martedì 30 maggio 2017

La trappola del governo sui voucher

Mdp contrario rischia di essere decisivo al senato, dove il segretario Pd vuole la fiducia per cercare l’incidente
«Più che l’ultimo voto di questa legislatura è il primo della prossima», commenta caustico Arturo Scotto, Mdp, dopo lo strappo deciso dal Pd sui voucher. Che il Nazareno voglia arrivare a uno scontro che offrirebbe a Renzi il tanto atteso «incidente» appare certo. L’emendamento «di mediazione» depositato nella notte in commissione bilancio alla camera è praticamente identico a quello precedente. I voucher sono rientrati dalla finestra, alla faccia degli impegni. La stessa ministra per i rapporti con il parlamento Anna Finocchiaro, che venerdì aveva cercato sino all’ultimo una vera mediazione, non può fare altro che blindarsi dietro un velo di propaganda bugiarda: «I voucher sono stati cancellati. Chi dice il contrario mente».
Mdp vota contro, come Sinistra italiana e M5S. Anche i tre esponenti orlandiani in commissione negano la loro approvazione non partecipando al voto. Corrono in soccorso Fi e Lega: la truffa dei voucher passa con 19 sì contro 6 no, cementando la futura intesa di governo tra Renzi e Berlusconi.
La Cgil reagisce come preannunciato: con il ricorso di fronte alla Corte costituzionale e con l’annuncio di una manifestazione a Roma il 17 giugno. I capigruppo di Sinistra italiana Marcon e De Petris dichiarano che chiederanno un incontro al presidente Mattarella per protestare contro l’aggiramento dell’articolo 75 della Carta, quello che regola i referendum, e per invocarne l’intervento. Nello stesso Pd il dissenso non si limita ai tre deputati che hanno abbandonato la commissione. Critica la forzatura decisa dalla segreteria anche Damiano, presidente della commissione lavoro.
Nulla di tutto questo scalfisce la determinazione di Renzi. Non solo vuole andare avanti ma tutto lascia pensare che sia deciso a far chiedere la fiducia al senato dove l’Mdp, a differenza della camera, è determinante. La fiducia non sarebbe in realtà necessaria, ma l’occasione per infliggere il colpo di grazia alla legislatura è ghiotta e la dichiarazione del capo dei deputati Rosato lascia poco spazio a dubbi: «Mi auguro senso di responsabilità e che al senato Mdp mantenga fede agli impegni assunti dicendo che avrebbe sostenuto con lealtà il governo. Dopo ognuno si assumerà le sue responsabilità». E se Mdp dovesse negare la fiducia? «C’è la Costituzione che prevede cosa succede nel caso non ci siano i numeri».
È una trappola ben congegnata. Le parole di Rosato, accompagnate da molte altre dichiarazioni simili del Pd, rivelano che il gioco del cerino è già cominciato. Renzi sa che Mdp non può votare il ritorno dei voucher e si prepara ad accollare truffaldinamente agli scissionisti la responsabilità della crisi. «Il gioco del cerino non funziona più», replica il capogruppo Mdp Laforgia. Renzi è invece convinto che funzionerà e che la propaganda contro i «sabotatori», prima interni al Pd, ora esterni ma non cambiati, pagherà in termini di voti. Dunque la fiducia, se non interverranno fattori esterni al parlamento, primo fra tutti la moral suasion del Colle, ci sarà.
A quel punto Mdp si troverà di fronte a una scelta difficile: votare contro la fiducia, col rischio di offrire a Renzi il destro per imporre lo scioglimento immediato delle camere e le elezioni con il Consultellum, che secondo molti osservatori resta la legge elettorale preferita dal Nazareno, oppure non partecipare al voto, deludendo così buona parte del proprio potenziale elettorato.
La fiducia probabilmente passerebbe anche col voto contrario dell’Mdp. I conti del Nazareno e quelli degli stessi bersaniani dicono che, con l’Ala verdiniana e i manipoli che ormai pullulano, si dovrebbe superare quota 161. A quel punto sarebbe Renzi a dover decidere se andare avanti qualche mese con un esecutivo zombie per varare una vera legge elettorale oppure scommettere sulle urne subito e vada come deve andare.

