mercoledì 10 gennaio 2018

Valanga di aumenti di tariffe. E' la privatizzazione, bellezza

Gas, elettricità, autostrade, persino l'acqua che avrebbe dovuto restare pubblica, con l'inizio dell'anno una valanga di aumenti di tariffe di servizi essenziali per la nostra vita si abbatte su salari, pensioni, redditi popolari sempre più miseri, per chi riesce a metterli assieme. È un salasso terribile, che annulla anche quei piccoli aumenti, quelle mance concesse qua e là.


Dove sono finiti quei cialtroni che avevano esaltato le privatizzazioni come un grande guadagno per i consumatori? E tutti i governanti di centrosinistra e centrodestra che hanno svenduto ai privati il patrimonio pubblico che cosa dicono? Fanno finta di niente. Contano tutti sulla smemoratezza collettiva alimentata dai mass media, anch'essi guidati dai padroni delle privatizzazioni. Così si rimuove che tutte le reti ed i servizi essenziali fino agli anni 90 erano in mano pubblica. E che le tariffe erano sottoposte controllo e a calmiere per tutte le famiglie a basso reddito. Poi nel nome del mercato e dei trattati liberisti della Unione Europea tutto è stato messo all'asta. Il mercato ha vinto, con la vergognosa complicità di TUTTI coloro che hanno governato, e noi abbiamo perso. Ora i padroni di servizi di pubblica utilità vengono a riscuotere la loro vittoria. Paghiamo tutti i costi delle privatizzazioni.

Ma perché i Benetton devono essere i padroni delle autostrade, perché l'energia e i servizi che ci servono per vivere devono solo fare profitti per i privati?

Altro che il furto sui sacchetti dei supermercati, qui c'è una rapina che colpisce la grande maggioranza del popolo. E che è solo cominciata. Per fermarla c'è una sola via a parte le chiacchiere: tornare alla gestione e al controllo pubblico dei grandi servizi e delle reti. NAZIONALIZZARE ciò che è stato svenduto. E all'inferno i vincoli e i trattati UE che ci hanno rovinato.

martedì 9 gennaio 2018

Renzi e il suo primato nell’esportazioni di armamenti

Il governo Renzi ha sestuplicato le autorizzazioni per le esportazioni di armamenti. Sono dati della "Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviati alla Camera.Ebbene sì. Il vero record del precedente governo (se così si può dire, visto che cambia il governo ma i ministri restano gli stessi) riguarda proprio le spese miliari. Con un incremento del 581% le licenze per le esportazioni di armamenti sono passate da circa 2,1 miliardi a più di 14, 6 miliardi di euro.
Un record storico dai tempi della nascita della Repubblica; un risultato che l’ex premier non ha di certo sbandierato sui suoi siti personali o sui portali online del governo con quelle info-grafiche a colori che lo compiacciono tanto.
Missione trasparenza fallita per il candidato premier Matteo Renzi.
Ma dove vanno a finire tutte queste armi?
La stragrande maggioranza degli armamenti è stata destinata a Nord Africa e Medio Oriente, che al momento sono i paesi con i conflitti più grossi al mondo. Nel 2016 il governo Renzi ne ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale delle forniture.
Uno degli stati col quale l’Italia ha un’importante partnerership è Kuwait, come dichiara anche la ministra della Difesa Pirotti nel comunicato della Difesa. Ricordiamo che il Kuwait è attualmente impegnato nel conflitto in Yemen al fianco della coalizione saudita.
Altro assiduo cliente della produzione bellica italiana è appunto l’Arabia Saudita che come abbiamo già visto usa le armi comprate in Italia per intervenire nel conflitto in Yemen.

