martedì 4 ottobre 2016

Renzy Potter e il Fondo del Barile

Il governo Renzi è alla disperata ricerca di denaro da trasformare in bonus elettorali per comprarsi la vittoria al referendum che appare sempre più improbabile.
I soldi però sono finiti, il fondo del barile è stato raggiunto, raschiato e scartavetrato. Quali altri magheggi contabili saprà inventarsi il piccolo Renzy Potter per aggirare i limiti imposti dalla crudele Voldemerkel, che ormai ai vertici lo evita dicendo "non c'ho spicci", e comprare il consenso degli elettori alla sua ripugnante Deforma Costituzionale?
Ci vorrebbe qualcosa di particolarmente truffaldino, ma è difficile pensare a qualcosa di particolarmente truffaldino che il governo Renzi non abbia già fatto. Non resterà che ricorrere ancora una volta alla risorsa più sfruttata in questi casi: le pensioni.
Dopo l'APE, anticipo pensionistico, sarà introdotta la VESPA, verifica sistematica pensioni acquisite.
Con l'APE, come si sa, per andare in pensione in anticipo rispetto ai limiti minimi, calibrati sull'aspettativa di vita d'una tartaruga centenaria delle Galapagos, si è obbligati a chiedere un prestito bancario e, nonostante i contributi già versati, sostanzialmente pagarsi la pensione da soli.
Con la VESPA in retromarcia, cioè a effetto retroattivo, anche tutti coloro che hanno già una pensione per continuare a riscuoterla dovranno chiedere un prestito mensile pari alla cifra che ricevono. E restituirlo il mese successivo.
Sarà poi istituito uno speciale fondo INPS, detto appunto Fondo del Barile, nel quale confluiranno tutti i contributi versati dai lavoratori.
Questo fondo sarà utilizzato dal governo per distribuire bonus elettorali di varia natura - bonus bebè gestito dalla Lorenzin, bonus dudù gestito da Alfano, bonus gne gne gestito dalla Boschi - che saranno erogati in prossimità di referendum e competizioni elettorali, e ritirati con obbligo di restituzione totale in caso di sconfitta del premier.
Poi a imprenditori e governo non resterà che incrementare gli sforzi già in atto per impedire che i lavoratori arrivino vivi alla pensione.

lunedì 3 ottobre 2016

Referendum il 4/12. No alla controriforma e al governo Renzi!

