuclei familiari più numerosi con figli minori, ma anche in quelli monogenitoriali, come nel caso di madri (o padri) separati che si trovano a dover mantenere da soli i figli. Le situazioni più gravi, poi, si registrano nel sud Italia e nelle famiglie ci stranieri.
Ma davvero l'Italia si sta impoverendo? "I dati confermano gli effetti di alcuni mali strutturali del Paese, con una incidenza maggiore della povertà assoluta nel Mezzogiorno, dove si registra il 10,3% rispetto a una media intorno al 5% delle regioni del centro e del nord. Una situazione che conferma e aggrava una condizione già presente anche nel 2005, anno di inizio della serie storica" spiega a Donna Moderna Federico Polidoro, Responsabile del servizio Istat - Sistema integrato su condizioni economiche e prezzi al consumo.

Un quadro generale: soffrono sud e minori

Quasi il 7% delle famiglie non riesce ad affrontare le spese minime mensili per poter acquistare beni di prima necessità e servizi essenziali, in base ad uno standard minimo ritenuto accettabile. Un calcolo che tiene conto anche del territorio nel quale si abita e dunque del costo medio della vita. Secondo l'Istituto di ricerca a pesare sull'aumento del numero di nuclei familiari e singoli individui in condizioni critiche è in parte anche l'inflazione registrata nel 2017.
A preoccupare è anche la situazione dei minori, che rimane elevata (12,1%, pari a 1 milione 208 mila, a fronte del 12,5% del 2016). A soffrire maggiormente sono le famiglie nelle quali è presente almeno un minore, con vaori elevati nei nuclei dove ci sono tre o più figli under 18.
I dati peggiori provengono dalle regioni del Sud: "C'è un'Italia che viaggia a due velocità, con il Mezzogiorno che ha dati quasi doppi rispetto al centro e al nord - spiega Polidoro - Questo riguarda un po' tutti gli indicatori, anche se l'andamento più negativo interessa le fmaiglie composte da soli stranieri: al nord il 29,2% di queste famiglie è in condizioni di povertà assoluta, mentre al sud si arriva al 42,6%. Anche tra i nuclei di soli italiani, comunque, nelle regioni settentrionali a soffrire maggiormente è il 5,1%, mentre nel meridione si sale al 9,1%".
Ma come si calcola la povertà assoluta?

Le spese e i servizi

Per calcolare le soglie di povertà sono presi in considerazione alcuni valori che hanno a che fare con la spesa per consumi di una famiglia. Per valutare lo stato di "ricchezza" o meno è stata adottata la classificazione europea dei beni e servizi oggetto di consumo (Classification of Individual Consumption by Purpose) aumentando da 264 a 473 il numero delle voci di spesa.
Nel caso specifico, in Italia "Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà calcolata è pari a 826,73 euro mensili se risiede in un'area metropolitana del Nord, a 742,18 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 560,82 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno" spiega l'Istat, che sul proprio sito permette di calcolare i valori per ciascun individuo o nucleo, inserendo i dati relativi alla zone di residenza e al numero di componenti della famiglia.
Il tutto a fronte di una spesa media per famiglia nel 2017 di 1.085,22 euro mensili. "Per calcolare le soglie di povertà noi utilizziamo un paniere, nel quale rientra la spesa alimentare, insieme a beni e servizi non alimentari. Tra i costi sostenuti mensilmente per giungere a definire le soglie si considerano quindi i generi che non sono di mera sopravvivenza, come abbigliamento, spese per la casa, spostamenti, ecc." spiega l'esperto dell'Istat.
A incidere maggiormente sono naturalmente le spese relative all'abitazione, come affitto, riscaldamento e bollette. Rappresentano, invece, una componente residuale i costi per acquistare vestiti o effettuare spostamenti, o ancora per le comunicazioni: ovviamente non rientra nel paniere l'automobile, che non è indispensabile, quanto piuttosto il costo del biglietto dei mezzi pubblici, insieme alle spese sanitarie" aggiunge Polidoro.

