giovedì 31 maggio 2018

La discesa agli inferi dell’Italia” sulla stampa internazionale

La crisi italiana continua ad avere un posto di primo piano sulla stampa estera, soprattutto per la sua ricaduta immediata sull’Eurozona e sui mercati di tutto il mondo che hanno chiuso con grosse perdite. Il più melodrammatico è il quotidiano economico francese “Les Echos” che parla addirittura di discesa agli inferi dell’Italia sui mercati.
Il Wall Street Journal e il Financial Times dedicano grandi titoli a questo tema. “Azioni Usa in caduta mentre le sofferenze italiane turbano i mercati”, scrive il Wall Street Journal online parlando di “Italia scintilla della paura globale della nuova crisi dell’euro”.
“I mercati finanziari globali colpiti dalla crisi italiana”, questo uno dei titoli di apertura del Financial Times online, che torna anche “sull’avvertimento agli elettori italiani” da parte del Commissario europeo Oettinger. Il giornale scrive che: “La terza economia più grande dell’eurozona potrebbe ora affrontare elezioni anticipate in cui si organizzerebbero campagne per la definizione di linee pro e anti-euro, con conseguenze che avranno grandi conseguenze sul futuro della moneta unica e della stessa UE”.
Passando ai giornali tedeschi, risaltano i titoli della Welt: “Il più grande attentato alla Costituzione del dopoguerra” e ancora “L’Italia fa impazzire i mercati”.
E poi la Suddeutsche Zeitung secondo cui “E’ arrivata l’ora della resa dei conti”.
Il Guardian scrive che “la crisi della zona euro in Italia non prevede alcuna soluzione facile alla Banca Centrale Europea”
Per il giornale francese Le Monde la crisi italiana ha reso Mattarella l’arbitro del gioco politico, mentre definisce Cottarelli come la bestia nera dei populisti.

mercoledì 30 maggio 2018

I mercati insegneranno agli italiani come votare”. Parola di commissario “tetesco”

Non fosse bastato il colpo di Sergio Mattarella, ora intervengono direttamente i boss della Commissione Europea a spiegare che non solo “la sovranità” appartiene ormai ai mercati globali, ma anche il diritto di voto individuale deve essere reimpostato integralmente.
A spiegarlo – secondo quanto anticipa su Twitter il giornalista Bernd Thomas Riegert, che ha intervistato il Commissario Ue a Strasburgo per l’emittente Dwnews – è il commissario europeo al Bilancio, non a caso tedesco, Gunther Oettinger: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto“. Ossia come dicono loro, altrimenti non vale più…
Nel suo delirio di onnipotenza come portavoce dei “mercati” – con cui intrattiene probabilmente rapporti continui, vista la straripante presenza di lobbisti legali a Bruxelles e Strasburgo – Oettinger si lascia addirittura sfuggire i dettagli di una strategia intenzionale concordata tra Unione Europea e “mercati”: “Lo sviluppo negativo dei mercati porterà gli italiani a non votare più a lungo per i populisti“. E’ bene sapere che in questo termine, a Bruxelles, si identificano sia alcuni partiti di destra, sia o forse soprattutto quelli di sinistra, a cominciare dalla sempre più forte France Insoumise, capace di raggiungere il 10,6% alle elezioni presidenziali ed essere al centro delle mobilitazioni popolari contro Macron che stanno scuotendo la Francia da oltre un mese.
E ancora: «Le regole sono chiarissime: i criteri del nuovo indebitamento e dei debiti complessivi vanno rispettate. Se questo non accade ci saranno colloqui molto seri. Anche il governo greco alla fine si è attenuto ai diritti e ai doveri dell’eurozona». Poi, in serata, nell’orgia di “precisazioni” messa in moto dai vertici europei e dal sistema dei media, ha chiosato con ancora maggiore puntualità: “La mia preoccupazione, la mia speranza, è che nelle prossime settimane l’andamento negativo dei mercati, dei titoli di Stato e dell’economia italiana in generale, possano essere così incisivi da fornire un’indicazione per gli elettori di non votare i partiti populisti di destra e di sinistra.”