Un consiglio dei ministri brevissimo (25 minuti, il tempo del caffé) per prendere la più scontata delle decisioni: si voterà il 4 dicembre per il referendum confermativo o a brigativo della riforma controcostituzionale targata Renzi-Boschi, ma di ispirazione apertamente piduista.
Evitiamo di ripetere il coro polemico che si è alzato ieri sera dalle finte opposizioni parlamentari: era assolutamente ovvio che sarebbe stata scelta la data più lontana possibile (il governo, per legge, poteva decidere entro un ventaglio tra i 50 e i 70 giorni), per i motivi che tutti conoscono: il governo sa che in questo momento è perdente (al contrario di quanto si pensava prima del voto amministrativo di giugno, che lo ha azzoppato molto più del previsto), cercherà di sfruttare il tempo per recuperare il margine di vantaggio del NO, usando ovviamente soprattutto la legge di stabilità per distribuire promesse.
Promesse di mancia, ma nente affatto sicure. Tra il 4 e il 31 dicembre, infatti, c'è un abisso. E la legge di bilancio per il 2017 vedrà la sua forma definitiva solo dopo l'approvazione della Commissione Europea. Quindi, quel che verrà detto fino al 4 potrà (e dovrà, secondo i vertici della Troika, da Kuncker a Dijsselbloem, da Weidmann a Merkel e Schaeuble) essere cancellato con un tratto di penna.
A leggere i giornali di stamattina – che anticipano il consiglio dei ministri del pomeriggio, in cui appunto di discuterà della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, da presentare a metà mese alla Commissione Europea – si vede con facilità lo sforzo governativo di conquistare consensi. Un esempio? L'Ape (anticipo pensionistico per gli over 63) è stato immediatamente sputtanato come un presa in giro pensata per portare altri soldi alle banche, costringendo i pensionandi ad accendere un mutuo supplementare per pagarsi la pensione negli anni che mancano al limite fissato dalla Fornero? Bene, si promette che sarà gratuito fino a 1.500 euro mensili (netti? Lordi? Impossibile saperlo). Una decisione che porterebbe la spesa prevista a 600 milioni, anziché i 300 inizialmente ipotizzati. Ma che importa? Tanto non si tratta di una misura che debba andare in porto sul serio, perlomeno nei limiti indicati. Altre esempio? Più quattordicesime nelle pensioni fino a 1.000 euro! Chi può opporsi? Nessuno. Ci sono i soldi? Vedremo.
Tutto così, pillole distribuite ai media mainstream perché ci ricamino sopra un'immagine “socialmente sensibile” di quel governo che, nel frattempo, sta tagliando nella sanità persino gli interventi alla cataratta e gli anticoncezionali per le donne con patologie rilevanti.
Il referendum deciderà del futuro costituzionale di questo paese. E quanto c'è da perdere è possibile capirlo anche dalla truffa contenuta nel quesito referendario proposto dal governo, ridotto a una serie di messaggi pubblicitari pro domo sua).
Da qui al 4 dicembre sarà battaglia a tutto campo. Il governo e i suoi sponsor multinazionali useranno tutti i mezzi, senza limiti di spesa, per instillare la paura di un salto nel vuoto nel caso vincesse il NO (basta guardare il dinamismo interventista dell'ambasciatore statunitense in Italia). E proprio il terrorismo mediatizzato sembra l'ultima arma in mano a quel potere per far passare la propria gestione della crisi. Un terrorismo che non sempre produce il risultato voluto, come si è potuto vedere con il voto sulla Brexit, ma che semina egualmente sconcerto e persino morti.
Non staremo a guardare, questo è sicuro. Cominciamo a preparare le due giornate del 21 e 22 ottobre (sciopero generale indetto da Usb, SinCobas e Usi, acampada notturna a San Giovanni e manifestazione nazionale il giorno dopo a Roma, come Coordinamento per NO sociale alla controriforma costituzionale). Sarà quello il punto di partenza vero per la volata che il 4 dicembre spazzerà via il pupazzo Renzi e metterà un po' più in crisi i suoi burattinai.

