mercoledì 31 gennaio 2018

Soldi alla TAV, sangue ai pendolari

I servizi essenziali che dovrebbero essere garantiti in Italia sono allo sfascio perché i soldi vengono rubati da orde di politici e loro compari. I soldi che rimangono dal ladrocinio generalizzato vengono utilizzati male perchè  l’avidità umana è  concentrata sul profitto e su quello che rende. Quindi se si tratta di scegliere fra qualcosa che almeno a prima vista rende di più e qualcosa che rende di meno, ovviamente si sceglie quello che rende di più. Che poi da qualche parte fra leggi e la Costituzione ci sia scritto che i cittadini devono vivere in sicurezza o gli devono essere garantiti servizi di base (pagati con tasse su tasse), è un dettaglio che si può certo trascurare. E dove sono tutti quelli che parlano di sicurezza laddove si intende solo difendersi da gente dalla pelle scura e non certo quella sicurezza che si dovrebbe pretendere per un treno che deraglia e uccide le persone?
Secondo i manager rampanti o coloro che hanno studiato economia in prestigiose università, gli utili mica si accrescono puntando sulle tratte per i pendolari. Gli utili si fanno con l’alta velocità e i pendolari possono fare la carne da macello nel senso letterale del termine. Negli ultimi anni sono stati chiusi oltre 1.100 chilometri di linee locali con relative stazioni, il personale è ridotto all’osso, servizi pessimi, sporcizia, ritardi continui, soppressioni di treni, guasti tecnici a ripetizione.  Ma di cosa stupirsi se già da quando si compra un biglietto on line o alle biglietterie automatiche, c’è la fregatura architettata in maniera diabolica nel fornire primariamente le tratte che convengono alle compagnie e non al cliente.
Nel recente incidente ferroviario di Pioltello dove sono morte tre persone e ci sono stati quarantasei feriti, è decisamente rivoltante sentire le ragioni delle ferrovie quando dicono che come incidenti siamo in linea con gli altri paesi, che rispettiamo parametri teorici di sicurezza. Basta viaggiare nelle tratte dei pendolari o nelle linee periferiche per capire che la sicurezza è un optional, non certo la regola e se anche una sola persona fosse rimasta ferita o uccisa per scarsa manutenzione, per fondi non investiti, la colpa è senza appello, statistiche o meno. Vadano a spiegare ai parenti delle vittime che siamo dentro le statistiche. La situazione è sotto gli occhi di tutti: soldi buttati nella TAV in Val Susa per un opera orrendamente e criminalmente inutile oltre che devastante e poi non si fa manutenzione adeguata ai binari dove passano migliaia di pendolari ogni giorno. Ma i capitalisti del danno collaterale sono anche assai impreparati nel loro business. I soldi si farebbero lo stesso, proprio rafforzando le ferrovie dappertutto, non solo concentrandosi sull’alta velocità e il resto lasciarlo allo sbando. Le persone infatti prenderebbero molto di più il treno se avessero un servizio efficace, pulito, puntuale, comodo, frequente, sicuro, lasciando volentieri la macchina a casa, magari non la comprerebbero nemmeno. Se ci fossero veri manager e non poveri speculatori, capirebbero che attraverso un pianificazione intelligente potrebbero finalmente fare un lavoro che ha un senso, che aiuta veramente le persone a muoversi in sicurezza impattando meno sull’ambiente. La mobilità del futuro sarà proprio quella pubblica e capillare che le ferrovie italiane stanno in tutti i modi cercando di smantellare. Soldi da investire per realizzare questo obiettivo ce ne sono di sicuro visto che vengono continuamente sprecati e rubati. Anche il potenziale di richiesta di mobilità su ferrovia c’è, bisognerebbe solo agire. Ma questi manager che guadagnano cifre vergognose e che prendono buone uscite milionarie per poi andare a fare danno da qualche altra parte, non hanno nessun ritegno se anche di fronte ai morti continuano imperterriti nella loro follia dove il profitto viene sempre prima delle persone considerate solo un effetto collaterale sulla strada del guadagno.

