venerdì 30 giugno 2017

L'ignoranza deve regnare sovrana. Il sovrano deve essere ignorante

Insomma positivamente o negativamente il PD sembra essere stato, sino ad ora, il riferimento di tutta la sinistra in Italia. Tanta fatica, tanti distinguo, tante sollecitazioni, paletti tattici, anatemi, tutto per un Partito che non esiste più. Certo i voti, anche tanti, ne ha ancora, ma che sia un Partito è tutto da dimostrare. Un collante ideologico, di pensiero comune, di riferimento culturale e politico, di orizzonte teorico, non l'ha più. Renzi è riuscito a svuotare questo contenitore di uomini e donne in politica dal di dentro. Ha lasciato sulla scena solo la parte esterna, una carcassa assolutamente vuota di contenuti, così come il suo capo deve essere.
E perciò vincere o perdere alle elezioni amministrative, o di altro tipo - vedi il recente referendum costituzionale - resta un gioco al massacro casuale: un buon nome, un apparentamento riuscito qua si e là no; un caso di corruzione in campo avverso determina il successo nel proprio il contrario. Solo così si può spiegare come in alcune città di lunga tradizione di sinistra si è andati via via svuotando quella tradizione sull'altare dell'incoerenza modernista, per abbracciare tutto quanto fa spettacolo - intendo proprio spettacolo - e leadership in ambiti ultra modernisti - il mondo omosessuale, ad esempio. Come se questi ambiti fossero decisamente strutturati a livello sociale e rendessero anche seppure solo in termini di voti, quando non di simpatie politiche.
Seguendo questo filone random si può capire come decenni di tradizione di sinistra si siano prima annacquati completamente sulla scena dell'attualità, del qui ed ora, sino a scomparire del tutto. Ma su questo crinale la destra è molto più brava. E se la destra si ricorda un poco la sua tradizione - il futurismo, ad esempio - inchioda il centro sinistra-carcassa con grande rapidità.
È ritornato Berlusconi. Età e pensiero per lo meno datati. Basterebbe il pensiero datato per giocare politicamente a suo sfavore. Si sono viste facce decisamente imbarazzanti agitarsi e gridare al successo - La Russa, De Corato. Posizioni reazionarie e becere, basti sentire le litanie di Salvini, prendere piede in molta parte d'Italia, da solo, con altri. Facce di ambigui politici che in altre epoche sarebbero stati spazzati via - tutto il carrozzone di Area popolare, con Lupi in testa.
Un'inutile fatica prendere posizione rispetto al PD, carcassa morta e sepolta anche nelle cosiddette zone rosse, che più rosse non sono da tempo, ma ora neppure rosa, né arancioni, né gialle. In mano alla destra. Pensiamo a Genova: governo Tambroni, le magliette a righe in piazza, l'antifascismo, i camalli; Sesto San Giovanni, la Stalingrado d'Italia, oramai solo un grande paesone come altri, un paesone equiparabile ad una città media, ha perso anche quella nomea, per sempre. Bologna aveva anticipato tutto questo nel 1999.
Insomma un carrozzone-partito-carcassa che ha infettato e si è fatto infettare da un vento insulso e malato. Il prossimo passo, un legame stretto con il centro destra, che già nelle cose è come lui, il novello Partito della nazione. Spariranno anche le spolveratine laiche. Non bisogna esagerare, con calma, altrimenti la fusione il centro destra sarà troppo difficoltosa e resteranno con il cerino acceso in mano i poveri richiedenti asilo a destra di quel partito che una volta era il DS, prima il PDS, ed ancora prima il PCI.
Ma forse questa reazione a catena verso il passato pochi in quella carcassa di partito la ricordano. Avanti avanti verso lo svuotamento assoluto del senso, dell'origine, della propria storia. L'ignoranza deve regnare sovrana. Il sovrano deve essere ignorante.

giovedì 29 giugno 2017

Una crisi bancaria nell’Unione europea?

