sabato 5 marzo 2016

LA NSA CI SPIA: UN TRIONFO DELLA DEMOCRAZIA

Nei giorni scorsi è arrivata l’ennesima “sconvolgente rivelazione” sulle intercettazioni della National Security Agency che non risparmiavano proprio nessuno. Ma come spiegare che i governi europei, pronti a fare sfracelli se gli USA non si fossero scusati, poi hanno ingoiato il rospo? La risposta ce la fornisce il nostro ministro degli Esteri Gentiloni, che dichiara i suoi timori di isolarsi dagli USA nel momento in cui ci sono in ballo la questione libica e quella siriana, come se quei casini non ce li avessero combinati proprio gli USA. Un altro miracolo dell’ISIS? Oppure una propensione irresistibile al calo di brache di fronte al grande “alleato”?
L’altra sconvolgente rivelazione è che la NSA spiava anche le conversazioni del Buffone di Arcore (e lui, in fatto di intercettazioni, se la prendeva solo con i magistrati italiani). La notizia si presta a facili ironie, e c’è anche chi si figura nella circostanza lo stato confusionale delle spie americane. Gli italoforzuti ipotizzano anche un coinvolgimento americano nella cacciata del Buffone nel 2011. Ma ovviamente se la prendono soprattutto con Giorgio Napolitano, dimenticandosi di quando lo stesso Napolitano salvò il governo Berlusconi nel 2010 rimandando il voto di sfiducia richiesto da Gianfranco Fini, offrendo così al Buffone la possibilità di comprarsi i parlamentari. Il colpo di Stato di Napolitano nel 2011 vi fu, eccome, ma consistette nell’impedire lo sbocco costituzionale delle elezioni anticipate in nome dell’emergenza-spread.
Sta di fatto che queste “rivelazioni” sulla violazione della “privacy” del Buffone allontanano dalla vera questione, e cioè che la NSA è dedita soprattutto allo spionaggio commerciale ed industriale. Lo spionaggio commerciale è altrettanto importante di quello industriale e, dato che certi affari internazionali richiedono la firma dei capi di governo, ecco spiegato il vero motivo per stare ad ascoltare le loro conversazioni. Avere in anticipo la “dritta” sulla conclusione di un affare, vuol dire trovarsi in mano un’informazione preziosa per le speculazioni di Borsa. La “sicurezza” costituisce un ottimo pretesto per far soldi.
La NSA non è soltanto il maggior committente di Silicon Valley, per miliardi di dollari l’anno, ma anche il suo fornitore di tecnologie. Fece un po’ di scalpore qualche anno fa sulla stampa estera il fatto che uno dei maggiori dirigenti di Facebook (un responsabile della sicurezza!) sia andato a lavorare per la NSA, ma questo “revolving door” è soltanto uno dei tanti aspetti dell’intreccio tra strutture statali e capitalismo cosiddetto “privato”.
Obama ha deciso. Per rispondere alle proteste di migliaia di persone spiate dalla NSA in tutto il mondo, il presidente USA ha stabilito che le tutele della privacy saranno estese anche ai cittadini al di fuori degli Stati Uniti. Ora anche il Buffone, la Merkel e Sarkozy potranno avviare una “class action” se saranno di nuovo spiati. I comici ci sono anche oltreoceano. Magari un domani si offrirà ai sudditi dell’impero anche l’opportunità di farsi eleggere presidente degli Stati Uniti, per quello che conta.
Si può essere certi però che l’iniziativa di Obama renderà anche questo infortunio della NSA un’ulteriore occasione per gli Europei di celebrare l’ennesimo “trionfo” della democrazia americana, una “democrazia” che sarebbe sempre pronta a superare i suoi “errori”. L’americanismo, come tutte le religioni, si alimenta soprattutto delle sue smentite. In fatto di fanatismo religioso, l’ISIS ha ancora parecchio da imparare dagli americo-credenti nostrani.
I media ci avvertono che l’iniziativa di Obama non è solo a beneficio dei sudditi dell’impero, finalmente anche loro equiparati ai cittadini americani, ma anche per rassicurare le aziende americane in vista del TTIP, il mercato unico tra UE ed USA, la “NATO economica”. Perché mai le aziende americane dovrebbero sentirsi rassicurate? In fondo sono le multinazionali statunitensi a beneficiare dello spionaggio industriale e commerciale della NSA. Per fortuna quella di Obama è solo propaganda, e tutto continuerà come prima. Anzi, meglio di prima.
La vera equiparazione dei cittadini europei ai “diritti” dei cittadini americani avverrà infatti con il TTIP. Per distrarre l’opinione pubblica dall’avvento del TTIP, in questi giorni si è dovuto addirittura costringere Nichi Vendola ad esibire aspirazioni alla paternità da gettare in pasto ai media. I processi fanno paura e, per scamparla, Vendola ha accettato di bruciarsi come leader politico per vestire i panni dello zimbello mediatico a pro della distrazione di massa.
In Europa, a proposito di merci, vige il principio di precauzione, mentre negli USA funziona il cosiddetto “aftercare”, in base al quale si può mettere in commercio qualsiasi prodotto la cui nocività non sia scientificamente dimostrata. In base alla legge europea, un pollo viene considerato come “allevato a terra” se non ci sono più di nove galline a metro quadro, mentre negli USA il 95% dei polli è allevato in batteria, con ventitré galline a metro quadro. Finché i polli non si suicidano, non ci sono prove scientifiche che soffrano. Ma, nel caso del TTIP, i veri polli sono i cittadini europei.