lunedì 29 maggio 2017

Tornano i voucher? È bufera

È polemica intorno alla scelta di reintrodurre nella 'manovrina' una norma sostituiva dei voucher anche per le imprese. Per Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, "si tratta di una scelta sbagliata e contraddittoria rispetto alla recente abrogazione, per Decreto, di questo strumento. Sono invece d’accordo sulla istituzione del Libretto Famiglia destinato a colmare un vuoto normativo, finalizzato all'effettuazione dei piccoli lavori domestici e di cura e per le attività no profit. Abbiamo presentato, in tal senso - prosegue - un emendamento a prima firma dell’onorevole Antonella Incerti. Per quanto riguarda le imprese, va sottolineato il fatto che esistono già numerosi strumenti di flessibilità ai quali non è utile aggiungerne di nuovi: il lavoro a chiamata, l’interinale e il contratto a termine".
"In ogni caso, la scelta di una strumentazione di flessibilità per il lavoro occasionale da utilizzare nelle imprese, andrebbe fatta, da parte del Governo, soltanto dopo un confronto approfondito e risolutivo con le parti sociali", conclude. Critiche anche da MDP: ''Il tema oggi non è uscire dalla maggioranza ma i voucher. Se verrà posta la fiducia su un provvedimento che contiene i voucher per le imprese, noi non la voteremo. Il resto lo valuteremo''. Così Francesco Laforgia, capogruppo Mdp a Montecitorio