In pratica Oettinger spiega che l’attacco della speculazione ai vari paesi segue una logica condivisa dalla Commissione Europea: chi minaccia di non rispettare i diktat (come è avvenuto per la Grecia tre anni fa ed ora con il defunto governo grillin-leghista) deve essere sbranato con attacchi tali da generare il terrore nella popolazione di quel paese. Che in questo modo “imparerà” a obbedire agli ordini, invece di “montarsi la testa” con pretese pericolose come un po’ di welfare, la scuola pubblica e gratuita, un reddito minimo garantito, salari decenti, occupazione non precaria e magari anche un po’ di autodetrminazione nelle scelte fondamentali.
Una entrata a gamba tesa così sguaiata e reazionaria da spaventare i suoi stessi colleghi, fin qui “narratori” della bella favola secondo cui vivremmo in un mondo libero e democratico, visto che fin qui abbiamo almeno potuto votare apparentemente per chi vogliamo (non ci addentreremo ora sulle conseguenze del “marketing politico”).
E’ stato dunque il più conosciuto commissario agli affari economici, il francese ex “socialista” Pierre Moscovici, a cercare di ammorbidire i toni: “Gli italiani hanno bisogno di scegliere il loro destino ed avanzare con le loro regole democratiche verso il destino che si sceglieranno e allo stesso tempo di restare nell’ambito delle regole comuni e nell’euro, che è positivo per tutti noi“.
Tradotto: potete scegliere se essere spolpati fino alla morte, restando sotto i nostri ordini, oppure essere bombardati subito se provate a fare diversamente (qualunque sia la direzione, anche opposta, verso cui scegliete di andare).
I più disorientati, al momento, sono gli esponenti del Pd (ricordate? Il partito di Renzi…), che stavano aprendo la campagna elettorale proprio sul tema ormai non più nascondibile dell’Unione Europea («Siamo consapevoli che siamo gli unici con una chiara posizione europeista. Su queste basi lavoreremo nelle prossime settimane per costruire una larga e credibile coalizione di centrosinistra», concionava ancora ieri Ettore Rosato). Tanto da costringere il “reggente” Martina a far finta di indignarsi: “Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l’Italia”. Lo spiegasse a Mattarella, che ha messo i mercati davanti a tutto…

martedì 29 maggio 2018

Der Präsident Mattarella

La sovranità appartiene allo “spread”, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Troika. La riforma costituzionale in senso eurocratico della Costituzione italiana, fortemente voluta da Bruxelles, è stata completata ieri al Quirinale.
Ad imprimere la svolta mercatista, basata unicamente su sentori, impressioni, previsioni e libere interpretazioni del programma di governo sottoscritto da M5S e Lega, è stato Sergio Mattarella. Veto sul nome di Paolo Savona all’Economia, conseguente remissione dell’incarico da parte del professor Giuseppe Conte e Cottarelli pronto dietro l’angolo per un’investitura cara alla Troika e alle minoranze politiche perdenti in Italia e nell’Europa massacrata a colpi di rigore.
Il tardo pomeriggio di ieri, domenica 27 maggio, passerà alla storia. Neanche Napolitano era arrivato a tanto. Postura da generalissimo sudamericano, contenuti tedeschi e scenario greco sullo sfondo. La nomina dell’art.92, relativa ai Ministri, è un atto di investitura, non di scelta e a discrezionalità praticamente nulla. Con il successore di Napolitano ha assunto i contorni di un atto marcatamente politico con un’evoluzione de facto in senso presidenziale della Repubblica italiana, decisa altrove.
La convocazione al Quirinale di Carlo Cottarelli, economista e commissario alla spending review nominato nel 2013 da Enrico Letta, per ricevere dal Capo dello Stato il mandato a formare un governo “neutrale” che possa “tranquillizzare” i mercati, induce a pensare che l’operazione fosse stata preparata con cura e parallelamente alle consultazioni delle ultime settimane. Mentre leghisti e grillini trovavano la quadra su programma e nomi, Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionali, sputava sentenze nei salotti televisivi, con la sicumera tipica di chi può tutto.
“Speriamo che l’Italia abbia presto un governo stabile pro-europeo. L’Italia è un Paese fondatore dell’Ue, abbiamo sempre potuto contare sull’Italia come Paese amico dell’integrazione con cui abbiamo lavorato molto da vicino e con fiducia, e ci aspettiamo che l’Italia sia all’altezza di questa tradizione in futuro”, ha affermato il ministro tedesco agli Affari europei, Michael Roth.
Un auspicio che sa tanto di dettatura dell’agenda politica. Il professor Paolo Savona è stato respinto dal Quirinale perché non gradito a Draghi il governatore dellla Bce. Savona non piace alla signora Merkel e agenzie di rating, sicari in doppiopetto reclutati e pagati dalla grande finanza per assassinare gli Stati sovrani.
Le prossime ore diranno molto sull’evoluzione di una situazione preoccupante e per molti aspetti inedita. Luigi Di Maio e Giorgia Meloni hanno chiesto l’impeachment di Mattarella, Salvini riflette sul da farsi ma ha già annunciato che non voterà la fiducia a Cottarelli. Qualche minuto fa, anche Giorgio Mulé, portavoce dei gruppi di Fi alla Camera e al Senato ha annunciato che gli azzurri “non daranno i voti a un governo tecnico”.
A favore di Mattarella e di Cottarelli si è schierato invece il Pd, uscito malconcio dalle politiche e dalle regionali, che vede nel governo tecnico una ghiotta occasione per ritornare al potere.
Pd e capo dello Stato che hanno indossato per l’occasione gli abiti dei “difensori dei risparmiatori”. Dov’erano Mattarella, Renzi e Gentiloni durante le burrasche di Banca Etruria, Banca Marche, Carife, CariChieti e Veneto banca?
Se la memoria non ci tradisce, non ci risultano prese di posizione così forti a difesa dei risparmiatori. M5S e Lega hanno vinto le elezioni e trovato un accordo per la formazione di un governo ma l’incarico andrà ad un tecnico scelto altrove, con l’appoggio minoritario di chi dalle urne è uscito pesantemente sconfitto per i disastri di questi anni.
“Maestà, il popolo protesta perché manca il pane. Se non hanno pane, che mangino lo spread”.
Sembra strano ma è proprio così. Ce lo chiede l’Europa.

