lunedì 4 settembre 2017

I paesi dell’eurozona potrebbero essere in pericolo se l’euro continuerà a salire

L’euro che continua a guadagnare terreno sul dollaro statunitense oggi è il pericolo principale per le fragili economie dell’eurozona, che si stanno ancora riprendendo dopo la crisi del debito sovrano del 2011. Lo ha dichiarato l’economista Daniel Gros a CNBC.

L’Irlanda, il Portogallo e la Spagna sono diventate tra le economie in più rapida crescita in Europa, dopo avere ricevuto l’aiuto dei creditori per ripristinare le proprie finanze in seguito alle crisi che sono iniziate nel 2011. Tuttavia, il recente rialzo dell’euro potrebbe mettere in pericolo la loro ripresa, ha detto mercoledì a CNBC il direttore del think tank Centre for European Policy Studies [Centro per gli studi sulla politica europea, ndt], Daniel Gros

“Naturalmente, per loro questo è il pericolo principale“, ha affermato.

“Fino a quando l’euro non supererà 1,20 sul dollaro, dovrebbero essere in grado di andare avanti [con la ripresa], ma se ci fosse un ulteriore apprezzamento del tasso di cambio, allora naturalmente si troveranno di fronte a un problema, perché con il loro grande debito estero non hanno una ruota di scorta sull’auto“, ha spiegato Gros.

Martedì l’euro è salito a 1,20 sul dollaro, sulla scia delle crescenti tensioni geopolitiche tra USA e Corea del Nord. Un euro più forte significa che i prodotti europei diventano più costosi sui mercati internazionali, il che potrebbe diminuire la richiesta straniera di beni europei e danneggiare le economie dell’UE.

Paesi come il Portogallo e la Spagna devono molto della loro ripresa alle esportazioni. Nella sola Spagna, dallo scorso anno le esportazioni sono state superiori a quelle di Germania, Francia e Italia (le più grandi economie dell’UE), secondo i dati raccolti da TS Lombard.