Cresce anche la povertà relativa

"Analogamente alla povertà assoluta, l’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie con 4 componenti (19,8%) e per quelle più numerose con 5 o più componenti (30,2%); per queste ultime nel Mezzogiorno il valore raggiunge il 40,1%. In generale, si tratta per lo più di coppie con tre o più figli per le quali l’incidenza di povertà è pari a 27,1% a livello nazionale, a 37,2% nel Mezzogiorno" spiega l'Istituto di statistica.
Un altro fattore importante è il titolo di studio: le famiglie con la persona di riferimento che ha un titolo di studio molto basso (licenza di scuola elementare o nessun titolo di studio) registrano un'incidenza di povertà relativa che dal 15% al 19,6%. La crescita più elevata delle condizioni di criticità economica riguarda però soprattutto i nuclei nei quali il capofamiglia è in cerca di occupazione (dal 31% al 37,0%), seguiti  da quelle di ritirati dal lavoro (dall’8,0% al 9,0%).
Infine, conta molto il territorio nel quale si vive: "Le famiglie che vivono nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti ma non appartenenti alla Periferia delle aree metropolitane) l’incidenza di povertà relativa, pari a 13,3%, è più elevata sia della media nazionale sia di quella dei comuni Centro di area metropolitana (10,0%)"

Dove vivono i nuovi poveri

La regione con il valore più elevato di povertà relativa è la Calabria (35,3%), seguita da Sicilia (29,0%) e Campania (24,4%). Al contrario, risulta avere i dati più bassi la Valle d’Aosta (4,4%), seguita da Emilia-Romagna (4,6%), Trentino Alto Adige (4,9%), Lombardia (5,5%), Toscana (5,9%), Veneto (6,1%), Piemonte (6,8%), Friuli Venezia Giulia (6,9%), Trento (7,8%), Lazio (8,2%), Liguria (8,5%) e Marche (8,8%), tutti con dati inferiori alla media nazionale.

venerdì 27 luglio 2018

Il lato oscuro dell'aria condizionata

In estate più o meno tutti saremmo concordi nell’attribuire a chi ha inventato l’aria condizionata il premio Nobel, eppure i ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison non sono dello stesso avviso. Secondo uno studio da loro pubblicato sulla rivista Public Library of Science (PLOS) Medicine, infatti, l’aumento dell’utilizzo di questo rinfrescante macchinario – legato all’innalzarsi delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici – potrebbe aggiungere un ulteriore problema al riscaldamento del pianeta: il peggioramento della qualità dell’aria, da aggiungersi all’inquinamento che già causiamo. Insomma, non una buona notizia per la nostra salute.
La previsione degli scienziati è che – solo negli Stati Uniti orientali – ogni anno ci sarà un migliaio di morti in più per gli elevati livelli di inquinamento causati dall’incremento nell’utilizzo di combustibili fossili per rinfrescare case e ambienti di lavoro.
L’analisi degli scienziati combina le proiezioni provenienti da cinque diversi modelli per prevedere l’aumento nell’uso di energia in un mondo più caldo e come questo potrebbe incidere sul consumo di corrente proveniente da fonti fossili, sulla qualità dell’aria, sulla salute umana nei prossimi decenni. A causa dei cambiamenti climatici le ondate di calore tenderanno a intensificarsi in frequenza e intensità, e secondo Jonathan Patz, primo autore dello studio e professore di scienze ambientali e della salute alla UW-Madison, è innegabile che l’aria condizionata salvi e continui a salvare delle vite.
Se, però, la potenza che impieghiamo per produrla proviene dai combustibili fossili, rischiamo di infilarci in un circolo vizioso: più aumentano le ondate di calore, maggiore sarà la richiesta di aria condizionata, e quindi di elettricità. Ma se l’elettricità viene prodotta con gli stessi mezzi che inquinano e fanno alzare le temperature sul Pianeta…
Gli edifici sono responsabili di oltre il 60% del consumo energetico negli Stati Uniti orientali, e l’aria condizionata ne è una componente significativa.
Lo studio stima 13000 morti aggiuntive ogni anno causate dai livelli più alti di polveri sottili in estate e 3000 provocate dalla presenza di ozono a livello del terreno (entrambi sottoprodotti della combustione delle fonti fossili) nella parte orientale degli Stati Uniti entro la metà del secolo.
La maggior parte di queste saranno attribuibili a processi naturali legati alla chimica atmosferica e a emissioni non provocate dall’uomo, che vengono influenzate dall’aumento di temperatura. Ma circa 1 000 di queste saranno proprio legate all’utilizzo di aria condizionata, se l’energia che sfrutta proviene da combustibili fossili. I risultati della ricerca sottolineano quanto ci sia bisogno di fonti di energia più sostenibile, come quella eolica e solare, e che è necessario impiegare condizionatori più efficienti sotto il profilo energetico. Si tratta di problemi che siamo in grado di controllare, e che ci possono aiutare a contrastare sia i cambiamenti climatici, sia l’inquinamento. In caso contrario, peggioreranno entrambi…

giovedì 26 luglio 2018

La crescita economica? Significa produrre un mare di rifiuti...