lunedì 28 maggio 2018

Chi è Carlo Cottarelli: mr Spending review chiamato a nuova impresa

Economista con la convinzione che l'Italia abbia il potenziale per crescere di più. Carlo Cottarelli, 62 anni, convocato al Quirinale da Mattarella dopo la rinuncia di Giuseppe Conte, è conosciuto più per il suo tentativo, per lo più fallito, di individuare e tagliare gli sprechi della pubblica amministrazione come Commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica, nominato nel 2013 da Enrico Letta.

Dopo un anno, Matteo Renzi lo ha riassegnato al Fondo Monetario Internazionale, dove Cottarelli ha svolto gran parte della sua carriera di grande esperto di funzionamento di apparati fiscali. È stato con vari incarichi a Washington sin dalla fine degli anni '80, dopo un inizio in Banca d'Italia, dove entrò nel 1981.

Quello di mr. Spending Review è stato l'incarico più governativo che ha avuto, pur essendo un semplice consulente del Tesoro. Lasciò in eredità un corposo dossier su tutti i punti d'intervento possibili con risparmi quantificati in 32 miliardi (chiusura delle partecipate pubbliche inutili, maggiore centralizzazione e monitoraggio degli acquisti nella Pa specie locale), ma non ha mai nascosto la frustrazione di aver trovato poca collaborazione dai politici e molta, comprensibile, resistenza dalla burocrazia.

Mr. Forbici ha mantenuto come obietttivo dei suoi studi quello della spesa pubblica, assumendo la carica di direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano e nei mesi scorsi aveva chiarito le sue posizioni riguardo alla situazione dei conti italiani: la spesa va tenuta sotto controllo, il deficit ridotto. Nessuna fiducia verso gli effetti salvifici pro crescita di Flat Tax o mini bond. Posizioni adatte a rassicurare i mercati, a cui si aggiunge una consuetudine con i consessi internazionali ed europei che dovrebbero ulteriormente rafforzare la posizione del nascente governo che difficilmente avrà la maggioranza in parlamento.

Proprio partendo dalle rilevazione del suo osservatorio, in questi mesi ha ribadito come l'Italia, nonostante i miglioramenti ottenuti, avrebbe dovuto combattere con un aumento del debito pubblico. E' entrato anche nel dibattito della campagna elettorale sottolineando l'assenza di coperture per la quasi totalità delle misure previste dal contratto Lega-M5S e il 25 febbraio scorso rispose su Twitter al leader pentastellato: "Un chiarimento: Di Maio ha appena detto durante il programma dell'Annunziata che un governo 5stelle applicherebbe il piano Cottarelli, anche se non tutto, in particolare non i tagli alla scuola. Nel mio piano non c'erano tagli alla scuola o in generale alla pubblica istruzione"

Anche se Cottarelli però non può essere annoverato tra gli acritici difensori dell'attuale unione monetaria.

