lunedì 27 febbraio 2017

Chi usa i voucher? Ecco la lista segreta dell’Inps

McDonald’s, Sisal, Manpower, Adecco, Chef Express. C’è anche la Juventus. I maggiori utilizzatori di voucher in Italia sono grossi gruppi che operano nel commercio, nella ristorazione, nell’organizzazione di eventi culturali e sportivi. La lista dei primi duecento è stata fornita nei giorni scorsi dall’Inps alla Cgil, dopo mesi di scontri e polemiche, e il manifesto oggi pubblica i 15 che stanno in cima: con tanto di importo lordo in euro e prestatori (i lavoratori cioè retribuiti con i ticket). Si tratta del 2016, anno dell’introduzione della cosiddetta «tracciabilità»: che ha rallentato la crescita, è vero, ma il fenomeno resta preoccupante perché i buoni staccati l’anno scorso sono stati circa 135 milioni (+24% rispetto ai 115 del 2015, cifre che verranno consolidate nei rapporti di marzo).
SE SCENDIAMO SOTTO la quindicesima posizione troviamo altri nomi noti: si va da Burger King alla Rinascente, da Bottega verde ad altre squadre come Lazio, Fiorentina e Chievo. Ma compaiono anche soggetti pubblici: il primo è il Comune di Benevento, chissà cosa potrebbe dirci il sindaco Clemente Mastella. Il pubblico però non fa solo ricorso diretto ai voucher: spesso infatti per eventi culturali, fiere o festival si assumono voucheristi attraverso alcune società che stanno in cima alla graduatoria, e che hanno nomi perlopiù sconosciuti. Ci sono infatti aziende ormai specializzate nel fornire questo tipo di lavoratori «usa e getta» sotto forma di steward, hostess, addetti alla sicurezza, camerieri ai buffet. Alcune voci della lista l’Inps le ha coperte per la legge sulla privacy.
La prima dell’elenco – la Best Union Company – risulta essere infatti una società specializzata nella biglietteria e nell’organizzazione di eventi. Idem per la quinta, la Winch srl, che opera nel campo del security steward e welcoming. E molto probabilmente la stessa Juventus (come le altre squadre di calcio) ricorre ai voucher per retribuire gli steward tra gli spalti nei giorni delle partite.
ALL’OLIMPICO DI ROMA, ci spiega il segretario del Nidil Cgil Claudio Treves, si muovono invece gli steward di un’altra delle 15 big, la Manpower Group Solutions Sport and Events: «Non si tratta però della Manpower interinale, ma di una sotto società del gruppo: fornisce addetti che costano meno rispetto a quelli in somministrazione». Lo stesso meccanismo, ma stavolta con la Manpower Group Solutions, si è utilizzato all’Expo di Milano.
«Al padiglione della Gran Bretagna servivano un tot di persone – spiega Treves – e ci si è appoggiati alla Manpower GS: prima si è risparmiato applicando un contratto “pirata” firmato da un sindacato non rappresentativo, poi la società ha adottato i contratti dei lavoratori delle pulizie, pescando guarda caso dalla sua casa madre. Ma evidentemente lavora parecchio anche con i voucher».
UN GROVIGLIO IN CUI le società di lavoro interinale generano altre piccole ditte, che poi affittano a loro volta lavoratori dalla madre. Così la Adecco Professional Solutions sotto Natale ha fornito una ventina di imbustatori di prosciutto alla Fratelli Beretta, in uno stabilimento di Varese, permettendo di applicare il meno costoso contratto del commercio. Con i ticket siamo certi che è diventata ancor più competitiva.
Ricco il capitolo ristorazione, dove compare oltre a Chef Express (fast food in stazioni e autogrill) e Cigierre (specializzata nei ristoranti etnici, dalle Wiener Haus all’Old Wild West), il sempreverde McDonald’s: secondo Cristian Sesena, segretario Filcams Cgil, a fare maggiore uso di voucheristi sono i franchisee. «La Company gestisce solo il 20% dei locali italiani, e ha limitato l’uso dopo una denuncia a Milano – spiega – La periferia dell’impero è meno controllabile».
PERCHÉ LA CGIL ha insistito tanto con il presidente dell’Inps Tito Boeri per avere questa lista? Per dimostrare che una parte rilevante del lavoro prestato attraverso i voucher fa capo a grosse aziende (oltre che al pubblico), dove è altamente probabile che si stia operando una vera e propria sostituzione non solo del lavoro stabile, ma anche di quello flessibile. Perché l’ormai famigerato ticket da 10 euro, non prevedendo l’applicazione di contratti, ferie, tfr e tutte le altre tutele, cannibalizza rapporti prima in voga (già cheap) come l’associazione in partecipazione, lo stagionale, il lavoro a chiamata.
Tania Scacchetti, la segretaria confederale che per conto della Cgil ha acquisito la lista e l’ha poi diffusa a tutte le categorie, ci spiega questo meccanismo: «Prendiamo ad esempio aziende come Stroili Oro, Diffusione Italiana Preziosi o Bottega Verde – dice – Sono catene che operano molto nei centri commerciali e spesso attraverso il franchising: ebbene, in passato segnavano i propri commessi come associati in partecipazione, oggi possono risparmiare ancora di più grazie ai voucher». Lo stesso accade con gli eventi culturali, o con gli operatori del turismo.
«LE SOCIETÀ SPORTIVE non hanno già presente a inizio anno il calendario delle partite? – chiede Scacchetti – Quindi dov’è la prestazione occasionale? Potrebbero benissimo contrattualizzare gli steward. E nel turismo, negli alberghi, nei ristoranti, quando parliamo di grosse catene, perché non si fa ricorso agli strumenti di flessibilità che già ci sono? I lavoratori si vedrebbero applicato il contratto, con tutte le tutele, e avrebbero diritto alla Naspi. Non dimentichiamo poi la pensione: sono pochissimi i voucheristi che riescono, in un intero anno, a totalizzare il reddito sufficiente per farsi segnare un solo mese dall’Inps».
In questo caso ci soccorre uno studio dell’Inps riferito agli anni 2008-2015: i percettori di voucher nel 2015 sono stati 1,4 milioni, con una media di 66 ticket riscossi nell’anno (pari a 660 euro lordi medi). Per totalizzare un mese di contribuzione all’Inps servono però almeno 3 mila euro di reddito annui. Ormai solo l’8% di voucheristi è costituito da over 60: la media di età si è infatti concentrata sui 36 anni. Ed è di 22/23 anni l’età media di chi non aveva mai aperto una posizione previdenziale. I voucher sono quindi una piaga diffusa e riguardano non solo i giovani ma anche gli adulti che normalmente avrebbero contratti strutturati: la Cgil infatti chiede di abolirli per referendum.