venerdì 30 settembre 2016

Le Ferrovie di Renzi: Frecce private, binari e pendolari pubblici

Alta voracità. I piani del governo per il gruppo Fs: socializzare le perdite del trasporto locale e degli investimenti sulla rete ferroviaria, privatizzare i profitti quotando in borsa nel 2017 i treni ad alta velocità e a lunga percorrenza. Con il Ponte sullo Stretto "infrastruttura ferroviaria", e l'interesse per il Tpl per pendolari e studenti». il manifesto, 29 settembre 2016
Privatizzare entro un anno i soli treni ad alta velocità e a lunga percorrenza, cioè quelli da cui Ferrovie dello Stato guadagnano. Entrare, e “scalare”, il settore del trasporto pubblico locale su gomma, ben nota passione del presidente del consiglio. E considerare il Ponte sullo Stretto come un’opera ferroviaria. Di più: “Come se fosse una galleria”. Dall’ad del gruppo Fs, Renato Mazzoncini, arrivano tre indizi che fanno prova: il governo Renzi insiste nella strategia di (s)vendere ai privati, attraverso la borsa, i gioielli della corona statale. E di far contenti i ras delle costruzioni con il Ponte sullo Stretto, travestendolo da infrastruttura su ferro per poter contare sui finanziamenti Ue. Al riguardo sono illuminanti le parole del fedele Mazzoncini: “Il ponte costa 3 miliardi e 900 milioni, tutte le infrastrutture dei corridoi ferroviari europei arrivano a 120 miliardi. Quindi il problema non sono i soldi, il ponte è stato sempre gestito come traffico stradale, con costi enormi. Ma trattata come un’opera ferroviaria sarebbe diverso”.
Così è se vi pare. Nel mentre il governo fa presentare ai vertici delle Ferrovie un megagalattico piano decennale, nel quale sono confermate opere fortemente discusse dalle popolazioni come il Terzo Valico (cioè la Tav Milano-Genova), e naturalmente la Torino-Lione con lo sventramento della Val di Susa. Poi, per tacitare le Regioni che sul trasporto locale (pendolari e studenti) si svenano da anni, per supplire alla strategia “Tav oriented” delle Ferrovie di Moretti e oggi di Mazzoncini, arriva il contentino della commessa già avviata per 450 nuovi treni regionali. Con i primi, previsti nel 2019, destinati all’Emilia Romagna fedele alla linea su cui Renzi tanto spera in vista del referendum costituzionale.
E il sud? Anche qui tutto ad alta velocità, con l’annuncio di Mazzoncini di voler aprire i cantieri sulla Napoli-Bari, sulla Palermo-Catania-Messina, e sulla Salerno-Reggio Calabria “che dovrà essere potenziata per lo sviluppo della Napoli-Palermo”. Con annesso Ponte sullo Stretto, così i centristi di Angelino Alfano saranno contenti. Poco o nulla invece sulle disastrate linee locali e periferiche del meridione, quelle che resteranno in carico alle Ferrovie (controllate al 100% dal Tesoro) dopo la (s)vendita del ghiotto boccone delle Frecce. In altre parole: socializzare le perdite – compresi i necessari investimenti sulla rete che resterà pubblica – e privatizzare i profitti.
“L’ipotesi su cui stiamo ragionando è una quotazione non inferiore al 30% – spiega Mazzoncini – e abbiamo ipotizzato di dividere Trenitalia in due, con la divisione della lunga percorrenza, ovvero Frecce e Intercity. Questa divisione oggi ha un fatturato di 2,4 miliardi che può crescere nel Piano fino a 3 miliardi, un Ebitda di 700 milioni che possono diventare un miliardo. L’appeal è molto evidente”. A ruota la presidente Fs, Gioia Ghezzi: “I tempi della quotazione di Fs sono quelli tecnici per portare a termine la quotazione, quindi a un anno da oggi, nel 2017”. Quando poi le fanno notare l’assenza di Pier Carlo Padoan, titolare del Tesoro, Ghezzi puntualizza: “Non saremmo venuti qui a presentare l’Ipo se non ci fosse perfetto allineamento con l’azionista”.
“La quotazione deve essere un mezzo per lo sviluppo dell’azienda e non un fine”, prova a dire Mazzoncini guardando alle prime reazioni sindacali. “Particolarmente delicato e complesso – fanno sapere Filt Fit e Uilt – si presenta il tema della cessione di quote di proprietà del ministero dell’economia, tema che suscita più di una perplessità”. Più diretto Matteo Mariani dell’associazione “In marcia”, che edita la storica rivista dei macchinisti Fs “Ancora in marcia”: “Si lascia quello che costa a carico dello Stato. Mentre si dà ai soliti noti quello che rende, ò può rendere”.
Fra gli obiettivi delle Ferrovie c’è anche il settore del trasporto pubblico locale su gomma. Insomma sugli autobus, giudicati come terreno fertile anche grazie al decreto Madia che, in spregio al referendum del 2011, “liberalizza” tutte le public utilities, dai rifiuti ai trasporti all’energia: “L’obiettivo è il mercato Tpl – spiega ancora Mazzoncini – cogliendo opportunità in tutta Italia, partecipando a gare e laddove possibile acquisendo operatori strategici”. Sul punto arriva la benedizione diretta di Renzi: “Il piano di Fs è un piano che sa rischiare, che sa guardare al futuro, che tiene insieme l’altissima eccellenza come l’alta velocità, e un’attenzione maggiore per i pendolari che hanno bisogno di nuovi treni e nuovi bus”. Però nella “sua” Toscana la gara c’è già stata. E non l’ha vinta la Busitalia di Fs – subito ricorsa al Tar – che è stata sconfitta dalla francese Ratp. Una società pubblica.

giovedì 29 settembre 2016

Non esistono multinazionali innocenti, ricattano il mondo.