Quella che è stata una grossa fortuna per l’industria militare nazionale, il cui quasi totale monopolio è tenuto da Leonardo-ex Finmeccanica e Fincantieri (delle quali industrie il maggiore azionista è lo stesso Ministero dell'economia e delle finanze), è stata invece una grossa sfortuna per i tanti civili che ora sono vittime di conflitti armati.
Quasi con certezza, la maggior parte delle autorizzazioni per l’esportazione di armamenti ha carattere illegale perché la stessa legge italiana proibirebbe l’esportazione a stati impegnati in conflitti armati interni e poi perché si starebbe macchiando di crimini di guerra.
Su questo viene da fare una considerazione. La maggior parte degli armamenti sono destinati ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, anche se è illegale, perché è proprio da questi che ci guadagna.
L’Italia ha un guadagno dal commercio delle armi, è per questo che le vende. Non c’è nessuna questione di Difesa o di minaccia del territorio.
È una delle dottrine dell’economia capitalistica: il prodotto si vende dove c’è maggiore domanda. Al diavolo i crimini di guerra e i rifornimenti illeciti.
Come diceva anche Mattarella nel suo discorso di fine anno, siamo in un lungo periodo di pace. Peccato però che con questi record guadagniamo l’ottavo posto fra i maggiori esportatori di armi, sorpassando anche Israele. Finmeccanica-Leonardo è invece al nono posto fra le dieci maggiori industrie produttrici di armi al mondo.
Detto con le parole di Gentiloni che qualche giorno fa elogiava l’Italia come una potenza mondiale dell’Export, “Come si dice a Roma 'nun ce se crede' ma è così”.

lunedì 8 gennaio 2018

Il fugace boom dell’eurozona è un’illusione

I Brexiteers devono tenere i nervi saldi. L’eurozona si gloria della ripresa economica mentre la Gran Bretagna languisce in una relativa stagnazione, ma è solo questione di poco.

È un’illusione del ciclo economico, amplificato dall’effetto ripresa dell’Europa dopo una recessione inutilmente grave. Il sorpasso dell’UEM negli ultimi mesi sembra più significativo di quanto sia realmente, eppure crea inevitabilmente confusione e segnerà i discorsi sulla Brexit in un momento cruciale.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’economia del Regno Unito è stata gestita male per lungo tempo. Ha bisogno di un cambiamento radicale dai consumi agli investimenti se si vuole evitare di rimanere ulteriormente indietro rispetto agli Stati Uniti e alle potenze emergenti dell’Asia. Ma un problema che non dobbiamo porci è quello di venire lasciati indietro dall’eurozona in modo duraturo.

Gli analisti dell’OCSE ritengono che il limite di velocità dell’economia della regione sia attorno all’1%. La zona euro è riuscita a crescere ben oltre il doppio di quella percentuale negli ultimi trimestri senza incorrere in problemi solo perché aveva accumulato nel tempo un differenziale tra prodotto effettivo e prodotto potenziale da coprire. Il Regno Unito è molto avanti nel ciclo.

La Banca centrale europea ha messo il turbo alla ripresa con un esperimento di liquidità estrema, con tassi di interesse negativi di 0,4 punti percentuali, o negativi di 2 punti percentuali in termini reali.

È andata avanti a comprare 60 miliardi di euro di bond – questo mese 30 miliardi di euro – aumentando il suo bilancio sino al 41% del PIL, andando molto oltre quanto la Federal Reserve americana abbia mai osato fare. Ha acquistato € 130 miliardi di debito societario in un intervento diretto nei mercati del credito.

L’austerità fiscale ha lasciato il passo allo stimolo. Spagna, Italia e Francia hanno trasgredito i vincoli di spesa dell’UE. Se questo cocktail inebriante non ce la fa a produrre un boom di ripresa, niente può farcela.

Eppure questa esplosione di crescita risulta effimera, a meno che l’Eurozona non colga l’opportunità di affrontare le sue patologie disfunzionali – mercati del lavoro e dei prodotti rigidi, prestiti in sofferenza, società zombie, incentivi assistenziali distorti – e ristabilire l’unione monetaria su basi più gestibili prima del prossimi colpi della crisi. Ben poco è avvenuto.

Il rapporto del FMI ex Articolo IV sull’area dell’euro per il 2017 è un lungo atto di accusa contro la paralisi strutturale dell’eurozona. “I problemi irrisolti frenano le prospettive a medio termine. I rischi sono elevati e le policy rimangono deboli“, ha affermato.

