lunedì 5 marzo 2018

Dati ISTAT: siamo sempre più precari

L’ISTAT diffonde oggi le stime sulla crescita e sull’occupazione italiana a gennaio e comunica un aumento di 0,2 punti percentuali del tasso di disoccupazione rispetto a dicembre, ma anche un contemporaneo aumento del numero delle persone che cercano lavoro. Il numero degli occupati cresce infatti dello 0,1%.
La vera notizia però è che la crescita del numero degli occupati è tutta da attribuire al lavoro dipendente a termine.
A gennaio 2018 crescono i lavoratori dipendenti (+0,3% rispetto a dicembre, pari a +54 mila), mentre calano gli indipendenti (-0,5%, -29 mila). Tra i dipendenti l’aumento è determinato esclusivamente dai lavoratori a termine (+2,3%, +66 mila) mentre calano i permanenti (-0,1%,  -12 mila).
In altri termini, quel po’ di lavoro creato è sempre più precario. Dopo anni di riforme del mercato del lavoro tese alla flessibilità (dal pacchetto Treu del 1997 fino al recente Jobs Act), il contratto di lavoro a termine si afferma sempre più come la regola, invece che come l’eccezione. Questo triste destino riguarda sempre più i giovani ed i meridionali. Guardiamo infatti all’analisi di lungo periodo pubblicata oggi sulla rivista Economia e Politica:
Il lavoro a termine e a basso salario si è diffuso in tutto il paese, ma in misura maggiore nel meridione (…) I nuovi poveri sono sempre più spesso giovani e lavoratori. Nel 2016, nel Mezzogiorno, circa un quarto delle famiglie tra 35 e 44 anni era in condizione di povertà relativa.
 L’aumento dell’occupazione a termine è dunque un fenomeno di lungo periodo e colpisce soprattutto i giovani e le aree più deboli del paese. E’ questo il risultato di anni di riforme all’insegna della deregolamentazione del mercato del lavoro.

venerdì 2 marzo 2018

Intercettazioni, il ministero cancella il “metodo Falcone

Uno degli aspetti più ambigui ed insidiosi della nuova disciplina delle intercettazioni introdotta con il decreto legislativo n. 216 del 2017, riguarda la ridefinizione dei rapporti tra pubblico ministero e organi di polizia nella selezione delle conversazioni rilevanti per le indagini.

L’attuale normativa prevede che il pubblico ministero può procedere all’ascolto personalmente (articolo 267, comma 4, c.p.p.) oppure avvalendosi, come sua longa manus, di un ufficiale della polizia giudiziaria al quale l’articolo 268 c.p.p. attribuisce il compito meramente esecutivo di trascrivere anche sommariamente il contenuto delle comunicazioni intercettate, senza operare alcuna selezione.
Tali trascrizioni, in gergo definite brogliacci, vengono quindi esaminate dal pubblico ministero al quale è attribuito dalla legge il potere di individuare le comunicazioni rilevanti per le indagini.

La nuova disciplina, che entrerà in vigore il prossimo 25 luglio, attribuisce invece agli ufficiali di polizia giudiziaria il potere di selezionare le comunicazioni rilevanti, stabilendo per essi il divieto di trascrivere, anche in modo sommario, le comunicazioni o conversazioni a loro giudizio irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti, nonché di quelle sempre a loro giudizio parimenti non rilevanti, che riguardano dati personali definiti sensibili dalla legge.

L’articolo 268 bis c.p.p. di nuovo conio stabilisce inoltre che gli ufficiali di polizia giudiziaria non solo devono omettere di trascrivere le conversazioni da essi ritenute irrilevanti, ma devono altresì omettere in tali casi qualsiasi indicazione sull’identità delle persone dialoganti e sull’oggetto delle loro conversazioni. Nel verbale delle operazioni devono essere indicate soltanto la data, l’ora e il dispositivo su cui la registrazione è intervenuta.

Per evitare che a causa di tale modalità di trascrizione delle conversazioni intercettate, che determina il totale oscuramento di quelle ritenute irrilevanti dalle forze di polizia, il pm sia privato di ogni potere di autonoma e successiva valutazione sulla rilevanza o meno delle predette conversazioni, un altro articolo della nuova disciplina (articolo 267, comma 4, c.p.p. come modificato), prevede che gli ufficiali di polizia giudiziaria devono provvedere a trasmettere al pubblico ministero “annotazioni” contenenti una sintesi delle conversazioni da essi non ritenute rilevanti e la cui trascrizione è stata omessa.