giovedì 23 febbraio 2017

L’inflazione risale e si mangia salari e pensioni

L’inflazione “cattiva” continua a risalire, si mangia i salari e peggiora le condizioni dell’economia. La fotografia scattata dall’Istat sull’andamento dei prezzi al consumo non può indurre nessuno all’ottimismo, e per fortuna che Gentiloni non ha le physique du role per interpretare la parte che è stata di Renzi.
Dopo anni di deflazione e di politiche monetarie Bce, inutilmente miranti a risollevarla fino al limite considerato “ottimale” (intorno al +2%), un rialzo dell’1% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso potrebbe sembrare una buona notizia. Ma non lo è.
Nel mese di gennaio 2017, infatti, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell'1,0% nei confronti di gennaio 2016 (la stima preliminare era +0,9%), mostrando segni di accelerazione (era +0,5% a dicembre). Il problema – spiega l’Istat – è che
“il rialzo dell'inflazione è dovuto alle componenti merceologiche i cui prezzi presentano maggiore volatilità. Si tratta in particolare della netta accelerazione della crescita tendenziale dei Beni energetici non regolamentati (+9,0%, da +2,4% del mese precedente) e degli Alimentari non lavorati (+5,3%, era +1,8% a dicembre), cui si aggiunge il ridimensionamento della flessione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-2,8%, da -5,8%)”.
In pratica, anche a gennaio, l’aumento dei prezzi non è dipeso da una crescita dei consumi, ma esclusivamente da fattori esterni all’economia italiana (come i prezzi petroliferi, saliti in virtù dell’accordo tra Opec e Russia per diminuire la produzione giornaliera) oppure per la speculazione sui prodotti agricoli in seguito alle nevicate di gennaio. La situazione non potrà che peggiorare a breve termine, visto che il governo sta preparadando una "manovra correttiva" da 3,4 miliardi per rispettare i diktat dell'Unione Europea; e si sa già che questa manovra conterrà tagli alla spesa pubblica e aumento delle accise sui carburanti (che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci).
Sempre l’Istat spiega che l'"inflazione di fondo" – se non si calcolano questi due fattori – addirittura “rallenta, seppur di poco, portandosi a +0,5%, da +0,6% del mese precedente”.
Stesso discorso nel settore dei servizi, dove l’aulmento dei prezzi rallenta (+0,7%, da +0,9% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a dicembre, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni torna negativo dopo 46 mesi portandosi a meno 0,5 punti percentuali. Tradotto: i prodotti reali insostituibili (energia e alimentari freschi) aumentano di prezzo molto più rapidamente di quelli di cui si può fare a meno e ancora più rapidamente dei servizi, che avvertono meno la pressione dei prodotti energetici.
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano infatti dell'1,1% su base mensile e dell'1,9% su base annua (era solo +0,6%, in dicembre).
I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto – il cosiddetto “carrello della spesa” – aumentano dello 0,9% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 2,2%, dall'1,0% del mese precedente. Sono questi a pesare effettivamente su salari e pensioni, già compressi fino al livello della povertà relativa.
Peggio ancora. L'indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) – quello su cui si basa il “recupero automatico dell’inflazione” nei contratti nazionali di lavoro – diminuisce dell'1,7% su base congiunturale e aumenta dell'1,0% in termini tendenziali. Il che significa che avrà un effetto, nel migliore dei casi, pari a zero in quelli che una volta sarebbero stati definiti “aumenti salariali monetari”. Il potere d’acquisto insomma scende perché salari e pensioni restano inchiodati mentre i prezzi riprendono a salire per i motivi sbagliati.