venerdì 4 marzo 2016

Spagna nel pantano, Europa preoccupata

La questione dell’investitura del nuovo premier spagnolo sembra avere un futuro abbastanza segnato. Nei prossimo giorni infatti, come già accaduto nelle ultime ore, il Parlamento spagnolo non riuscirà a dare l’assenso alla nomina di Pedro Sanchez, leader del PSOE, come guida di un governo di coalizione con Ciudadanos. 130 voti a favore, 219 contro, un astenuto. L’oasi della maggioranza assoluta sembra sempre più un miraggio, mentre anche il raggiungimento della maggioranza semplice, utile alla nomina per la terza tornata votazione parlamentare, sembra oramai una meta non solo difficile da raggiungere, ma anche abbastanza impraticabile. Vorrebbe dire che Partido Popular o Podemos decidano per astenersi nella terza votazione, e questo, almeno per ora, sembra impossibile a detta dei due leader.
A questo punto, in Spagna sembra sempre più plausibile lo scenario delle elezioni. Pedro Sanchez, leader del PSOE, evidentemente non è in grado di governare. Dall’altro lato del Parlamento, sembrano ormai tutti convinti che la via del governo di coalizione, almeno con questi leader e almeno con questi numeri, sembra impossibile. Troppa la distanza tra i socialisti e Podemos. Totale la chiusura di Rajoy a Sanchez. Ciudadanos, che ha stretto un patto di governo con i socialisti, paga un risultato elettorale magro rispetto alle aspettative e la mancanza di volontà del Partido Popular di scendere a patti con i socialisti, da sempre rivali storici e da sempre unici partiti di governo e opposizione all’interno del Parlamento spagnolo. Risulta inoltre evidente che, proprio in virtù di questo possibile futuro di elezioni a stretto giro di posta, i partiti non sembrino in realtà del tutto convinti della convenienza di scendere a partiti proprio ora che si potrebbe infiammare nuovamente la corsa elettorale. Ciudadanos vuole corrodere l’elettorato popolare, Podemos vuole pescare tra gli astenuti e i socialisti delusi, ammiccando agli indipendentisti. Il Partido Poular dal canto suo mira a ristabilire il proprio dominio del centrodestra accusando Rivera, leader di Ciudadanos, di essere il secondo portavoce dei socialisti. Insomma, in definitiva, nessuno vuole rischiare di rovinarsi la piazza: è il classico gioco elettorale della democrazia rappresentativa post-ideologica, in cui le idee falliscono per far posto alla corsa alla poltrona.
Ma mentre Madrid e la Spagna tutta si ferma per decidere, o meglio, non decidere il proprio futuro, se non per rilanciarlo nel pallottoliere elettorale, i mercati e l’Europa cominciano a essere stanchi dello stallo che si vive nel Regno di Felipe, ed iniziano a dare i primi segnali di insofferenza. Del resto, un futuro elettorale a breve termine incute timore non solo ai mercati, ma a tutta l’Europa “europeista”. Innanzitutto per i possibili scenari, cioè la possibilità che un fronte anti-astuerity o peggio, un Podemos primo partito, possa portare la Spagna a mettersi di traverso alle politiche di Bruxelles. Da una parte potrebbe formare un fronte contrario alle politiche finanziarie europee insieme ai socialisti, dall’altro lato, scenario ancora più probabile, formare una grande coalizione con indipendentisti e anti-euro. Inoltre, il rischio delle elezioni di giugno sarebbe anche quello di unirsi al referendum del Brexit. In poche settimane, o forse nella stessa, Londra e Madrid potrebbero colpire duramente il già difficile e precario equilibrio dell’Unione Europea, incendiando ancora di più il dibattito del Vecchio Continente. Londra che vota per l’uscita o Londra che vota per restare. Madrid che vota moderata o che sprofonda nell’ingovernabilità o nel voto agli anti-Euro. Troppi dubbi per la vecchia e stanca Europa.