In tal modo viene conseguito un triplice scopo: 1) mantenere integro il ruolo di dominus del potere di indagine e di valutazione del materiale probatorio esclusivamente in capo al pubblico ministero, il quale sulla base di tali annotazioni delle forze di polizia viene messo in grado di conoscere anche il contenuto sommario delle conversazioni di cui è stata omessa la trascrizione perché ritenute irrilevanti dalla polizia giudiziaria, operando eventualmente una valutazione difforme di rilevanza; 2) garantire ai difensori, ai quali pure è attribuito il diritto di esaminare le annotazioni, di individuare eventuali conversazioni scartate dalla polizia giudiziaria ed invece aventi a loro giudizio rilevanza processuale per i propri assistititi, chiedendone così la successiva trascrizione al giudice; 3) garantire il diritto alla privacy dei terzi o degli stessi indagati in quanto la nuova normativa prevede che le “annotazioni” sul contenuto delle conversazioni ritenute irrilevanti siano coperte dal segreto e custodite presso un archivio riservato del pubblico ministero unitamente alle registrazioni delle intercettazioni a cui afferiscono (articolo 89 bis delle norme di attuazione), senza che i difensori possano estrarne copia essendo loro attribuito solo il diritto di esaminarle, così come ad essi è attribuito solo il diritto di ascoltare le conversazioni intercettate ritenute irrilevanti ma non il diritto di avere copia delle registrazioni.

A causa dell’ambigua formulazione della norma sulle annotazioni, il ministero della Giustizia nella relazione illustrativa del decreto legislativo n. 216 del 2017, ha invece fornito l’indicazione che tale norma deve essere interpretata nel senso che gli ufficiali di polizia giudiziaria non hanno l’obbligo di informare sistematicamente il pubblico ministero con apposite annotazioni sul contenuto di tutte le conversazioni da essi ritenute irrilevanti e dunque radicalmente omissate, ma solo nei casi in cui essi nutrano il dubbio se si tratti di conversazioni rilevanti o meno e quindi se procedere alla loro trascrizione. Tale interpretazione riduttiva sposta l’asse del potere selettivo delle conversazioni rilevanti per le indagini a favore delle forze di polizia, che così vengono abilitate a stabilire autonomamente quali tra quelle da essi ritenute irrilevanti siano meritevoli di essere sottoposte o meno al vaglio del pubblico ministero.

Si tratta di un’interpretazione che oltre a non avere una base testuale nella lettera della norma, non appare costituzionalmente orientata ponendosi in contrasto con i principi costituzionali di cui agli articoli 112, 104, 24 e 111 che sanciscono rispettivamente l’obbligatorietà dell’azione penale, l’indipendenza e autonomia della magistratura da ogni altro potere, l’inviolabilità del diritto alla difesa in ogni stato e grado del procedimento, l’attuazione della giurisdizione mediante il giusto processo: principi tutti che verrebbero sacrificati sull’altare del diritto alla privacy di cui all’art. 15, con un evidente sbilanciamento nel contemperamento dei valori che appare tanto più irragionevole ove si consideri che il regime di segretezza assicurato alle annotazioni è pienamente idoneo a garantire pure quest’ultimo diritto.

Ove venisse seguita l’indicazione ministeriale il pubblico ministero verrebbe infatti privato, a favore delle forze di polizia, della pienezza del potere-dovere di operare una autonoma valutazione di tutte le risultanze processuali acquisite, nessuna esclusa, ivi comprese quelle a favore della persona sottoposta ad indagini, obbligo quest’ultimo imposto espressamente dall’articolo 358 del c.p.p. solo a carico del pubblico ministero e non anche a carico delle forze di polizia. Verrebbe inoltre pregiudicata l’effettività del diritto di difesa, essendo evidente che i difensori in assenza di annotazioni che riguardino tutte le conversazioni ritenute irrilevanti e dunque non trascritte, verrebbero privati di una indispensabile bussola per orientarsi nell’individuare quelle per essi rilevanti e dunque da trascrivere. In assenza delle annotazioni, l’unica alternativa, impraticabile, sarebbe quella di procedere personalmente al riascolto di migliaia di ore di intercettazioni a volte protrattesi per lunghi mesi su varie decine di soggetti.

Purtroppo l’interpretazione riduttiva del ministero è stata fatta propria da alcuni procuratori della Repubblica i quali hanno già emanato direttive agli organi di polizia e ai magistrati dei loro uffici con ricadute sul piano degli equilibri generali che si profilano tanti più gravi quanto più tale interpretazione dovesse divenire maggioritaria.