venerdì 1 settembre 2017

Aumentano occupati e disoccupati

I miracoli della statistica non finiscono mai. E ogni volta si è costretti a guardare dentro le percentuali sparate come se fossero fatti inoppugnabili, per scoprire il diavolo nei dettagli.
L’Istat ha l’ingrato compito di «informarci» sull’andamento di molte variabili macroeconomiche, e quella sull’occupazione è in genere una delle più «sensibili» sul piano politico. Ci deve dare per forza notizie positive e l’Unione Europea, stabilendo i criteri validi per l’istituto comunitario – Eurostat – ha fissato anche quelli che ogni istituto nazionale deve adottare.
La premessa era indispensabile per districarsi nella notizia del giorno, decisamente contraddittoria: aumentano gli occupati, ma anche il tasso di disoccupazione. A un osservatore profano la cosa sembra impossibili, sul piano pratico. Ma nel mondo matematico astratto della statistica l’impossibile diventa possibile.
Il dato, innanzitutto: a luglio gli occupati sono aumentati dello 0,3% (59.000 in più) rispetto al mese precedente, superando la soglia dei 23 milioni, raggiunta solo nel 2008 (quando stava scoppiando la crisi ancora in corso). Per capire come possa aumentare l’occupazione in presenza di una stagnazione economica evidente, e mentre le prime forme di automazione vanno prendendo piede (l’«industria 4.0»), bisogna ricordare che per le statistiche europee viene considerata occupata una persona che – nella settimana in cui è stata effettuata la rilevazione – abbia lavorato almeno un’ora (1 ora). Un criterio decisamente «inflazionistico», perché se – in astratto – un datore di lavoro licenzia un dipendente a tempo pieno (8 ore) e ne assume otto per un’ora ciascuno, statisticamente ne risultano sette «occupati» in più.
Nonostante le forme di lavoro precario sia quelle dominanti nell'”aumento» degli occupati, questo on riguarda comunque la fascia di età più delicata – i 35-49enni – quelli che stanno formando o mantenendo una famiglia con figli minori.
Per di più, questo aumento riguarda soltanto i maschi, mentre l’occupazione femminile risulta addirittura in calo. Non è difficile capire perché: in una situazione di difficoltà, e con servizi sociali in progressiva riduzione, le donne vengono «spontaneamente» spinte verso il lavoro di cura domestico (figli minori o familiari anziani), rinunciando per ora al lavoro retribuito.
Ciò nonostante aumentano anche i disoccupati. Sono 65.000 in più, anche qui in crescita dello 0,3%. In questo caso, però, l’incremento riguarda anche le donne (a conferma della spiegazione intuitiva appena esposta) e quasi esclusivamente gli over 50 (quelli dallo stipendio più pesante, se occupati da molti anni. La ragione, anche qui intuitiva ma realistica, è che le aziende licenziano più facilmente i lavoratori anziani (specie se non specializzati), sfruttando a fondo l’abolizione dell’art. 18, per sostituirli con manodopera più giovane e a salario inferiore. Persino Dario Di Vico, ultraliberista vicedirettore del Corriere della Sera, trova curioso «l’accentuato ricorso delle imprese ai contratti a termine negli ultimi trimestri», segno che la nostra spiegazione (verificata sui posti di lavoro) coglie il punto.
Il tasso di disoccupazione, in questo bailamme, cresce comunque dello 0,2%, tornando all’11,3%. Quella giovanile riprende a sua volta a salire, attestandosi al 35,5%.
Com’è possibile?
Il segreto statistico sta tutto nella categoria degli invisibili, ovvero gli «inattivi», gente che non lavora e ha smesso anche di cercarlo. A tutti gli effetti pratici si tratta di disoccupati, ma non entrano nel calcolo fino a quando non si presentano a qualche agenzia di collocamento per dichiararsi ufficialmente in cerca di occupazione.
In questo modo tutti i paesi occidentali riescono a contenere la disoccupazione reale entro limiti «accettabili» per i discorsi dei governanti e le moderate critiche delle opposizioni moderate. Negli Usa, per esempio, dichiarano una disoccupazione ufficiale inferiore al 5% anche se i senza lavoro veri arrivano all’astronomica cifra i 100 milioni. Ossia una persona su due (negli Stati Uniti ci sono circa 320 milioni di abitanti, sottraendo un terzo tra minorenni e pensionati…).
La forte diminuzione degli «inattivi» italiani (-0,9%. -115mila) ha anch’essa una spiegazione intuitiva e verificabile in ogni famiglia: la generalizzazione della precarietà ha abbassato i livelli salariali anche al di sotto del livello della sopravvivenza, dunque in ogni nucleo familiare in cui siano presenti «braccia buone per il lavoro» aumenta la pressione per abbandonare la condizione di «neet» e «darsi da fare».
Una condizione del genere, nella retorica volgare del giornalismo mainstream, viene spesso – ancora! – definita come «conflitto generazionale». E qui arriva l’allucinante proposta del solito Di Vico per «riavvicinare le generazioni», che merita di essere letta per intero:
«la trasmissione delle eredità oggi troppo spesso arrivano dai nonni e dai padri ai figli con un timing sbagliato, quando cioè questi ultimi hanno già implementato le scelte decisive della loro vita e magari, non avendo le risorse necessarie, hanno rinunciato a frequentare un corso di alta istruzione, a fare un figlio in più, ad aprire un ristorante oppure a lanciare una startup tecnologica. Siccome una larga fetta della ricchezza dei seniores è di tipo immobiliare, non è impossibile renderla liquida e favorire così la trasmissione ai giovani».
Non serve una traduzione, ma la facciamo lo stesso: voi vecchiacci che siete proprietari di una casa, in qualche caso due, vendetela e date i soldi ai figli subito – prima di morire e lasciarle in eredità – così quelli hanno il capitale di rischio necessario per provare a mettersi in proprio; poi ci penserà «il mercato» a toglierglieli, nella maggior parte dei casi (i fallimenti sono sempre più numerosi dei successi).
La «proposta Di Vico» è una forma diversa del «dovete morire prima», ma ancora più precisa: se proprio riuscite a campare a lungo, dateci subito almeno i vostri averi, di modo che la «maggiore liquidità» che ne deriva potrà essere allocata in modo più «efficiente» dal capitale finanziario multinazionale. Pardon, «dal mercato».