I dati della costante devastazione ambientale sono purtroppo innumerevoli e non si fermano.  Non potrebbe essere altrimenti visto che il modello di riferimento mondiale è quello di crescere economicamente e quindi produrre qualsiasi cosa che si possa vendere. In un mondo in cui ogni ditta in costante competizione con i concorrenti deve sempre aumentare gli utili, come si fa a darsi dei limiti che sono gli unici che possono salvare l’ambiente? Praticamente impossibile.
Gli aerei inquinano in maniera pesantissima, ma se li limiti, il comparto aereonautico entra in crisi, le persone vanno a spasso, quindi non si può fare. Le automobili fanno migliaia di morti in incidenti stradali, ma mica puoi mandare a casa gli operai e limitare l’uso dell’automobile che nel sistema di disvalori che abbiamo, equivale praticamente a limitare la libertà. Le navi da crociera inquinano a più non posso ma mica puoi fermare un business che dà lavoro ai nostri gloriosi cantieri navali e negare la favolosa avventura di solcare i mari anche alla casalinga di Voghera. La plastica ci sommerge ma mica si può impedire alle ditte che producono plastica o imballaggi di fermare la produzione, altrimenti vanno in crisi,  la gente non lavora, gli imprenditori non guadagnano, idem le banche e il mondo si ferma...
E così via, per ogni prodotto e servizio assurdo, superfluo e dannoso, ogni imprenditore ha le sue ragioni, ogni lavoratore ha le sue ragioni e c’è pure qualche lavoratore che dice: meglio morire di cancro che di fame, affermazione assolutamente falsa dato che si può tranquillamente lavorare senza morire né di fame, né di cancro. Ben pochi politici poi vogliono essere veramente dalla parte della natura perché la natura mica vota e salvaguardarla non paga a livello elettorale.
Ambiente e ambientalisti sono irrilevanti per garantire poltrone laddove è solo il calcolo a fare da padrone, mica la salute o il benessere reale. Nemmeno catastrofi nucleari come Chernobyl o quella di Fukushima hanno fermato il nucleare, figuriamoci cosa ci può interessare un mare dove le onde sono fatte di rifiuti e il mare stesso non si vede più. Nemmeno la notizia terrificante che nel 2050 ci saranno più rifiuti di plastica in mare che pesci ha fatto intervenire drasticamente o invertire la rotta. Ma ve lo immaginate? I mari, gli oceani che consideriamo immensi, che coprono oltre il 70% del nostro mondo, sono irrimediabilmente inquinati per colpa degli esseri umani. Il solo pensiero di una tragedia del genere atterrisce, siamo riusciti per l’ennesima volta a danneggiare qualcosa di incomparabile bellezza. Stiamo devastando tutto ad una velocità incredibile e non ci fermiamo, non ci possiamo fermare perché la parla d’ordine è crescere, cioè non avere nessun limite o freno che metta in crisi gli utili. E anche quando le nostre spiagge saranno come quelle di Santo Domingo (non ci vorrà molto tempo), i politici, gli imprenditori, i lavoratori diranno: meglio fare il bagno nei rifiuti che morire di fame. E alla fine quando tutto sarà compromesso, diranno: meglio andare su Marte che morire di fame e così Elon Musk e qualche suo amichetto, partiranno con le loro navi spaziali e noi rimarremo qui ad agonizzare.  L’ambiente è la nostra casa, la natura è la nostra vita e la sua sopravvivenza cioè la nostra, è incompatibile con la crescita economica, con il pensare solo a se stessi e ai propri affari, non tenendo conto di niente e nessuno.
Ma queste sono cose che non si possono dire, che non vanno di moda, che non fanno fare carriera; meglio continuare a prendere in giro elettori e pubblico, parlando di crescita, di produzione, di aggressione dei nuovi mercati, di competizione, di brand, di concorrenza, di aumento dei fatturati.
Tra l’altro ci sarebbero molte percorribilissime soluzioni alternative: si potrebbe lavorare, spostarsi, vivere e produrre con la massima attenzione alla natura, alla qualità della vita, senza superare i limiti della sostenibilità ambientale. Ma sono concetti e applicazioni che hanno bisogno di intelligenza, idee, lungimiranza, conoscenza, attenzione, vera capacità, coraggio, onestà intellettuale, tutta roba che troppo spesso comporta solo problemi ed è quasi controproducente avere nel mondo del lavoro, dell’imprenditoria e delle amministrazioni pubbliche.
In una visione di benessere collettivo si potrebbe guadagnare il giusto e non troppo, dove i parametri di riferimento sarebbero completamente diversi da quelli per i quali chi è ricco, potente e sa fare molti soldi è automaticamente da venerare. Ben altre sarebbero le persone da prendere come esempio, ben altri sarebbero i parametri da seguire. Si può vivere meglio con meno e lavorare affinchè  tutti (intesi come tutto il mondo, nessuno escluso) abbiano una esistenza dignitosa e non che pochi abbiano tutto e tanti poco o niente. Ma ciò non è possibile, va contro la logica dell’accumulo e dello sfruttamento, contro chi detiene enormi ricchezze e controlla ogni mezzo di informazione di massa attraverso il quale viene glorificato  l’unico, solo dio a cui credere e per cui vivere, il dio denaro.
Oggi siamo completamente circondati dal superfluo, dal banale, dall’irrazionale; bisogna darsi altri valori, altra cultura, altro lavoro, è l’unica strada.
Si può fare e sarebbe una bellissima storia da vivere.