Poiché, come accennato, la nuova normativa entrerà in vigore solo il prossimo 25 luglio, è bene assumere consapevolezza che sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione pratica della nuova normativa si giocherà nei prossimi mesi una partita di grande rilevanza istituzionale il cui esito è destinato ad incidere anche sulla latitudine dei poteri di indagine e di acquisizione delle prove del pubblico ministero nel settore del contrasto alla criminalità mafiosa e terroristica.

Infatti in tale strategico settore, la rilevanza delle conversazioni intercettate ai fini delle indagini non viene valutata solo in relazione all’oggetto e ai soggetti coinvolti nel singolo procedimento penale nel quale sono disposte le intercettazioni, ma anche con riferimento ad altri procedimenti penali pendenti presso la stessa Procura della Repubblica e in tutte le altre procure italiane sedi di direzioni distrettuali antimafia e di dipartimenti antiterrorismo.

Conversazioni ritenute irrilevanti in un procedimento instaurato per traffico di droga presso la Procura di Milano possono rivelarsi rilevantissime per un procedimento per omicidio alla Procura di Palermo e per un procedimento per misure di prevenzione patrimoniali alla Procura antimafia di Torino. Gli esempi concreti tratti dalla quotidianità della prassi operativa potrebbero essere migliaia.

L’obbligo della circolazione delle informazioni, eredità preziosa del metodo Falcone, finalizzato ad evitare il pericolo di dispersione di risultanze processuali irrilevanti nel procedimento in cui sono state acquisite, ma rilevanti in altri procedimenti, è sancito dall’articolo 102 del decreto legislativo n. 159 del 2011 (codice antimafia) e viene realizzato mediante l’inserimento costante dei flussi informatici di tutte le indagini concernenti reati in materia di mafia nelle banche dati logiche delle singole procure distrettuali antimafia, consultabili non solo dai magistrati di quelle procure ma anche dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo nell’ambito della banca dati nazionale condivisa gestita dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo quale prezioso supporto per il proficuo svolgimento della sua funzione di coordinamento.

Tale metodo di lavoro si è reso sinora possibile grazie all’attuale disciplina normativa delle intercettazioni che ha consentito di popolare costantemente le banche dati con le trascrizioni ed i brogliacci di tutte le intercettazioni eseguite nelle varie procure distrettuali italiane, trascrizioni che riguardano tutte le conversazioni sia quelle immediatamente rilevanti per il procedimento in cui sono state disposte sia quelle irrilevanti per quel procedimento ma potenzialmente rilevanti per altri procedimenti.

A seguito della entrata in vigore della nuova disciplina normativa sulle intercettazioni, tale metodo di lavoro potrà essere mantenuto solo se gli ufficiali di polizia giudiziaria oltre a trascrivere le conversazioni da essi ritenute rilevanti con esclusivo riferimento al procedimento in cui sono state disposte, redigeranno sistematicamente annotazioni per tutte le altre conversazioni da essi ritenute irrilevanti in quel procedimento ma che potrebbero avere grande rilevanza in altri procedimenti di cui essi non possono e non debbono avere cognizione.

Se invece dovesse affermarsi l’interpretazione secondo cui gli ufficiali di polizia giudiziaria possono omettere completamente non solo di trascrivere ma anche di annotare per il successivo controllo da parte del pubblico ministero, tutte o gran parte delle conversazioni da essi ritenute non rilevanti per quel singolo procedimento, si verificherebbe la dispersione di un enorme patrimonio informativo di cui non resterebbe traccia documentale, con gravi ricadute negative per l’efficacia del contrasto alla mafia ed al terrorismo.