mercoledì 22 febbraio 2017

Di cosa abbiamo (davvero) bisogno

Con un colpo di genio, il capitalismo del dopoguerra è riuscito a riorientare la volontà di cambiamento verso l’insaziabile desiderio di consumare. Questo modello si scontra ormai con un limite invalicabile: l’esaurimento delle risorse naturali. Per immaginare un modo di vivere al tempo stesso soddisfacente e sostenibile, non basta rifiutare l’impero delle merci. Occorre prima di tutto riflettere su ciò di cui abbiamo bisogno.
La transizione ecologica chiede di fare scelte nel campo dei consumi. Ma su quale base? Come distinguere i bisogni legittimi, che potranno essere soddisfatti nella società futura, dai bisogni egoisti e irragionevoli, che dovremo rinunciare a soddisfare? È la domanda che affronta il Manifeste négaWatt (Manifesto negaWatt), uno dei saggi di ecologia politica più stimolanti fra quelli di recente pubblicazione, scritto da specialisti dell’energia (1).
Un negaWatt è un’unità di energia risparmiata – «nega» sta per negativo. Grazie alle energie rinnovabili, all’isolamento termico degli edifici e all’accorciamento dei circuiti economici, è possibile secondo gli autori mettere in piedi un sistema economico ecologicamente sostenibile a scala nazionale e anche oltre. Anche allo stato attuale della tecnologia, la nostra società già dispone di importanti «giacimenti di negaWatt».
Il consumismo non è sostenibile, perché aumenta continuamente i flussi di materie prime e il consumo di energia. I suoi effetti alienanti sulle persone, inoltre, non hanno più bisogno di essere dimostrati. Una società «nega- Watt» è una società della sobrietà in cui alcune possibilità di consumo sono deliberatamente scartate perché considerate nefaste. Ma sulla base di quali criteri?
Per rispondere a questa domanda, gli autori del Manifeste distinguono fra i bisogni umani autentici, legittimi, che occorrerà dunque continuare a soddisfare, e i bisogni artificiali, illegittimi, dei quali occorrerà sbarazzarsi. Il primo gruppo comprende quelli definiti «vitali», «essenziali», «indispensabili», «utili» e «convenienti». I secondi quelli ritenuti «accessori», futili», «stravaganti», «inaccettabili», «egoisti».
A questo punto si pongono due problemi. In primo luogo, come definire un bisogno «essenziale»? Che cosa lo distingue da un bisogno «accessorio» o «inaccettabile»? E poi, chi decide?
Quali meccanismi o istituzioni conferiranno una legittimità alla scelta di soddisfare un determinato bisogno anziché un altro? Il Manifeste négaWatt non dice niente in merito.
Per rispondere a queste domande, è opportuno fare riferimento a due pensatori critici e pionieri dell’ecologia politica: André Gorz e Ágnes Heller, autori negli anni 1960 e 1970 di una teoria dei bisogni sofisticata e di grande attualità (2). Entrambi hanno affrontato questi temi a partire da una riflessione sull’alienazione, che può essere misurata sulla base dei bisogni autentici. In effetti, si è alienati rispetto a uno stato ideale al quale si cerca di tornare, o che si cerca di raggiungere.
Il concetto indica il processo mediante il quale il capitalismo suscita bisogni artificiali che ci allontanano da questo stato. Oltre a essere alienanti, la maggior parte di questi bisogni sono ecologicamente irrealistici
Un compito urgentissimo del nostro tempo
Che cos’è un bisogno «autentico»? Si pensa naturalmente alle esigenze dalle quali dipendono la sopravvivenza e il benessere dell’organismo: mangiare, bere, proteggersi dal freddo, ad esempio. Nei paesi del Sud del mondo, e anche del Nord, alcuni di questi bisogni elementari non sono soddisfatti. Altri, che lo erano prima, lo sono sempre meno. Fino a tempi recenti era normale respirare un’aria non inquinata; ma nelle megalopoli contemporanee è diventato difficile. Vale anche per il sonno.
