venerdì 25 novembre 2016

Cinque superstati le regioni speciali

C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’ un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa.
Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’ eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali.
Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’ Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’ anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’ applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali.
Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’ oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra.
Perché mai? Semplice: perché dispongono d’ un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’ Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.
Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’ è certezza », gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’ emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie.
Da qui il comma 13 dell’ articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’ appunto s’ elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni».
Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’ uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’ efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’ applicazioni: nell’ articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’ articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’ articolo 8 o l’ articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’ articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’ articolo 138.
Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’ idea fosse quella di parificarle.
Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’ intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’ autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto.

giovedì 24 novembre 2016

Arrivano i barbari. L’ultima ridotta del Sì

Il ragionamento è sorprendente. E non tanto perché, se davvero il Paese è costretto al bivio tra una riforma dannosa e un populismo pericoloso, occorrerebbe anzitutto chiamare a risponderne chi – Renzi – lo ha irresponsabilmente messo in questa condizione. Davvero sarebbe una consolazione rimanere nelle mani di una persona tanto incapace e spregiudicata?
Ma, soprattutto, la posizione sorprende perché, per evitare un pericolo ipotetico ed evitabile oggi, crea un pericolo reale e inevitabile domani.
Iniziamo dal primo. Nessuno può realmente sapere cosa accadrà il 5 dicembre in caso di vittoria del No, se Renzi si dimetterà o resterà al suo posto. In questi giorni sta cercando in tutti i modi di drammatizzare la situazione, ma quale realmente sarà il quadro politico all’indomani del referendum, quale la posizione delle diverse forze politiche, quali i convincimenti del Presidente della Repubblica è impossibile prevederlo.
Molto dipenderà anche dalla misura della sconfitta del Sì, perché, qualora fosse limitata, Renzi potrebbe pur sempre rivendicare un risultato superiore rispetto all’attuale consistenza del suo partito. Il punto fondamentale, in ogni caso, è che con la prevalenza del No occorrerà riscrivere le leggi elettorali per Camera e Senato, essendo il quadro elettorale attuale calibrato sulla vittoria del Sì.
Sul tavolo c’è già la proposta dei 5 Stelle, molto ben congegnata dal punto di vista tecnico e, soprattutto, largamente connotata in senso proporzionalistico (sia pure con soglie di sbarramento implicite piuttosto elevate). Anche Forza Italia, attraverso Silvio Berlusconi, ha lasciato intendere una propensione per la proporzionale. Se anche il Pd muovesse in questa direzione, svaporerebbe qualsiasi rischio che una eventuale vittoria delle forze populistiche possa tradursi in un loro governo incontrastato, perché la loro consistenza elettorale è ben lontana dalla maggioranza assoluta dei consensi. È questo che ci si aspetta da una forza politica responsabile: che, una volta individuato un pericolo, metta in campo le strategie atte a scongiurarlo. Tanto più, se si tratta di strategie a portata di mano… Detto più nettamente, se vincesse il No nessun panico è giustificato: si faccia una riforma elettorale sul modello proporzionale e si torni al voto. Quale che sarà il risultato, nessuno avrà le leve del potere a sua completa disposizione.
Tutto il contrario se vince il Sì. Il cambiamento di Costituzione creerebbe infatti un’incredibile concentrazione di potere nelle mani del partito di maggioranza e, in particolare, del suo “capo”, che si ritroverebbe alla guida sia del governo sia della maggioranza parlamentare. L’esecutivo, vero nuovo fulcro del sistema, otterrebbe i poteri necessari a condizionare sia l’attività del Parlamento (grazie al voto a data certa) sia l’attività delle regioni (grazie alla clausola di supremazia affidata al governo anziché, com’era nella Costituzione del 1948, al Parlamento). Persino l’autonomia degli organi di garanzia – Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Csm – ne risulterebbe gravemente compromessa, a causa delle modalità di elezione o dei vincoli posti alle loro modalità di funzionamento.
Insomma: dalla vittoria del Sì scaturirebbe un sistema del tutto squilibrato, avulso dalla tradizione del costituzionalismo, più simile a quel che si vede oggi in Russia o in Turchia che all’assai più ponderato presidenzialismo statunitense. Certo, con il Sì Renzi resterebbe al suo posto, ma quale certezza c’è che lo steso accada anche dopo le elezioni politiche del 2018? Lo scenario è apertissimo e nessuna persona di buon senso, dopo l’elezione di Trump, può escludere a priori una vittoria delle forze populiste. Un esito che, a quel punto, con il nuovo sistema costituzionale, metterebbe il vincitore in condizione di governare l’Italia per 5 lunghissimi anni, senza incontrare ostacoli di sorta.
Ecco allora che, a prendere sul serio la preoccupazione che vanno esprimendo i sostenitori del governo, se ne ricava un potente argomento a favore del No. Chi davvero è preoccupato che le elezioni possano essere vinte da una forza politica che reputa pericolosa (quale essa sia), chi davvero teme il ripetersi in Italia di un caso Trump, non può far altro che votare No, perché il No è l’unica garanzia che, anche se dovesse vincere il peggior politico del mondo, chi accede al potere non si troverà in condizione di poter fare quello che vuole.