giovedì 1 marzo 2018

CAOS TRENI PER NEVE

TRENI IN RITARDO A CAUSA DELLA NEVE

Il primo a essere consapevole di un buco nero nel sistema è Renato Mazzoncini, amministratore delegato di Ferrovie, il quale ha chiesto scusa a «tutti gli italiani» per il calvario sui binari. E il suo azionista di controllo, il ministro Graziano Delrio, ha aggiunto con una certa rabbia: «Mai più». Ma, a parte le scuse e il futuribile impegno al non ripetersi di questi episodi, resta il fatto che il crack sulla rete si è scatenato per una scelta aziendale sbagliata fatta in questi anni: non provvedere in modo puntuale e concreto alla sistemazione della rete per affrontare il maltempo e le nevicate.
Guardiamoci attorno. La furia di Burian era già prevista da alcune settimane in tutta Europa, ma al momento della verità i treni hanno funzionato regolarmente in Germania, in Francia, in Spagna. In Italia no. E in particolare il caos è esploso nel Lazio, attorno al nodo vitale di Roma. Qui ci sono 600 deviatori, dei quali solo 150 sono attrezzati con le «scandaglie», ovvero con gli strumenti che impediscono agli scambi di bloccarsi per il gelo. Ma come? Ferrovie annuncia ad ogni trimestrale miliardi di euro di investimenti e poi si dimentica di spendere 100 milioni di euro per mettere in ordine un punto nevralgico della rete ferroviaria? Chi ha preso questa sciagurata decisione? E il governo ne sapeva qualcosa?

DISAGI TRENI A CAUSA DELLA NEVE

Non venitemi a dire che le ultime nevicate pesanti a Roma sono avvenute a intervalli molto lunghi di tempo: nel 1956, nel 1985 e nel 2012. Non significa nulla. Una rete che si rispetti deve essere sempre e comunque attrezzata per questo tipo di avversità e non può giocare alla riffa del maltempo.
La mia sensazione è che l’azienda si è distratta, negli ultimi tempi, in quanto in altre faccende affaccendata. La possibile quotazione in Borsa, l’unione con Anas, il rinnovo dei vertici. Potere e finanza. Laddove servono, in primo luogo, investimenti e orizzonti di lungo periodo, sul prodotto, che per Ferrovie di traduce in un buon servizio del trasporto ferroviario. Anche quando arriva una semplice nevicata.

mercoledì 28 febbraio 2018

Iniziate ora a prepararvi per la prossima crisi finanziaria

La politica monetaria globale è ultra-espansiva già da molti anni. E solo ora sta diventando chiaro che si è infilata da sola in una trappola del debito che essa stessa ha creato.

Continuare sull’attuale percorso di politica monetaria è inutile e sempre più pericoloso. Ma d’altra parte qualsiasi capovolgimento implicherebbe grandi rischi. Ne segue che la probabilità dell’esplosione di una nuova crisi continua a crescere.

Bisogna sperare che i preparativi che i decisori politici stanno facendo per far fronte a una simile situazione stiano evolvendo di pari passo. Limitarsi a incrociare le dita e pregare che “non potrebbe mai accadere” oggi sembra quantomeno imprudente.

Continuare con l’attuale politica monetaria porta al rischio di inflazione. E dato che gli economisti hanno poca comprensione sia del livello “potenziale” che del processo inflattivo stesso, la cosa potrebbe facilmente sfuggir loro dalle mani.

L’inflazione, ad ogni modo, non è l’unico pericolo. Per prima cosa, si è lasciato che gli indici di indebitamento crescessero costantemente per decenni, anche dopo che la crisi è iniziata. Per giunta, mentre prima della crisi questo era essenzialmente un problema delle economie avanzate, ora è diventato globale. In seconda istanza, la tolleranza al rischio minaccia la futura stabilità finanziaria, così come la diminuzione dei margini di profitto di molte istituzioni finanziarie di stampo tradizionale. In terzo luogo, questo tipo di politica monetaria incoraggia la cattiva allocazione delle risorse reali da parte delle banche e di altre istituzioni finanziarie. Se i mercati non sono in grado di allocare appropriatamente le risorse, a causa delle azioni intraprese dalle banche centrali, la probabilità che il servizio del debito non venga onorato cresce fortemente.

Purtroppo anche la normalizzazione della politica monetaria porta con sé rischi significativi. È chiaro che un’economia globale che si rafforza è preferibile ad una barcollante. Tuttavia, in una simile situazione, aumentare le pressioni inflattive probabilmente porterebbe a una stretta della politica monetaria che avrebbe effetti destabilizzanti.

Una conseguenza indesiderata delle riforme normative è stata quella di ridurre la liquidità dei mercati. Nonostante l’assenza di pressioni inflattive, gli stessi mercati finanziari potrebbero reagire disordinatamente a segnali che preannunciano una forte crescita. I rendimenti dei titoli pubblici nelle economie avanzate sono a livelli storicamente minimi, e sono maturi per una inversione. Se ora iniziano nuovamente a crescere, questo potrebbe avere implicazioni importanti per i prezzi già sovrastimati di molti altri asset.