giovedì 31 agosto 2017

Inail: 591 morti sul lavoro nel 2017, infortuni in aumento

Le denunce d’infortunio mortale presentate all’Inail nei primi sette mesi di quest’anno sono state 591, 29 in più rispetto ai 562 decessi dell’analogo periodo del 2016 (+5,2%). L’incremento è legato principalmente alla componente maschile, i cui casi mortali sono saliti da 506 a 531 (+4,9%), mentre quella femminile ha fatto registrare un aumento di quattro casi, da 56 a 60 decessi (+7,1%).
L’aumento di 29 denunce d’infortunio con esito mortale è la sintesi di andamenti diversi osservati nelle singole gestioni. Quella dell’Industria e servizi, infatti, è la sola che ha avuto un incremento, decisivo nel saldo negativo finale, da 450 a 497 casi (+10,4%), mentre Agricoltura e Conto Stato presentano entrambe una diminuzione rispettivamente da 80 a 76 casi (-5%) e da 32 a 18 (-43,8%)
Dall’analisi territoriale emerge un aumento di 33 casi delle denunce d’infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Lombardia +15 decessi, Liguria, +10, Piemonte +8), cui si contrappongono i dati del Centro, per il quale si registra un calo di 12 decessi (Marche -6 casi, Toscana -4, Lazio -1, Umbria -1), e quelli del Nord-Est (tre denunce in meno), dove spiccano in particolare i dati del Veneto (-10 casi) e del Friuli Venezia Giulia (+9).
Nel Sud (-2 casi mortali per l’intera area geografica), l’incremento dell’Abruzzo (+15 casi) praticamente pareggia la diminuzione delle denunce registrata nelle altre regioni, mentre nelle Isole (+13 denunce), la Sicilia si evidenzia per i suoi 15 casi in più.
Nei confronti di periodo, le variazioni percentuali delle denunce di infortuni mortali presentate all’Inail nel 2017 finora hanno sempre avuto segno positivo, con l’unica eccezione del primo quadrimestre che, al contrario, aveva fatto registrare una diminuzione rispetto ai primi quattro mesi del 2016.
A fare la differenza nel saldo finale dei primi sette mesi di quest’anno continua a essere soprattutto il dato di gennaio, con 30 denunce mortali in più rispetto al primo mese del 2016 (95 contro 65 casi), oltre la metà delle quali legate alle due tragedie di Rigopiano e Campo Felice. Il confronto tra luglio 2016 e luglio 2017 fa registrare invece un incremento di tre casi.
Nei primi sette mesi di quest’anno, inoltre, le denunce d’infortunio pervenute all’Inail sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (+1,3%), per effetto di un aumento infortunistico dell’1,2% registrato per i lavoratori (2.832 casi in più) e dell’1,4% per le lavoratrici (oltre 1.900 in più).
All’incremento hanno contribuito soltanto la gestione Industria e servizi (+2,1%) e la gestione Conto Stato dipendenti (+3,6%), mentre Agricoltura e Conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,0% e all’1,9%.
A livello territoriale, le denunce d’infortunio sono aumentate al Nord (oltre 5.800 casi in più) e, in misura più contenuta, al Centro (+245), mentre hanno fatto registrare una diminuzione al Sud (-985) e nelle Isole (-337).
Gli aumenti maggiori, in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+2.821 denunce) ed Emilia Romagna (+1.560), mentre le riduzioni più sensibili sono quelle rilevate in Puglia (-672) e Sicilia (-658).
Nel solo mese di luglio, in particolare, sono state rilevate 46.390 denunce, 1.608 in più rispetto a luglio 2016 (+3,6%). Il numero dei giorni lavorativi è stato identico sia per i mesi di luglio 2016-2017 (21) sia per l’intero periodo gennaio-luglio (146).

mercoledì 30 agosto 2017

La Cina ha respinto queste nuove sanzioni statunitensi contro il Venezuela, con la richiesta di porre fine alle ingerenza straniere negli affari interni della nazione sudamericana

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un nuovo ordine esecutivo volto a colpire la capacità di finanziamento del debito per lo Stato venezuelano e l’azienda pubblica PDVSA, nel tentativo di fermare i finanziamenti che ah definito come combustibile per la «dittatura» di Maduro.

