venerdì 28 ottobre 2016

I miei 10 motivi per votare NO al referendum costituzionale

Credo che la Costituzione si possa cambiare solo con la somma di tutte le forze politiche e non con la divisione voluta da chi comanda per farne una battaglia personale.
Io voterò NO perché credo che la Costituzione si possa cambiare solo con la somma di tutte le forze politiche e non con la divisione voluta da chi comanda per farne una battaglia personale.
Io voterò NO perché vorrei che la sovranità appartenesse al popolo e non gli venisse tolta con una sottrazione di democrazia compiuta da politici autoritari.
Io voterò NO perché penso che, in una fase di crisi della partecipazione, di astensionismo e di allontanamento dei cittadini dalla politica, occorra moltiplicare le occasioni di democrazia invece che ridurle.
Io voterò NO perché questa cosiddetta riforma renderà sempre più difficile la partecipazione delle persone alla vita politica triplicando il numero di firme necessarie per presentare le Leggi di Iniziativa Popolare (da 50 mila a 150 mila) ed aumentando notevolmente quelle per i Referendum (da 500 mila ad 800 mila).
Io voterò NO perché intervenire su 47 articoli della Costituzione su un totale di 135 vuol dire inevitabilmente metter in discussione anche i Principi Fondamentali e la Parte Prima sui diritti e doveri dei cittadini.
Io voterò NO perché non mi interessa risparmiare 50 milioni sulla democrazia se poi bisognerà pagare un prezzo spropositato per subire una oligarchia; inoltre preferirei risparmiare quei soldi sull'acquisto di un aereo da guerra F35 che avere un Parlamento con meno senatori eletti.
Io voterò NO perché non mi piace che lo Stato possa intervenire sulle tante materie di competenza delle Regioni in ragione di un interesse nazionale deciso da pochi interessati.
Io voterò NO perché non mi interessano quelli che semplificano la realtà per confonderti; preferisco quelli che si impegnano per spiegarti la complessità.
Io voterò NO perché non mi piacciono quelli che si presentano come "buoni, nuovi e rinnovatori" ed indicano come "cattivi, vecchi e conservatori" quelli che non la pensano come loro.
Io voterò NO perché non credo alle bugie dei potenti che dicono che "se vince il NO" succederanno disastri perché in tal modo usano l'arma di distrazione di massa della cattiva informazione per nascondere i disastri che hanno già provocato intervenendo in maniera dispotica nella scuola, nella sanità, nel lavoro e nella vita quotidiana delle persone.