Poul Thomsen, direttore del dipartimento europeo del FMI, afferma che il quadro complessivo sta peggiorando. Le divergenze intra-UEM stanno diventando più estreme. I paesi che hanno avuto la più scarsa crescita della produttività al momento del lancio dell’euro sono ancora più indietro. “Le divergenze nei livelli di reddito reale pro capite si sono ampliate piuttosto che ridotte“, ha affermato.

Il PIL reale della Germania è superiore del 14% rispetto al picco pre-Lehman, mentre il PIL dell’Italia è ancora al 6% al di sotto e non recupererà i precedenti livelli di produzione fino alla “metà degli anni 2020” – due decenni perduti. La cosa davvero incredibile è che questi due paesi stanno ancora cercando di condividere un’unione monetaria, visti i loro destini nettamente contrastanti, e la mancanza di qualsiasi segnale di una futura possibilità di correzione.

Bruxelles ammette che il crollo della zona euro nel 2008-2015 è stato così profondo da sconfinare nell’isteresi, il punto in cui “la disoccupazione ciclica diventa strutturale” e provoca danni permanenti alle competenze professionali e al dinamismo economico. L’isteresi è il motivo per cui le politiche di austerità diventano intrinsecamente controproducenti se portate avanti oltre la dose terapeutica. Riducono i tassi di crescita tendenziale per decenni, rendendo ancora più difficile riportare sotto controllo i rapporti di indebitamento.

In Spagna iI tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il picco del 56%, ed oggi è ancora al 38%. Lo shock è stato così profondo – ed è continuato così a lungo – che un’intera generazione di giovani spagnoli ha superato i vent’anni senza mai svolgere un lavoro duraturo, con subdoli effetti macroeconomici. Varianti di questo stesso fenomeno si sono verificate in Italia, Grecia, Portogallo e, in parte, in Francia.

Ci sono stati scatti di volontà riformatrice nell’Europa meridionale e in Francia – di solito meno di quanto in realtà pubblicizzato – ma l’OCSE continua a pensare che l’unione valutaria sia così sclerotica da generare seri problemi di capacità produttiva prima di raggiungere quella che negli stati anglo-sassoni sarebbe considerata piena occupazione. Nel linguaggio economico, il cosiddetto tasso di disoccupazione naturale, o “Nairu” (Sigla di non-accelerating inflation rate of unemployment, tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale l’inflazione non accelera, ndt) è di 8,8 punti percentuali, esattamente il livello del tasso di disoccupazione attuale. L’output gap (differenziale tra produzione effettiva e potenziale, ndt) è sostanzialmente chiuso e in Germania è chiuso da tempo.


Il boom della zona euro contiene quindi il germe della sua stessa fine. Più forte è ora la ripresa, prima giungerà al capolinea, e prima il QE dovrà finire. Il membro del consiglio della BCE Yves Mersch ha avvertito questa settimana che Francoforte deve stare “molto attenta a non agire troppo timidamente e troppo tardi, e risultare quindi inadeguata“.

Ciò mette l’Italia in una posizione scomoda. La BCE ha acquistato 319 miliardi di euro di debito italiano e in sostanza sta coprendo il deficit del bilancio italiano. Ciò ha compresso i rendimenti obbligazionari in misura sufficiente a evitare una spirale del debito. È stato un salvavita, ma non ha ripristinato una autonoma sostenibilità del debito. Il debito pubblico rimane bloccato sopra il 130% del PIL, al limite estremo per un paese senza una propria moneta sovrana.

Il prossimo anno l’Italia dovrà rifinanziare il debito di un valore pari al 17% del PIL senza che ci siano degli investitori sicuri. Le banche italiane e i fondi esteri hanno venduto sistematicamente i titoli italiani trasferendo i proventi in conti in Germania o Lussemburgo, in una lenta fuga di capitali.

“La fine del QE non ci spaventa“, afferma il ministro delle finanze italiano Pier Carlo Padoan, ostentando sicurezza. Ciononostante, spaventerà certamente gli obbligazionisti se coinciderà con l’elezione a marzo di un governo anti-euro radicale. Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo conduce i sondaggi al 29%, mentre i democratici al governo sono in lento collasso. I Cinque Stelle non chiedono più il ritorno alla lira, ma il suo programma infrange le regole fondamentali dell’unione monetaria.