mercoledì 25 luglio 2018

La crisi del “macronismo” e il declino delle élites politiche della UE

La crisi del “macronismo” è un dato del tutto rilevante non solo per la sfera della rappresentanza politica dell’Esagono, ma approfondisce il processo di delegittimazione delle élites politiche continentali.
Queste ultime avevano trovato nel leader di “En Marche” un campione del rilancio del progetto politico dell’UE ed una possibile chance di riconfigurazione della rappresentanza politica di questa tendenza, dotata di una nuova narrazione efficace in termini di capacità di catturare un ampio consenso, scompaginando le carte della geografia politica d’oltralpe e offrendo un modello di “ripensamento” della forma di un organizzazione politica esportabile fuori dai perimetri francesi.
L’affaire Alexandre Bennalla, di cui tratteremo più avanti, non è che l’ultima tappa del declino di Macron, che in meno di un anno si è “bruciato” il consenso che aveva portato al suo exploit e a quello del suo movimento, prima con le elezioni presidenziali e poi con le legislative.
La performance elettorale macroniana era stata un vero e proprio tsunami, anche per il ristretto margine temporale intercorso tra il “lancio” del suo movimento: il 6 aprile 2016, l’annuncio di partecipazione alle elezioni presidenziali: il 16 novembre 2016, e l’affermazione al secondo turno delle presidenziali il 7 maggio contro Marie Le Pen, dopo avere ottenuto nel primo turno il 24% dei consensi contro il 21,3% della leader del FN.
Al di là dell’elevato tasso di astensionismo, superiore al 50% del secondo turno delle legislative di giugno, vi era stata la tenuta dell’”offerta politica” macroniana che gli aveva permesso di avere una solida maggioranza, rafforzata dagli alleati di MoDem.
Un dato che non va sottovalutato è il rapido avanzare della convinzione – a livello di sondaggi dei suoi sostenitori – rispetto all’opzione del voto nei suoi confronti, durante tutta la prima parte dell’anno scorso: a febbraio meno della metà si definiva certa di votare per lui, percentuale che sarebbe poi salita solo oltre la soglia dei due terzi ad Aprile.
La rivoluzione macroniana – “Rivoluzione” era per l’appunto il titolo del suo stesso manifesto politico – nelle fondamenta ideologiche del suo programma era un rivisitazione delle politiche neo-liberiste intraprese sia dalla social-democrazia tedesca che dal New Labour britannico, confezionata con una auto-narrazione secondo la quale En Marche “non è di destra, né di sinistra, ma sia di destra che di sinistra. Perché dobbiamo unire tutte le forze positive attorno a un progetto comune”, come aveva dichiarato lo stesso Macron il 21 aprile del 2016, a circa due settimane dal lancio ufficiale del movimento.
Come ha giustamente fatto notare Jocelyn Evans, nel suo saggio scritto per uno studio dell’Istituto Cattaneo (Macron e il movimento En Marche!), “mentre si presentava come base per una rivoluzione democratica, i punti principali del programma di Macron erano ben lungi dall’essere rivoluzionari, ancorati come sono alle fondamenta ideologiche della terza via di Tony Blair, o all’Agenda 2010 di Gerhard Schröder e ancora alle riforme Hartz dei primi anni 2000 sul lavoro e i sussidi di disoccupazione – paralleli che non erano sfuggiti né all’ex-premier britannico né a quello tedesco, tanto più che entrambi hanno espresso il proprio sostegno per Macron durante la campagna per le presidenziali”.