giovedì 27 ottobre 2016

I civili non sono tutti uguali

In queste ultime settimane non si fa che leggere dell’utilizzo di scudi umani in Iraq da parte dello Stato Islamico. Era dai tempi della prima guerra del Golfo che non si faceva riferimento a questa pratica vietata dalla quarta convenzione di Ginevra. Se Saddam Hussein fu il primo a ricorrere all’uso di cittadini stranieri (specialmente inglesi e americani) per proteggere i palazzi governativi dai raid della coalizione, in seguito solo sporadicamente furono avanzate accuse simili contro i Talebani, Hamas, Gheddafi e Assad, senza che ne sia però mai stata portata alcuna prova . La spiegazione infatti è abbastanza semplice: utilizzare i propri cittadini come scudi contro i bombardamenti non è funzionale neppure per il peggiore e più sanguinario regime – che anzi si regge sul consenso della propria popolazione -; ma neppure offre un gran deterrente nei confronti del nemico, che può legittimamente infischiarsene delle vittime, dal momento che non solo non sono suoi connazionali, ma può anche servirsene per denunciare l’atrocità del governo che combatte. Inoltre, anche se le leggi internazionali proibiscono l’uso di colpire i civili, è consentito agli eserciti di attaccare obiettivi sensibili e legittimi, considerando i caduti alla stregua di “danni collaterali”, a patto che questi siano proporzionali ai danni inflitti al nemico.
Già, ma chi stabilisce quale sia la corretta proporzione e soprattutto, se Saddam in questo modo voleva preservare edifici conosciuti all’intelligence occidentale, quale sarebbe invece il vantaggio per l’Isis di raggruppare inermi civili intorno obiettivi sensibili, smascherandone così il loro occultamento e la loro funzione? Come riportato da molte testate occidentali, gli uomini di al-Baghdadi starebbero rastrellando diversi villaggi per utilizzarne gli abitanti in questo modo; eppure contemporaneamente avrebbero anche giustiziato centinaia di civili, gettandoli in fosse comuni nei dintorni di Mosul. Un’evidente contraddizione: perché uccidere proprio coloro che sarebbero più utili da vivi? Certo, i miliziani del Califfato non sono iracheni né siriani, quindi tecnicamente non starebbero eliminando i propri concittadini e magari si starebbero concentrando sulle minoranze a loro sgradite; ma comunque perché proprio ora starebbero facendo fuori i loro preziosi scudi umani?
Non si parla di una nuova tregua dopo quella, unilaterale di tre giorni, decretata dai russi per consentire ai civili e ai feriti di uscire dai quartieri controllati dai miliziani islamici. Nessuno ne ha approfittato per mettersi in salvo e questo perché le bande armate che tengono Aleppo est hanno aperto il fuoco su chiunque provasse ad andarsene.
Confuse e contraddittorie sono le notizie che giungono ultimamente dal fronte iracheno: alcuni scrivono che la dirigenza dell’Isis starebbe fuggendo verso Raqqa; altri l’esatto opposto; eppure tutti concordano nel sostenere che i convogli motorizzati degli jihadisti si muovano liberamente da una parte all’altra della frontiera – forse allora carichi di scudi umani che garantiscano la sicurezza del viaggio? -; anche se resta altamente improbabile che i jet della coalizione o dei russi risparmierebbero questi facili obiettivi, se al loro interno fossero a conoscenza della presenza di importanti esponenti. Difficilmente la presenza di questi scudi umani li fermerebbe dall’eliminare il califfo in persona o i suoi luogotenenti. Sarebbe assai “proporzionale” al risultato bellico. Singolare è poi come l’utilizzo di scudi umani salti fuori proprio ora – al quinto anno di guerra -, in coincidenza con l’offensiva a Mosul, quasi – a voler pensare male – nel tentativo di “mettere le mani avanti” sulle vittime civili che i bombardamenti sulla seconda città più popolosa dell’Iraq inevitabilmente provocheranno. Eppure a ben vedere in ogni conflitto che si svolga in contesti urbani densamente abitati tutti i civili sono di fatto degli scudi umani; non occorre che le loro case siano sfruttate come depositi di munizioni o centri comando.
Gli stessi cittadini di Aleppo est non sono forse scudi umani utilizzati dai terroristi per impedire il bombardamento massiccio della città e l’ingresso dell’esercito nel quartiere? L’ultima breve tregua concessa dai russi per permettere agli abitanti di Aleppo est di abbandonare la zona dei combattimenti è fallita; non perché i residenti abbiano deciso di resistere fino all’ultimo respiro come a Leningrado o a Stalingrado, ma più semplicemente perché i cosiddetti “corridoi umanitari” da cui sarebbero dovuti uscire sono stati oggetto del continuo fuoco dei cecchini. Anche tre soldati russi sono stati feriti ai check-point. D’altronde gli abitanti di Aleppo sono preziosi per i terroristi, anche se nessuno gli chiama scudi umani. Forse perché per essere considerati tali devi essere oggetto delle bombe occidentali; mentre sotto quelle di fabbricazione russa si tratta solo di ingiustificate inermi vittime civili.

mercoledì 26 ottobre 2016

La NATO si appresta alla guerra. E ci trascina in un conflitto che non ci appartiene