Ecco un’informazione che non è apparsa sulle prime pagine dei giornali, e su cui i grandi mezzi di comunicazione, radio e televisione, sono rimasti in silenzio (l’autore si riferisce alla Francia, ovviamente, ndt).
In Italia e in Spagna, alcune banche sono andate in crisi, e sono state acquistate dai concorrenti, in alcuni casi al prezzo simbolico di un euro, o quasi. Si potrebbe dire che se questa informazione non ha fatto notizia è perché non ci sono problemi. In realtà, l’Unione bancaria, creata negli ultimi anni, doveva appunto essere un meccanismo per la risoluzione di queste crisi. Quindi, possiamo pensare che tutto va per il meglio, nel migliore dei modi possibili?
Certamente no, ed è per questo che ho invitato Benjamin Masse-Stamberger, giornalista economico e membro del Comitato Orwell, e Josse Roussel, professore alla Paris School of Business, a venire a discuterne su Radio-Sputnik, nella trasmissione Les Chroniques de Jacques Sapir.

Le crisi in Spagna e in Italia

In realtà, questi eventi sono preoccupanti per due motivi, ragione per cui dovrebbero ricevere una migliore copertura mediatica. In primo luogo perché questi salvataggi – perché è di questo che si tratta in realtà – saranno costosi. E questo è vero in particolare per il salvataggio delle due banche italiane, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. In questo caso, le “sofferenze” di questi due istituti saranno trasferite a una particolare istituzione, chiamata “bad bank”. Ciò necessariamente avrà un costo per il contribuente italiano, stimato a 10 miliardi di euro, pari allo 0,6% del PIL. Nel caso della Spagna, il Banco Santander ha acquisito il Banco Popolare al prezzo simbolico di un euro, ma ha anche acquisito tutte le attività, compresi i crediti inesigibili. Questo istituto potrebbe scoprire, nelle prossime settimane, che il costo effettivo di queste operazioni è ben lontano da quello che è stato inizialmente previsto. Va aggiunto che le regole di ripartizione dei costi potrebbero pesare in parte anche sui risparmiatori, benché questi ultimi non siano in alcun modo coinvolti in queste operazioni.
Un colpo mortale all’Unione bancaria?

Vale la pena sottolineare un punto. Quanto è stato fatto in Italia, che da questo punto di vista è molto diverso da quanto è stato fatto in Spagna, rappresenta una negazione del meccanismo dell’ Unione bancaria. Questo è stato chiaramente affermato da Ferdinando Giugliano in un recente articolo pubblicato su Bloomberg, “L’Unione bancaria Europea in punto di morte in Italia”. L’Unione bancaria cercava proprio di evitare il coinvolgimento degli Stati nella risoluzione delle crisi bancarie. Ma il governo italiano ha deciso diversamente, indebolendo ulteriormente un meccanismo in cui la Germania si è impegnata solo con riluttanza. Si può presumere che questa reticenza non potrà che aumentare in seguito all’atteggiamento del governo italiano, e che la Germania sospenderà definitivamente la sua partecipazione alla unione bancaria.

[Riportiamo da Bloomberg:

“Lo schema italiano è radicalmente diverso da quello messo in atto due settimane fa, quando il Banco Santander ha acquistato Banco Popular per un euro. In quel caso Santander ha anche acquistato i prestiti in sofferenza di Popolare e tutti i futuri rischi legali. Inoltre è andato immediatamente sul mercato per raccogliere capitali. Qui Intesa selezionerà solo le attività di suo gradimento e insiste affinché l’operazione non influisca sul suo rapporto di capitale.
Questo piano è uno schiaffo nei confronti dei contribuenti italiani, che secondo alcune stime potrebbero finire per pagare circa 10 miliardi di euro. Il governo avrebbe potuto intraprendere un percorso meno costoso, con il “bail in” degli obbligazionisti senior. Ha scelto di non farlo: molti di questi strumenti sono nelle mani di piccoli investitori che li hanno acquistati senza essere pienamente consapevoli dei rischi. Il governo vuole evitare una ripercussione politica e il rischio di diffusione del contagio nel sistema. Tuttavia, 10 miliardi di euro è un premio enorme da pagare come assicurazione contro un contagio. E Roma può anche non riuscire a evitare la sfida – da parte dei contribuenti che si sentiranno ingannati.
Cosa più importante, questo piano è un pugnale nel cuore dell’Unione bancaria dell’area dell’euro. Questa è stata una delle principali risposte dell’Europa alla crisi del debito sovrano, intesa a limitare il contributo dei contribuenti ai salvataggi bancari e ad assicurare che tutti i creditori dell’area dell’euro si trovassero in una serie coerente di regole.
L’Italia basa il proprio piano sul suo regime di liquidazione interna. Roma effettivamente aggirerà il “comitato di risoluzione unico” dell’UE, che dovrebbe gestire in maniera ordinata i fallimenti delle banche e la “direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche”, che dovrebbe agire come regolamento unico dell’eurozona. Il vantaggio sarà quello di risparmiare gli obbligazionisti senior, ma il costo sarà enorme: indebolire, forse irreversibilmente, la credibilità delle nuove istituzioni europee.
Ciò è importante per il presente quanto per il futuro. L’unione bancaria dell’area dell’euro è incompleta: richiede un regime comune di garanzia dei depositi per garantire che i depositi – fino a 100.000 euro – siano ugualmente protetti in tutti gli Stati membri. Ironia della sorte, tra i sostenitori più decisi di questa misura vi sono due italiani – Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia e Pier Carlo Padoan, ministro delle Finanze in Italia. La Germania è più scettica, temendo un eccessivo rischio di condivisione. Dopo questo salvataggio, sarà molto più difficile convincere Berlino a completare l’unione bancaria. Dopo tutto, la Germania temeva che la garanzia di deposito comune avrebbe potuto essere utilizzata in modo improprio, proprio per salvare gli obbligazionisti senior, per esempio.”]
Crisi rivelatrici di un profondo disordine…

Ma c’è un altro motivo per cui queste notizie avrebbero meritato un posto di primo piano sui media francesi. Stiamo infatti realizzando che queste crisi bancarie significano che la situazione macroeconomica nella zona euro non è ancora tornata alla normalità, e ne è anzi ben lontana, in contrasto con la retorica tranquillizzante delle autorità, ma anche dei giornalisti, su questo argomento. Inoltre, se guardiamo ai prestiti in essere in Francia e in Italia, vedremo che sono ancora lontani dai livelli precedenti alla crisi del 2007-2008.


Se c’è una crisi bancaria, è bene ricordarlo, è perché nel bilancio di queste banche c’è un accumulo di crediti inesigibili. Ma se c’è un accumulo di crediti inesigibili, è perché un intero settore dell’economia va male, sia le piccole imprese sia le famiglie. Una crisi bancaria è sempre profondamente rivelatrice di problemi molto più profondi nell’economia. Da qui la domanda: è possibile una nuova crisi delle banche europee? Da questo punto di vista, si dovrebbe guardare all’andamento del mercato ipotecario. Se questo mercato dovesse andare in crisi nei prossimi mesi, la posizione di molte banche si indebolirebbe, e potrebbe rievocare lo spettro di una crisi bancaria sistemica nei vari paesi europei.
Per Benjamin Masse-Stamberger, da me invitato a Radio Sputnik:
“Nonostante quello che ci viene detto, l’economia della zona euro è in lieve miglioramento, è vero, ma non c’è una vera ripresa basata su fondamentali veramente solidi. La ripresa è basata in realtà sulla politica condotta dalla Banca centrale europea con le sue iniezioni di liquidità, una politica fortemente espansiva e nuovamente basata sul debito pubblico e sul debito privato.”
Per Josse Roussel, il rischio principale proviene dall’evoluzione del modello di business della banca, ma anche:
” …dal mercato obbligazionario. I mercati obbligazionari sono sopravvalutati, i rendimenti dei titoli sono a livelli storicamente bassi, il che significa che i titoli sono estremamente costosi, dato che i due si muovono in senso inverso. C’è quindi il rischio che i mercati obbligazionari scendano a livelli di valutazione molto più bassi, vale a dire il rischio di un crollo del mercato obbligazionario“.

mercoledì 28 giugno 2017

Pianura Padana super inquinata: come salvare i 23 milioni di abitanti?