martedì 30 gennaio 2018

Oms: 500mila infezioni resistenti agli antibiotici

Fanno paura le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul fenomeno delle gravi infezioni batteriche contro cui gli antibiotici non funzionano: i primi dati pubblicati dall'organismo parlano di 500.000 casi in 22 Paesi, sia ad alto che a basso reddito.
Si tratta del risultato del lavoro del nuovo sistema globale di sorveglianza antimicrobica dell'Oms, secondo cui i batteri resistenti più comunemente riportati sono stati Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus aureus e Streptococcus pneumoniae, seguiti da Salmonella. Il sistema non include però i dati sulla resistenza del Mycobacterium tuberculosis, che causa la tubercolosi, dal momento che l'Oms lo monitora dal 1994 separatamente e fornisce aggiornamenti annuali nel rapporto globale sulla Tbc. Dunque le cifre potrebbero essere anche più alte.
La percentuale di batteri resistenti ad almeno uno degli antibiotici più comunemente utilizzati varia enormemente tra i diversi Paesi, da zero all'82%. La resistenza alla penicillina - usata per decenni in tutto il mondo per trattare la polmonite - arriva fino al 51%. E tra l'8% e il 65% dei batteri E. coli associati a infezioni del tratto urinario presenta resistenza alla ciprofloxacina, antibiotico comunemente usato per trattare questa condizione.
"Il rapporto conferma la grave situazione di resistenza agli antibiotici in tutto il mondo", afferma Marc Sprenger, direttore del Segretariato della resistenza antimicrobica dell'Oms. "Alcune delle infezioni più comuni del mondo potenzialmente pericolose si stanno dimostrando resistenti ai medicinali. E, cosa ancora più preoccupante, i patogeni non rispettano i confini nazionali. Ecco perché l'Oms sta incoraggiando tutti i Paesi a istituire buoni sistemi di sorveglianza in grado di fornire dati".
A oggi, 52 Paesi (25 ad alto reddito, 20 a reddito medio e 7 a basso reddito) sono iscritti al sistema globale di sorveglianza antimicrobica dell'Oms. Per il primo rapporto, 40 Paesi hanno fornito informazioni dai loro sistemi di sorveglianza nazionali e 22 hanno anche fornito dati sui livelli di resistenza agli antibiotici.
"Il rapporto è un primo passo fondamentale per migliorare la nostra comprensione dell'entità del fenomeno. La sorveglianza è agli inizi, ma è fondamentale svilupparla se vogliamo anticipare e affrontare una delle più grandi minacce alla salute pubblica globale", afferma Carmem Pessoa-Silva, che coordina il nuovo sistema di sorveglianza dell'Oms.

lunedì 29 gennaio 2018

Grecia fase finale: all'asta sul web tutto ciò che si può vendere, anche le case private

La Grecia di Alexis Tsipras è entrata nella «fase laboratorio»: vedere cosa succede ad un paese lasciato nelle mani dei creditori. Disse Milton Friedman: «Lo shock serve a far diventare politicamente inevitabile quello che socialmente è inaccettabile»: lo shock della Grecia risale al’estate del 2015 quando con la giacca gettata sul tavolo al grido di «prendetevi anche questa» il primo ministro Alexis Tsipras firmò la resa senza condizioni della sua nazione sconfitta. Umiliato di fronte al proprio paese e al mondo da Angela Merkel, volutamente. Sul tavolo, quella notte, non finì solo la Grecia, ma la stessa democrazia che l’occidente ha vissuto in quelli che il grande storico Hobsbawm ha definito «i gloriosi trent'anni». Il voto greco, consapevole, che rifiutava il commissariamento della Trojka ad ogni costo, ad ogni costo veniva tradito in cambio di un piano lacrime e sangue, ancor più punitivo perché doveva sanzionare l’ardire di un popolo intero che osava ribellarsi alla volontà suprema dell’Europa finanziaria. Che solo in quel caso e per pochi giorni gettò la maschera della finta solidarietà, dei traditi valori di Ventotene, e si manifestò nella pura essenza del terrorismo finanziario.



Senza un governo, comandano i tedeschi
Nel nuovo reame globalizzato la Grecia è il primo esperimento compiuto di «stato disciolto»: il governo della sinistra, solo pochi anni fa definito estremista, ha assunto il ruolo finale: l’assorbimento del conflitto sociale che si scatena a fronte di una colonizzazione. Il 2018 sarà l’anno dove l’esproprio della ricchezza pubblica e privata diventerà in Grecia molto più veloce, e aggredirà i rimasugli di patrimonio restanti. Gli immobili vengono messi all’asta e i compratori stranieri – banche, privati e perfino istituzioni – possono prendersi un’isola, un appartamento, una spiaggia, un'opera antica: qualsiasi cosa. Il tutto a prezzi stracciati, a meno del 5% del loro valore.