giovedì 24 maggio 2018

Bilderberg: che cosa ha deciso negli anni

È bene chiarirlo sin dal principio: in via ufficiale il gruppo Bilderberg, che riunisce ogni anno alcuni fra i più influenti politici, manager, imprenditori e giornalisti, non decide nulla. Il Bilderberg lo ha chiarito nei suoi, pur laconici, comunicati stampa: “Non ci sono risultati desiderati, e non viene scritto nessun resoconto o report (…) non sono proposte soluzioni, non vengono fatte votazioni, e nessuna dichiarazione di policy viene redatta”.
Stimare l’effettiva influenza politica di questo forum dei potenti della Terra non può essere, dunque, dimostrato sulla base di elementi oggettivi. Ma i dubbi restano, proprio per la natura assolutamente riservata dell’incontro: persino i giornalisti che prendono parte all’evento sono vincolati a non rivelare nulla di quello che viene discusso. La natura privata del forum viene giustificata in quanto garantirebbe maggiore franchezza fra i membri: “i partecipanti [così] non sono legati alle convenzioni del proprio ufficio o alle posizioni pre-concordate”.
Il vero nodo critico è che, non essendovi traccia delle posizioni che emergono durante il Bilderberg, risulta impossibile riconoscere l’eventuale influenza sugli eventi di questo meeting a porte chiuse. Nemmeno a posteriori. L’unici elementi di riflessione sono costituiti dai temi oggetto di confronto, e dalla lista dei partecipanti, informazioni che vengono diffuse a ridosso dell’incontro: si tratta di questioni politico economiche che, almeno idealmente, non dovrebbero coinvolgere in modo così riservato e ravvicinato politica e multinazionali, per non parlare dei giornalisti che rinunciano a esercitare il diritto d’informazione pur di partecipare a questo incontro.
Al momento sono disponibili solo i comunicati relativi all’incontro del 2017, sebbene manchino poche settimane all’incontro che vedrà riunito il Bilderberg in Italia, probabilmente a Venezia. I temi toccati dalle discussioni erano stati di assoluto interesse pubblico: “La direzione dell’Ue”, “La globalizzazione può essere rallentata?”, “Lavoro, reddito e aspettative deluse”, “La Russia nell’ordine internazionale”.
Sul fronte dei partecipanti è possibile farsi un’idea sul posizionamento del Gruppo, visto che nessuno degli invitati del 2017 vedeva esponenti provenienti dalla Russia. A discorrere di questi temi, tuttavia, erano presenti grossi nomi del business internazionale: il presidente di FCA John Elkann, il ceo di Ryanair Michal O’Leary, il presidente dell’ING Ralph Hamers, il ceo di Axa Thomas Buberl, solo per citarne alcuni. Per l’Italia erano presenti anche noti giornalisti come Lilli Gruber (membro dello Steering Committee del Bilderberg), Beppe Severgnini e il direttore de La Stampa Maurizio Molinari.
Negli anni precedenti, altri temi discussi nel Bilderberg sono stati: “Esiste la privacy?”, “Grandi cambiamenti nella tecnologia e nel lavoro”, “Il futuro della democrazia e la trappola della classe media” (tutti trattati nel 2014); e ancora: “Lavoro, diritti e debito” (2013), “Il futuro della democrazia nel mondo sviluppato” (2012), “Un euro sostenibile: implicazioni per le economie europee” (2012).
Dato il tono generico delle questioni, non si può che speculare sulla direzione che possono aver preso le discussioni. Di certo, però, l’assenza di invitati provenienti dalla società civile (assenti i sindacati, di esponenti di organizzazioni nate dal basso o di politici non mainstream) lascia il forte sospetto che espressione del Bilderberg sia una ben precisa élite che, annualmente, si confronta al suo interno, mantenendo il massimo riserbo

mercoledì 23 maggio 2018

California green, dal 2020 solo pannelli solari per tutte le nuove case. Si punta sul fotovoltaico

Si calcola che nel 2020, quando entrerà in vigore la legge, saranno costruite 117mila abitazioni singole e 48 edifici per più nuclei familiari. Un impianto solare montato su una villetta costerà 9500 dollari, che potranno essere recuperati in 15 anni, con un risparmio energetico di circa 80 dollari al mese. Si prevede inoltre che la spesa avrà dei costi non irrisori in uno stato che sta sperimentando un boom dei prezzi delle case.

Si tratta di un radicale cambiamento di modello per l’industria e la società. La svolta green voluta dal governatore democratico Jerry Brown può migliorare la qualità della vita per i 40 milioni di californiani, tagliando le emissioni di anidride carbonica. In California sono più di 5 milioni gli edifici che si alimentano con il fotovoltaico.