L’economia spagnola va meglio, nella misura in cui ha recuperato la competitività tagliando i salari relativi con una “svalutazione interna”. Ma questo non deve essere confuso con una economia in buona salute. La produttività non si è ripresa. “Gran parte della crescita post-crisi si è verificata in settori a bassa qualificazione e bassa produttività“, ha affermato il Fondo monetario internazionale.

La mia ipotesi è che a metà del 2018 i rendimenti obbligazionari in entrambi i paesi raggiungeranno un picco abbastanza alto da provocare bruciori di stomaco, e questa volta la Germania sarà meno accomodante, con il partito anti-euro Alternative fur Deutschland che ha 94 seggi al Bundestag e fa sentire il fiato sul collo alla cancelliera Angela Merkel.

Le politiche della BCE stanno diventando sempre più intollerabili per la Germania da un mese all’altro. I tassi negativi stanno distruggendo i modelli di business delle casse di risparmio locali che finanziano le piccole e medie imprese, spina dorsale dell’economia industriale. Il QE ha spinto i crediti netti della Bundesbank nel sistema di pagamenti Target2 della BCE a 880 miliardi di euro. Sta diventando una “unione di trasferimento” mascherata, senza consenso democratico.

L’economia si sta surriscaldando. L’indice di fiducia IFO ha raggiunto il livello più alto dal 1969. La Bundesbank prevede una crescita di 2,5 punti l’anno prossimo, il doppio del limite di velocità tedesco, descrivendolo come “chiaramente al di sopra del potenziale di produzione”.

“È molto chiaro che la politica monetaria è troppo espansiva per la Germania, qualsiasi regola si voglia usare. La lezione del passato è che più questa fase continua, più diventa pericolosa e io vedo molti pericoli all’orizzonte“, ha detto il professor Clemens Fuest, capo dell’Istituto IFO.

Mario Draghi della BCE non può spingere oltre. Se cerca di allungare ancora di più il QE per guadagnare tempo per l’Italia e la Spagna, rischia di erodere ulteriormente – e in definitiva di perdere – il consenso politico tedesco nei confronti dell’unione monetaria. E in effetti ciò di cui ha bisogno la Germania è incompatibile con ciò di cui ha bisogno il gruppo dei paesi latini.

I funzionari della FMI temono che prima o poi un paese (l’Italia) o una regione saranno colpiti da uno shock asimmetrico, rivelando che il sistema UEM è ancora impraticabile. Non c’è ancora un’unione fiscale e difficilmente la Germania offrirà a Macron molto più che un simbolico ministro delle finanze dell’eurozona senza un bilancio. L’unione bancaria manca del sostegno necessario ad evitare una ripetizione del “circolo vizioso” crisi sovrana/crisi bancaria che ha quasi travolto l’UEM nel 2012.

Un tale brutale epilogo sarà la storia della prossima crisi globale, non una minaccia incombente per quest’anno. Quello che è probabile che diventerà chiaro nel 2018, tuttavia, è che le condizioni per un vero boom economico sono molto più difficili da realizzare rispetto alla pigra crescita di una ripresa precoce. All’interno dell’unione monetaria stanno diventando nuovamente visibili delle profonde fratture. La rimozione dello scudo della BCE potrebbe rivelarsi molto dolorosa per i grandi debitori.

Quindi, se pensate che in questo momento la Gran Bretagna svolga il ruolo del malato d’Europa, aspettate solo qualche mese. Gli aspiranti abbondano.

venerdì 22 dicembre 2017

USA, la fabbrica dei poveri

I continui rialzi da record degli indici di borsa americani e i negoziati finali al Congresso di Washington per l’approvazione di una “riforma” fiscale destinata a beneficiare i redditi più elevati si sono accompagnati in questi giorni alla pubblicazione di un rapporto ONU sulla povertà estrema negli Stati Uniti che ha suscitato poco o nessun interesse tra la classe politica e i media ufficiali.