Anche le case all'asta sul web
Finiscono all’asta, sul web, come una cosa qualsiasi, perfino le prime case se superano una determinata superficie. Il tutto nel plauso della parte ricca del paese, che potrà accaparrarsi i beni della classe media, per non parlare di quella povera, a prezzi stracciati. Nella democrazia di facciata del governo Tsipras i poveri sono sempre più poveri, e i ricchi sono sempre più ricchi. Sembra di parlare degli Stati Uniti, e invece è la Grecia, un paese nobile e antico, su cui si fonda l’intera cultura occidentale, che si trova ad un passo dalle nostre coste. Per molti aspetti laddove è fondato il nostro passato si vede il nostro futuro. C’è una qualche differenza tra un comune italiano, come quello di Torino ad esempio, e lo stato greco? Entrambi sono assediati dai debiti, contratti per mitigare l’impatto della deindustrializzazione globalizzante, entrambi sono sotto il controllo delle banche che dettano i piani di governo: a suon di privatizzazioni, svendite di patrimonio e licenziamenti collettivi. La trappola del debito è una tagliola, entro la quale viene ferita la democrazia. I piani di rientro sono agende incontrovertibili, totali, spietate. Rispetto i quali ogni programma elettorale è soccombente.



Ultimo sforzo, poi il deserto
I commentatori filo governativi sottolineano che il 2018 sarà l’anno «dell’ultimo sforzo» per arrivare alla fine del commissariamento da parte dei creditori. Per dare un’idea di cosa si parla: un governo di estrema sinistra, si fa per dire, ha approvato delle norme che restringono la libertà di sciopero. Di fatto in Grecia diventa illegale, perché per la proclamazione degli scioperi dovrà partecipare alle assemblee il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria. E questa è solo l’ultima parte di un processo che ha già pesantemente colpito lo stato sociale, le pensioni, i salari, i beni pubblici, e il diritto del lavoro. Imbarazzante, tra l’altro, l’asse politico tra Alexis Tsipras e Emmanuel Macron: ennesima prova dello sbandamento culturale della sinistra incapace di inquadrare un orizzonte politico differente da quello dei banchieri.



Italia come la Grecia?
Ovviamente il governo greco confida che nell’agosto del 2018 la Trojka, in virtù del piano di rientro greco, vada via, e lasci il paese libero di finanziarsi sul mercato globale. Ma se anche fosse, questo non migliorerebbe la situazione della Grecia, ormai allo stremo. Il debito pubblico greco, da «vendere» sul mercato obbligatoriamente a tassi elevati, finirebbe nuovamente all’estero. E il processo si ripeterebbe esattamente uguale agli ultimi sette anni. Ovviamente vi sarà un’espansione del Pil e una ripresa dei contratti di lavoro a prezzi stracciati. Il governo, la democrazia, non servirebbe più a nulla: se non a creare un simulacro. L’esperimento greco, la palla di cristallo in cui si può vedere il futuro dell’Italia se non vi sarà una drastica inversione politica, è davanti a noi.

venerdì 26 gennaio 2018

La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.

giovedì 25 gennaio 2018

Le Grecia e gli Strozzini Europei. Storia di una rapina legalizzata

Il Parlamento ellenico ha approvato recentemente , pur tra forti polemiche nella stessa maggioranza, un pacchetto di misure, che contiene la restrizione del diritto di sciopero dei lavoratori, innalzando dal 30% al 50% l’approvazione necessaria per deliberare un’agitazione da parte dei sindacati, nonché procedure accelerate per consentire alle banche di vendere all’asta gli immobili ipotecati dei clienti morosi. Da dicembre sono partite le tanto contestate aste elettroniche. Stretta da una morsa di debiti che aumenta ogni giorno, il Paese e' stato smantellato da organizzazioni internazionali ( Fondo Monetario, Banca Centrale Europea e Commissione Europea) che con violente ed inefficaci politiche di Austerita' hanno semplicemente ridotto lo Stato Greco sul lastrico. Le previsioni della Troika di 5 anni fa sono state disastrose, il paese ha perso il 25 % del valore del PIL, ma nessuno ad oggi vuole prendersi la responsabilita' di quegli schemi e modelli economici totalmente sbagliati. I miliardi di euro prestati alla Grecia sono serviti ( e lo sono ancora) per pagare i creditori privati, Francia e Germania su tutte. Economisti di fama mondiale come Stiglitz, Krugman, Eric Maskin, Jean-Paul Fitoussi, Jeff Madrick, solo per citarne alcuni e centinai di articoli hanno condannato questo macello sociale che il popolo greco sta subendo da anni.