Oggi, a causa dell’inquinamento luminoso, molte persone stentano ad addormentarsi, perché l’onnipresenza della luce nelle città ritarda la sintesi della melatonina (chiamata «ormone del sonno»). In alcuni paesi, la lotta contro l’inquinamento luminoso ha portato alla nascita di movimenti sociali che rivendicano il «diritto al buio» e chiedono la creazione di «parchi stellati» non inquinati dalla luce artificiale (3 ).
Anche l’esempio dell’inquinamento sonoro è molto significativo per tanti cittadini. Somme di denaro sempre maggiori sono destinate all’insonorizzazione delle abitazioni, per soddisfare un bisogno – il silenzio – prima gratuito. Queste nuove spese sono suscettibili di ridurre il tasso di profitto, ma al tempo stesso offrono fonti di guadagno, per esempio per le imprese specializzate.
Non tutti i bisogni «autentici» sono di ordine biologico. Amare ed essere amati, acquisire conoscenze, dare prova di autonomia e creatività manuale e intellettuale, prendere parte alla vita pubblica, contemplare la natura... Sul piano fisiologico, se ne può certo fare a meno. Ma questi bisogni sono contestuali a una vita umana degna di essere vissuta. André Gorz li chiama «bisogni qualitativi»; Ágnes Heller, «bisogni radicali».
I bisogni qualitativi o radicali si fondano su un paradosso. Il capitalismo, benché sfrutti e alieni, produce alla lunga un certo benessere materiale per importanti settori della popolazione. In tal modo libera gli individui dall’obbligo di lottare quotidianamente per assicurarsi la sopravvivenza.
Nuove aspirazioni, qualitative, acquistano dunque importanza. Ma, man mano che diventa più potente, il capitalismo ne impedisce la piena realizzazione. La divisione del lavoro chiude la persona in funzioni e competenze anguste per tutta la vita, impedendo il libero sviluppo della gamma delle facoltà umane. Al tempo stesso, il consumismo seppellisce i bisogni autentici sotto bisogni fittizi. Raramente l’acquisto di una merce soddisfa una vera mancanza. Procura una soddisfazione momentanea; poi il desiderio che la merce aveva creato si rivolge a un’altra vetrina.
I bisogni autentici, costitutivi del nostro essere, non possono trovare soddisfazione all’interno dell’attuale sistema economico. Ecco perché sono il fermento di movimenti di emancipazione. «Il bisogno è rivoluzionario in nuce», diceva André Gorz (4). La ricerca del suo soddisfacimento porta presto o tardi gli individui a sottoporre a critica il sistema.
I bisogni qualitativi evolvono storicamente. Viaggiare, per esempio, permette all’individuo di arricchire le proprie conoscenze e aprirsi all’alterità. Fino alla metà del XX secolo, viaggiavano solo le élite. Adesso è una pratica resa democratica. Si potrebbe definire il progresso sociale con la comparsa di bisogni sempre più arricchenti e sofisticati, e accessibili ai più.
Ma ecco gli aspetti nefasti. Il trasporto aereo proposto da compagnie low cost contribuisce certo a rendere il viaggio accessibile alle classi popolari, ma emette anche enormi quantità-di gas serra, e distrugge le zone dove i turisti corrono in massa... a guardare altri turisti che stanno guardando quel che c’è da guardare. Viaggiare è diventato un bisogno autentico; ma occorrerà inventare nuovi modi di spostarsi, adatti al mondo di domani.
Se il progresso sociale provoca talvolta effetti perversi, certi bisogni nefasti all’origine possono, al contrario, diventare sostenibili con il tempo. Oggi il possesso di uno smartphone è un bisogno egoista. Questi telefoni contengono «minerali di sangue» – tungsteno, tantalio, stagno e oro –, la cui estrazione provoca conflitti armati e gravi danni ambientali. Ma il problema non è l’apparecchio in sé. Se nascerà uno smartphone «equo» – il Fairphone sembra prefigurarlo (5) –, non c’è ragione perché questo oggetto sia bandito nelle società future. Tanto più che ha portato a forme di socialità nuove, con il continuo accesso alle reti sociali, e grazie al suo utilizzo fotografico. Che incoraggi il narcisismo o produca nevrosi negli utenti non è certo inevitabile. In questo senso, non si può escludere che lo smartphone, attraverso alcuni suoi utilizzi, si trasformi progressivamente in bisogno qualitativo, come è già avvenuto per il viaggio.