Coeva a questo, vi era dichiaratamente nei piani macroniani una riforma istituzionale tesa a ridurre il peso del parlamento nel contro-bilanciare le scelte presidenziali, con una verticale del potere che accentrava sulla sua figura una maggiore capacità decisionale ed un parlamento, con un terzo in meno di deputati, il cui potere avrebbe dovuto essere quello di registrare le decisioni prese all’Eliseo, svuotando di fatto le istanze della stessa democrazia rappresentativa e stabilendo una sorta di “monarchia presidenziale”.
A questi punti esplicitati del suo programma, che si inserivano nella rivendicazione di un ruolo di maggiore protagonista della Francia sullo scenario internazionale ed un rilancio dell’asse franco-tedesco come motore di una accelerazione del progetto di integrazione europea, in grado di fare divenire l’UE un attore politico globale, si è aggiunta la trasformazione della legge sul diritto d’asilo e l’emigrazione, che di fatto ha notevolmente ridotto le distanze su questa materia tra Macron e i leader dell’est Europa che hanno costruito l’ultima fase della propria carriera politica in quanto imprenditori del razzismo.
Se fino ad ora i corpi intermedi, insieme all’opposizione, nonostante i differenti “fronti” aperti e le convergenze politico-sociali create, non sono riusciti a modificare i piani di Macron e di LREM, con le proprie mobilitazioni hanno contribuito a far drasticamente diminuire il consenso di colui che ormai viene percepito come “il presidente dei ricchi”.
Dopo il ridimensionamento dei suoi piani sul lato del “rilancio” della UE, dovuti ai difficili equilibri politici tedeschi, e la sua netta battuta d’arresto sulla possibilità di bissare lo scompaginamento delle carte negli attori politici continentali a livello di elezioni europee, e con un drastico calo di consensi all’interno, le rivelazioni del giornale Le Monde del 18 luglio – sull’operato di Alexandre Benalla durante la manifestazione del Primo Maggio a Parigi – ha generato la prima vera crisi interna che coinvolge, e rischia di travolgere anche il suo ministro dell’interno Gerard Collomb.
Il “capo” della sua sicurezza privata, insieme a Vincent Crase, si sono resi protagonisti di un vero e proprio pestaggio nei confronti di un manifestante in piazza Contrescarpe il Primo Maggio a Parigi.

martedì 24 luglio 2018

Il mondo senza contanti è una truffa – e dietro c’è la grande finanza

In tutto il mondo occidentale le banche stanno chiudendo sportelli bancomat e filiali. In questo modo stanno cercando di spingerci a utilizzare i loro sistemi di pagamento digitali e i loro servizi di digital banking. Proprio come Google vuole che tutti accedano e navighino nel più ampio mondo di Internet attraverso il suo portale di ricerca, che è controllato privatamente, così le istituzioni finanziarie vogliono che tutti possano accedere e navigare nel più ampio mondo dell’economia attraverso i loro sistemi.

Un altro obiettivo è ridurre i costi per aumentare i profitti. Le filiali richiedono personale. Sostituirle con app standardizzate gestite dal cliente consente ai senior manager delle istituzioni finanziarie di controllare e monitorare direttamente le interazioni con la clientela.

Le banche, ovviamente, ci raccontano una storia diversa sul perché lo fanno. Recentemente ho ricevuto una lettera dalla mia banca, che spiegava come stiano chiudendo le filiali locali perché “i clienti si stanno spostando verso il digitale” e loro stiano quindi “rispondendo alle mutate preferenze dei clienti”. Sono uno dei clienti a cui si riferiscono, ma non ho mai chiesto loro di chiudere filiali.

È un processo che si autoalimenta: chiudendo le loro filiali, o smantellando i loro sportelli bancomat, ci rendono più difficile utilizzare questi servizi. Abbiamo molta più probabilità di “scegliere” l’opzione digitale se le banche deliberatamente rendono più difficile per noi scegliere l’opzione non digitale.