venerdì 26 maggio 2017

Dopo Manchester, l’istituzionalizzazione del terrore da parte del governo May

Quello che è successo naturalmente sta lasciando e lascerà dei segni. Non è la prima volta che il Regno Unito è oggetto di attentati di natura jihadista, però è la contestualizzazione che ci interessa. Il paese che quasi un anno fa ha voluto uscire dall’Unione Europea anche per questioni legate al tema dell’immigrazione, cui viene spesso associato il tema della sicurezza legata al jihadismo, un paese che si appresta ad andare al voto l’8 giugno… Quindi questo attentato non è un evento privo di conseguenze politiche a stretto giro di posta…
Sì, assolutamente. E’ un evento che rischia di lasciare un segno profondo. Innanzitutto è da poco terminato (giovedì 25 maggio, ndr) un minuto di silenzio che è stato osservato in tutto il Regno unito per commemorare le vittime dell’attacco. Attacco che, come ha dichiarato il primo ministro May, potrebbe non essere paragonabile a quelli che si sono verificati in passato proprio perché, per ammissione del primo ministro, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Quindi… C’è, se vogliamo, l’istituzionalizzazione del terrore da parte del governo britannico e fa anche impressione vedere i militari schierati nelle strade per supportare la polizia nelle operazioni che si stanno svolgendo in questi giorni. C’è anche una psicosi che si sta sviluppando; si moltiplicano gli allarmi bomba. Poche ore fa è stata evacuata anche una scuola, sempre nell’area di Manchester, per un allarme bomba… Sicuramente le elezioni dell’8 giugno si svolgeranno in un contesto molto particolare. E’ chiaro che si tratta di un contesto, quello britannico, nel quale probabilmente questo tipo di cose erano ampiamente pronosticabili, visto che circa 700 foreign fighters erano partiti dal Regno Unito negli scorsi anni. Viste le sconfitte militari riportate dall’Isis nel corso dell’ultimo anno, circa 320 sono già tornati in patria e probabilmente si tratta di individui che fanno parte di una filiera ben organizzata – come è anche dimostrato dalle operazioni di polizia di ieri – pronta a colpire con queste metodologie. E sicuramente tutto questo rischiadi lasciare un’impronta profonda sulla campagna elettorale. Quei temi della sicurezza, dell’immigrazione, rischiano di acquisire ancora più rilevanza nel discorso politico pubblico, in un momento particolare. Ricordiamo che adesso la campagna elettorale è sospesa fino a domani per gli eventi di Manchester, però nei giorni immediatamente precedenti all’attentato si era registrato nei sondaggi un primo recupero da parte del partito laburista di Jeremy Corbyn a svantaggio dei conservatori della May; recupero che era stato caratterizzata dalla campagna abbastanza efficace di Corbyn, che era parzialmente riuscito a spostare l’attenzione del pubblico su temi maggiormente di sinistra come l’educazione, la casa, il lavoro, cercando di implementare un’uscita dall’Unione europea su posizioni progressiste. E’ chiaro che questo evento rischia di riportare il dibattito pubblico e il discorso politico su posizioni probabilmente più consone al discorso conservatore; quindi la sicurezza, il blocco dell’immigrazione nonostante i governi conservatori degli ultimi anni siano stati corresponsabili dei fallimenti di politica estera, soprattutto in Medio Oriente, che poi hanno prodotto questa forza di effetti collaterali come quelli che stiamo osservando in questi giorni.
Diciamo che al netto di quanto avvenuto nello specifico, il ragionamento deve spostarsi sull’atteggiamento che l’attuale governo inglese ha in politica estera. Parliamo, ad esempio, della polemica che ha coinvolto più che altro gli Stati uniti, ma riguarda anche il Regno unito, sul sostegno militare ed economico al regime saudita e alle altre petromonarchie del golfo… Non si fa mai questo tipo di ragionamento, sembra più comodo il ragionamento “di pancia” sul tema dell’immigrazione… Non si ragiona invece sulle responsabilità che i governi hanno nel creare i presupposti che portano poi a queste conseguenze, agli attentati nelle nostre città. In campagna elettorale, in qualche modo, dovrebbe entrarci …
Sì, è assolutamente come dici tu. Questi collegamenti ovvi però sono purtroppo scarsamente ravvisati, sia dalla stampa che dagli altri mezzi di informazione britannici; e quella che tu definisci la reazione di pancia è quella che trova più largamente spazio, ovvero le classiche soluzioni legge ed ordine per andare a sconfiggere quelle che sono solo le manifestazioni ultime di questi fenomeni. Anche la storia di questo ultimo attentato ci descrive un po’ il fallimento della politica estera britannica in questi anni. Perché bisogna ricordare che proprio la famiglia dell’attentatore, libica, era scappata tra virgolette dalla Libia per fuggire dal regime del “crudele dittatore Gheddafi”, come era definito dalla stampa e dalla maggior parte delle forze politiche britanniche. Ovviamente questo dovrebbe determinare una sorta di corto circuito nell’opinione pubblica, che dovrebbe iniziare a porsi domande di un certo tipo sull’efficacia della politica estera britannica. Ma tutto questo non succede, anzi. La maggior parte dei tabloid – che poi sono quelli che hanno questo potere di creare l’opinione pubblica – sono prontissimi e molto efficaci a bastonare tutte le voci critiche che possono muoversi verso la politica estera britannica. Un paio di esponenti laburisti che negli scorsi giorni hanno provato, timidamente, a evidenziare questi link tra le conseguenze che si avvertono in casa e la politica aggressiva e imperialista del Regno Unito, di supporto a molti gruppi terroristi… questi esponenti laburisti, dicevo, sono stati prontamente randellati all’unanimità da media quali il Sun, il Daily Express, il Daily Mail… Questi tabloid, che sono di fatto i giornali più venduti nel Regno Unito, hanno il potere di creare un’opinione pubblica diffusa e di orientarla, purtroppo, a destra. Hanno avuto anche il potere di orientare il discorso politico sul processo di uscita dall’Unione Europea, declinandolo fortemente a destra. Questa è un’altra complessità di cui bisogna tenere conto, ovvero un discorso politico nel quale si tiene scarsamente in considerazione quello che è stato il ruolo dell’Unione europea nel promuovere politiche antipopolari. Si propone solo la questione dell’immigrazione, quale modo per scatenare una ulteriore guerra tra poveri.
Ultima battuta, Andrea. Alla luce di tutto questo, si può tratteggiare una prospettiva più o meno realistica di risultato elettorale, anche in relazione al fatto che si è in piena Brexit, in piena trattativa di uscita dall’Unione Europea? È un momento un po’ complesso, ci immaginiamo, per chi deve governare e guidare il paese…
Il momento è complesso e sicuramente la chiamata delle elezioni anticipate è stata una mossa cinica della May, che ha cercato sostanzialmente di trarre vantaggio da un momento nel quale i sondaggi indicavano il partito conservatore come trionfatore in eventuali elezioni. Questo processo è stato visto anche dalla May come un modo per compattare un partito conservatore nel quale esistono diverse sfumature, diverse posizioni sull’atteggiamento da tenere nelle negoziazioni con l’Unione europea. Come dicevo prima, 15 giorni fa, la sorte del partito laburista sembrava praticamente spacciata, si parlava di sondaggi che assegnavano ai conservatori il doppio dei voti rispetto a quello dei laburisti. Grazie al sistema elettorale britannico, questo si sarebbe tradotto in una vittoria a valanga. Però, come dicevo, negli ultimi 10 giorni le cose erano iniziate a cambiare, con una timida inversione di tendenza nei sondaggi, secondo cui la vittoria dei conservatori potrebbe essere di misura più ridotta. Quindi la May potrebbe avere comunque una maggioranza assoluta, alla Camera dei comuni, con la quale procedere nelle negoziazioni con un mandato forte. Ma la posizione del Labur potrebbe non essere così disastrosa, e quindi questo potrebbe riflettersi anche nelle dinamiche interne al partito e sulla posizione del leader Jeremy Corbyn, che dovrebbe affrontare nuove primarie, ma potrebbe comunque farlo su posizioni di forza, perché potrebbe incrementare i voti rispetto all’ultima elezione, quella del 2015, nella quale comunque i laburisti avevano subito una cocente sconfitta. Lo scenario che io prefiguro è quello di una vittoria conservatrice meno a valanga di quel che si pensava quando le elezioni sono state indette. Questo ovviamente significa tutto e niente, nel senso che al momento non è ancora chiaro quale sarà l’accordo che sarà trovato sul processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, anche perché, ripeto, all’interno del Partito conservatore esistono varie sfumature, anche proprio sull’atteggiamento da tenere nei confronti della controparte e sulle diverse implicazioni della revisione dei trattati, come l’accesso al mercato unico, la questione dei cittadini europei residenti nel Regno Unito… Tutto questo non è presente in maniera chiara nel programma elettorale del partito conservatore, quindi c’è un altro elemento di confusione e di incertezza. La May chiede un mandato forte per sé, per negoziare, ma è sostanzialmente una sorta di delega in bianco.
Grazie Andrea, per il momento ti ringraziamo. Naturalmente ci riserviamo la possibilità di chiamarti ancora per ulteriori approfondimenti, visto che la situazione nel Regno Unito è delicata e densa di conseguenze. Grazie e buon lavoro.