mercoledì 23 novembre 2016

LA GRECIA STA VIVENDO AL DI SOPRA DEI PROPRI MEZZI DICE LA GERMANIA

La Germania si oppone alla ristrutturazione del debito greco attraverso il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, che alza i toni della retorica contraria a un tale scenario. Parlando a una conferenza bancaria a Francoforte, il ministro tedesco ha ribadito la sua convinzione che la Grecia non avrà difficoltà a soddisfare i propri obblighi per almeno 10 anni e che non è necessaria alcuna ristrutturazione del debito.
Fedele alle sue convinzioni sulla non necessità della riduzione del debito greco, Schauble ha detto che la Grecia non ha fatto abbastanza per attuare le riforme nei settori della pubblica amministrazione, del lavoro e del mercato interno, riforme che aiuterebbero lo sviluppo.
“La Grecia vive al di sopra dei propri mezzi“, ha detto, aggiungendo che la ristrutturazione del debito non aiuterebbe la situazione, e creerebbe soltanto risultati opposti a quelli desiderabili. Ha affermato che il coinvolgimento del Fondo monetario internazionale in un pacchetto di salvataggio della Grecia sarà discusso in futuro.

martedì 22 novembre 2016

LE LEGGI CHE PASSANO SOTTO BANCO

i sono leggi e riforme che vengono pubblicizzate in ogni modo con gli strumenti di informazione di massa: televisione, social network, giornali, giornali online, cartellonistica. Ed altre di cui non sentiamo mai parlare, di fatto, l’Italia è considerato un paese “parzialmente libero” e nell’ultima pubblicazione de “La Stampa” online, l’Italia è crollata (per quanto riguarda la libertà di stampa, appunto) a 77° posto sulla classifica mondiale.
Volete sapere l’ultima novità della Regione Toscana? I SOLDI PUBBLICI VERRANNO USATI PER FINANZIARE ENTI PRIVATI. Esatto. E’ vile, è scorretto, è illegittimo, ma è così con la “Legge della libera Scelta”.
Facciamo un po’ di chiarezza:
quando un anziano doveva essere inserito in una RSA, riceveva dalla Regione una quota sanitaria (una percentuale di denaro pari a 52,30 Euro al giorno, pari a 1560 Euro circa mensili) con cui far fronte alle spese relative di un’assistenza continua e al mantenimento di quelle strutture che offrono questi tipi di servizi. Queste quote sanitarie cambieranno nome, si chiameranno TITOLI DI ACQUISTO (o Voucher), ma sono sempre loro, sono sempre i soliti 52,30 euro al giorno. In questo caso però, il tutore legale o l’assistito stesso, potranno scegliere se andare a risiedere (e quindi a devolvere i propri soldi concessi) in una struttura accreditata pubblica o accreditata privata (strutture che rispettano gli standard qualitativi del SSN ma che sono essenzialmente gestite completamente da privati). Questo porta ad un forte rischio di crisi del settore pubblico assistenziale.
Ma poi, concretamente, questi Titoli d’Acquisto, a chi vengono devoluti? Al personale crediamo di no, visto che ci sono associazioni pro profit che, proponendo prestazioni a prezzi medi o elevati, si arricchiscono sulla salute di tutti sfruttando i lavoratori con stipendi bassi (in cui lo stipendio medio di un lavoratore full time è sui 900/1000 euro al mese). Infatti, questo tipo di riforma, porterà una crisi per quegli Enti Pubblici, che hanno un costo superiore sul personale (salari e contributi), e l’assistenza sanitaria e’ svolta dai dipendenti pubblici.
Quindi,concludendo, i soldi che vengono richiesti in tasse ad ogni cittadino rimangono sempre gli stessi, ma l’investimento di questi soldi va, come al solito, nelle mani delle solite, poche, persone.
Dite che la Regione Toscana è un modello nel Sistema Sanitario Nazionale? Noi diciamo di si..un modello da rigettare