La Apple ha rubato 13 miliardi di tasse ai cittadini europei secondo la Commissione Ue, ma è solo la punta dell’iceberg. Tutte le multinazionali hanno come ragione sociale l’elusione e l’evasione dalle leggi e dal rispetto dei diritti sociali e delle norme ambientali, esistono precisamente per questo scopo. E tutti i governi che praticano il libero mercato sono con esse complici. Il governo irlandese è sotto accusa perché non faceva pagare tasse solo alla Apple. Se avesse esteso a tutte le aziende il trattamento di favore riservato a quella della Mela, e ricordiamo che la tasse sui profitti in quel paese sono già abbassate ad un ridicolo 12,5%, se tutte le imprese in Irlanda fossero state fisco esenti, la Ue non avrebbe potuto dire nulla. Come non dice nulla sul trasferimento della sede Fca in Olanda e su tanti altri casi simili. Ogni paese Ue può essere un paradiso fiscale per ricchi e multinazionali, purché non faccia favoritismi, il privilegio deve essere uguale per tutti. Per questo il Lussemburgo dell’attuale presidente della Commissione, Juncker, è sotto accusa.
A Fiat e Starbucks, sono stati fatti favoritismi eccessivi rispetto a tanti altri. Ma la concorrenza fiscale al ribasso tra i paesi della Ue come tale è ammessa, anzi è nello spirito del trattato di Maastricht e dei suoi principi ultraliberisti. A questo serve la Applemoneta unica, a mettere in concorrenza tra loro gli Stati sulla svalutazione di tasse, salari e diritti. E le multinazionali conducono l’asta. Durante il confronto sulla Brexit l’europeismo irlandese è stato contrapposto allo scetticismo britannico. L’Irlanda è stata presentata come il solo paese, tra quelli “periferici”, ad aver gestito virtuosamente crisi ed euro. Altro che gli altri Piigs. Ora sappiamo a quale prezzo e con quali risultati, ma niente ipocrisia. Alla Apple è capitato su questa sponda dell’Atlantico ciò che è toccato alla Volkswagen sull’altra. Sono rondini che non fanno primavera e stanno tutte dentro il cielo del Ttip. Oggi questo trattato è in crisi per il rifiuto dei popoli, e dobbiamo dire grazie alla Brexit, ma anche perché le multinazionali tra le due sponde dell’oceano hanno conti da regolare.
In ogni caso però la linea di fondo che ispira la Ue e tutti i suoi governi rimane sempre la stessa: attirare gli investimenti delle multinazionali con concessioni fiscali e sociali per rimpiazzare così i tagli alla spesa e agli investimenti pubblici. Il governo italiano, non a caso il più ottusamente servile verso il Ttip, il suo regalo alla Apple lo ha già fatto. L’azienda doveva al fisco 880 milioni per Ires non pagata, e lo Stato italiano ha transato accontentandosi di 330. Immaginatevi un cittadino normale che debba 880 semplici euro al fisco e che si rivolga all’Agenzia delle Entrate esigendo il trattamento Apple, verrebbe considerato Renzi con Tim Cookmatto. Invece con Tim Cook Renzi fa i selfie sperando che porti lavoro. Le multinazionali sono al disopra delle leggi e delle regole di tutti noi e per i governi è un merito riconoscerglielo. Quello turco, anche per coprire la sporca guerra contro i curdi, ha subito offerto i suoi servigi ad Apple.
Non sappiamo se la vicenda Apple si concluderà come è iniziata, o, più probabilmente, con una transazione all’italiana o con altro ancora. Quello che è chiaro è che senza mettere in discussione i meccanismi del libero mercato e della globalizzaione liberista le multinazionali continueranno a ricattare il mondo, con l’aiuto dei governi complici. Ed è altrettanto chiaro che la Ue e l’euro, che hanno fatto del libero mercato il principio costituzionale, non sono la soluzione, ma parte del problema. La nostra Costituzione, all’articolo 53, impone un fisco progressivo e sono incompatibili con essa i privilegi sulle tasse per chi ha più potere e ricchezza, a partire dalle multinazionali. Che non a caso, assieme a tutti i poteri Ue, sostengono il Sì alla controriforma costituzionale del governo e temono un vittoria del No. Che è invece un passo necessario per restituire al popolo il diritto all’eguaglianza, cancellato oggi dai privilegi del mercato globalizzato. Solo un No ci può salvare.