Il 40% della popolazione italiana – oltre 23 milioni di persone – risiede nelle regioni che compongono la pianura Padana e in quest’area viene prodotto oltre il 50% del Pil nazionale. Questo comporta elevatissime emissioni in atmosfera nel bacino padano dove, peraltro, la conformazione orografica e le particolari condizioni meteoclimatiche rendono molto difficile la dispersione degli inquinanti, provocando superamenti dei valori limite per polveri, ossidi di azoto e ozono.
Finora tanto si è detto ma pochissimo o nulla si è fatto. Anzi, sono stati anche raddoppiati e potenziati gli inceneritori, tra le altre cose. Ora 18 realtà, istituzionali e non, di quest’area si sono unite per tentare di mettere in campo una strategia che affronti dal basso e in maniera coordinata il problema dell’inquinamento atmosferico, educando, informando e formando. Almeno è questa, sulla carta, la finalità del progetto europeo Prepair (Po Regions Engaged to Policies of Air) per promuovere stili di vita, di produzione e di consumo più sostenibili, cioè capaci di incidere sulla riduzione delle emissioni. Per farlo, saranno realizzate specifiche azioni di sensibilizzazione e divulgazione rivolte ad operatori pubblici, privati e alle comunità locali. La dimensione territoriale è estesa a tutta l’area del bacino del Po e al territorio sloveno, il progetto si svilupperà fino al gennaio 2024. A disposizione ci sono tanti soldi: 17 milioni di euro da investire nell’arco di 7 anni, 10 quelli in arrivo dall’Europa grazie ai fondi del Programma Life.
Cinque i temi sui quali agirà il progetto – agricoltura, trasporti, biomasse, efficienza energetica e monitoraggio & valutazione – mentre i diversi portatori di interesse si sono espressi sulle azioni che verranno realizzate nel corso dei 7 anni di progetto.
I partner del progetto
Sono 18 i partner che partecipano al progetto Life Prepair: oltre alla Regione Emilia-Romagna, che svolge il ruolo di capofila, ci sono Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, le Agenzie ambientali di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Agenzia per l’ambiente della Slovenia; i Comuni di Bologna, Torino e Milano; Ervet e Fondazione Lombardia per l’Ambiente.

martedì 27 giugno 2017

Cgia, aumenta il divario tra Nord e Sud Italia: nel Mezzogiorno uno su due a rischio povertà