Nell’estate 2016, la NATO ha già dispiegato 4 battaglioni, che comprendono 1000 uomini l’uno, rispettivamente in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia. È stato dichiarato che i battaglioni saranno costantemente riforniti di militari provenienti dai Paesi di tutto il blocco NATO.
Tuttavia, questi battaglioni non rappresentano una reale minaccia per la Russia. Alle esercitazioni militari dell’esercito russo di quest’anno hanno, infatti, partecipato oltre 100 mila soldati — una spiacevole sorpresa per i generali della NATO.
In caso di un eventuale conflitto, tuttavia, gli unici a trarne qualche beneficio sarebbero i Paesi Baltici: Lettonia, Lituania ed Estonia, infatti, sono i Paesi più filo-americani dell’Unione Europea e, trovandosi direttamente a confine con la Russia, intendono apparire come “eroi” impegnati in prima fila a proteggere la UE dalla “minaccia russa”.
Una guerra aperta con la Russia sarebbe però estremamente dannosa per tutti i Paesi coinvolti, e soprattutto per i Paesi dell’Unione Europea, che sarebbero costretti a confrontarsi con il colosso militare russo.
L’Italia, inoltre, non avrebbe alcun interesse a schierarsi militarmente contro la Russia in un conflitto aperto; in quel caso, la posizione italiana sarebbe accolta molto negativamente in Russia, anche se si tratterebbe solo di una puntura di zanzara e non di un vero pericolo per l’esercito russo.
Già una volta, nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia aveva fatto parte di una coalizione militare contro la Russia, con risultati disastrosi per le truppe italiane, mentre l’Unione Sovietica sedeva al tavolo dei vincitori al termine del conflitto.

martedì 25 ottobre 2016

IL PILOTA AUTOMATICO DELLA NATO

Le campagne presidenziali negli USA non hanno mai toccato vette entusiasmanti, ma la disputa Trump-Clinton esibisce un livello talmente basso da rappresentare una delle peggiori cadute di immagine del sistema americano. Bisogna comunque ammettere che la polemica tra la Clinton e Trump presenta qua e là toni veritieri che non temono smentita. Hillary accusa Trump di essere un satiro che usa i suoi soldi per molestare le donne, e Hillary se ne intende di satiri, visto che ne ha sposato uno. Donald accusa la Clinton di essere una psicopatica che va avanti a botte di psicofarmaci, ed ha sicuramente ragione anche lui.
Nel 2013 il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ai giornalisti che gli chiedevano un parere sulle incertezze della situazione politica in Italia, rispose che, quale che fosse il governo italiano che si andava a formare, ormai per le “riforme strutturali” era stato inserito il pilota automatico. Oggi un emulo americano di Mario Draghi potrebbe da un momento all’altro venire a rassicurarci rivelandoci che, quale che sia il presidente in carica, la politica “estera” (ovvero imperialistica) degli USA non cambierà, dato che anche lì è stato ormai inserito il pilota automatico. E pare proprio che nel programma del pilota automatico ci sia la rotta di collisione con la Russia.
Dal segretario generale della NATO abbiamo anche appreso che tra le truppe schierate a “difesa” dei Paesi Baltici vi sarà una presenza “simbolica” dell’esercito italiano. Ma i simboli sono più che sufficienti per inguaiarsi, vista la reazione di Mosca nei confronti del governo italiano.
Perché poi i Paesi Baltici avrebbero bisogno di essere “difesi”? Ci viene detto che essi temono l’effetto-Crimea, cioè di essere nuovamente annessi all’impero russo. Ma un rischio del genere è semmai attivato dall’eccesso di “difesa”.
La lobby russa dell’export di gas e petrolio ha spinto per il ridimensionamento dell’impero in quanto voleva trasformare gli ex sudditi, già consumatori a sbafo, in clienti paganti. Su questa base commerciale l’azienda russa Gazprom è riuscita a costruire le prime risorse finanziarie che le hanno permesso negli anni di diventare un soggetto affaristico del tutto autonomo, anzi rampante. E proprio il fatto che gli obiettivi affaristici di Gazprom siano stati raggiunti, ha comportato l’irritazione delle multinazionali statunitensi e quindi le provocazioni della NATO in Ossezia nel 2008 ed in Ucraina nel 2013, dove si è verificato nientemeno che un colpo di Stato nel quale sono risultati determinanti elementi nazisti. Le successive sanzioni economiche di USA e UE contro la Russia sono andate a colpire ovviamente l’export di materie prime, perciò ad indebolire la relativa lobby rafforzando le posizioni dell’esercito russo. Oggi Gazprom non ha più a disposizione la valanga di soldi che le consentiva di corrompere e tenere buoni i generali, i quali, ovviamente, fanno la voce sempre più grossa, sino a resuscitare sogni imperiali per ricostituire attorno alla Russia una “fascia di sicurezza”.
La disciplina di marca NATO delle sanzioni economiche dell’Unione Europea alla Russia presenta intanto delle crepe evidenti. Il governo tedesco ha addirittura approfittato delle condizioni contrattuali più favorevoli che la Russia era costretta a concedere a causa delle sanzioni. La Germania ha così potuto migliorare le condizioni finanziarie ed infrastrutturali del suo approvvigionamento di gas russo, cosa che ha provocato le proteste del governo più ligio alle sanzioni stesse, cioè quello italiano, che però è anche il governo che conta meno nelle decisioni.
Quindi, se l’obiettivo della NATO era quello di puntellare la disciplina UE, ci si è riusciti solo con il Paese politicamente più debole.
Matteo Renzi ha acquisito molto del suo stile dall’amico Roberto Benigni, un comico caratterizzatosi per un esteriore atteggiamento trasgressivo ed un sostanziale servilismo. Non per niente Renzi ha voluto esibire Benigni nella visita a Obama come vanto dell’italian style.
Il problema è che la messinscena euro-renziana del piglio baldanzoso e delle brache calate sta trasformando l’economia italiana in una mina vagante che potrebbe deflagrare prima del previsto, ed in tal caso non ci sarebbero “quantitative easing” o troike che tengano. Paesi come la Spagna sono invece riusciti a barcamenarsi ignorando le euro-restrizioni più suicide. Ma la Spagna non ha sul suo territorio basi NATO e USA del peso strategico di quelle italiane, ed inoltre la sua economia ha un ruolo periferico. Il pilota automatico imposto ai governi italiani sta rivelandosi più minaccioso per la sopravvivenza dell’UE dell’indisciplina degli altri Paesi.
Ai vertici della NATO e del Pentagono non vi sono delle cime, ma constatazioni del genere sono comunque alla loro portata. Probabilmente però c’è ancora chi pensa che una nuova guerra fredda possa compattare un’Unione Europea traballante e quindi preservare questa storica appendice della NATO. C’è sicuramente anche chi pensa di spingere sull’acceleratore delle provocazioni per favorire una dissoluzione della Russia, da sostituire con una serie di petro-staterelli, altrettanti feudi delle multinazionali del petrolio. Altri pensano che non si potrà indefinitamente tenere a freno lo sviluppo della Russia e della Cina imponendo al mondo altri decenni di stagnazione economica, perciò tanto vale affrontare adesso lo shock bellico. Altri ancora, più saggiamente, non pensano nulla, perché è comunque il pilota automatico a comandare.