martedì 27 settembre 2016

Bahamas Leaks, la nuova inchiesta sui conti offshore che fa tremare i potenti

Non si è ancora spenta l'eco dello scandalo Panama Papers – l'inchiesta giornalistica internazionale che ha svelato quarant'anni di affari offshore gestiti dallo studio Mossack Fonseca – che una seconda gigantesca fuga di notizie è pronta a far tremare, di nuovo, i palazzi della finanza mondiale. Si cambia paradiso: non più Panama, bensì le Bahamas. Ma il vizio è lo stesso: anche qui politici, imprenditori, banchieri, finanzieri, insieme a mafiosi, latitanti e trafficanti, hanno aperto conti correnti e società anonime per sfuggire al fisco e alla giustizia.
Ancora una volta sono stati i giornalisti d'inchiesta dell'Icij, International Consortium of Investigative Journalists, di cui fa parte l'Espresso in esclusiva per l'Italia, a bucare il muro di riservatezza di uno dei paradisi fiscali più impenetrabili del mondo, le Bahamas appunto. L'inchiesta, che per ampiezza è seconda solo ai Panama Papers, nasce da una fuga di notizie che ha portato alla luce un archivio di oltre 175 mila società inserite nel "Registrar General Department", l’imponente archivio di Nassau, capitale di questo paradiso esentasse. I documenti sono stati acquisiti dai reporter del giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che li hanno messi a disposizione del consorzio Icij, per condividerli con decine di media partner di tutto il mondo, tra cui l’Espresso. Nasce così #bahamasleaks.
Tra i nomi registrati nelle offshore delle Bahamas ci sono i potenti di tutto il mondo. Il più sorprendente è quello di Neelie Kroes , l'ex commissaria alla concorrenza dell'Unione Europea, in carica dal 2004 al 2010. Un nome che rischia di creare qualche problema e non pochi imbarazzi nelle istituzioni continentali. A Bruxelles l’avevano soprannominata "Steely Neelie", Neelie l’inflessibile, e tutti ricordano quando la signora della politica olandese intimava alle multinazionali: «Non potrete sottrarvi alle nostre regole fiscali». Ma adesso salta fuori che, mentre lanciava strali mirati, aveva interessi non dichiarati alle Bahamas. Dove ha rivestito la carica di "director", cioè ha amministrato, dal luglio 2000 all’ottobre 2009, una società offshore tuttora attiva. Lo dimostrano le carte rimaste finora nascoste nell’isola caraibica: la società si chiama Mint Holdings Ltd era stata creata nell’aprile di sedici anni fa da "Steely Neelie", oggi autorevole esponente di un partito di centrodestra del Belgio.
Tra gli altri potenti della politica con le offshore alle Bahamas spiccano lo sceicco del Qatar Al Thani, il ministro colombiano Carlos Caballero Argaez, il figlio dell'ex dittatore cileno Pinochet . E poi ci sono i familiari di un ex premier della Nigeria, il ricchissimo uomo d'affari giordano Amin Badr El-Din e tanti altri.
Questo primo articolo è solo un inizio, un assaggio. Perché a partire da oggi un centinaio di giornalisti di tutto il mondo, dopo aver scavato per mesi tra un milione e 300 mila documenti (in tutto 38 gigabytes), stanno cominciando a pubblicare solo i primi risultati di un'inchiesta internazionale che continua. L'archivio offshore delle Bahamas riguarda oltre 175 mila società registrate dal 1990 ai primi mesi del 2016. Nelle prossime ore ogni testata associata al consorzio pubblicherà, per il propri paese, i nomi di politici, banchieri, finanzieri, uomini di Stato, criminali ed evasori fiscali con i soldi alle Bahamas. I nuovi file portano alla luce decine di società, finora ignote o semisconosciute, collegate a politici in carica o ad ex governanti delle Americhe, dell'Africa, dell'Europa, dell'Asia e del Medio Oriente.
Ovviamente nel database di Bahamas Leaks c'è anche l'Italia. L’Espresso ha scoperto 417 file di documenti con la targa Italy. Nel numero in edicola da domenica prossima, l’Espresso diffonderà parecchi nomi. C’è di tutto: industriali, banchieri d’affari, nobili, big della finanza, un gran nugolo di avvocato e commercialisti. Volti celebri e persone semi-sconosciute. Personaggi in vista nelle grandi città, dalla Lombardia alla Sicilia, ma anche nella provincia più profonda: particolarmnente nutrita è la rappresentanza del Nordest.