Nell’economia comportamentale questo è indicato come “nudging ” (“indirizzare”, ndt). Se una istituzione potente vuole fare in modo che le persone scelgano una determinata cosa, la strategia migliore è rendere difficile la scelta dell’alternativa.

Possiamo illustrare questo sistema con l’esempio delle casse per il pagamento automatico dei supermercati. La finalità sotto traccia è quella di sostituire il personale di cassa con apparecchi self-service per ridurre i costi. Ma i supermercati devono convincere i loro clienti. Così all’inizio presentano il self-checkout come una comoda alternativa. Quando alcune persone iniziano a usare questa alternativa, il supermercato può citare il fenomeno come prova di un cambiamento nel comportamento dei clienti, che poi viene usato per giustificare una riduzione dei dipendenti addetti alle casse. Questo a sua volta rende più scomodo utilizzare le casse dotate di personale, il che a sua volta rende i clienti più propensi a utilizzare le macchine. E così, lentamente, ti svezzano dal personale e ti “indirizzano” verso il self-service.

Allo stesso modo, le istituzioni finanziarie stanno cercando di indirizzarci verso una società senza contanti e verso il digital banking. Il vero scopo è il profitto aziendale. Le società di pagamento come Visa e Mastercard vogliono aumentare il volume di vendita dei loro servizi di pagamento digitali, mentre le banche vogliono ridurre i costi. Il “nudging” richiede due mosse. In primo luogo, devono aumentare la scomodità di contanti, bancomat e filiali. In secondo luogo, devono promuovere energicamente l’alternativa. Cercano di “insegnare” alle persone prima di volere il digitale, e poi a “sceglierlo”.

Su questo, ci è utile la lezione del filosofo marxista Antonio Gramsci. Il suo concetto di egemonia si riferiva al modo in cui i potenti condizionano l’ambiente culturale ed economico in modo tale che i loro interessi inizino a essere percepiti come naturali e inevitabili dall’opinione pubblica. Nessuno è sceso in strada a manifestare a favore dei sistemi di pagamento digitali venti anni fa, mentre oggi sembra sempre più ovvio e   “naturale” che questi sistemi debbano prendere il sopravvento. È una convinzione che non è scaturita dal nulla. È il risultato diretto di un progetto egemonico portato avanti dalle istituzioni finanziarie.

Possiamo anche riprendere il concetto di interpellanza di Louis Althusser. L’idea di base è che puoi convincere le persone a interiorizzare determinate convinzioni comportandoti come se le avessero già. Vent’anni fa nessuno credeva che il denaro fosse “scomodo”, ma ogni volta che vado nella metropolitana di Londra vedo pubblicità che mi si rivolgono come se fossi una persona che trova scomodo usare il denaro contante. L’obiettivo è di costruire dall’esterno una mia convinzione che il denaro contante sia scomodo e che passare a sistemi senza contante vada a mio vantaggio. Ma una società senza contante non è nel nostro interesse. Va a vantaggio delle banche e delle società di sistemi di pagamento. Il loro compito è farci credere che sia anche nel nostro interesse, e ci stanno riuscendo.

Il recente caos della Visa, durante il quale milioni di persone diventate dipendenti dai sistemi di  pagamento digitale si sono improvvisamente trovate bloccate, quando la rete di pagamento monopolistica è andata in crash, ha rappresentato una temporanea battuta d’arresto. I sistemi digitali possono essere “comodi”, ma spesso presentano punti nodali di fragilità. I contanti invece non vanno in crash. Non si basano su archivi di dati esterni e non sono soggetti a controllo o monitoraggio remoto. Il sistema del contante consente uno spazio “fuori dalla rete” non monitorato. Questo è anche il motivo per cui le istituzioni finanziarie e le società di tecnologia finanziaria vogliono liberarsene. Le transazioni in contanti sono al di fuori della rete gettata da queste istituzioni per raccogliere commissioni e dati.

Una società senza contanti porta con sé dei pericoli. Le persone priva di un conto in banca si troverebbero ulteriormente emarginate, private delle infrastrutture per i contanti che in precedenza le sostenevano. Ci sono anche implicazioni psicologiche poco note sul fatto che il denaro contante incoraggia l’autocontrollo, mentre il pagamento tramite carta o telefono cellulare può incoraggiare la spesa. E istituire una società senza contanti comporta importanti implicazioni sulla sorveglianza.