Secondo André Gorz, il motto della società capitalista è: « Quello che è buono per tutti non vale nulla. Sei rispettabile solo se hai “meglio” degli altri» (6). Gli si può contrapporre un motto ecologista: « È degno di te solo quello che è buono per tutti. Merita di essere prodotto solo ciò che non privilegia né avvilisce nessuno». Agli occhi di Gorz, la particolarità di un bisogno qualitativo è quella di non lasciare spazio alla «distinzione». Nel regime capitalista, il consumo ha in effetti una dimensione di ostentazione.
Acquistare l’ultimo modello di automobile equivale a esibire uno status sociale (reale o presunto). Un bel giorno, tuttavia, il modello passa di moda e il suo potere distintivo viene meno, provocando il bisogno di un altro acquisto. Questa fuga in avanti insita nell’economia di mercato costringe le imprese che si fanno concorrenza a produrre merci sempre nuove.
Come farla finita con questa logica di distinzione produttivistica? Per esempio, allungando la durata di vita degli oggetti. Una petizione lanciata da Amis de la Terre (Amici della Terra) chiede che si porti da due a dieci anni la garanzia per le merci un obbligo sancito da leggi europee (7).
Oltre l’80% degli oggetti in garanzia viene riparato; la percentuale scende a meno del 40% una volta scaduta la garanzia. Morale: più la garanzia è lunga, più gli oggetti durano, e la quantità di merci vendute e dunque prodotte diminuisce, limitando in tal modo le logiche di distinzione che spesso si basano sull’effetto novità. La garanzia è la lotta di classe applicata alla durata di vita degli oggetti.
Chi determina il carattere legittimo o no di un bisogno? Qui c’è un pericolo, che Ágnes Heller chiama la «dittatura dei bisogni» (8), analoga a quella che vigeva nell’Urss. Se è una burocrazia di esperti autoproclamati a decidere quali sono i bisogni «autentici», e di conseguenza le scelte di produzione e di consumo, queste hanno poche possibilità di essere giudiziose e legittime.
Affinché la popolazione accetti la transizione ecologica, le decisioni che la sottendono devono ottenere l’adesione generale. Stabilire una lista di bisogni autentici non ha nulla di facile e presuppone una continua deliberazione collettiva. Si tratta dunque di mettere in essere un meccanismo che parta dal basso, in grado di identificare democraticamente i bisogni ragionevoli.
È difficile immaginare questo meccanismo. Tracciarne i contorni è un compito urgente del nostro tempo; da questo dipende la costruzione di una società giusta e sostenibile. Il potere pubblico ha certamente un ruolo da giocare, per esempio tassando i bisogni futili per democratizzare i bisogni autentici, regolando le scelte dei consumatori. Ma si tratta di convincere della futilità di diversi bisogni; e per questo, occorre un meccanismo posto il più vicino possibile alle persone. Occorre sottrarre il consumatore al suo testa a testa con la merce e riorientare la libido consumandi verso altri desideri.
La transizione ecologica ci invita a fondare una democrazia diretta, più deliberativa che rappresentativa. L’adattamento delle società alla crisi ambientale presuppone una riorganizzazione da cima a fondo della vita quotidiana delle popolazioni. Ma questo non può avvenire senza mobilitarle, senza far leva sulle loro conoscenze e sul loro saper fare, e senza trasformare in un simile movimento le soggettività consumatrici. Dobbiamo dunque arrivare a una nuova «critica della vita quotidiana»; una critica elaborata in maniera collettiva.