lunedì 26 settembre 2016

Otto anni di illusioni e fallimenti

Obama ha tenuto il 20 settembre il suo ultimo discorso alle Nazioni Unite, degna conclusione dei suoi innumerevoli fallimenti. “No agli uomini forti e a modelli di società guidate dall’alto”, “Un mondo in cui l’1% dell’umanità controlla una ricchezza pari al 99% non è uguaglianza, capisco che è sempre esistito il divario tra ricchi e poveri ma ora si è acuito”. Sembrerebbero parole ragionevoli se non fosse che sono state pronunciate da un presidente che durante i suoi mandati è riuscito ad incrementare il controllo delle 5 principali banche sull’economia statunitense dal 40% ai tempi di Bush fino ad oltre il 60%. Pare non gli andasse bene che fosse l’1% a controllare le ricchezze, troppi, infatti si è impegnato a concentrare l’economia nelle mani di 5 banche. Obama non è stato un amico delle grandi banche e dei grandi gruppi finanziari, è stato piuttosto diretta espressione dei loro interessi.
Certamente ne gli Stati Uniti ne il mondo hanno avuto alcun beneficio dai suoi due mandati di presidenza, probabilmente in futuro verrà ricordato come il peggior presidente della storia americana. Elencare i suoi fallimenti, dall’Ucraina allo Yemen, elencare le centinaia di migliaia di morti che ricadono sulla coscienza del premio Nobel per la pace è un ardua impresa. Due per tutti, durante il suo discorso ha insistito sul fatto che “in Siria è difficile che ci possa essere una vittoria militare definitiva” e che bisogna intervenire diplomaticamente per favorire la “transizione”, ovvero dopo oltre mezzo milione di morti insiste sul fatto che il presidente siriano Bashar Al Assad vada rimosso. Oppure come dimenticare la decisione di appoggiare l’attacco della Francia alla Libia con tutto il carrozzone NATO. Senza l’intervento americano Gheddafi sarebbe ancora lì ed avremmo evitato la tragedia dei migranti, il dilagare dell’ISIS in Medio Oriente e la guerra continua nel Nord Africa. Ha attaccato Trump e Putin bollandoli come autoritari: “La democrazia resta il vero percorso da compiere, c’è un crescente conflitto tra liberalismo ed autoritarismo, sarò sempre dalla parte del liberalismo”.
In questo passaggio sembra ignorare il fatto che la sua idea di democrazia liberale, causa della crisi attuale, non è guidata ne da Trump o Putin, ma da 4 agglomerati finanziari detti fondi d’investimento. Infine dice “il mondo oggi si trova davanti una scelta: o andare avanti o tornare indietro”. Noi ci auguriamo che si interrompa questo processo integrazione globale guidata dai grandi gruppi finanziari e si faccia piuttosto qualche passo indietro, magari nel caso italiano a qualche decina di anni fa. Ma sarebbe ipocrita dare ad Obama tutte le colpe, è come dare al mandante di un omicidio tutta la colpa lasciando impuniti i mandanti. Obama ha deciso ben poco di testa sua, ha obbedito a grandi interessi che si muovono tra Pentagono e Wall Street. A volte però fortunatamente grazie ai suoi fallimenti è stato piuttosto d’ostacolo ai loro piani. Anzi, possiamo dire senza ombra di dubbio che la più grande eredità da lui lasciata all’ umanità sono i suoi più grandi fallimenti.
Immaginate quale epocale disastro sarebbe stato se fosse riuscito a far accettare agli europei il TTIP, o se fosse davvero riuscito ad evitare la vittoria del Brexit, o a rovesciare il governo di Assad in Siria trasformandola in un altra Libia, immaginiamo le conseguenze per gli equilibri globali se fosse riuscito a portare a termine il progetto di Gasdotto Qatar – Turchia. Quali disastri sarebbero stati per l’umanità. Per correttezza bisogna dire che qualcosa di buono ha fatto, forse di sua iniziativa, forse per sbaglio, forse per forza di cose, come l’opporsi al bombardamento in Siria dopo il falso attacco con armi chimiche di Assad (bombardamento fortemente voluto da Hillary Clinton), oppure portare a termine gli accordi nucleari con l’Iran. Il bilancio però, purtroppo per tutti, resta estremamente negativo, non risulta difficile affermare che con sette guerre e centinaia di migliaia di morti all’ attivo, sarà sicuramente difficile per il suo successore fare di peggio.