giovedì 25 maggio 2017

Nel 2017 già 3mila imprese fallite

Nei primi 3 mesi del 2017 in Italia hanno portato i libri in tribunale 3mila imprese. Complessivamente sono 19.000 le imprese che hanno chiuso cancellando decine di migliaia di posti di lavoro fra gennaio e marzo 2017. Tradotto: 211 fallimenti al giorno, più di otto aziende ogni ora sabati e domeniche inclusi. Sono i dati dell’“Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di imprese” di Cerved relativo al primo trimestre 2017.
C’è perfino chi riesce a sostenere che siano dati “positivi”, ma i numeri sono da pelle d’oca. Certo la situazione sembra essere leggermente migliorata, -17% rispetto allo stesso periodo del 2016, ma dal 2008 ad oggi la crisi ha fatto fallire nel nostro Paese più di 100mila imprese. Di cui venticinquemila fallite per mancati pagamenti della pubblica amministrazione. A pagare il conto più salato sono le piccole imprese che, non solo non vengono pagate, ma devono anticipare l’Iva per emettere fatture che non verranno mai pagate. Chi si accontenta gode.
La verità è che sono numeri ancora lontani rispetto all’anno di riferimento pre-crisi in cui i fallimenti si erano attestati a 7.500. Solo la Francia presenta un numero di fallimenti superiore al 2009, con un più 13%. Tutti gli altri Stati segnalano, invece, un numero di aziende fallite inferiore a quello di sei anni fa. Eppure c’è chi parla di svolta…

mercoledì 24 maggio 2017

E' in questo momento, dopo Manchester, che bisogna rileggere l'editoriale di Friedman sul NYT