martedì 21 febbraio 2017

Spese militari in Italia, al giorno: 64 milioni di euro

64 milioni di euro al giorno, 23 miliardi l’anno: sono queste le cifre che presenta il rapporto 2016 del Mil€x, l’Osservatorio sulle spese militari italiane. Praticamente l’1,4% del Pil, una cifra cresciuta solo nell’ultimo decennio del 21%. Nel particolare ciò in cui spendiamo maggiormente sono gli armamenti, +10% nell’ultimo anno, +85% in 10 anni e le missioni all’estero, +7% rispetto lo scorso anno.
Questo è quanto emerso in soldoni rispetto a quanto ha speso l’Italia nell’ultimo anno con la scusante del terrorismo, dell’immigrazione e del rischio criminalità. Scusante perché, come lo stesso Mil€x sottolinea nel suo rapporto, siamo sempre più immersi in una “democrazia” manipolatoria dell’opinione pubblica dove, per giustificare l’acquisto di nuovi armamenti o il potenziamento di sistemi di difesa, si fa leva sulla paura o su cronache che fanno scalpore.
Terrorismo, immigrazione, criminalità sono tra gli argomenti più gettonati, ma se analizzati non giustificano affatto tali spese, in particolar modo il loro aumento: se per far fronte al terrorismo vengono acquistati i famosi caccia F-35, cosa si pensa di ottenere col loro impiego? Ulteriori bombardamenti, distruzione e morti tra le popolazioni locali non faranno che accrescere l’odio verso l’Occidente. L’acquisto di navi da guerra per il contrasto all’immigrazione poi, in che modo lo farebbero? A colpi di cannone? C’è già la guardia costiera, piuttosto si acquistino navi di soccorso. Per non parlare dell’operazione “strade sicure” con mezzi blindati e militari schierati con tanto di enormi mitragliatori nei centri città: pura operazione d’immagine.
Questi sono gli espedienti cui i governi ricorrono per continuare i loro scellerati sperperi di denaro pubblico. L’industria delle armi rappresenta da sempre una delle maggiori sfere di potere, d’altronde chi controlla le armi controlla i governi e le lobby delle armi rappresentano quei pochi settori che della crisi non ne ha risentito, anzi, ne ha tratto profitto come le banche. Anzi da questo ragionamento un altro dato curioso da leggere sono i tassi d’interesse con cui il governo paga le aziende che vanno dal 30 al 40%!
Addirittura, visto che la crisi pesa, ulteriori pressioni sono arrivate in questi giorni da Nato e Usa con la richiesta di alzare il budget al 2% del Pil! Se per l’Italia c’è stata una bacchettata negativa visto il suo “scarso” 1,4% (in realtà 1,1 secondo stime Nato), un plauso c’è stato per la Grecia al 2,4%!
Questo fa ben capire a chi dobbiamo i nostri indebitamenti visto che nonostante la situazione Greca sia la più tragica fra gli stati Europei, il budget in spese militari è enorme e continua ad essere ingiustificabile nonché a strozzare la stessa.
Agli antipodi, quindi paradossale, è la spesa per la “cyber-difesa” e quella informatica che nonostante gli attacchi recenti subiti da uomini politici ed imprenditori. Oltre i casi più grandi scoppiati da Wikileaks in avanti, spende ancora cifre quasi “irrisorie”. Se, chiaramente, dal punto di vista capitalistico, le guerre del futuro saranno sempre più combattute attraverso strumenti informatici, risulta paradossale l’acquisto ulteriore di mezzi come carri armati se non per sottolineare ulteriormente quanto le industrie delle armi siano importanti.
I paragoni per queste cifre sono per i forti di stomaco: se da un lato abbiamo 23 miliardi di euro spesi in materia di armi nell’ultimo anno, dall’altro siamo costretti a tagliare da scuole, ospedali, posti di lavoro, la messa in sicurezza dei territori. Ancora, da un lato carri armati scintillanti, cacciabombardieri dall’enorme potenza di fuoco da utilizzare in chissà quali altre guerre; dall’altro scuole in cui crollano i soffitti, ospedali che tagliano posti letto o chiudono intere cliniche, territori che franano causando centinaia di morti perché non esiste la messa in sicurezza degli stessi.
Ma il nodo allo stomaco arriva quando si legge, esattamente due giorni fa, che la protezione civile ha stimato i danni subiti dai territori di Amatrice per le scosse di terremoto in esattamente quegli stessi 23 miliardi di euro. Basterebbe fermare un anno dei cingoli per fare un favore al centro Italia e vederlo rinascere. Evidentemente le priorità sono altre.