Nonostante questo, vediamo che c’è un allineamento tra governo e istituzioni finanziarie. Il ministero del Tesoro ha recentemente organizzato una consultazione pubblica su contanti e pagamenti digitali nella nuova economia. Si è presentato come teso a trovare un equilibrio tra i due, rilevando che il denaro contante era ancora importante. Ma gli anni di sottile pressione da parte dell’industria finanziaria hanno chiaramente dato i loro frutti. Gli elementi portati come prove sottolineano ripetutamente gli aspetti negativi dell’uso di contante – associandolo alla criminalità e all’evasione fiscale – ma citano a mala pena le implicazioni negative dei pagamenti digitali.

Il governo britannico ha scelto di sostenere l’industria dei servizi finanziari digitali. Un atteggiamento irresponsabile e in malafede. Dobbiamo smetterla di accettare le storie che dipingono come un “progresso naturale” la società senza contante e l’iper-digital banking. Dobbiamo riconoscere in ogni bancomat che viene smantellato un altro passo della campagna delle istituzioni finanziarie per indirizzarti nei loro recinti digitali.

lunedì 23 luglio 2018

I governi continuano a prendere a schiaffi i terremotati

Nella sequela di annunci e propaganda del governo giallo-verde indubbiamente il fare contro i migranti e naufraghi e ritoccare sì-no il mondo del lavoro sono indubbiamente i temi inflazionati.
Partendo da questo presupposto, la questione degli sbarchi in particolare ha attivato nuovi “luoghi comuni” nei commentatori social, nuovi viral fake adatti a tirare l’acqua al proprio (?) mulino ideologico.
Tra questi, uno dei più gettonati perché mostra una sorta di “solidarietà da tastiera” da e per gli italiani è quello delle risorse destinate ai migranti che vengono sottratte ai terremotati. L’ultima frontiera del tentare di mettere contro due figure ricattabili nella società, scagionando il padrone collettivo e facendo gli interessi dell’esecutivo di turno.
Ma son proprio i terremotati e chi gli è stato realmente a fianco in questi anni, soprattutto dalla zona del cratere vicino Amatrice, a mettere i puntini sulle “i” e denunciare la propaganda (di bassa Lega, è il caso di dirlo), per la quale poi all’odio contro i migranti seguono promesse dall’alto mai mantenute.
Anzi, tratto costante dal governo renziano a quello attuale è di non accondiscere ai bisogni manifestati dai terremotati all’interno dei decreti.
I Governi continuano a prendere a schiaffi i terremotati
Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli hanno impiegato i primi mesi al governo nel tentativo di metterci gli uni contro gli altri: tra le operazioni più squallide c'è stata quella di schierare ripetutamente i terremotati contro i migranti, in una guerra tra poveri del tutto insensata che - come era ovvio - non avrebbe generato nulla di buono.
Oggi i terremotati hanno la conferma che anche il "governo del cambiamento" li sta tradendo: non una delle innumerevoli richieste avanzate nei mesi scorsi e maturate in decine di assemblee con la popolazione trova ospitalità nel prossimo decreto terremoto. Non c'è il reddito di cratere, non c'è nessuna semplificazione burocratica, non c'è nessuna misura di sostegno economico a chi è rimasto senza lavoro. Si continua sulla traccia del lavoro fatto dai governi precedenti, traccia che però evidentemente era fallimentare.
Facciamo nostra la rabbia del coordinamento dei Comitati Terremoto centro italia: "Siamo molto delusi, ci aspettavamo un cambio di marcia dopo le promesse e le rassicurazioni dei mesi scorsi. Invece ci tocca constatare che nulla di concreto è stato fatto, né sul piano del sostegno economico né per la semplificazione burocratica. Avevamo chiesto chiaramente che si prendessero provvedimenti innanzi tutto per sostenere i terremotati rimasti senza lavoro, ad esempio dando loro la priorità nelle assunzioni nei concorsi pubblici. Una misura minima, e tra l'altro non onerosa: neppure questa è stata accolta. Se non ci sarà un cambio di passo non ci resterà che prendere atto che anche questo governo, come i precedenti, non ha intenzione di ascoltare le nostre richieste, e comportarci di conseguenza".
Ai terremotati garantiamo il nostro pieno e totale sostegno, come da due anni a questa parte stiamo facendo.
Non vi lasceremo soli.