E' in questi momento, dopo il terribile attentato in Inghilterra, che bisogna ricordare l'editoriale di Thomas L. Friedman scritto sul New York Times poco meno di 1 mese fa.
In relazione al conflitto Siriano, daesh e alla strategia americana da perseguire in Siria, Friedman è arrivato a scrivere quanto segue e il NYT l'ha addirittura pubblicato come editoriale in prima pagina:
"(..) Cos'altro [potremmo fare]? Potremmo semplicemente smettere di combattere l'ISIS a livello territoriale in Siria e farlo diventare un problema interamente sulle spalle di Iran, Russia, Hezbollah e Assad.
(..) Perché il nostro obiettivo, adesso, dovrebbe essere quello di sconfiggere lo Stato islamico in Siria? E' davvero nel nostro interesse concentrarsi adesso esclusivamente sulla sconfitta dell'ISIS in Siria?
(..)L'ISIS in questo momento è la più grande minaccia per l'Iran, Hezbollah, Russia e le milizie iraniane pro-sciite - perché l'ISIS è un gruppo terroristico sunnita che giocava sporco come l'Iran e la Russia. Trump dovrebbe voler sconfiggere l'ISIS in Iraq. Ma in Siria? Non gratuitamente, non adesso."
Questo è l'occidente: incoraggia il terrorismo in paesi stranieri per fini (geo)politici e quando i terroristi colpiscono in Europa o negli Stati Uniti, i governi ne approfittano per limitare libertà e diritti degli stessi cittadini vittime degli attacchi.
Siamo all'interno di un gigantesco frullatore mediatico che allontana la comprensioni di eventi, come Manchester, dal grande pubblico al fine di offuscare e manipolare le coscienze.
Per sopravvivere nella giungla mediatica in cui ci troviamo, mista ad una guerra ibrida di quarta generazione, è fondamentale non fidarsi di media mainstream, politici e autoproclamati esperti: usare la propria testa, ricercare notizie da fonti diversificate e mettere in dubbio tutto.
Se il New York Times arriva a pubblicare un editoriale in cui incoraggia di non combattere daesh in Siria, siamo di fronte ad una situazione in cui i media sono armi di propaganda, ovvero #FakeNews.
Agite e ragionate di conseguenza. E' fondamentale.