In questi ultimi anni di crisi, il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese è aumentato. A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della Cgia. Quasi un meridionale su due si trova in gravi difficoltà economiche.
In termini di Pil pro-capite, ad esempio, se nel 2007 (anno pre-crisi) il gap tra Nord e Sud del Paese era di 14.255 euro (nel Settentrione il valore medio era di 32.680 e nel Mezzogiorno di 18.426 euro), nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) il differenziale è salito a 14.905 euro (32.889 euro al Nord e 17.984 al Sud, pari ad una variazione assoluta tra il 2015 e il 2007 di +650 euro).
Al Sud le variazioni percentuali più negative si sono registrate in Sardegna (-2,3 per cento) in Sicilia (-4,4 per cento), in Campania (-5,6 per cento) e in Molise (-11,2 per cento). Buona, invece, la performance della Basilicata (+0,6 per cento) e della Puglia (+0,9 per cento).
Sul fronte del mercato del lavoro, invece, le cose non sono andate meglio. Anzi. Se nel 2007 il divario relativo al tasso di occupazione era di 20,1 punti a vantaggio del Nord, nel 2016 la forbice si è allargata, registrando un differenziale di 22,5 punti percentuali (variazione +2,4 per cento). Nella graduatoria regionale spicca la distanza tra la prima e l’ultima della classe. Se l’anno scorso la percentuale di occupati nella Provincia autonoma di Bolzano era pari al 72,7 per cento, in Calabria si attestava al 39,6 per cento (gap di oltre 33 punti).
La divaricazione più importante, tuttavia, emerge dalla lettura dei dati relativi al tasso di disoccupazione. Se nel 2007 era di 7,5 punti percentuali, nel 2016 è arrivata a 12 (gap pari a +4,5 per cento). Sebbene tutte le regioni d’Italia abbiano visto aumentare in questi ultimi 9 anni la percentuale dei senza lavoro, spiccano però i dati della Campania e della Sicilia (entrambe con un +9,2 per cento) e, in particolar modo, della Calabria (+12 per cento).
Anche in materia di esclusione sociale, infine, la situazione è peggiorata. Se nel 2007 la percentuale di popolazione a rischio povertà nel Sud era al 42,7 per cento, nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) è salita al 46,4 per cento. In pratica quasi un meridionale su due si trova in gravi difficoltà economiche. Al Nord, invece, la soglia di povertà è passata dal 16 al 17,4 per cento. Il gap, pertanto, tra le due ripartizioni geografiche è aumentato in questi 8 anni di 2,2 punti percentuali.

lunedì 26 giugno 2017

Diaz, la politica irresponsabile

I leader italiani e in generale le classi dirigenti «hanno affinato modelli collegiali e ultraprotettivi della burocrazia» specializzati nella raffinata arte di arrendersi «di volta in volta all’impossibilità di ricostruire le catene di comando e dunque individuare chi abbia sbagliato». È l’upgrade di un antico male, il consociativismo, quello passato in rassegna in «Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza» (Rizzoli, 288 pagine, 18 euro) scritto con documentazione ragionata fin nel dettaglio da Alessandra Sardoni, conduttrice di Omnibus (La7) e inviata parlamentare.
Sardoni sceglie alcune vicende recenti come paradigmatiche delle «vie di fuga» dalle responsabilità. Il G8 di Genova, i destini paralleli ma opposti dei ministri Lupi e Cancellieri, il pasticciaccio degli esodati della ministra Fornero, i vantaggi reciproci del guerra fra politica e giustizia, la narrazione postuma del «complotto» che nel 2011 disarcionò Berlusconi. Ne deriva un desolante catalogo di incolpevoli, inconsapevoli, revisionisti, imbrogliatori di matasse, doppiopesisti, professionisti dell’elusione del punto.
L’introduzione parte dal fuoriclasse Matteo Renzi. Che promette «la responsabilità è mia, ci metto la faccia, se non passa la riforma del senato lascio la politica». E poi non lo fa. Ma il conformista di sinistra non si illuda. Con rigoroso uso di un unico metro, Sardoni non risparmia anche quelli che entrano nel racconto da «buoni», nella parte delle vittime. O da capri espiatori, doppi tragici degli incolpevoli.
Così è nel capitolo sulla Diaz dove si ripercorre «l’irresistibile ascesa del capo della polizia» De Gennaro. L’accertamento delle responsabilità giudiziarie – da cui viene assolto – è un percorso accidentato che arriva fino ai nostri giorni. Con quelle politiche va anche peggio: si ferma subito. Non si dimette il capo della Polizia anzi da lì la sua già smagliante carriera ha persino una svolta positiva. Non si dimette il ministro degli Interni Scajola, né il guardasigilli Castelli, che arriva alla caserma Bolzaneto e non vede nulla. Non si dimette il vicepremier Fini: stava in un luogo in cui non doveva, la caserma di Forte San Giuliano. Il magistrato Alfonso Sabella, coordinatore di Bolzaneto per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, si trasforma poi in tutore della trasparenza. Anche per lui il gip non rileva responsabilità penali. Ma nella sentenza lascia scritto che «la situazione complessiva – e la sensibilità istituzionale che è lecito attendersi da un magistrato – avrebbero probabilmente consigliato maggiore attenzione e prudenza». Il reato di tortura a sedici anni di distanza non è stato approvato. «In qualsiasi altro paese si sarebbe dimesso» diventa il motto di una classe dirigente adolescente, in continua ricerca di alibi, per la quale «scartare la responsabilità personale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia».