lunedì 24 ottobre 2016

Gli USA si sono resi conto da 2 anni che non possono deporre Assad

Secondo l’ex ambasciatore Usa in Arabia Saudita, da due anni il governo degli Stati Uniti è certo che non si può deporre il presidente siriano Bashar al-Assad.
"Gli Stati Uniti hanno realizzato due anni fa, che non avrebbero potuto rovesciare il presidente siriano, Bashar al-Assad, e che è meglio scegliere una soluzione diplomatica al conflitto siriano", ha dichiarato l'ex ambasciatore degli Stati Uniti i in Arabia Saudita Richard W. Murphy in un'intervista con il quotidiano libanese Al-Akhbar.
Egli ha aggiunto che alcuni paesi arabi del Golfo cercano di riprodurre lo scenario afgano per abbattere Al-Assad. Tuttavia, gli Stati Uniti d'America si sono resi conto che non è possibile deporre il presidente siriano perché Washington ritiene che Al-Assad potrebbe essere parte di un futuro processo politico, anche se non tutti sono d&#
39;accordo con questo punto di vista.
"Bashar al-Assad è un fattore chiave nella crisi siriana da non sottovalutare e che nessuno può ignorare questo", ha ammesso Murphy.
Alla domanda circa l'offensiva saudita in Yemen l'ex diplomatico statunitense ritiene che il fallimento dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati in Yemen gioca a favore della Siria e di Al-Assad.
"I sauditi sono caduti nella trappola dello Yemen e questo ha ridotto il loro margine di manovra in Siria. Con la guerra in Yemen, i paesi arabi del Golfo Persico hanno perso la possibilità di sconfiggere al-Assad ", ha aggiunto.