lunedì 20 febbraio 2017

La Grecia è l'unico paese Ue dove il salario minimo è più basso del 2008

Dati Eurostat appena rilasciati sui salari minimi nazionali nell'Unione europea hanno dimostrato che, mentre il salario minimo è aumentato in tutti i paesi dell'UE, in Grecia è diminuito ad livello inferiore rispetto al 2008.
In dieci paesi, dei 22 che hanno un salario minimo nazionale, l'importo è pari a meno di € 500 al mese. In altri sette, non si può guadagnare meno di circa 1.500 euro al mese.
Il salario minimo lordo è stato ridotto nel febbraio 2011 come uno dei presupposti del primo piano di salvataggio. Scopo della riduzione è stato quello di aumentare la competitività.
580 € al mese è per un lavoro a tempo pieno e per i lavoratori sopra i 25 anni di età. Quelli sotto i 25 ricevono 510 € lordi.
L'unica competitività potenziata in Grecia è la competizione tra i disoccupati che consente ai datori di lavoro di ridurre salari e stipendi.

mercoledì 15 febbraio 2017

Perché gli Stati Uniti perdono le guerre che provocano?

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, l'esercito degli Stati Uniti è stato impegnato in numerose guerre dove è uscito perdente, per determinati motivi.
Utilizzando la fine della seconda guerra mondiale come punto di partenza, gli Stati Uniti hanno partecipato a guerre e conflitti armati significativi e interventi militari, tra le quali la guerra di Corea (1950-1953), quella del Vietnam (1959- 1974) e successivamente in Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen.
In totale, il paese del Nord America ha partecipato a 37 guerre negli ultimi 72 anni dove migliaia di soldati, marines e aviatori sono rimasti uccisi o feriti, ha dichiarato in un articolo il principale consigliere dell'istituto degli affari esteri del Consiglio Atlantico a Washington Harlan Ullman, pubblicato dall'agenzia statunitense, UPI.
Il principale elemento che ha causato questi fallimenti è stata l'incapacità in sede di attuazione di un piano solido e strategico nelle nostre politiche. L'inesperienza presidenziale e le aspirazioni irraggiungibili hanno causato il fallimento nel pensare una strategia", si legge nell&#
39;articolo, e, a tal proposito, come riferimento si citano le amministrazioni di John F. Kennedy nella guerra del Vietnam e quella di George W. Bush nelle guerre che ha iniziato in Oriente Medio.
D'altra parte, si sottolinea in questa fallimenti la mancanza di conoscenza e comprensione delle condizioni in cui l'esercito statunitense è intervenuto militarmente, aggravata da casi di estrema ignoranza verso le culture straniere.
Su questa linea, l'autore ha evidenziato la mancanza di conoscenza circa la situazione nelle società in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che ha preceduto l'intervento militare degli Stati Uniti in entrambi i paesi.
Nell'articolo, si lamenta il fatto che pochi nordamericani sollevano la questione su come o perché la più grande forza militare del mondo, nonostante la sua straordinaria macchina da guerra abbia un record di fallimenti nei conflitti e interventi armati.