lunedì 21 novembre 2016

Trentamila licenziamenti alla Volkswagen. 23mila in Germania

Il presidente di Volkswagen Herbert Diess, ha presentato a Wolfsburg il piano sul futuro, frutto dell'accordo con il consiglio di fabbrica che prevede il taglio di 30.000 posti di lavoro globali, di cui 23.000 in Germania. Vw investirà invece 3,5 miliardi di euro nell'elettromobilità e nella digitalizzazione, con 9.000 posti di lavoro nuovi nel settore del software. "Ristrutturiamo in modo radicale Vw per renderla pronta al grande cambiamento che affronterà il settore dell'auto", ha aggiunto Diess.
"Un grande passo in avanti, uno dei più grandi della storia dell'azienda". "Non ci saranno licenziamenti legati alla produzione", ha spiegato Diess.
Con le misure contenute nel patto, Vw conta di migliorare di 3,7 miliardi di euro all'anno fino al 2020 il risultato operativo, secondo quanto riferito dall'azienda e riportato dall'Handelsblatt, con 3 miliardi risparmiati negli stabilimenti tedeschi e 700 milioni in quelli all'estero. L'intero gruppo Volkswagen occupa 624.000 addetti, 282.000 dei quali in Germania. Il taglio dei 30.000 posti di lavoro sarà accompagnato da ammortizzatori sociali come il prepensionamento progressivo, ha spiegato il presidente del marchio Vw Herbert Diess nella conferenza a Wolfsburg. Non sono stati forniti dettagli su come la ristrutturazione (che accanto ai 30.000 licenziamenti prevede 9.000 assunzioni nel settore del software) si rifletterà sugli stabilimenti.
3,5 mld per auto elettrica e digitalizzazione – "Elettromobilità e digitalizzazione" sono le chiavi con cui Volkswagen vuole reagire allo scandalo del dieselgate e "attrezzarsi per affrontare la trasformazione che sta investendo il settore automobilistico", secondo le parole dei top manager dell'azienda, Matthias Mueller e Herbert Diess. Accanto al taglio di posti di lavoro, il patto per il futuro siglato con il sindacato prevede investimenti per 3,5 miliardi e 9.000 nuove assunzioni nelle nuove tecnologie per sviluppare auto elettriche e servizi come il car-sharing e il ride-sharing. Non sono stati forniti dettagli su come questa svolta si riverbererà sulla produzione, ma secondo l'agenzia Bloomberg l'azienda ha accettato di produrre due auto completamente elettriche negli stabilimenti tedeschi di Wolfsburg e Zwickau. Di ieri, invece, è la notizia che da aprile 2017 lo stabilimento di Dresda, con i suoi 525 addetti, produrrà un modello di Golf elettrica. (fonte. Ansa)
L'obiettivo dichiarato è la riduzione dei costi di quasi 4 miliardi di euro e la prospettiva temporale di questa prima sforbiciata è abbastanza breve: entro il 2020.
Fin qui la notizia.
Nonostante la portata dei tagli, il tutto avverrà con l'accordo del sindacato di categoria, la Ig Metall, visto che il capo del del consiglio di fabbrica, Bern Osterloh, dichiara di aver ottenuto in cambio la "sopravvivenza di tutti gli stabilimenti" e una serie di "garanzie sociali come i prepensionamenti".
Palle, sostanzialmente, perlomeno per la parte che riguarda gli stabilimenti. L'evoluzione futura della manifattura automobilistica – e no solo – è infatti ormai definita e descritta in migliaia di studi come “industria 4.0”. In pratica, si va sviluppando a passi da gigante l'automazione dei processi produttivi e quindi la sostituzione dei lavoratori in carne e ossa con i robot. Proprio in Volskwagen il programma è impostato ormai da due anni. Nell'ottobre del 2014, infatti, ottobre dal capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann, spiegava alla stampa: “Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone; non verranno rimpiazzate. Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10. Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai cinque euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio economico”.
Ora quel programma viene messo in pratica, potendo anche contare sugli ammortizzatori sociali (a spese dello Stato o dei fondi previdenziali accantonati). In pratica, gli stabilimenti potrebbero anche essere mantenuti tutti aperti. Peccato che all'interno i lavoratori si conteranno sulle dita di ben poche mani…
Ma in ogni caso – esistano o no ammortizzatori – questo processo di distruzione dei posti di lavoro è mondiale e non prevede una quantità di “nuovi lavori” in gado di sostituire quelli che si vanno perdendo.
Proprio oggi, su IlSole24Ore, un articolo illustra la situazione con il poco rassicurante titolo: Allarme Onu: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano. Trattandosi del quotidiano di Confindustria, ovviamente l'allarme viene stemperato con una serie di “buoni consigli” che dovrebbero attutire il terremoto sociale globale prodotto da questa “sostituzione”. Ma anche a volerli prendere sul serio, è inimmaginabile – e non esiste alcun serio studio scientifico di questa possibilità teorica – che un modo di produzione incapace da dieci anni di produrre “crescita” economica, possa improvvisamente (dieci anni sono un respiro, in questo campo) sfornare miliardi di “nuovi posti di lavoro”.
Anche perché – spiegano tutti, ma proprio tutti gli studiosi dell'automazione – questi processi non riguardano solo il lavoro manuale, ma anche e forse soprattutto quello “intellettuale”, a cominciare dalle funzioni più ripetitive e seriali (operazioni di banca, uffici pubblici, call center, persino giornalismo!).
Forse bisogna cominciare a preoccuparsi di questo, prima che tutto il pianeta esploda…