venerdì 21 ottobre 2016

Un capo dello stato embedded

Nel confronto televisivo con Luciano Violante e poi successivamente in vari articoli, Tomaso Montanari ha giustamente evidenziato uno dei paradossi più clamorosi della deforma costituzionale nel suo intreccio con l’Italicum. Che consiste nella possibilità che l’elezione del capo dello stato dal settimo scrutinio in poi possa essere opera dei soli appartenenti al partito di maggioranza relativa, essendo questi comunque superiori ai tre quinti dei votanti.
Tralasciamo pure per un attimo il caso limite per cui, trattandosi di votanti e non di membri dell’assemblea, il nuovo capo dello stato potrebbe venire eletto con tre voti su cinque, purché gli altri parlamentari garantiscano il numero legale. Spostiamo invece l’attenzione su un altro articolo della nostra Costituzione – che la Renzi-Boschi non tocca e quindi ha richiamato minore attenzione – ovvero il 90, che disciplina la messa in stato d’accusa del capo dello stato dal parlamento in seduta comune.
Qui emerge un’altra possibilità inquietante. Fantapolitica? Di fronte alla totale irragionevolezza della modifica costituzional-elettorale in corso, sarebbe ingenuo invocare il principio di realtà. E’ vero che l’impeachment nella storia italiana è stato più evocato che attuato. I casi sono tre. Quello di Leone che minacciato di tale provvedimento a seguito dello scandalo Lockheed (l’acquisto dell’Italia di velivoli da guerra statunitensi) si dimise prima che il Pci desse corso alla procedura. Quello che sfiorò Scalfaro, a seguito dello scandalo Sisde, cui rispose a reti unificate con il famoso: «Non ci sto». Ma soprattutto quello antecedente riguardante Cossiga, che approdò alla presentazione formale della messa di stato d’accusa sulla vicenda Gladio, da parte del Pds, della Rete e di Rifondazione comunista, richiesta poi respinta dal Parlamento nel 1991. L’anno seguente lo stesso Violante, Pannella, Orlando e Dalla Chiesa chiesero nuovamente la messa in stato d’accusa di Cossiga per attentato alla Costituzione, senza però che questa approdasse al voto, perché Cossiga si dimise il 28 aprile del 1992. Come si vede qualche precedente c’è, e anche succoso.
Se vincesse il Sì il 4 dicembre e quindi l’Italicum rimanesse in vita – simul stabunt simul cadent – la maggioranza assoluta alla Camera sarebbe assicurata al partito di maggioranza relativa e il senato sarebbe composto da 100 membri. Per la eventuale messa in stato d’accusa del presidente della repubblica basterebbero altri 26 voti per raggiungere la soglia dei 366, che corrisponderebbe alla maggioranza assoluta dei membri del parlamento in seduta comune. E sarebbe davvero difficile – qui sì fantapolitico – che il partito di maggioranza relativa non disponesse di tali voti nel Senato dei dopolavoristi, anche se escludiamo dal novero per evidenti motivi i 5 senatori nominati dal capo dello stato.
La morale della favola è semplice, quanto sconcertante. Gli effetti dello sconvolgimento costituzional-istituzionale in corso rispetto alla massima carica dello Stato – comandante delle Forze Armate, presidente del Consiglio supremo di difesa, che dichiara lo stato di guerra deliberato dalla Camera, presidente del consiglio superiore della magistratura, dotato del potere di scioglimento delle camere – non sarebbero solo quelli che esso può essere eletto dal settimo scrutinio dai parlamentari di un solo partito, nel caso estremo nel numero più esiguo immaginabile, ma che potrebbe essere dismesso per volontà sempre dello stesso partito – il cui segretario coincide con la figura del Presidente del consiglio da lui indicato – e che opererebbe sotto questa spada di Damocle. Un vero e totale capovolgimento.

giovedì 20 ottobre 2016

Stay Renzi, be foolish and visit Obama: inclinazioni pericolose una volta superato il muro del ridicolo