Peter Koenig è un noto economista e analista geopolitico. Ha lavorato nella Banca Mondiale e in giro per tutto il mondo come esperto ambientale e di risorse idriche. Scrive regolaramente su Global Research, ICH, RT, TeleSur, the Voice of Russia / Ria Novosti, The Vineyard of The Saker Blog, e altri siti internet. E' l'autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – un docu-film basato sui fatti di attualità e sui 30 anni di esperienza nella Banca Mondiale.
Perche' questo titolo? Perche' la Grecia non dovrebbe continuare a giocare la carta della vittima, ne quella di masochista. La Grecia sembra soffrire della cosi detta "Sindrome di Stoccolma", e' innamorata del proprio carnefice. Ma la Grecia potrebbe cambiare le cose, uscire dalla prigione, uscire dall'Europa e uscire dall'Euro. La Grecia, cosi', potrebbe tornare alla propria sovranita' monetaria, alla propria banca Nazionale, creando la propria politica monetaria che sarebbe effettiva con un sistema bancario esclusivo per la Grecia. In meno di dieci anni  il Paese sarebbe salvo ed avrebbe ripagato parte di quel debito creato illegalmente.
Anche se, qui va sottolineato, per la legge internazionale, la maggioranza del debito greco e' stato imposto dalla Troika in maniera illegale. Anche chiamato "debito odioso" che secondo la legge internazionale e' illegittimo, perche' secondo le leggi attuali, un debito nazionale provocato da un regime non per il benessere della nazione non puo' essere applicato. Divengono, dunque, debiti del regime e non debiti dello Stato. Questa dottrina corrisponde anche ad uno degli atti del Fondo Monetario Internazionale che cita come il Fondo stesso non dovrebbe prestare denaro a nessun Paese in sofferenza, che con poche probabilita' sara' capace di rimborsare il debito ed i suoi interessi. Non passa un solo giorno che la Grecia non presenti qualche abuso commesso dalla Troika ( Fondo Monetario, Banca Centrale Europea e Commissione europea, quest'ultima che non viene eletta ma imposta). " Distruggono e saccheggiano la Grecia" di Leonidas Vatikiotis, "Austerita' gli ospedali fermano la chemioterapia, mandano via i pazienti perche' hanno sforato il budget".
Gia anni fa la rivista "Lancet" aveva mostrato un incremento dei suicidi e della mortalita' infantile nel Paese. Le atrocita' imposte dall'occidente abbondano ogni giorno: tagli dei salari, drastica riduzione delle pensioni dal 2010, annullamento quasi totale della previdenza sociale. 4 milioni su 11 milioni totali vivono sotto la soglia di poverta', il 15% vive invece in condizioni anche peggiori. Il 28% dei minori vive in poverta' con malnutrizioni e malattie, blocchi delle crescita e di conseguenza cerebrali. La Disoccupazione sfiora il 25% ed il 50% tra i giovani (18-35). Gli ospedali e le scuole pubbliche sono chiuse o privatizzate per mancanza di fondi statali. Ci sono scarsita' di medicinali a causa delle restrizioni imposte dai vicini amorevoli della Grecia.  Si muore di influenza, polmonite, infezioni intestinali, mancano gli antibiotici. La Grecia non ha piu'controllo alcuno sul proprio budget, ha dovuto firmare questa responsabilita' a Bruxelles per un altro "pacchetto di salvataggio". Nel settembre 2016 il Parlamento approva frettolosamente il piano di 2000 pagine stilato da Bruxelles in inglese, pochi lo leggono, non c'e' tempo. I parlamentari greci cedono non solo tutte le imprese e le infrastrutture detenute dallo Stato al " Meccanismo di Stabilita' Europeo" (ESM) per 99 anni, in questo periodo tutto puo' essere svenduto per privatizzare, o semplicemente smantellato, ma, come se non bastasse, il Governo Greco cede la propria autorita' sovrana sul budget a Bruxelles. Potete immaginarvi? Questo e' il  XXI secolo, non succede dal 1933 quando la Bundestag, il Parlamento tedesco trasferì tutti i propri poteri legislativi al cancelliere Adolf Hitler. Questo e' completo fascismo imposto dall' Unione Europea. Il mondo osserva silenziosamente, ed in piena complicita', il dismantellamento totale della sovranita'  di un paese, con il conseguente impoverimento ed asservimento della popolazione. Questa non e' una notizia, anzi, e' risaputo e scritto innumerevoli volte da innumerevoli giornalisti, le misure imposte dalla Troika sono inutili e  dannose. La Grecia potrebbe fermare questo dissanguamento e impoverimento della maggioranza della popolazione quasi instantaneamente, uscendo dall'Euro e della Unione Europea. Non sarebbe lasciata sola. Solidarieta' sarebbe portata da Asia, Latino America ed Africa. Questa offerta era gia' stata fatta nel 2014/15. Ma nessuno e' stato  ascoltato, perche' l'elite greca vuole fare parte dell'Elite europea, di questo gruppo nefasto. Molte foto, troppe, sono circolate del PM Tsipras ed i suoi amici che ridono con i vari Lagarde e Junker. La Grecia avrebbe dovuto uscire dell'Unione Europa dal 2010, con il primo pacchetto di salvataggio, ma non lo fece per qualsivoglia ragioni.  Magari minaccie a Tsipras o alla sinistra del partito Syriza, non lo sappiamo con certezza, ma e' possibile in una civilta' occidentale dove gli opponenti all'egemonia di Washington ed i suoi oscuri esecutori, vengono semplicemente assassinati. Ce lo spiega bene John Perkins nel suo bestseller "Confessioni di un sicario dell'Economia". Non esistono alleati fidati nella Unione Europea.
Il debito della Grecia ad oggi (Gennaio 2018) e' di  € 320 miliardi circa o il 190% del PIL, e continua a salire. Gli interessi annuali ammontano a oltre € 17 miliardi, € 557 al secondo, guardate l'orologio del debito Greco qui. Non ci sono rimedi in vista, non importa quello che il Fondo Monetario dice, sono menzogne, la Grecia non uscira' mai da questa montagna di debiti rimanendo nell' Europa e nell'Euro. E' tardi, ma mai troppo tardi, riprendetevi la vostra moneta locale, riprendete il controllo della vostra banca nazionale, con bassi o zero interessi per stimolare la vostra economia e non quella della Germania o della Comunita' Europea, ma quella Greca. In dieci anni il paese avra' gia' recuperato dalla depressione, come l'Argentina, o anche la Germania, proprio dopo la II Guerra Mondiale. Il supporto, se serve , potrebbe arrivare dall'est, dall'OBI (One Belt Initiative) ad opera della Cina, gia' connesso con il gigante asiatico del porto del Pireo. L' OBI e' un progetto multimiliardario che comprende numerosi paesi, Cina , Russia ed Eurasia per svuluppare infrastrutture, commercio e mercati transcontinentali, l'occidente con la sua avida economia alimentata dalle guerre sta passanndo.E' forse l'ultima opportunita' per la Grecia per salvarsi e salvare la sua gente. Qualcuno dovrebbe domandarsi se la Grecia e' divenuta una comoda vittima, accondiscendente con i padroni tra Bruxelles e Washington, o e' semplicemente masochista nel suo annientamento?