martedì 23 maggio 2017

Sovranismo e barbarie

Il trionfo di bonbon Macron Oltralpe ha ridato grande speranza all’intero clero liberal-moderato, finalmente in grado di poter contare un trionfo nell’abaco dell’idiota tifo elettorale. Sulle conseguenze della scelta francese il tempo sarà galantuomo. Già da ora forniamo comunque ai nostri cugini un vigoroso in bocca al lupo per la doccia scozzese che l’enfant prodige- fabbricato a tavolino dal vispo Attali nell’atelier Rotschild- prepara con gaudio e letizia, fiero di offrire a Berlino e Francoforte gli scalpi di quella plebaglia che ancora non si rassegna a vivere da schiavi.
Un’epoca, la nostra, definitivamente al di là del bene e del male. Tutte le coordinate novecentesche sono state fatte saltare, in una continua e rovinosa corsa all’abisso che ha scalzato decenni di faticose conquiste sociali in un’orgia di deliri, menzogne e falsità. Del resto la traiettoria deprimente ha quanto meno ottenuto permesso alle peggiori élite dell’ultimo millennio di togliere la maschera della pecora e disvelare le fauci mefitiche della iena: le sfumature non sono più ammesse nel vaudeville dell’orrore, e chi non è servo del sistema diviene inesorabilmente nemico da abbattere quale cane idrofobico, senza pietà e misericordia. La polarizzazione della guerra sociale– che è insieme di classe, di identità e di nazioni- diviene oggi imminente e immanente, passaggio obbligato per la definitiva distruzione di un mondo, l’Occidente, del tutto alla mercé dei propri demoni mortali.
Da una parte, dunque, in posizione di innegabile forza si hanno le forze prone ai diktat della religione del mercato, fissata sui cardini della valorizzazione delle cose in funzione della svalorizzazione dell’Uomo; dall’altra, in rotta e quasi distrutto, l’esercito sterminato e disorganizzato dei popoli, rassegnati ad essere maciullati tra l’incudine del perbenismo e il martello della miseria. In realtà, una possibilità di lotta e di vittoria per i dominati ancora sussiste: la riconquista della Sovranità. Nonostante i proni aedi dell’establishment ne abbiano già cantato la dipartita, il “sovranismo” resta l’ultima arma di difesa e attacco per le masse subalterne oppresse dal dominio finanzial-liberista, ed in tal senso la lezione francese- seppur non vincente- può offrire a questa galassia variegata e contraddittoria un momento di svolta ideologica fondamentale. Come? E’ presto detto.
I presupposti del possibile e mancato trionfo di madame Le Pen si fondavano- al netto delle pur sacrosante istanze identitarie, patriottiche e valoriali- su una ragione primaria: il malessere economico. Individuando nella premiata ditta euro-UE le cause strutturali della decadenza d’Oltralpe, il FN era riuscito ad un tempo a spiegare le cause della miseria e formulare un’alternativa di sistema al sistema della finanza e del mondialismo. Allorché però la fiamma dell’euroscetticismo s’è andata sempre più a mitigare sull’altare del moderatismo da salotto, il consenso e le attese di larghe parti del proletariato e della piccola borghesia francese si sono di colpo volatilizzate, del tutto distrutte nella amara debacle lepenista nell’ultimo grand debat.
L’esito impietoso del secondo turno grida, muto e laconico, la sconfitta dell’alternativa
L’eredità delle présidentielle 2017 consegna alle forze sovraniste un monito decisivo: il messaggio economico è IL punto di forza del dissenso. Svilirlo, renderlo acqua sporca patteggiando più o meno velatamente con il porcile liberal-liberista, mitigarlo per vile timore non ha senso e non premia: in sostanza, il sovranismo o è nemico del modo di produzione contemporaneo o non è che mera ancella del meccanismo di dominazione e sfruttamento. Se non si accetta questa lapalissiana considerazione il dissenso resta mero tifo da stadio, passione adolescenziale presto o tardi smentita dalla realtà dei Trump, dei Geert Wilders e financo della Le Pen ultima maniera.
La struttura, ancora una volta, gioca un ruolo fondamentale. Senza la possibilità- e la volontà- di incidere a fondo sulla dinamica produttiva e commerciale, infatti, la politica resta un simpatico teatrino di pupi, un comitato di sofisti che giocano alla gazzarra mentre le decisioni esiziali vengono prese al riparo del processo elettorale. In questo senso il sovranismo italiano può approfittare dello stop francese per eliminare le scorie liberali e moderate che ancora annovera al proprio interno, ponendosi al contempo un unico obiettivo a cui tutto tendere: recuperare la sovranità per realizzare la democrazia sostanziale sancita dalla Costituzione Repubblicana.
Senza il confine dello Stato Nazionale nulla si può costruire e tutto si può perdere
Per divenire realmente qualcosa, quindi, il sovranismo italiano deve riuscire nell’impresa di raccogliere le varie e comuni esigenze del mondo del Lavoro per contrapporle al meretricio del capitalismo transnazionale, rappresentato da guitti infami e infimi da spazzare via senza eccessivo riguardo. Tutte le altre battaglie, seppur sacrosante e legittime, vengono di conseguenza rispetto al tema decisivo, da cui fatalmente dipendono: Lavoro contro Capitale, Costituzione contro Globalizzazione. La guerra, perché di conflitto si tratta a tutti gli effetti, sarà lunga e spietata, e probabilmente impegnerà almeno il prossimo decennio senza risparmiare niente e nessuno. Le attuali élite non sono eterne, e se la Storia è davvero un cimitero di aristocrazie la schiatta degli euroidioti prima o poi tornerà alla mota da cui proviene. Tutto sta nel favorire e accelerare tale processo, con la forza delle idee e la potenza della massa. Compito non facile, per carità, ma tempi d’eccezione richiedono responsabilità e uomini all’altezza degli eventi: sovranismo o barbarie!