Non siamo i primi, e neanche saremo gli ultimi, a ricordare che ci sono democrazie che finiscono in tragedia ed altre che finiscono in farsa. L’importante è individuare quale farsa è quella giusta, quella che, con il suo particolare svolgersi, sta esaurendo un regime democratico. E cambiare percezione: l’avvento del fascismo, così come ci è stato consegnato dalla storia del ‘900, è sempre un tema drammatico che sfocia nel tragico. Dall’avvento di Mussolini a quello di Hitler fino al colpo di stato dei colonnelli in Grecia e a quello di Pinochet. Epiloghi tragici che rappresentano efficacemente il volto oscuro, assetato di sangue del potere come principale, se non esclusiva, espressione di un regime autoritario.
Qui il dittatore se è ridicolo lo è a causa della satira non per via della percezione quotidiana. Oggi il fascismo rischia di far tornare qualcuna delle sue caratteristiche con lo scivolamento nel potere autoritario di farsa in farsa, di episodio grottesco in episodio grottesco. Episodi dove non è la forza materiale ad essere usata: è lo spettacolo grossolano ad essere impiegato come oggetto contundente per scardinare diritti. Episodi dove non c’è il confino, o il carcere, ma dove magari c’è tutta la libertà di Google di aspirare i nostri dati personali o di evadere il fisco pagando condoni light. Del resto il fascismo è stato spesso, nel ‘900, una metamorfosi delle democrazie: dalla monarchia costituzionale e parlamentare italiana alla repubblica di Weimar. Oggi il fascismo, quando c’è, sta dentro l’evoluzione di un prodotto delle democrazie: la comunicazione politica. Nelle esigenze di un premier di coprire tutte le piattaforme mediali, di togliere spazio alla concorrenza che vuol erodere spazio nei palinsesti, di inventare quella parola che funziona come killer application che azzera le invenzioni degli uffici stampa dei concorrenti di partito, dell’opposizione.
Certo la farsa è il linguaggio universale di questa renziana egemonia quantitativa nella copertura mediale a reti unificate. Renzi che imita Steve Jobs al Sant’ Anna di Pisa, sostituendo i “folli” del discorso originale con un “arroganti” che è l’unico atto di autenticità del premier da quando fa discorsi in politica, ricorda i dittatori africani che imitavano grossolanamente le vestigia del potere occidentale. Loro straziavano la complessa antropologia del potere da cui provenivano, Renzi strazia, invece, le nostre orecchie. Certo, copiare il discorso di Steve Jobs togliendo la parola più visionaria, sostituendola con “arroganti”, rivela la cifra antropologica del potere renziano: nel tentativo grossolano di stupire con una provocazione si manifesta l’originaria ed ineliminabile matrice del bullo di paese. Perchè il renzismo non ha visioni, se non acquistate all’estero o riciclate da un patriottismo da operetta, ma solo un minore e sgraziato desiderio di imporsi che tracima in ogni istante.
Siccome il cerimoniale, quello che vuole imporre linguaggi ormai logori da un lustro, non era certo finito allora Renzi è volato da Obama. Trasformando il presidente (uscente) degli Stati Uniti in un docile testimonial della campagna per il “Si”. Quando si dice che lo spettacolo della sovranità limitata, gli Usa che cercano ufficialmente di orientare il voto in Italia è roba da piena guerra fredda, rovesciato nella cerimonia di investitura di un uomo solo. Spettacolo grottesco, come il presepe dei personaggi renziani a corredo della cerimonia (la moglie, Benigni, Cantone, l’atleta paralimpica), privo di originalità quanto non privo di pericoli. Per la democrazia, perchè campagne promozionali del genere, eredità del berlusconismo più monotono, una volta occupati anche gli interstizi della comunicazione tendono a non avere una seconda fase. Quella del ritiro dagli spazi occupati. Se un critico d’arte, come è accaduto, non va in onda, fino al 4 dicembre, sul Caravaggio perché si è schierato per il no, e potrebbe essere inconsapevolmente testimonial contro Renzi, questo non è un problema contingente è un problema per la democrazia. Perchè tutti i personaggi del presepe del Si debordano tranquillamente sullo schermo. E i grandi media sono importanti, la politica non deve confinarsi su Facebook: determinano chi ha potere o no nelle istituzioni. Oppure quanto sono squilibrati o meno i poteri, quelli che producono consenso.