venerdì 23 settembre 2016

Assassini della democrazia

Nonostante l’America fosse sotto attacco, per giunta durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata negata fino all’ultimo la matrice terroristica per non alimentare sentimenti favorevoli a Trump. Tocqueville, se ci sei batti un colpo.
di Guido Dell'Omo - 22 settembre 2016
Quello che è successo negli USA qualche giorno fa è degno di attenzione. Non certo però per scrivere inutili righe sulla ‘povera’ New York ferita e attaccata dall’interno della sua bolla di cristallo. Perché – diciamocelo – dopo aver stracciato il cessate il fuoco, raggiunto solo una settimana fa, bombardando i soldati siriani di Bashar al-Assad di istanza a Deir ez-Zor uccidendone più di 100, gli americani non fanno pena a nessuno.
Non che il popolo statunitense sia colpevole della ‘foreign policy’ adottata dai suoi governanti, ma quello che è successo in America è nulla rispetto ciò che accade ogni giorno in Medio Oriente a causa del governo americano. Come accennato, lo scandalo giace nel modo in cui i media hanno raccontato ciò che stava accadendo nei pressi di New York. Per contestualizzare con un breve riepilogo: il 17 settembre alle 20 e 30 locali esplode un ordigno a New York nel quartiere di Chelsea, più precisamente tra la 135 West e la 23esima strada. Parte subito l’allarme, ma i telegiornali parlano dell’opera di violenza di uno ‘squilibrato’. Ora, l’America non è certo nuova a squinternati che sparano all’impazzata dentro una scuola o per strada: ma perché legare all’opera di uno ‘squilibrato’ un ordigno esplosivo costruito con pentole a pressione che ha ferito 39 persone? Lo stampo terroristico era chiaro fin da subito. Nonostante ciò a New York viene deciso di non schierare le forze della polizia in gran numero: in strada i newyorkesi vedono solo qualche poliziotto, niente di più. Non vogliono che si sentano sotto attacco; non vogliono che la loro paura li avvicini a Trump. Poco dopo arriva la notizia del ritrovamento di altri cinque ordigni inesplosi, tra cui uno a Manhattan sulla 27esima strada e i restanti a Elizabeth nel New Jersey, che vengono subito fatti brillare. I media cominciano a parlare di una non ben definita ‘cellula’ che potrebbe essere attiva sul territorio americano.
Ora, sembra alquanto anacronistico non parlare subito di una cellula terroristica. Ma chi volete siano stati, i comunisti? Alla fine viene riportata la notizia di uno scontro a fuoco tra le forze dell’ordine americane e un 28enne afghano naturalizzato americano di nome Ahmad Khan Rahami. Si trovava a Elizabeth, città del New Jersey dove viveva e dove erano stati trovati gli altri ordigni inesplosi. Dopo averlo ferito ad una gamba e ad un braccio e dopo averlo trasportato in ospedale le forze di polizia statunitensi confermano il loro timore: “Tra la bomba di New York e gli esplosivi ritrovati in New Jersey c’è un collegamento. Crediamo che sia l’opera di una cellula terroristica che potrebbe essere attiva sul territorio americano”, recita il comunicato del Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti. E’ una vergogna che nel Paese al mondo più fiero dei propri valori liberal-liberisti – tanto da far venire la fregola agli americani di ‘esportare la democrazia’ e il loro ‘modello’ in giro per il pianeta – abbiano fatto di tutto per non dare importanza agli attentati di New York e vicinanze.
Tutto per evitare che si alimentassero sentimenti favorevoli a Donald Trump, considerato un sub-umano senza valori. Tutto per favorire Hillary Clinton, vista dai più come ‘il male minore’, e che invece è una Dea della Guerra. E’ questa quindi l’informazione che si devono aspettare i cittadini dei cosiddetti sistemi democratici? Se le elezioni presidenziali non fossero state alle porte, la notizia degli esplosivi avrebbe avuto una eco molto, molto maggiore. Stiamo parlando di ordigni piazzati in due città americane mentre a New York si stavano incontrando tutti i leader mondiali delle Nazioni Unite. Anche in Italia la notizia di esplosivi piazzati in più città americane è stata d’apertura solo per l’edizione dell’ora di pranzo. All’ora di cena i Tg già davano la notizia dopo le solite ammorbanti dichiarazioni del Papa e dopo aver mostrato qualche frame di quell’arrogantello di Renzi intento a godersi i complimenti di Kerry. C’è una differenza però: i media americani si sono dimostrati schiavi del mainstream, i nostri semplicemente incapaci e inadatti al mestiere del giornalismo; non solo non in grado di presentare una visione critica e oggettiva, ma perfino inabili alla semplice cronaca.