martedì 14 febbraio 2017

Il Paese reale continua a perdere fiducia.

Il 'Rapporto sulla qualita' dello sviluppo in Italia', realizzato da Tecne' e dalla Fondazione Di Vittorio, parla innanzitutto di disuguaglianze territoriali. L'indice generale - in un anno - scende da 100 a 99, con un peggioramento, in particolare nel nord e nel centro, e con il mezzogiorno che continua a essere in grave ritardo rispetto al resto del Paese. Ma i motivi di interesse per questo documento rigurdano anche le disuguaglianze economiche e la concentrazione della ricchezza. Si conferma, quindi, che la crisi ha generato un ceto medio piu' fragile, aumentato i poveri e i bassi salari, mentre il lavoro e' percepito piu' instabile e nel complesso e' piu' difficile migliorare le proprie condizioni. In tutto questo, le scelte del Governo stavano andando nella proroga della
DIS-COL, l'indennita' di disoccupazione per i co.co.pro e co.co.co. Così, 300.000 lavoratori precari hanno rischiato di veder saltare la protezione o il sostegno in caso di perdita di lavoro. Commentando questi dati Susanna Camusso ha detto: "Rispetto al 2015- sottolinea il leader della Cgil- nel 2016 calano drasticamente le previsioni sulla crescita economica dell'Italia, quelle sulla propria situazione personale e sulle prospettive di crescita dell'occupazione. Come pure diminuisce notevolmente il concetto di partecipazione sociale".
Come fa l'Istat a prevedere un aumento dell'attività economicagià nei prossimi tre mesi?
Dall'indagine Tecné-Fdv esce il qudro di un Paese che rimane preda di un sentimento di diffuso pessimismo sul futuro e in una crescente sfiducia economica. In particolare, solo il 31% pensa che la situazione economica dell'Italia migliorera' nei prossimi 12 mesi (era il 44% nel 2015) e se si guarda alla situazione personale appena l'11% si attende un miglioramento (era il 13%).
Non va meglio sul fronte del lavoro: solo il 24% pensa che l'occupazione crescera' (era il 31% nel 2015). Una dinamica che segnala, inoltre, un ripiegamento nel privato e un indebolimento della propensione sociale partecipativa. Il nord, dove e' maggiore nel 2016 il calo dell'indice, resta comunque l'area del Paese dove il livello di disuguaglianza economica e' inferiore, mentre nel mezzogiorno, sia per quanto riguarda la distribuzione dei redditi che per quanto riguarda la concentrazione della ricchezza, il livello di iniquita' sale moltissimo.
La fiducia e' uno dei motori piu' importanti della crescita economica, senza la quale non solo diventa difficile fare progetti di vita, ma anche i consumi e gli investimenti tendono a comprimersi o a dilatarsi in attesa di tempi migliori. Non va meglio sul fronte del lavoro: solo il 24% pensa che l'occupazione crescera' (era il 31% nel 2015).
Una dinamica che segnala, inoltre, un ripiegamento nel privato e un indebolimento della propensione sociale partecipativa.
Il nord, dove e' maggiore nel 2016 il calo dell'indice, resta comunque l'area del Paese dove il livello di disuguaglianza economica e' inferiore, mentre nel mezzogiorno, sia per quanto riguarda la distribuzione dei redditi che per quanto riguarda la concentrazione della ricchezza, il livello di iniquita' sale moltissimo.