La propaganda di Renzi è ossessiva perché quantitativa, tende a occupare ogni spazio piuttosto che a preoccuparsi di costruire le condizioni del colpo di genio. D’altronde il responsabile della propaganda di Renzi non è, fortunatamente, Joseph Goebbels ma Filippo Sensi un medianaccio dell’occupazione degli spazi della comunicazione politica. Ma gli effetti di tutte queste suggestioni di provincia (Steve Jobs, l’America, Obama) che si fanno comunicazione politica istituzionale sono molto pericolosi. Non tanto per il riferimento culturale, Steve Jobs è la negazione autoritaria del libertarismo tecnologico-visionario in cui si è formato, non ci aspettiamo di queste finezze da Renzi. Obama è in declino di audience da anni e non ci aspettiamo di queste valutazioni, il principale sembra avere troppa voglia di America, dallo staff di Renzi. Il pericolo sta nel combinato di poteri che comporta questa ossessiva occupazione degli spazi. Il mainstream, giornali e televisione, dipanano le loro notizie secondo i ritmi del dibattito politico legati alle apparizioni del presidente del consiglio.
La televisione, nello specifico, si presenta come una sorta di Renzi multicanale, salvo rare eccezioni, dove il messaggio del premier appare differenziato per target non certo per motivi di pluralismo politico. L’agenda politica del premier non è strutturata per dare centralità alle istituzioni deliberative, e tanto meno alla società reale, ma alle esigenze di propaganda. Ed ecco la dieta comunicativa: visita, con applausi, a inaugurazione, a occasione culturale, discorso ispirato da qualche parte in Italia poi incontro con un leader mondiale. E poi via si ricomincia da capo: stavolta è toccato a Obama la volta scorsa alla Merkel e a Hollande imbarcati su una nave militare al largo di Ventotene. Per uno spettacolo outdoor inutile per la politica estera ma utilissimo per la propaganda. In quest’ottica c’è anche la forte propaganda indiretta. Come per l’epoca della fine del berlusconismo, quando uscì un devastante Barbarossa con il cameo della partecipazione di Bossi, la fiction o il cinema italiano vengono in soccorso di chi presumono essere il vincitore. Ed ecco che ti spunta la fiction sui Medici. E, guarda caso, il premier si presenta, in pieno lancio della fiction sui Medici, agli stati generali della lingua italiana a Firenze.
Coincidenze? No. I Renzi studios lavorano per la propaganda diretta e quella indiretta. Per Renzi e per i Medici. Poi sui social media la gente si può anche sfogare. Tanto la maggior parte della assunzione di notizie e di immaginario, in un paese a forte invecchiamento demografico, avviene ancora oggi sui media tradizionali. Certo, il rigetto per tutta questa propaganda senza qualità è certificato dal ritardo di Renzi nei sondaggi rispetto al No. Ma, bisogna ricordare, che gli indecisi sono tanti. E che, di solito, se votano lo fanno per chi percepiscono essere cambiamento. Meglio se, oltre al cambiamento, anche rassicurazione. Scatta, in questo caso, qualcosa che li fa uscire dal guscio. Qui abbiamo lo spettacolo, mettiamo tra parentesi la qualità, sul cambiamento (Jobs, Obama) promosso in prima persona dal premier e quello indiretto sulla forza della tradizione (Medici). Vediamo se scatta di nuovo la fascinazione, quella che Renzi cerca, di quelle che fanno dimenticare l’aumento certificato INPS dei licenziamenti. Abbiamo dei dubbi ma tutto può accadere.
Per la comunicazione televisiva, reti pubbliche e buona parte di quelli private, è poi vietato ricordare figuracce del premier, contestazioni, voci fuori dal coro. Un continuo cinegiornale di altri tempi, quelli in cui le riprese erano core business dell’Istituto Luce, con il linguaggio 2.0, l’approccio multipiattaforma, il tocco crossmediale nei lanci di Twitter, le battute da liceali un pò spenti che non sanno come essere originali. Inoltre esiste un canale all news, 24 ore su 24, Rainews, completamente strutturato secondo le esigenze comunicative del premier: dai servizi ai banner che rendono notizia la lettura del mondo della propaganda renziana. Insomma un’occupazione del quinto potere monotona quanto pericolosa.