venerdì 18 novembre 2016

Se è un costituzionalista a dire No

Se è un costituzionalista a dire No
Ansia e inquietudine per l’esito referendario del 4 Dicembre. Ma anche desiderio, ormai, che quella data si avvicini in fretta. Sventato il rinvio, siamo pronti a dare il nostro NO, incompreso o osteggiato da chi non ha letto scientemente la riforma costituzionale, da chi non ne è informato o da chi ha interessi privati. Checché ne dica il Pinocchio fiorentino, abilissimo a ribaltare la realtà dei fatti e a svendere la democrazia e i diritti come fossero aspirapolveri.
Inquieta, ma non sorprende, la sua recente arringa alla Leopolda. Un discorso rabbioso, scorretto, diretto anche ai suoi che l’hanno tradito in casa. Colpisce duro il Premier, a destra e a manca, tentando così di portare a casa la palma della vittoria. Il timore di una sconfitta è personalistico. La débacle cadrebbe sull’uomo, che esprime il potere dei signori della finanza mondiale, come un’affilata lama che lo taglierebbe fuori dalle simpatie di un’Europa riformista e liberista. Non manca, nel suo delirante discorso autoreferenziale, di definire chi voterà No “un’accozzaglia di gente”.
É la classica performance del potente che inizia ad avere paura. Paura di perdere consensi, paura che non siano riconosciute le ragioni della riforma, paura di perdere un potere acquisito svendendo ai Trattati europei e ai poteri finanziari il Paese che governa indegnamente, togliendo e tagliando diritti e fondi, prono com’è all’Europa. Se perderà vuole andare subito a elezioni “Non mi faccio rosolare” dice durante la kermesse piddina. E per fortuna che ha a cuore il Paese. Quanto di deforme c’è nella riforma costituzionale lo conferma Paolo Maddalena, giurista, magistrato, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale
Professor Maddalena, siamo vicinissimi al voto referendario. In ultima analisi, ci può ribadire anzitutto i motivi dell’incostituzionalità di questa riforma? Non avrebbe dovuto essere stata bocciata sul nascere dalla Corte costituzionale, a causa dell’eccessivo intervento di modifica che tocca ben 47 articoli con tematiche diverse. E perché ciò non è avvenuto?
Questa riforma, come ha affermato di recente la ministra Boschi, costituisce un tassello dell’intera politica del Governo Renzi. In sostanza essa serve per dare una legittimazione costituzionale alle varie leggi varate dal Parlamento a favore delle multinazionali e delle banche e contro gli interessi degli Italiani: lo Sblocca Italia, il Jobs Act, la riforma della Scuola e la riforma della Pubblica Amministrazione.
In realtà questa revisione costituzionale, che cambia un terzo della Costituzione vigente, eccede i limiti propri della revisione e richiederebbe un’approvazione da parte di un’assemblea costituente. La cosa più grave è che questa revisione modifica implicitamente lo stesso articolo 138 cost. posto dai Costituenti a garanzia delle modifiche costituzionali.