Lo studio è il risultato di un viaggio di due settimane, fatto dal relatore ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, l’accademico australiano Philip Alston, in quattro stati americani (California, Alabama, Georgia, West Virginia), nella capitale, Washington DC, e nel “territorio non incorporato” di Porto Rico, recentemente devastato dall’uragano Maria.

La realtà vista e raccontata da Alston è ben diversa da quella propagandata quotidianamente dal governo americano. La crescita economica e i profitti crescenti di banche e corporation non fanno cioè nulla per alleviare le condizioni di vita spesso da terzo mondo di decine di milioni di persone e, anzi, continuano ad aggravare il processo di polarizzazione economica e sociale in atto da tempo negli USA come altrove. In definitiva, scrive l’inviato delle Nazioni Unite, “gli Stati Uniti sono uno dei paesi più ricchi, potenti e tecnologicamente innovativi; ma né la loro ricchezza né il potere o la tecnologia sono indirizzati al miglioramento di una situazione che continua a costringere 40 milioni di persone a una vita di povertà”.

Le conclusioni dell’indagine di Alston sono contenute nell’introduzione al rapporto pubblicata solo da una manciata di testate in tutto il mondo, tra cui il britannico Guardian. In questa premessa, il relatore ONU dipinge il quadro di devastazione sociale da lui osservato direttamente: dalle persone “che sopravvivono a malapena sullo Skid Row a Los Angeles” alle “migliaia di poveri che ricevono multe per infrazioni trascurabili e che sembrano fatte apposta per trasformarsi rapidamente in debiti impossibili da pagare o in detenzioni”; dalle “fognature a cielo aperto in stati dove i governi locali ritengono che le infrastrutture sanitarie non siano una loro responsabilità” alle “persone che hanno perso tutti i loro denti perché l’assistenza dentistica non è coperta dai programmi sanitari destinati ai più poveri”.

Il rapporto di Alston non risparmia critiche che vanno al cuore delle cause degli scenari da lui delineati, ovvero deliberate politiche di classe che dirottano risorse economiche cruciali verso il vertice della piramide sociale americana. Come egli stesso ricorda, ad esempio, la sua visita “è coincisa con un drammatico cambiamento di direzione delle politiche USA relative alle disuguaglianze e alla povertà estrema”.

Il riferimento è alla “proposta di riforma del sistema fiscale”, voluta dal presidente Trump, che minaccia di fare degli Stati Uniti “la società più iniqua del pianeta”. Gli imminenti nuovi tagli alle tasse per i più ricchi saranno inoltre seguiti a breve, come hanno apertamente ammesso svariati leader repubblicani, dalla “liquidazione di una rete di welfare già piena di buchi”.

Pur alimentando l’illusione della possibilità di riformare il sistema che ha prodotto la situazione descritta nel suo rapporto, Alston lascia intendere chiaramente come essa sia determinata dal capitalismo stesso. Ciò è evidente dalla conclusione che il governo americano non riconosce “il diritto a non morire di fame, a non morire per il mancato accesso a cure mediche economicamente sostenibili o a non dovere crescere in un contesto di totale povertà”.

Tutte le amministrazioni americane succedutesi negli ultimi decenni, “inclusa quella attuale”, hanno d’altra parte “respinto con decisione l’idea che i diritti economici e sociali siano a tutti gli effetti diritti umani”.

Il risultato sono 41 milioni di americani costretti a vivere al di sotto della soglia ufficiale di povertà, 18,5 milioni dei quali in stato di estrema povertà e, addirittura, 9 milioni senza un solo dollaro di entrate e con nessun genere di assistenza o sostegno.

Questa sorta di “eccezionalismo” al contrario della prima potenza economica del pianeta, dove è palese il “contrasto tra la ricchezza e le capacità innovative da un lato e i risultati ottenuti sul piano sociale dall’altro”, fa in modo che gli Stati Uniti debbano oggi fare i conti con una realtà drammatica, evidenziata da numerose statistiche.