venerdì 23 giugno 2017

“PrestO”: il ritorno dei voucher, dal Pd con furore

Erano stati cancellati a metà marzo dal Governo Gentiloni per disinnescare il referendum promosso dal sindacato ed evitare, in caso di una nuova batosta per il Pd, un effetto domino alle amministrative e un riflesso negativo sulle elezioni amministrative, ma sono stati di fatto reintrodotti con la “manovrina”.
Si scrive “PrestO”, acronimo che sta per prestazione di lavoro occasionale, ma sono di fatto i vecchi voucher introdotti dal Jobs Act.
Non ci sarà più bisogno di acquistare i tagliandi in tabaccheria: la procedura potrà essere eseguita via internet. Potranno far ricorso al “PrestO” solo le aziende con meno di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato, ovvero la maggioranza delle attività che compongono il nostro tessuto imprenditoriale.
Come gli “antenati”, precarizzano e flessibilizzano ciò che è già precario, azzerando le tutele per dei tipi di lavori per i quali i contratti già ci sono, dal part-time al lavoro a chiamata.
L’inquadramento del lavoro occasionale accessorio al tempo di Gentiloni, avrà due nomi: “Libretto Famiglia” per le persone fisiche e “PrestO” per le imprese.
Per quanto riguarda il libretto famiglia, sono ammesse solo le seguenti attività: piccoli lavori domestici, compresi quelli di giardinaggio, pulizia e manutenzione; assistenza domiciliare a bambini e persone anziane o ammalate o affette da disabilità; insegnamento privato supplementare. In entrambi i casi le attività svolte per il medesimo committente devono rispettare il limite delle 280 ore di lavoro nell’anno civile.
Il libretto contiene titoli di pagamento del valore nominale di 10 euro l’uno. Il singolo voucher può remunerare non più di un’ora di lavoro e un’ora di lavoro può essere retribuita anche con più di un voucher. La singola ora di lavoro occasionale accessorio, invece, non può essere remunerata con meno di 9 euro.
Nel settore agricolo, il minimo è pari alla retribuzione media oraria stabilita dal contratto collettivo per il lavoro subordinato. In entrambi i casi non è previsto il voucher cartaceo.
“PrestO” potrà essere utilizzato solo dalle piccolissime aziende, fino a 5 dipendenti, ed entro un tetto complessivo di 5mila euro l’anno. Ogni lavoratore potrà essere pagato fino a 2. 500 euro. Il contratto “occasionale” è espressamente escluso in edilizia e negli appalti.
I compensi da lavoro occasionale accessorio devono rispettare questi tre vincoli: il prestatore non può ricevere più di 5.000 euro per anno civile dal complesso dei committenti; il committente non può erogare più di 5.000 euro per anno civile al complesso dei prestatori di cui si avvale; il prestatore non può ricevere più di 2.500 euro per anno civile dallo stesso committente. Al superamento del limite annuale di 280 ore di lavoro e/o del limite annuale di 2.500 euro nel rapporto tra prestatore e singolo committente, il rapporto di lavoro si trasforma a tempo pieno e indeterminato. Un automatismo che non vale quando il committente è un’amministrazioni pubblica.
Il ricorso al contratto di prestazione occasionale è vietato per: le imprese con oltre 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato; imprese attive in edilizia, escavazione, lavorazione lapidei, estrazione in miniere, cave, torbiere; imprese esecutrici di appalti di opere e servizi. Sono escluse anche le imprese del settore agricolo.
Il contratto di prestazione occasionale prevede limitazioni per il settore agricolo. E’ possibile, infatti, avvalersi esclusivamente di: pensionati di vecchiaia e invalidità; giovani con meno di 25 anni regolarmente iscritti a un ciclo di studi scolastico o universitario; disoccupati; percettori di prestazioni integrative del reddito da lavoro, di REI (Reddito di inclusione), o di altre prestazioni di sostegno del reddito. Un ulteriore limite è costituito dal fatto che nessuno degli appartenenti a queste categorie, deve essere stato stato iscritto l’anno prima negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.
Riguardo il trattamento tributario, la normativa attuale, come quella precedente, prevede compensi esenti da imposta. Per quanto riguarda il trattamento assicurativo e previdenziale, sono a carico del committente la contribuzione pensionistica del 33% alla Gestione separata dell’INPS, la contribuzione assicurativa per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali del 3,5% all’INAIL.
Nel caso del libretto famiglia, per ogni voucher utilizzato, oltre ai 10 euro di valore nominale, sono a carico del committente 1,65 euro di contribuzione pensionistica alla Gestione separata dell’INPS, 0,25 euro di contribuzione assicurativa per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali all’INAIL. Insieme agli infortuni sul lavoro, sono assicurate anche le malattie professionali.
Per poter attivare una prestazione occasionale, è innanzitutto necessario che committente e lavoratore si registrino, con le loro credenziali, all’interno del portale Inps. Successivamente si accede a un’apposita piattaforma telematica, nella quale il committente dovrà attivare la prestazione inserendo una apposita comunicazione che deve essere inviata almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione. E’ possibile avvalersi anche dell’aiuto di un intermediario o attivare il contratto attraverso i servizi del contact center Inps Inail.
Se la prestazione non viene resa, il datore di lavoro ha 3 giorni per comunicarlo all’Inps. Decorso il termine, l’Inps liquiderà quanto dovuto. Il pagamento della prestazione viene effettuato dall’Inps entro il 15 del mese successivo a quello in cui è stata svolta l’attività lavorativa e avviene direttamente nel conto corrente indicato dal lavoratore o tramite bonifico domiciliato alle Poste.