Quale azioni dovrebbero essere intraprese prudenzialmente dalle autorità per prepararsi in anticipo a un tale esito? I governi nazionali e le banche centrali, con le organizzazioni internazionali, dovrebbero negoziare dei memorandum di intesa su chi fa cosa in caso di crisi. Le “simulazioni di guerra” sarebbero un utile complemento. E sono necessarie misure per garantire che possano essere forniti adeguati livelli di liquidità per stabilizzare i mercati e il sistema finanziario. Per come stanno le cose, ad esempio, negli USA, molti provvedimenti del Dodd-Frank Act, approvato in seguito alla crisi finanziaria, ostacolerebbero la Federal Reserve nei suoi tentativi di fornire liquidità sia al mercato interno che a quello internazionale.

La cosa forse più importante è la necessità che i governi e i forum internazionali rivedano le loro procedure per la bancarotta. Il debito che non può essere ripagato non verrà ripagato. I governi devono mettere in atto legislazioni per assicurare che questo possa avvenire nel modo più ordinato possibile. Sfortunatamente i recenti lavori dell’OCSE indicano che le procedure di bancarotta per i privati non sono affatto ottimali in molti paesi. Inoltre, nonostante grandi sforzi, non siamo riusciti a migliorare la nostra capacità legale di affrontare in modo ordinato le banche avviate al fallimento ma “troppo grandi per fallire”. Anche le procedure per la ristrutturazione del debito sovrano sono inadeguate.

È necessario prendere adesso dei provvedimenti per limitare la possibilità di caos nei mercati quando verrà la prossima crisi. Le azioni preventive che possano aiutare a risolvere il problema dell’eccesso di debito potrebbero anche ridurre il rischio che una tale crisi si presenti. La necessità di un’azione propedeutica è amplificata dalla portata limitata delle politiche macroeconomiche anticicliche con cui possiamo reagire. Queste politiche potrebbero innescare il disordine che vogliamo evitare. Molto meglio prepararsi al peggio, anche se speriamo per il meglio.

martedì 27 febbraio 2018

Ue, buco di bilancio post-Brexit: tre paesi non vogliono pagare

Il previsto ritiro del Regno Unito dall’UE il prossimo anno lascerà un buco annuale nel bilancio di Bruxelles di 10 miliardi di euro: questo il tema principale del summit previsto tra i leader europei chiamati a tracciare il bilancio 2021-2027.
Un recente sondaggio di Bloomberg sulle posizioni dei vari governi in merito rivela divisioni interne e in particolare tre Stati – Svezia, Paesi Bassi e Austria –  non sembrano disposti a pagare di più. L’assenza della Gran Bretagna dal prossimo programma pluriennale europeo di spesa si farà sentire visto che Londra è il contribuente numero due dell’Europa. La Germania, che è il più grande, e l’Italia, che è il quarto, affermano entrambi di essere disposti ad aumentare i loro pagamenti nel quadro finanziario, così Portogallo ed Estonia, entrambi beneficiari netti di fondi europei, sono disposti a dare i loro contributi, mentre Francia e Belgio sono ancora indecisi.
Il bilancio europeo di 140 miliardi di euro all’anno fornisce fondi chiave per gli agricoltori, le regioni più povere e la ricerca che va dall’energia alle tecnologie spaziali. Si tratta anche di un barometro dell’umore politico che si respira nelle capitali europee e segnala il rischio di diatribe mentre l’UE cerca di mantenere l’unità nei colloqui con Londra per la Brexit, affrontando nuove sfide in materia di sicurezza frenando le retrocessioni democratiche in paesi come la Polonia. Ieri intanto si è tenuto l’incontro tra Theresa May e i suoi ministri ma finora non è stato rilasciato alcun commento ufficiale. Sembra che sia stato raggiunto un fragile compromesso da parte dei Remainers e dei Leavers che Theresa May annuncerà mercoledì prossimo.
Come hanno reso noto sia la BBC che il Financial Times 11 membri del Comitato per la Brexit avrebbero  avallato una proposta chiamata “Canada plus plus plus” di David Davis. In base a questo piano, la Gran Bretagna cercherebbe di negoziare un accordo di libero scambio simile all’accordo UE/Canada, garantendo un migliore accesso al mercato unico per beni e servizi attraverso una stretta cooperazione normativa.