L’introduzione al rapporto di Philip Alston si conclude così con l’elenco di una serie di indicatori che chiariscono senza equivoci quali siano i beneficiari e gli esclusi dall’immensa ricchezza prodotta negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti hanno ad esempio il tasso di mortalità infantile più alto di tutti i paesi a economia avanzata. L’aspettativa di vita media degli americani è poi la più bassa rispetto a quella degli abitanti delle altre “democrazie ricche”. Ancora, gli USA occupano il 36esimo posto a livello globale in termini di accesso ad acqua e servizi igienici.
Quest’ultima carenza è stata riscontrata recentemente nella diffusione di patologie causate da parassiti intestinali nella contea di Lowndes, nello stato dell’Alabama, dove si trovano ancora oggi molte fognature a cielo aperto. Nella California meridionale, invece, almeno dalla scorsa estate è esplosa un’epidemia di epatite A, partita da San Diego e responsabile finora della morte di 21 persone, gran parte delle quali senzatetto.

Il quadro parziale delineato da Alston è completato inoltre dal tasso di incarcerazione più alto del mondo e quasi cinque volte superiore alla media dei paesi OCSE. La povertà giovanile tocca il 25% negli USA, contro una media appena inferiore al 14% registrata sempre tra i membri dell’OCSE.

Sul fronte delle disuguaglianze la musica non è differente. Secondo uno studio dell’università di Stanford, gli Stati Uniti sono gli ultimi tra i dieci paesi più ricchi del mondo per numero di poveri, qualità del welfare, disparità economiche e mobilità sociale. Lo stesso OCSE classifica l’America al 35esimo posto su 37 per quanto riguarda i dati relativi a povertà e disuguaglianze.

Un’ulteriore osservazione di Alston rende infine il suo rapporto particolarmente incisivo e lo pone, in maniera meritevole, al di fuori dei parametri degli ambienti “liberal” americani. Secondo l’inviato dell’ONU, cioè, il fattore che determina il dilagare della povertà e dell’estremo disagio sociale negli USA non ha a che fare con questioni di razza, bensì di classe.

Anche se la popolazione di colore risulta spesso particolarmente penalizzata, soprattutto negli stati del sud, Alston sottolinea come in America vi siano “8 milioni di poveri bianchi in più rispetto a quelli neri”. Allo stesso modo, “il 31% dei bambini in condizioni di povertà sono bianchi, mentre quelli afro-americani sono il 24% e gli ispanici il 36%”.

La situazione disastrosa ratificata per gli Stati Uniti addirittura dall’ONU, come già anticipato, non ha nemmeno lontanamente suscitato tra politici e media l’indignazione che avrebbe meritato. Anzi, il rapporto è passato in sostanza sotto silenzio.

Gli interessi di classe a cui fanno riferimento il Congresso e il governo escludono d’altra parte qualsiasi impegno anche modesto a favore delle decine di milioni di poveri americani. A Washington, infine, dopo i tagli alle tasse per i ricchi è già allo studio la drastica ristrutturazione dei rimanenti programmi pubblici di welfare. Questo nuovo imminente assalto alle condizioni di vita delle classi più disagiate rischierebbe infatti di complicarsi se il dibattito pubblico negli USA dovesse concentrarsi seriamente sull’emergenza sociale appena sfiorata dal rapporto delle Nazioni Unite.

giovedì 21 dicembre 2017

Manovra, una toppa sul lavoro

L’obiettivo è giusto: ridurre il precariato. I mezzi scelti per perseguirlo, tuttavia, si riveleranno certamente inefficaci. Dopo lo tsunami di numeri che ha certificato il fallimento del governo Renzi sul tema del lavoro, finalmente il governo Gentiloni decide di fare qualcosa per mettere una toppa sul buco che da 10 anni disperde le energie del nostro Paese.

Purtroppo si tratta di un rimedio assai timido, poco più di un palliativo. Con un emendamento alla legge di Bilancio, l’Esecutivo intende correggere il decreto Poletti del 2014. Si tratta del provvedimento che ha liberalizzato i contratti a termine, tornati a impennarsi dopo la fine del bonus assunzioni renziano. Qualcuno ancora crede che il Jobs Act abbia fatto gli interessi dei lavoratori, ma la verità è che nel 2017 circa il 70% delle nuove assunzioni è a tempo determinato.