Mentre detto articolo prevede che la revisione costituzionale debba essere approvata da due Camere di pari rango per due volte ad una distanza non inferiore ai tre mesi, con la modifica costituzionale approvata dal Parlamento una delle due Camere, il Senato, ha un rango inferiore alla Camera dei Deputati, essendo composto non più da Senatori eletti, ma da consigliere regionali e sindaci nominati dai Consigli Regionali. E, d’altro canto, in virtù del ballottaggio la maggioranza dei deputati può essere eletta anche soltanto dal 20% dei votanti e cioè da circa il 10% degli aventi diritto al voto. Ciò consente al Governo e al Parlamento di modificare anche la parte prima della Costituzione, che riguarda i diritti fondamentali, con la rappresentanza di una parte minima del popolo italiano. É proprio quanto vuole la JP Morgan come si legge nel documento dalla stessa pubblicato il 25 maggio 2013.
In proposito è da rilevare che questa incostituzionalità non poteva essere fatta valere dalla Corte Costituzionale in via preventiva, poiché in questa sede, ai sensi dell’art.75 cost. la Corte è tenuta a verificare che la revisione non riguardi leggi tributarie, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Il dato che la revisione riguardi tematiche diverse doveva esser fatta valere dall’ufficio per il referendum presso la Corte di Cassazione e, visto che ciò non è avvenuto, dal Tar Lazio.
Quali fra gli 11 principi fondamentali irriformabili per legge, sono messi in discussione dalla riforma Renzi-Boschi?
Come sopra detto la revisione potenzialmente vìola l’intera Costituzione, compresi gli undici principi fondamentali.
Andando nello specifico, la riforma su quali articoli incide più pesantemente? Verrebbe da pensare all’abolizione del Senato. In realtà leggendo il nuovo articolo 70 si intuisce che il Senato non verrà totalmente eliminato. Sembra un pasticcio incomprensibile
La riforma incide pesantemente sul principio di rappresentanza trasformando il Senato in un organo di nominati e limitando le autonomie locali. D’altro canto, i Senatori essendo eletti dai Consigli regionali dovrebbero rispondere soltanto a questi, mentre al contrario partecipano alla formazione di leggi per tutto il popolo italiano esercitando tale funzione senza vincoli di mandato e, per giunta, con immunità. Si tratta di uno stravolgimento della democrazia parlamentare.
Come avrebbe dovuto, invece, essere riformato il Senato, per consentire l’integrità della dignità parlamentare. In fondo anche Pietro Ingrao era favorevole al monocameralismo, ma di certo non come quello proposto dalla riforma
Non c’era alcuna necessità di riformare il Senato. Chi ritiene necessario il monocameralismo deve comunque tener presente che esso comporta un sistema elettorale assolutamente proporzionale, cosa che non avviene nella situazione attuale.
La modifica per abbreviare l’iter legis, saltando la navetta, appare più che altro una corsia preferenziale per i ddl governativi, rendendo il Parlamento subalterno. A esser malpensanti o a essere obiettivi è stata confezionata per dare più potere al governo. Qual è il suo pensiero?
É falso pensare che la modifica del Senato possa abbreviare i tempi per l’approvazione delle leggi. Basti pensare che in caso di disaccordo tra Camera e Senato la soluzione deve essere trovata dai loro Presidenti e se essi non si mettono d’accordo occorre ricorrere alla Corte Costituzionale, allungando i tempi di almeno un anno.