mercoledì 24 gennaio 2018

Il Ministero della Censura. La caccia alle Fake News vuol imbavagliare l'informazione alternativa

La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza». Questi sono i tre slogan che campeggiano stampati sulla facciata del palazzo di forma piramidale in cemento bianco in cui si trova la sede del Ministero della Verità orwelliano: è al suo interno, nell’Archivio, che lavora il protagonista di 1984, Winston Smith. Il Miniver (in neolingua) si occupa dell’informazione e della propaganda e ha il compito di produrre tutto ciò che riguarda l’informazione: promozione e diffusione dei precetti del partito, editoria, programmi radiotelevisivi, letteratura. Questo ente si occupa anche della rettifica di questo materiale, in un’opera capillare e costante di riscrizione delle fonti. Il Miniver, cioè, si occupa di falsificare l’informazione e la propaganda per rendere il materiale diffuso conforme alle direttive e all’ideologia del Socing. Il Grande Fratello, infatti, sottomette le menti dei cittadini tramite il “controllo della realtà”, ossia il bipensiero e niente deve sfuggire alle maglie del suo dominio onnipervasivo.

Nella società distopica immaginata da Orwell, il controllo è totale in quanto i colleghi di Winston si occupano di falsificare la storia seguendo l’adagio del Partito, «Chi controlla il passato […] controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato». Le menzogne propinate dai falsificatori vengono imposte dal Partito e acquisite in modo spontaneo e acritico dalle masse perché «se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera». Questo passaggio di 1984riecheggia il noto adagio di Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich: «Se ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, diventa una realtà». E soprattutto, viene acquisita e introietta come se fosse semprestata vera.

Il “controllo della realtà” e la falsificazione costante del passato servono a soggiogare il popolo tenendolo imprigionato in una forma di eterno presente: privo di memoria storica e senza più la capacità di usare la coscienza critica, l’uomo comune è costretto a crollare di fronte alla dissonanza cognitiva che viene indotta dal Grande Fratello, senza nemmeno accorgersi delle bugie a cui viene bombardato quotidianamente. Dovrà quindi allinearsi completamente all’Ortodossia, accettare e credere qualunque menzogna come dogma, anche qualora si dica che 2+2 fa 5. Chi non lo facesse sarebbe immediatamente accusato di psicoreato. Il potere, cioè svuota le menti dei cittadini per riempirle con i propri contenuti, proprio come ripeteva ancora Goebbels «Non basta sottomettere più o meno pacificamente le masse al nostro regime […] Vogliamo operare affinché dipendano da noi come da una droga».

Tematiche attualissime − come mostro nel mio ultimo libro, Fake News. Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post-verità: come il potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso (Arianna Editrice) − in un periodo in cui la caccia alle fake news sta monopolizzando il dibattito pubblico all’interno di una cornice fintamente democratica e le voci dissonanti sono ancora troppo poche.

L’attuale diatriba sulla fake news ha portato alla promozione di un clima di isteria che potremmo definire una “caccia alle streghe 2.0”. In un pieno rigurgito di maccartismo, dove al posto dei comunisti oggi vengono perseguitati coloro che non si allineano al pensiero unico, è in atto una campagna che da un lato strumentalizza la violenza e il cyberbullismo dei social e dall’altro, in piena modalità schizoide, fa uso di questi metodi per attaccare, dileggiare, denigrare e screditare i ricercatori e i giornalisti “alternativi”. Si è partiti con la graduale costituzione di siti atti allo smascheramento di bufale per finire ad adottare metodi sempre più sofisticati per imbavagliare il web (come se le bufale fossero un’esclusiva della rete e i media mainstream ne fossero immuni!).

Sia i media mainstream, sia i politici che oggi chiedono misure per la censura del web hanno negli anni divulgato, e continuano a farlo, innumerevoli panzane, menzogne deliberate o fake news (si pensi per esempio alle famigerate armi di distruzione di massa iraquene poi rivelatesi inesistenti) ricorrendo quindi a sofisticate forme di manipolazione per dirigere il consenso dell’opinione pubblica. Invece il neo Tribunale dell’Inquisizione si focalizza soltanto sui contenuti della rete, additando anche gli argomenti scomodi come bufale.

Secondo i novelli inquisitori, infatti, fenomeni politici e sociali come Brexit, l’elezione di Trump, la vittoria del NO alla modifica costituzionale in Italia, ecc. sarebbero in realtà il frutto “scellerato” della diffusione delle bufale on line (se non addirittura dovute all’intervento dei famigerati hacker russi). Per tutelare la “propaganda”, introdurre in modo sempre più strisciante lo psicoreato e censurare l’opinione pubblica, in Occidente si stanno quindi introducendo leggi o apparati volti a stanare le bufale e a oscurarle, con il rischio (o forse dovremmo dire con l’intento deliberato) di censurare il web e in particolare l’informazione alternativa.

Anche Facebook, Google e Twitter sono dovuti correre ai ripari per poter sottostare al volere dell’establishment. Durante le presidenziali francesi, per esempio, Facebook ha oscurato 30 mila profili accusati di diffondere fake news o fare spam, suscitando non poche polemiche. Sempre in Francia, nella conferenza stampa di inizio anno, Macron ha annunciato un progetto di legge per combattere le fake news e rafforzare il controllo dei contenuti su internet in periodo elettorale.