La nuova pesante ingerenza negli affari interni del Venezuela ha trovato la ferma condanna della Cina.

La Cina ha respinto queste nuove sanzioni statunitensi contro il Venezuela, con la richiesta di porre fine alle ingerenza straniere negli affari interni della nazione sudamericana. Pechino ha aggiunto che l’imposizione di sanzioni unilaterali hanno storicamente solo complicato le situazioni.

«L'esperienza della storia mostra che le interferenze esterne o le sanzioni unilaterali renderanno la situazione ancora più complicata e non contribuiranno a risolvere il problema reale», ha dichiarato Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, in occasione di un incontro con la stampa.

«Gli attuali problemi del Venezuela dovrebbero essere risolti dal governo venezuelano e dal popolo», ha aggiunto Chunying.

All'inizio di questo mese, la Cina ha affermato di credere che le elezioni per l’Assemblea Costituente del Venezuela si siano «tenute senza problemi», spazzando via la condanna proveniente dagli Stati Uniti, dall'Unione europea e da altri paesi satellite degli Stati Uniti, Italia compresa.

Mentre gli Stati Uniti continuano con minacce e azioni contro il Venezuela, la Cina è rimasta un forte alleato della nazione bolivariana, continuando a onorare i rapporti commerciali e ad avanzare nuove offerte petrolifere.
Sulla stessa lunghezza d’onda del colosso asiatico i tre ex capi di Stato Jose Luis Rodriguez Zapatero, Leonel Fernandez e Martin Torrijos - mediatori tra governo e opposizione - che hanno condannato la pressione politica e finanziaria esercitata dagli Stati Uniti contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, sanzioni e minacce di intervento militare incluse.

I tre ex capi di stato hanno criticato le sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti e la proposta di un intervento militare per risolvere la crisi venezuelana. «Riteniamo che le sanzioni e l'ipotesi avanzata da un intervento militare non contribuiscano ad una soluzione intelligente e costruttiva».

martedì 29 agosto 2017

Ecco come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti inviano armi ai terroristi in Siria e in Iraq

Una giornalista investigativa bulgara, Dilyana Gaytandzhiev ha realizzato un reportage agli inizi dello scorso luglio e citato ieri dalla tv del Qatar Al Jazeera nel quale si rivela come gli Emirati Arabi Uniti e Riyadh hanno utilizzato una compagnia aerea dell'Azerbaigian per trasferire grandi quantità di pesanti armi in Siria e Iraq per camuffare i punti di partenza e destinazione finale di questi carichi.

Nel reportage di Dilyana Gaytandzhiev, si sostiene che questi due paesi arabi, l'esercito degli Stati Uniti e molti altri paesi hanno utilizzato le linee aeree State Silk Way Airlines dell'Azerbagian per il trasporto di grandi quantità di armi che finivano nelle mani del gruppo terroristico ISIS (Daesh in arabo ) e anche di alcuni gruppi armati in Africa.

"Almeno 350 voli diplomatici della Silk Way Airlines hanno trasportato armi per conflitti di guerra in tutto il mondo nel corso degli ultimi 3 anni" ha scritto Gaytandzhiev nel suo articolo, pubblicato su 'Trud', il periodico di maggiore diffusione in Bulgaria.
 

lunedì 28 agosto 2017

Le forze irachene hanno liberato Tal Afar, bastione dell'ISIS

I soldati iracheni sono riusciti a ottenere il controllo della città dopo una settimana di combattimenti contro i terroristi.

Le forze armate irachene hanno potuto liberare completamente la città di Tal Afar, uno degli ultimi bastioni dell'ISIS dopo una settimana di combattimenti contro i terroristi dell'ISIS, ha riferito l'agenzia irachena Rudaw.

L'operazione militare dell'esercito iracheno nella città di Tal Afar, situata a 80 chilometri ad ovest di Mosul, è stata annunciata lo scorso agosto 19 dal primo ministro del paese, Haider al Abadi.