Renzi, oltre alla carta della semplificazione, per fare approvare la sua riforma si sta giocando anche la carta del risparmio e delle regalie ai cittadini attraverso i bonus alle fasce deboli. Non le sembra una modalità infida e ingannevole, oltretutto legalizzata e diffusa dagli enormi spazi televisivi concessi alla campagna per il Si?
Certamente si tratta di pubblicità ingannevole e si può anche parlare di voto di scambio.
Lei che ne pensa del cambiamento, prospettato come un miracolo italiano e tanto decantato dal Premier?
Non si tratta di cambiare, ma di mantenere una politica di asservimento ai poteri finanziari che dura da oltre 40 anni e che sta trovando la sua conclusione in questa riforma costituzionale e nell’approvazione del trattato transatlantico TTIP e del CETA.
Cosa ne pensa degli interventi oltralpe e oltreoceano, provenienti dagli Usa e dalla J.P. Morgan che stanno potenziando il contenitore del Sì?
Gli interventi d’oltralpe e oltreoceano mirano a distruggere la sovranità del popolo italiano ed a sottoporlo alla sovranità dei mercati, proprio secondo il pensiero neoliberista.
Se vincerà il Sì ci sarà ancora possibilità di salvare la democrazia e i nostri diritti o sarà la fine dello stato di diritto?
La vittoria del Sì distruggerà la democrazia ed instaurerà un regime oligarchico, se non dittatoriale.
L’Europa è nostra nemica o più precisamente è nemica della Costituzione repubblicana, fondata sulla democrazia e sui diritti. Invece del riformismo voluto da Renzi per adeguarsi ai diktat europei, non sarebbe bene uscirne, per riacquistare con il tempo la sovranità popolare, monetaria e l’autonomia di mercato?
Sarebbe bene uscire dall’Euro, ma restare in Europa. Infatti con gli attuali manovratori europei abbiamo perso tutte le nostre industrie e gran parte dei demani e dei territori, abbiamo ridotto la spesa pubblica, abbiamo creato migliaia e migliaia di disoccupati e non abbiamo nessuna possibilità di svolgere una politica economica agricola e industriale. Una moneta unica, come dice Latouche, è la volpe nel pollaio. L’Unione Europea presuppone una parità tra gli Stati membri e non il predominio della Germania. Si tenga presente che l’art.11 cost. dice che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”.
Dall’inquietante ultima arringa di Renzi alla Leopolda cosa se ne può evincere? Renzi cosa teme, oltre a perdere la sua battaglia per promuovere la riforma? Qual è la sua posta in gioco in questo referendum, c’è dell’altro? Si può pensare ad un vincolo con la J.P. Morgan in cui i suoi interessi sono in gioco?
Tutte le leggi del Governo Renzi e la stessa riforma costituzionale seguono le direttive impartite dalla finanza internazionale. Il fatto che Renzi si sia lasciato andare ad insulti affermando che i Comitati del No sono un’accozzaglia di gente, dimostra che non ha altri argomenti e che si sente mancare il terreno sotto i piedi.
Infine lei pensa che la nostra Costituzione oggi debba essere modificata, se sì in quali parti, o finalmente applicata?
A mio avviso la nostra Costituzione, ponendo al centro la tutela della persona umana ha un carattere, come suol dirsi, “atemporale”.