giovedì 22 giugno 2017

Fuga dall'Italia per trovare lavoro: via in 800mila

Dal 2008 al 2016 più di 500mila connazionali si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Al primo posto tra le destinazioni dei nuovi emigrati italiani c’è la Germania, seguita da Regno Unito e Francia.
A questo numero va aggiunto un altro dato: i quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi dell’Est, che in questi anni sono rimpatriati nel Paese di origine non trovando più opportunità in Italia.
E' la fotografia scattata dall'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro nel rapporto 'Il lavoro dove c’è. Un’analisi degli spostamenti per motivi di lavoro negli anni della crisi', presentato oggi a Roma, nel quale vengono esaminati i cambi di residenza e i comportamenti degli italiani partendo dalla crisi occupazionale del 2008, che ha cambiato le esigenze della popolazione e incrementato il numero di soggetti decisi a spostarsi in un’altra città per lavorare.
L’indagine presenta e chiarisce gli aspetti di un altro fenomeno, per certi versi altrettanto significativo del trasferimento all’estero, ma spesso meno considerato: l’emigrazione interna tra le regioni. L’Italia è un paese con opportunità molto diverse e una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa: per questo motivo i cambi di residenza da una regione a un'altra sono notevoli e frequenti.
Dal rapporto si evince che, tra il 2008 e il 2015, più di 380mila italiani si sono trasferiti da una regione del Sud in un altro territorio del Centro o del Nord Italia: si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più.
È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250mila abitanti, in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, oltre un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria ad un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano ed interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita.
Dal rapporto emerge, ad esempio, che Milano - per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti - è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati 'pendolari' in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.