lunedì 22 maggio 2017

MACRON MESSO A GESTIRE LA FINE DELL’EURO MA NON DEL PAUPERISMO

Era irrealistico credere che il sistema bancario francese lasciasse gestire la fine, più o meno prossima, dell’euro a Marine Le Pen. Come pure era irrealistico ritenere che, una volta che il sistema bancario francese avesse confezionato un candidato, non lo conducesse poi alla vittoria con largo margine tramite qualsiasi mezzo. Questi “mezzi” potrebbero rimanere per sempre segreto di Stato, anche se in epoca di software informatici non ci vuole un grande sforzo di immaginazione. Il “sovranismo” sconta quindi il suo vizio di origine, cioè quello di non essersi confrontato con il potere suggestivo e illusionistico del denaro. Il “sovranismo” ha puntato sul movimento delle opinioni pubbliche, senza tener conto del fatto che è il denaro a creare l’opinione pubblica, convincendola magari di aver votato come non ha votato.
Dall’osservatorio italiano questa saldatura tra banche ed apparati dello Stato non può essere del tutto percepibile, perché in Italia il sistema bancario non ha un potere interno ed internazionale paragonabile a quello del sistema bancario britannico, tedesco o francese. Del resto l’Italia è stata per oltre un quarantennio una potenza manifatturiera, ma non è più stata una potenza finanziaria almeno dai tempi dei Medici.
A differenza delle banche italiane, avvolte nel coro del colpanostrismo e prone all’idolo Draghi, le banche francesi hanno aperto un contenzioso giudiziario con la Banca Centrale Europea per contestarne i parametri di solvibilità e di “sofferenza”. La sfida delle banche francesi alla BCE indica chiaramente che sono pronte a cannibalizzare il patrimonio bancario altrui, ma non a farsi cannibalizzare a propria volta.
Che in Francia un “banchiere” venisse chiamato a gestire la fine dell’euro, era quindi scontato. Molte delle sbracate aperture di Macron alla Germania, come pure la rispolverata dell’asse franco-tedesco, appaiono quindi come tattica diplomatica, probabilmente mirata a scaricare interamente sulla controparte il fallimento della trattativa. I media nostrani hanno celebrato il presunto nuovo feeling tra la Merkel e Macron, fantasticando su un rilancio dell’Unione Europea e rinfocolando gli entusiasmi europeistici, peraltro presto spenti dalla nuova procedura d’infrazione che la Commissione Europea ha avviato contro l’Italia per le emissioni illegali dei veicoli FIAT in base al consueto criterio dei due pesi e due misure. Di fatto la cancelliera non ha concesso nulla alla Francia; ed è molto dubbio che i mandanti di Macron queste concessioni se le aspettassero davvero. La finanza francese deve avviare una fittizia trattativa con Berlino per far dimenticare la diretta responsabilità francese sia nella nascita dell’euro che nel massacro della Grecia, facendo apparire la Germania come l’unica colpevole dell’euro-disastro. Cosa che non dovrebbe risultare difficile, poiché storicamente i tedeschi sono specialisti nell’arte di addossarsi tutte le colpe.
La Francia ha più urgenza dell’Italia a chiudere i conti con l’euro e, a differenza dell’Italia, ha ancora gli strumenti per farlo. Il problema è che la fine dell’euro non comporta affatto la dismissione delle politiche di austerità, cioè di pauperizzazione, poiché queste sono funzionali alla finanziarizzazione dei rapporti sociali. La stessa confezione di Macron contiene una chiara indicazione in tal senso.
Macron ha tutte le caratteristiche del candidato artificiale e costruito a tavolino: ha l’aspetto di un attore, somiglia vagamente al Daniel Auteuil di una ventina di anni fa e può vantare anche una biografia trasgressiva ad uso del gossip più progressista. Persino la presenza nel suo curriculum di un’esperienza come dirigente in una delle banche Rothschild potrebbe essere soltanto un fittizio elemento di lustro nella costruzione del personaggio. Ma se i Rothschild non sono stati davvero in passato i datori di lavoro di Macron, lo sono comunque ora, dato che hanno concorso a piazzarlo all’Eliseo.
I Rothschild costituiscono un cancro con molte metastasi, quindi esistono più gruppi bancari europei che possono essere fatti risalire ai vari rami di questa famigerata famiglia. Sta di fatto che questa esclusiva dinastia finanziaria non disdegna affatto di impegnarsi in un business solo apparentemente “povero”, ma in realtà ricco di prospettive di profitto, come la microfinanza, cioè il microcredito a famiglie e piccole imprese, con iniziative come il St. Honoré Microfinance Fund. Ciò significa che la pletora di ONG dedite al microcredito ai poveri ha alle spalle i gruppi bancari più potenti.
Molti commentatori hanno sottolineato che le ultime elezioni francesi hanno spazzato via il sistema politico tradizionale, sia di destra che di sinistra, quel sistema dedito alla redistribuzione sociale attraverso clientele e welfare. Ciò significa che si prospetta un modello di società in cui il microcredito va a svolgere sia la funzione di business che di strumento di controllo sociale. La caduta tendenziale del saggio di profitto c’entra solo sino ad un certo punto in questa finanziarizzazione dei rapporti sociali. La realtà è che il capitalismo, non appena cessata la minaccia del comunismo, ha potuto ritornare alla sua vocazione originaria del business della povertà; un business già teorizzato da un filosofo vissuto a cavallo del XVII e del XVIII secolo, Bernard de Mandeville.