giovedì 17 novembre 2016

Stato vs Regioni: la nuova Costituzione darebbe al primo un potere “supremo”

La revisione del Titolo V della Carta stravolgerebbe il rapporto tra enti, accentrando i poteri e scavalcando ogni forma di concertazione con i territori in tema di ambiente, infrastrutture ed energia. Anche attraverso la cosiddetta “clausola di supremazia”, nella disponibilità del Governo. L’intervento, a meno di quindici anni dall’ultima “riforma”, non vale però per le Regioni a Statuto speciale
Sulla scheda referendaria del 4 dicembre la modifiche del rapporto tra Stato e Regioni saranno indicate all’elettore come una “revisione” -perché così le definisce il titolo della legge approvata dal Parlamento-. In realtà, si tratta di una rivoluzione del “Titolo V” che assegna al raccordo Governo-Parlamento un potere tecnicamente “supremo”.
A meno di quindici anni dalla sua entrata in vigore, la cosiddetta “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni viene cancellata. In teoria. Il “come” è sintetizzato da una tabella messa a punto dal Servizio Studi della Camera dei deputati, all’interno delle schede di lettura dedicate al nuovo articolo 117. In una colonna sono indicate le “nuove” “materie di competenza esclusiva dello Stato” (ventuno) e nell’altra quelle di “competenza delle Regioni” (otto). Secondo il Governo, la nuova suddivisione dovrebbe porre un freno a quella che la Corte costituzionale ha definito l’“esplosione della conflittualità tra Stato, Regioni e Province autonome all’indomani della riforma del Titolo V” del 2001. Un fatto che per la Consulta è “innegabile”. Tra le ventuno materie “esclusive” dello Stato ci sono la “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia”, le “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto”, i “porti e aeroporti civili”, la “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”, l’“ambiente ed eco-sistema” (e non più la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”). “Vi sono indubbiamente degli aspetti positivi nel riordino delle competenze legislative -premette il professor Marco Giampieretti, del Dipartimento di Diritto pubblico dell’Università di Padova-. Materie che erano state attribuite alla competenza concorrente -come l’energia, le infrastrutture e le grandi reti-, o erano state addirittura rimesse alla competenza residuale delle Regioni -come il turismo-, tornano allo Stato. Tuttavia, bisogna tenere presente che ogni volta che si tocca la ripartizione delle competenze legislative tra enti, è inevitabile un periodo, più o meno lungo, di assestamento interpretativo. Quindi sarebbe buona regola fare interventi il più possibile mirati e non rivoluzionari”.
Al “fisiologico periodo di ridefinizione per via interpretativa degli equilibri tra Stato e Regioni” (Giampieretti) si affiancano due problemi: il coinvolgimento dei territori e l’effettivo superamento della legislazione “concorrente”. “È assai dubbio che venga cancellata del tutto la competenza concorrente -ragiona Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso l’Università degli Studi di Teramo e cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv-. La formulazione del nuovo testo è ambigua. In diversi punti si afferma infatti che lo Stato ha competenza esclusiva su ‘disposizioni generali e comuni’ in materia ad esempio di tutela della salute, di istruzione, turismo, governo del territorio. Con quell’espressione s’intende che tutto ciò che resta escluso spetterà comunque alle Regioni, per via della clausola residuale. E questa richiederà continui interventi da parte della Corte costituzionale, volti a definire gli ambiti delle materie”. Sul coinvolgimento dei territori, inoltre, Di Salvatore evidenzia un punto. “L’energia è una di quelle materie per le quali la Corte ha riconosciuto da subito la possibilità che lo Stato disciplinasse per intero la materia; tuttavia, in ragione del fatto che la riforma costituzionale del 2001 l’abbia ricondotta formalmente alla competenza concorrente dello Stato e delle Regioni, essa ha affermato che le Regioni abbiano diritto di partecipare alle decisioni dello Stato. Rendendola ‘esclusiva’, invece, lo Stato farà quello che fa oggi, ma senza l’obbligo di dover garantire la partecipazione degli enti territoriali. Non discuto che l’energia possa tornare nelle mani dello Stato, quanto che in questo modo si butti all’aria il principio di collaborazione tra lo Stato e gli enti territoriali”.