Nemmeno l’Italia sfugge a queste misure draconiane: da noi il ministero dell’Interno ha attivato un nuovo servizio a disposizione degli utenti per segnalare fake news, che è stato presentato a Roma alla presenza del ministro dell’Interno Marco Minniti, il capo della Polizia Franco Gabrielli e il direttore del servizio di Polizia postale, Nunzia Ciardi. Una volta ricevute le segnalazioni, un team dedicato del Cnaipic le verificherà attentamente attraverso l’impiego di tecniche e software specifici e, in caso di accertata infondatezza, pubblicherà una smentita. In che modo si deciderà quali contenuti sono veri e quali falsi? Fino a che punto si spingerà questo sistema?

L’opinione pubblica sembra passiva di fronte a questi provvedimenti se non addirittura propensa a legittimare l’uso della forza, arrivando persino ad accettare di introdurre il reato di opinione: una forma di psicoreato orwelliano 2.0 secondo cui verrebbe punita non più l’azione ma la libertà di espressione e ancora prima di pensiero. Non si potrà più pensare “male” (cioè in modo critico e indipendente dal pensiero unico): i propri pensieri e le proprie emozioni dovranno allinearsi al pensiero comune, globale, globalizzato, politicamente corretto. Sarà semplicemente vietato pensare fuori dal coro: la mente di tutti noi sarà definitivamente sotto controllo. Apparentemente, per una “buona” causa.