"O si arrendono, o moriranno", aveva avvertito Abadi minacciando i terroristi in un discorso televisivo.
 
Situata lungo un'autostrada che è stata una via chiave di rifornimento dei terroristi, la città di Tal Afar è stata considerata come uno dei bastioni strategici dell'ISIS in Iraq.

Già ieri, l'esercito iracheno aveva annunciato di aver assunto il controllo del 70% della città, incluso il centro.

martedì 22 agosto 2017

Renzi il terrorismo e la scuola

L’ex premier Matteo Renzi, (ma poi è mai stato ex?), dopo la strage di Barcellona ha dichiarato: “Bisogna investire in sicurezza, in controlli sempre maggiori, in presenza sempre più efficace delle forze dell’ordine Ma accanto a questi investimenti sulla sicurezza, dobbiamo investire in cultura. Loro ci vogliono morti, noi dobbiamo e vogliamo vivere”, prosegue Renzi su Facebook.
Bene, Renzi l’ex premier, ha parlato di cultura. A questo punto se si deve parlare di cultura mi sembra che l’ultima parola la debbano avere gli insegnanti. Gli ultimi intellettuali di questo Paese. Anche se per tutti siamo un fardello da denigrare e accusare.
Io non voglio parlare di Barcellona. Sappiamo che ci vogliono imporre la limitazione della libertà e dei diritti individuali quindi, ad azione corrisponde una reazione.
E la nostra reazione andrà verso questo: la limitazione delle libertà e dei diritti individuali.
Noi insegnanti siamo il primo tramite dopo la famiglia, a spiegare ai nostri ragazzi che queste strategie ignoranti conclamate da pochissimi squilibrati, devono essere abbattute dalla cultura, dalla conoscenza e dalla massima informazione.
Ma a questo punto mi chiedo, quale tempo avremo per educare i nostri ragazzi alla consapevolezza e alla comprensione di questo mondo che sta sanguinando?
Il nostro caro ex Premier dice che dobbiamo investire in cultura, ma di quale sapere parla? Quella che ci propinato con la “Buona Scuola?
Di quale cultura stiamo parlando? Faremo un progetto e un riassunto sulle imprese dell’’Isis che come primo scopo, vuole che noi interveniamo militarmente nel medio oriente?
Vuole che spieghiamo ai nostri ragazzi che la ragione come ci spiega bene Massimo Fontana è che se noi interveniamo in Medio Oriente lo facciamo con la guerra e la guerra crea il caos, il vuoto di potere e sofferenza per la popolazione?
Ma li, dove c’è il caos, il vuoto di potere e sofferenza per la popolazione, l’Isis nasce e prospera. E questo, secondo Renzi, lo possono fare i docenti che oltre ad insegnare il loro programma, a fare tutti gli aggiornamenti, oltre a riempire carte tutto il giorno, oltre a tutto il lavoro sommerso che continuiamo a denunciare, ancora ci parla di investire nella cultura?
L’ex premier ha investito nella Scuola, cercando di distruggerla. La cultura di questa parte politica non è stata mai una fisionomia della “Buona Scuola”, la cultura raffigurata dall’ex premier, sono stati bonus e i vari premi per chi china il capo davanti al Gran Capo. Bonus per imbonirci, per comprare i nostri voti, voti che noi insegnanti non gli daremo mai.
La parola cultura è difficile da comprendere per i politici, perché l’istruzione contrasta l’asservimento.
Abbiamo visto ultimamente come abbiamo investito nella civiltà di Governo: tagli, liceo breve, un contratto ancora fermo da 8 anni. E questo è investire nella civiltà Sig. ex Premier?
Ridate dignità al docente portando gli stipendi al pari di tutti i paesi europei, perché la scuola siamo noi insegnanti. E lasci stare questa benedetta Scuola, pensi ai mille problemi che ha.
La Scuola è già in coma profondo grazie a Lei.
E questo, noi insegnanti, ce lo ricorderemo nella cabina elettorale.
Investiamo nella cultura, certo, ma dateci gli strumenti per farlo.
Tempo pieno, compresenze, allungamento dei cicli scolastici, docenti, materiali.
Gessetti colorati, e perché no, l’aumento del nostro stipendio.
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