Quando il quarto potere, la stampa, nella maggior parte o fa parte del mainstream renziano, che manda osservazioni ai direttori di giornale via Whatsup, o sta attento a non debordare nelle critiche e nel dibattito sul referendum costituzionale questa occupazione del quinto potere e questa egemonia sul quarto, frutto delle esigenze di comunicazione politica, va sommata a cosa accade agli altri tre una volta completato il mosaico. Se vincesse il Si basta immaginare l’attuale assetto televisivo, al quale Mediaset ha già dato ampi cenni di gradimento, quello della stampa, governabile anche con i contributi pubblici, sommato ad un governo di nuovo centralizzato che detta legge su budget regionali, trasporti (la si legga la riforma Delrio...), energia, comunicazione e grandi opere. Per non parlare di ricerca, scuola, università e cultura. Settori poveri quanto militarizzati dalla propaganda renziana. Un parlamento non solo di nominati, da chi comanda su tv ed egemonizza la stampa, ma con una maggioranza spropositata rispetto al reale numero dei voti ottenuti. E quindi un vero, rigido governo della minoranza, con i mezzi per continuare ad esserlo.
C’è maggiore spazio, nella riforma renziana, per I referendum? Vero, ma i referendum, come abbiamo visto per quelli sulle trivelle, si orientano con i blackout comunicativi. O, come per quello sulla costituzione, con le tempeste di propaganda quando il quorum non determina il risultato. Un vero problema della democrazia, ovunque, è la parità di accesso alle piattaforme mediali. Una riforma centralistica, solo in parte neoreferendaria, come quella renziana salda così i due poteri della comunicazione ed i tre dello stato in un prodotto di destra. Dove la minoranza, al netto della retorica, ha gli strumenti e le risorse per incidere nella società, privatizzando il privatizzabile, e il resto fa i post su Facebook (dove gli influencer di Renzi sono presenti). Inoltre ciò che appare come una forma referendaria, democrazia dal basso è uno strumento favorito dal renzismo reale. Ci riferiamo alle primarie che, in questa accezione renziana, sono un trasferimento secco del potere dal basso verso l’alto. Un plebiscito.
Renzi che imita, con sprezzo del ridicolo, Steve Jobs per evocare un carisma che non avrebbe nemmeno alla sedicesima reincarnazione, non deve solo far sorridere. Renzi che, come il piccolo imprenditore di provincia si compra, moglie e amici al seguito, il favore dell’amico americano non è solo patetico. E non deve rassicurare il fatto che un elemento essenziale dell’essere dittatore, il carisma, Renzi non ho ha o, al massimo,lo esercita su qualche gruppo sociale di sprovveduti. Sono i processi che si sono aperti -con la crisi della democrazia matura accelerata dal crack finanziario mai finito dal 2008- che portano ad una sedimentazione di autoritarismi, mediali, politici, costituzionali. Inutile negarlo, il rischio di un prodotto simile al fascismo c’è, rivestito in forma democratica genere Croazia di Franjo Tudman, e non va sottovalutato. Perchè se ne vedono le venature nel “progetto” comunicativo. Specie se gli elementi di questa sedimentazione, dalla comunicazione alla costituzione “riformata”, fanno sistema. Magari sistema santificato da una qualche emergenza che richiede pochi fronzoli e decisioni dall’altro (e dalle banche alle guerre in corso ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta). E se gli uomini del regime avrebbero le facce pallide di Lotti e Orfini questo non deve rassicurare. Ogni nuovo assetto politico ha le proprie particolarità e le proprie perversioni. Per questo il 4 dicembre è meglio che questa compagnia di giro sia costretta a ritrovare la strada di casa. Perchè le esigenze di “comunicazione” del premier hanno già costruito di per sé un dispositivo mediale, diciamo, troppo sistemico. Persino Bottai, personaggio che va comunque tenuto lontano da ogni rivalutazione, su Critica fascista espresse preoccupazione per l’identificazione tra propaganda e cultura. L’allegro staff comunicativo di Renzi non ha di queste preoccupazioni, usa tutto l’utilizzabile in modo spregiudicato. E ha costruito qualcosa di pericoloso, che si annida all’interno della scatola rivestita dalla confezione della “democrazia che decide”, “che funziona” e “che taglia le poltrone”. Dalla neutralizzazione di questo dispositivo passa sicuramente un pò di salute per questo paese