martedì 23 gennaio 2018

Strappiamo il potere ai miliardari

Ecco dove siamo in quanto pianeta nel 2018: dopo tutte le guerre, le rivoluzioni e I vertici internazionali  degli ultimi 100 anni, viviamo in un mondo in cui una piccolo gruppo di individui incredibilmente ricchi, esercitano livelli di controllo sproporzionati sulla vita economica e politica della comunità globale.
Anche se è difficile da comprendere, il fatto è che le sei persone più ricche della terra ora possiedono più ricchezza della metà povera della popolazione del mondo, cioè 3,7 miliardi di persone. Inoltre l’1% di chi ha i redditi più elevati ora ha più denaro del 99% dei poveri. Nel frattempo, mentre i miliardari mostrano la loro opulenza, quasi una su sette persone lotta per sopravvivere con meno di 1,25 $ al giorno (1,021 euro), e cosa terrificante, circa 29.000 bambini muoiono quotidianamente per cause del tutto prevedibili come: diarrea, malaria e polmonite.
Allo stesso tempo, in tutto il mondo, le élite corrotte, gli oligarchi e le monarchie anacronistiche spendono miliardi per gli sperperi più assurdi. Il Sultano possiede circa 500 Rolls-Royce e vive in uno dei palazzi più grandi del mondo, cioè un edificio con 1.788 stanze che una volta è stato valutato 350 milioni di dollari. In Medio Oriente, che vanta 10 dei più ricchi monarchi del mondo, i giovani reali vanno in giro per il globo con jet, mentre quella regione ha il più alto tasso di disoccupazione giovanile del mondo, e almeno 29 milioni di bambini vivono in povertà e non hanno la possibilità di avere alloggi decenti, acqua potabile o cibo nutriente. Inoltre, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni pessime, i mercanti di armi del mondo diventano sempre più ricchi dato che i governi spendono trilioni di dollari per le armi.
Negli Stati Uniti, Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e attualmente la persona più ricca del mondo, ha un netto del valore di più di 100 miliardi di dollari. Possiede almeno 4 palazzi che insieme hanno un valore di più di 100 miliardi di dollari. Come se non bastasse, sta spendendo 24 milioni di dollari per la costruzione di un orologio che verrà posto in una cava in  una montagna in Texas e  che si presume funzionerà per 10.000 anni. Però, nei magazzini di Amazon in tutto il paese, i dipendenti di Bezos spesso lavorano per lunghe ed estenuanti ore e guadagnano salari così bassi che devono contare su Medicaid*, sui buoni spesa e l’edilizia abitativa pubblica pagata  dai contribuenti statunitensi.
Non solo quello, ma in un periodo di enorme ricchezza e disuguaglianza economica, le persone di tutto il mondo stanno perdendo fiducia nella democrazia – governo dal popolo, per il popolo e del popolo. E’ sempre di più riconosciuto che l’economia globale è stata manipolata per ricompensare coloro che sono  ai vertici sociali, a spese  di tutti gli altri che quindi sono arrabbiati.
Milioni di persone lavorano per più ore e con salari inferiori rispetto 40 anni fa, sia negli Stati Uniti che in molti altri paesi. Osservano, sentendosi impotenti di fronte a pochi potenti che si comprano le elezioni e a un’ élite economica e politica che diventa più ricca, anche quando il futuro dei loro figli diventa più oscuro.
In tutta questa disparità economica, il mondo sta assistendo a un allarmante aumento di autoritarismo e di estremismo di destra che trae energia, sfrutta e amplifica i risentimenti di chi è lasciato indietro e soffia sul fuoco dell’odio etnico e razziale.
Ora, più che mai, chi  di noi crede alla democrazia e al governo progressista, deve unire le persone a basso reddito e i lavoratori di tutto il mondo per seguire un’agenda che riflette le loro necessità. Invece di odio e dissenso, dobbiamo offrire un messaggio di speranza e solidarietà. Dobbiamo sviluppare un movimento internazionale che sfidi l’avidità e l’ideologia della classe dei miliardari e che ci conduca in un mondo di giustizia economica, sociale e ambientale. Sarà una lotta facile? Certamente no, ma è una battaglia che non possiamo evitare. I rischi sono proprio troppo grandi.