La nuova legge è anche un’occasione per raggiungere lo “zero net energy”, cioè lo standard che prevede un consumo energetico dalla rete elettrica praticamente nullo. Negli Usa la produzione di energia elettrica è ancora dominata da carbone e gas con una quota complessiva del 62,7%, il nucleare è al 20% e le rinnovabili sono al 17,1%. Secondo il New York Times, l’industria solare in California contribuisce al 16% della produzione totale di energia elettrica, impiegando 86mila lavoratori.
Altri stati americani, in particolare quelli con il clima più caldo – dalla Florida all’Arizona – stanno valutando la legislazione californiana, anche se nell’amministrazione Washington non ci sono grandi sostenitori delle fonti naturali. Infatti, lo scorso 23 gennaio, il presidente Trump ha imposto tariffe del 30% sui pannelli solari importati dalla Cina.

martedì 22 maggio 2018

Per cambiare davvero, servono cultura, valori profondi e una visione complessiva del mondo

Forse ci eravamo arrivati ben prima di tanti altri, perché con le parole non vogliamo ingannare nessuno, quindi arriviamo alle cose per logica, per senso, per esperienza, non perché ci preme vendere qualcosa o fare chissà quali carriere. Infatti, spesso chi vuole ingannarci o venderci qualcosa ha poca fantasia e al massimo può copiare. Ma ormai la parola cambiamento non ha praticamente più alcun senso, è svuotata di ogni significato e usata per qualsiasi scopo. Così come le parole onestà, coerenza, ambiente, giustizia; ormai non significano nulla se chi le cita non ha dentro di sé valori, cultura e una visione complessiva del mondo che le incarni. Infatti, chi al giorno d’oggi è contro l’ambiente? Nessuno; pure i costruttori di una centrale nucleare ti dicono che sono per l’ambiente. Pure le multinazionali del petrolio e le industrie automobilistiche si presentano come paladini per l’ambiente. Chi non è onesto? Qualsiasi politico implicato nei maggiori scandali afferma di essere persona onestissima. Chi poi voglia puntare a qualche potere o posizione di prestigio racconterà tutto e il contrario di tutto ingannando se stesso e gli altri, pur di raggiungere l’obiettivo. Questo accade perché si dà per scontato che l’unica cosa che conta è il fine, i mezzi sono assai trascurabili e si usano tutti indifferentemente per garantirsi il fine. Tanto, cosa vuoi che  interessino aspetti come onestà intellettuale, coerenza, mantenimento della parola data... Robe per bambini romantici che non hanno capito come stanno le cose nel mondo dei “grandi”.
Fatto sta che quel mondo sta andando a picco proprio per la mancanza di romanticismo e bambini che credono ancora alle favole. Quelle che tra l’altro ci raccontavano da piccoli in chiesa e ci dicevano che gli uomini erano tutti uguali, che dovevamo fare del bene, pensare agli altri in maniera disinteressata, che eravamo tutti figli di Dio, non importa se bianchi, neri, gialli, arancioni o a pallini. Ma poi si cresce e queste favolette si mettono da parte in nome dell’interesse privato, si inizia la battaglia della vita dove tutti sono contro tutti e l’unico obiettivo è arrivare, schiacciare, ingannare chiunque sia di intralcio al proprio successo, alla propria affermazione, grande o piccola che sia. E con crocefissi e rosari in mano si va alle crociate contro i diversi. La pubblicità e la società poi ce lo dicono costantemente: devi essere il numero uno, devi vincere, devi primeggiare, devi distruggere la concorrenza.  E più grande è il potere, il successo a cui si arriva e più si potrà fare e dire tutto e il contrario di tutto; tanto, se si ha abbastanza potere o visibilità da rimanere in piedi ugualmente nonostante le proprie evidenti balle, il problema non si pone.  La propria coscienza o dignità conta meno di zero nel palcoscenico che è ormai diventata l’esistenza. La coscienza è qualcosa che non si vede, a cui non si possono fare video da mettere in rete, quindi è come se non esistesse, anche se poi magari qualche prurito lo dà.
Diffidate di chi parla di cambiamento senza avere una solida cultura, senza una visione complessiva del mondo e senza valori sani e forti. Quei valori che sono l’antidoto alle balle di arrivisti e falsi, drogati dal potere e dalla sopraffazione dell’altro. Nulla di buono arriverà mai dagli stupratori delle parole. E finché ci saranno persone come l’ex presidente dell’Uruguay Mujica che, pur essendo passato per le pene dell’inferno e pur facendo politica cioè la cosa più sporca del mondo, hanno mantenuto parole, dignità e coerenza, vorrà dire che è possibile farlo in qualsiasi contesto e in qualsiasi situazione. Ma in quella persona c’erano appunto profondi valori, cultura e visione del mondo.