Per correggere questa tendenza, l’emendamento riduce la durata massima dei contratti a tempo determinato da tre anni a due e il numero delle proroghe possibili da cinque a tre. La segretaria della Cgil, Susanna Camusso, accoglie queste novità come un “segnale positivo”. Confindustria invece protesta, ma viene accontentata su due fronti.

Primo, l’entrata in vigore sarà graduale, perché le nuove norme si applicheranno solo ai nuovi contratti stipulati dal primo gennaio 2018 in poi. Per i rapporti di lavoro già in essere, invece, continueranno a valere le vecchie regole: durata di 36 mesi e cinque rinnovi.

Secondo, rimane l’acausalità dei contratti. Significa che quando le aziende assumono un dipendente precario non devono indicare la mansione che intendono assegnarli. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché di fatto discrimina i precari permettendone il demansionamento, che invece è proibito dal Codice Civile per i lavoratori di Serie A. Insomma, le aziende sono al riparo da cause di lavoro che altrimenti perderebbero.

Domanda: tutto questo basterà a invertire la tendenza che vede il lavoro precario continuare a salire e quello stabile diventare sempre più raro? Risposta: no. Nella migliore delle ipotesi queste misure saranno largamente insufficienti. Nella peggiore potrebbero perfino causare un paradossale aumento della precarietà.

Partiamo dallo scenario più nero e guardiamo la questione dal punto di vista dell’azienda. Se i contratti a termine (economicamente più convenienti) possono durare meno di prima, ha due opzioni: stabilizzare i lavoratori precari offrendo loro un contratto per l’azienda più caro, oppure salutare i vecchi dipendenti e assumerne di nuovi per ricominciare il ciclo di 24 mesi e tre rinnovi. Nel caso di personale altamente specializzato la valutazione è influenzata anche da altre variabili, altrimenti non c’è dubbio: conti alla mano, gli conviene la seconda opzione. È così che il numero assoluto dei precari rischia di aumentare: riducendo la durata dei contratti, il lavoro a termine potrebbe essere ripartito tra un maggior numero di persone.

D’altra parte, già oggi i contratti a tempo che durano più di due anni non superano il 10% del totale, mentre quelli che vanno oltre le tre proroghe sono appena il 5%. Il vero nemico non è perciò la durata dei rapporti di lavoro a termine, ma il loro costo.

Secondo uno studio della Uil, il contratto a tempo dovrebbe costare il 10% più dell’indeterminato (e non solo il 6% come oggi), perché in questo modo le aziende risparmierebbero 2.300 euro l’anno su uno stipendio medio e ciò le indurrebbe ad aumentare il numero delle assunzioni stabili. È la convenienza economica a fare la differenza, non altro.

mercoledì 20 dicembre 2017

Austria: nuovo governo offre cittadinanza agli alto atesini

L’Austria ha proposto che agli abitanti dell’unica area geografica d’Italia a prevalenza tedescofona, l’Alto Adige, venga concessa la cittadinanza austriaca. È stato il nuovo governo insediatosi in questi giorni ad avanzare l’idea, che però non è nuova.
In una conferenza stampa tenuta a Bolzano Werner Neubauer, il responsabile per i rapporti con l’Alto Adige del Partito delle Libertà dell’Austria, partito di estrema destra che appoggia il governo neoeletto, ha annunciato che l’Austria intende offrire un passaporto austriaco a tutti gli altoatesini che vorranno  ottenerlo e affiancarlo a quello italiano.
La proposta del governo dell’Austria, che potrà essere fatta forse a partire dal 2018 o “al più tardi all’inizio del 2019″, ha generato non poche scie polemiche in Italia. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, del partito popolare europeo, l’ha descritta come una “mossa velleitaria”.
Non si conoscono ancora modalità e parametri precisi della proposta, che verranno definiti da una commissione governativa. Stando alle stime effettuate dal quotidiano Alto Adige più di 350mila persone potrebbero approfittare della possibilità offerta dall’Austria, ossia 330mila altoatesini di lingua tedesca e 21mila ladini, un altro gruppo etnico che prima della Prima guerra mondiale abitava nei territori dell’Impero austro-ungarico.
Il quotidiano alto atesino ipotizza che a determinare la raccolta della richiesta di passaporto austriaco dovrebbe essere con ogni probabilità la firma del Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung (dichiarazione di appartenenza linguistica, una sorta di autocertificazione di appartenere al gruppo linguistico tedescofono). Questo consentirà per esempio a chi farà richiesta di poter avere accesso ai posti riservati nel settore pubblico.
L’Alto Adige, definito Sudtirol da chi parla tedesco e si sente di avere più affinità con la regione austriaca del Tirolo che con l’Italia, gode di una certa autonomia e di un sistema di rappresentanza che tiene in considerazione le differenze culturali e linguistiche dei suoi cittadini.