lunedì 26 febbraio 2018

La nuova rotta balcanica adesso preoccupa l’Italia

La rotta balcanica si è riaperta? Se è presto per parlare di numeri da esodo biblico come fu nel 2015, sicuramente i Balcani sono da settimane in subbuglio per un nuovo flusso che, per quanto calcolabile nell’ordine di poche migliaia di transiti di migranti, sta interessando la metà occidentale della penisola.
Un tempo il flusso partiva dalle isole egee della Grecia, proseguiva fino ad Atene e da lì seguiva una serie di tappe obbligate fino a Vienna o a Monaco di Baviera: Idomeni, al confine greco-macedone, la capitale serba Belgrado e di lì uno dei tanti posti di frontiera al confine con l’Ungheria o con la Croazia.
A partire dal marzo 2016, però, con l’accordo fra Turchia ed Unione Europea, il presidente turco Recep Erdogan ha iniziato a pattugliare seriamente i confini della Mezzaluna e, dietro la promessa di 6 miliardi di euro, è riuscito a bloccare le partenze. La vecchia rotta balcanica si è asciugata come un fiume in secca ma recentemente i migranti hanno ripreso a marciare verso l’Europa. Per altre vie.
Lo scorso 21 febbraio il ministro bosniaco per la Sicurezza, Dragan Mektic, ha riferito al parlamento di Sarajevo che in Erzegovina gli ingressi clandestini sono aumentati anche del 700%. Dal primo gennaio gli attraversamenti illegali del confine registrati dalle autorità bosniache sono oltre 400: più della metà del totale conteggiato nell’intero 2017. Il governo di Sarajevo, che tra l’altro ha annunciato di non avere abbastanza uomini nell’organico della polizia di frontiera, esprime preoccupazione per la mancanza di controlli ai confini fra gli Stati dei Balcani sud-occidentali, soprattutto alla frontiera fra Albania e Montenegro.
Di qui il flusso prosegue attraverso la Bosnia, dove si dirige verso la località di Velika Kladusa, al confine con la Croazia, e poi verso il fiume Kupa, che segna la frontiera fra il territorio croato e la Slovenia. La stampa croata racconta di un flusso che, nonostante le condizioni proibitive in cui i migranti tentano il guado dei fiumi anche a rischio della vita, cresce lentamente ma costantemente.

La rotta che punta all’Italia

La maggior parte di questi viaggiatori proviene o dal Nordafrica o dal Medio Oriente e dall’Asia centrale, con una consistenza minoranza di profughi che parte dalle regioni più povere della penisola balcanica come il Kossovo e l’Albania.
C’è però anche una diramazione di questa rotta, che abbandona la penisola balcanica già nella Grecia settentrionale e che punta dritta verso l’Italia. Da mesi ormai il porto di Patrasso è teatro di continui scontri fra la polizia e i migranti che cercano con ogni mezzo di salire a bordo dei traghetti e dei cargo diretti a Brindisi e negli altri scali pugliesi. Secondo le organizzazioni umanitarie presenti nella città ellenica, il numero di persone accampate nei sobborghi della città è raddoppiato  rispetto a gennaio 2017 e fra i campi profughi di fortuna sorti fra le fabbriche abbandonate e gli edifici in costruzione si è diffusa un’epidemia di scabbia che per i medici volontari in servizio nell’area è “impossibile da debellare”.
Parallelamente, continua indisturbato anche il traffico di piccoli natanti da diporto che, partendo dalle coste di Grecia e Turchia, punta verso le coste del Salento.

venerdì 23 febbraio 2018

La bufala via WhatsApp sulle bollette della luce, il Codacons: state attenti

Il Codacons lancia l’allarme sul caos scoppiato per la questione delle morosità sulle bollette elettriche addebitate a tutti gli utenti, con tanto di pericolosissime bufale che circolano in queste ore sul web e attraverso catene inviate tramite WhatsApp.

«Sui social network e attraverso testi inviati da cellulare messaggi che annunciano un addebito da 35 euro sulla bolletta della luce di aprile, finalizzato a coprire i debiti degli utenti morosi, quelli cioè che non hanno pagato la propria bolletta elettrica - denuncia il Codacons - Un messaggio pericolosissimo perché invita anche a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale. Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale».

La deliberazione dell’Autorità per l’energia, spiegano i consumatori, si prefigge infatti l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità, ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia.

Un principio per il Codacons palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche. Proprio in tal senso il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati.

Anche Altroconsumo, citato nei messaggi come fonte, prende le distanze: «Continua a generare il panico tra i consumatori. Parliamo della notizia che mette in allerta i clienti in regola con le bollette dell’energia: presto dovranno farsi carico anche delle fatture non pagate dagli altri utenti morosi. Per alimentare la polemica, su WhatsApp sta circolando un messaggio che cita Altroconsumo per dare stime e consigli sbagliati: si tratta di una bufala»