Come Papa Francesco ha giustamente osservato in un discorso in Vaticano nel 2013: “Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione del vitello d’oro dei tempi antichi ha trovato una nuova e crudele immagine nel culto del denaro e nella dittatura di un’economia che è senza volto e che manca di qualsiasi scopo realmente umano.” Ha continuato: “Oggi tutto rientra nella legge della competizione e della sopravvivenza dei più    dove i potenti si nutrono di coloro che non ha potere. Di conseguenza, le masse popolari si trovano escluse ed emarginate: senza lavoro, senza possibilità, senza nessuna possibilità di fuga. “
Un nuovo movimento internazionale progressista si deve impegnare ad affrontare la disuguaglianza strutturale sia tra le nazioni che al loro interno. Tale movimento deve superare le mentalità del “culto del denaro” e della “sopravvivenza dei più adatti” , dalle quali ha messo in guardia il Papa. Deve sostenere le politiche nazionali e internazionali mirate a elevare i livelli di vita dei poveri e delle classe operaia – a iniziare dalla piena occupazione e da un salario sufficiente per vivere e fino all’educazione superiore e a giusti accordi commerciali. Inoltre, dobbiamo controllare il potere delle grosse aziende e impedire la distruzione ambientale del nostro pianeta come conseguenza del cambiamento del clima.
Ecco soltanto un esempio di che cosa dobbiamo fare. Proprio pochi anni fa, la Tax Justice Network* ha stimato che gli uomini più ricchi e le aziende più grandi del mondo avevano nascosto almeno 21-32 trilioni di dollari nei paradisi fiscali d’oltremare per evitare di pagare la loro giusta parte di tasse. Se operiamo insieme per eliminare le frodi fiscali oltremare,  le nuove  entrate che verrebbero prodotte, potrebbero porre fine alla fame globale, a creare centinaia di nuovi impieghi e sostanzialmente a ridurre il reddito esagerato e la disparità di ricchezza. Potrebbe essere usata per passare aggressivamente all’agricoltura sostenibile e per accelerare la trasformazione del nostro sistema di energia lontano dai combustibili fossili e verso le fonti rinnovabili di energia.
Sfidare l’avidità di Wall Street, il potere delle gigantesche multinazionali e l’influenza della classe dei miliardari del globo, non è soltanto la cosa morale da fare, è un imperativo geopolitico strategico. Una ricerca svolta dal programma di sviluppo delle Nazioni Unite, ha dimostrato che le percezioni che hanno cittadini della disuguaglianza, della corruzione e dell’esclusione, sono tra i più costanti indicatori della possibilità che le comunità, sosterranno l’estremismo di destra e i gruppi violenti. Quando la gente capisce che le probabilità sono contro di loro, e non vedono alcuna soluzione per un ricorso legittimo, è più probabile che ricorrano a soluzioni dannose che serviranno soltanto ad aggravare il problema.
Questo è un momento cruciale nella storia del mondo. Con l’esplosione di tecnologia avanzata e con i progressi che ha portato, abbiamo ora la capacità di aumentare sostanzialmente la ricchezza globale in modo corretto. Ci sono i mezzi a nostra disposizione per eliminare la povertà, aumentare l’aspettativa di vita e creare un sistema di energia globale non costoso e che non inquina.
Questo è ciò che possiamo fare se avremo il coraggio di unirci e di affrontare gli interessi speciali potenti che vogliono semplicemente sempre di più per se stessi. Questo è ciò che dobbiamo fare per amore dei nostri figli, dei nostri nipoti e per il futuro del nostro pianeta.