martedì 19 dicembre 2017

Deutsche Bank speculò sull’Italia, ma “Tesoro non riscontrò anomalie”

Continua a tenere banco il caso Deutsche bank e la speculazione al ribasso sui titoli di stato italiani: è la storia di una massiccia operazione di vendita e successivo riacquisto di asset del nostro debito pubblico, per un importo pari a svariati miliardi di euro, e organizzata dai vertici dell’istituto tedesco in assoluta segretezza, informando i mercati e i governi con un ritardo che ora viene giudicato sospetto dagli inquirenti.
I fatti risalgono al 2011, anno della crisi nera del nostro paese che porterà all’arrivo del governo tecnico guidato dal professore Mario Monti.  Proprio in quei giorni concitati con l’impennata dello Spread, Deutsche Bank rivelò che la somma dei titoli del nostro paese in suo possesso erano precipitati da otto miliardi di euro a soli 996 milioni. Un chiaro messaggio per i mercati: scappate dall’Italia.
Ma nel frattempo che annuncia la fuga dai titoli italiani, in realtà Deutsche bank ne ha già ricomprati una grossa quota di nascosto, riuscendo così a vendere  quando i prezzi sono ancora alti e ricomprarli segretamente quando crolla tutto. Una scommessa miliardaria realizzata attraverso operazioni combinate sui titoli di Stato e su un particolare tipo di derivati (chiamati Credit default swap): prodotti finanziari che permettono di assicurarsi contro i rischi di fallimento.
Ora Deutsche Bank è sotto indagine a Milano – l’inchiesta prima era sotto il controllo della Procura di Trani ma poi è stata trasferita a Milano dalla Cassazione, per motivi di competenza – per presunta manipolazione di mercato. Possibile che nessuno si accorse di nulla? Il Tesoro ha vigilato e non ha riscontrato anomalie, ha detto il capo del debito pubblico italiano, Maria Cannata, a chi chiedeva in audizione di chiarire il ruolo della banca tedesco nel 2011 sull’andamento dei titoli di Stato italiani.
“Abbiamo chiesto conto della vendita significativa [da parte di Deutsche Bank]. Il deflusso netto nel primo semestre 2011 era intorno a 4,9 miliardi. Comprava su Mts e Bond Vision e poi rivendeva over-the-counter. questo non è un comportamento di chi vuole aggredire ma di chi vuole vendere senza turbare i corsi del mercato…”
Fino a quel momento “la giustificazione plausibile è che nel dicembre 2010 c‘era stata l’acquisizione di Post Bank con un portafoglio di 8-10 miliardi di titoli di stato italiani (…) Il peso in portafoglio dei titoli italiano si era fatto quindi troppo pesante, ed è naturale, secondo Cannata, che la banca abbia deciso di ridimensionare l’esposizione al debito del nostro paese.
Nel secondo semestre la situazione è diventata più modesta, il saldo è stato un deflusso netto di 1,1 miliardi. “Che comprassero nel momento turbolento era quello che ci serviva, perché quando tutti scappavano loro compravano”. Nel 2011-2012 “il Tesoro si è attivato, le spiegazioni sono state ragionevoli, sulle evidenze del mercato non abbiamo trovato niente di deplorevole”.