A tutto questo si aggiunge un fatto: la revisione del Titolo V della Costituzione non si applica alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome fino a quando non sarà perfezionata la “revisione” dei rispettivi statuti. Cinque Regioni del Paese, dunque, continueranno a funzionare con regole diverse. E non solo rispetto alle competenze legislative. Non varrà nemmeno il presunto “tetto” agli stipendi dei consiglieri regionali e, come spiega il Servizio Studi di Montecitorio, “la definizione dei principi fondamentali per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. “Questa è una clamorosa contraddizione della legge costituzionale –ci ha spiegato l’ex presidente della Corte, Valerio Onida– dovuta forse al fatto che, procedendosi a deliberare con maggioranze ristrette -il che già contraddice il principio per cui in materia costituzionale si dovrebbe procedere sempre il più possibile con ampie convergenze-, il voto dei deputati e dei senatori provenienti dalle Regioni speciali era ritenuto essenziale”.
Accanto a questa disparità s’inserisce la cosiddetta “clausola di supremazia”, la novità più rilevante del “nuovo” articolo 117. “Su proposta del Governo -si legge nel Ddl sottoposto a referendum-, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Per il professor Giampieretti, “messa in questi termini e posta dopo l’elenco delle materie di competenza dello Stato e delle Regioni, di fatto si pone come possibilità per lo Stato di derogare alla ripartizione di competenze appena riformata”. L’esercizio del “potere sostitutivo” da parte del Governo è già previsto dalla Costituzione con riferimento alle competenze amministrative (articolo 120). Ma lo è per due delle tre “ragioni” citate dalla clausola di supremazia: “unità giuridica” e “unità economica”. L’“interesse nazionale”, invece, presente nel vecchio articolo 117 come limite alla potestà legislativa regionale, aveva dato luogo a gravi incertezze interpretative e applicative ed era stato quindi cancellato con la riforma del 2001. In questi anni, come spiega il Servizio Studi della Camera, la Corte costituzionale ha stabilito dei precisi “limiti che circoscrivono l’intervento statale”. La “deroga” deve infatti tener conto del “principio di leale collaborazione” tra gli enti, e allo Stato spetta l’onere di “assicurare un adeguato coinvolgimento delle Regioni”, raggiungendo delle intese. Richiami che il “nuovo” testo, invece, non riprende. Dunque, se la revisione costituzionale venisse approvata, lo “sconfinamento della legge statale in ambiti di pertinenza regionale”, prosegue il Servizio Studi, avrebbe di fatto carta bianca. Basterebbe l’“interesse nazionale”. “Fino a che punto la Corte costituzionale potrebbe spingersi nella valutazione della sussistenza e della consistenza dell’interesse nazionale? È una valutazione squisitamente politica -osserva Giampieretti-. Se il Governo e il Parlamento decidono che in una certa materia c’è l’interesse nazionale, la Corte dovrebbe limitarsi a verificare la ragionevolezza della loro decisione, non potendo sostituire la propria valutazione a quella del legislatore. Il rischio è dunque che con questa clausola lo Stato possa intervenire in qualunque materia con un alto grado di discrezionalità e di pervasività”.
Inoltre, stando all’interpretazione del Servizio Studi della Camera, “per le leggi di attivazione della ‘clausola di supremazia’ sono infine ammessi sia il ricorso alla decretazione di urgenza […] sia l’applicazione della procedura del cosiddetto ‘voto a data certa’”.
Alcuni comitati impegnati in tema di ambiente, energia o tutto quel che potrebbe ricadere sotto la “supremazia” incontrollata dello Stato, sono preoccupati. Le “Mamme no inceneritore” di Firenze (http://www.mammenoinceneritore.org) hanno preparato un appello rivolto anche alle associazioni ambientaliste, chiedendo loro una presa di posizione.
A salvaguardare gli interessi dei territori dovrebbe essere il “nuovo” Senato. La “riforma”, infatti, prevede che le “leggi di attuazione” della “clausola di supremazia” debbano seguire un “procedimento rafforzato”. In realtà, si tratta di una garanzia debole. La Camera dei deputati potrà superare le eventuali proposte di modifica del Senato con la semplice maggioranza assoluta. Una soglia che l’attuale legge elettorale assicura a un solo partito. Quello di governo.