giovedì 3 marzo 2016

Padroni stranieri per l’Italia, un paese creato per obbedire

L’inefficienza e la corruzione del sistema-Italia derivano dalla collocazione subalterna e asservita dell’Italia nella gerarchia delle potenze, quindi non è possibile curarle dall’interno dell’Italia, con mezzi politici o giudiziari o di altro genere. Promesse di questo genere sono pertanto mendaci o sciocche. Il dibattito politico e culturale resta sterile e impotente proprio perché non tematizza questa condizione giuridica internazionale di sudditanza dell’Italia, compresi i trattati e i protocolli riservati che sanciscono questa sua condizione, nonché il rapporto tra tale sua condizione da un lato e la sua decadenza dall’altro. L’Italia, dall’alto medioevo in poi, non è mai stata indipendente (tolta Venezia e qualche altra città), ma è stata assoggettata a potenze e interessi esterni; questa sua posizione è stata consolidata dai secoli, è divenuta uno dei principi cardine del diritto internazionale; i suoi governanti sono sostanzialmente al servizio di questi interessi e potenze: ottengono e mantengono la poltrona in quanto obbediscono un padrone esterno, e in cambio possono fare i loro comodi all’interno a spese dei cittadini (del resto, lo Stato unitario italiano nasce per interesse e intervento di Londra e Parigi).
Ahi serva Italia! I rari tentativi di ribellione e di difesa di interessi nazionali sono stati repressi con ogni mezzo, compreso l’omicidio (vedi il caso di Enrico Mattei) e il downrating (vedi il caso Berlusconi). Questa condizione millenaria di Renzi e Merkelasservimento allo straniero, in particolare il fatto che i governanti italiani rispondono a interessi stranieri piuttosto che a interessi nazionali (tolti quelli forti, cioè la Chiesa e le mafie), impedisce il nascere di una coscienza nazionale, di una visione politica di lungo termine e di una classe politica con adeguata competenza: avendo la funzione di trasferire risorse dagli italiani a potentati stranieri, la classe dirigente italiana necessariamente è composta di ladri professionali con mentalità di ladri e compari tra loro. Infatti è connotata, complessivamente, da incapacità, nepotismo, corruzione, abuso, servilismo. Il suo orizzonte operativo è di breve o brevissimo termine. Non si cura di programmare. Vive e ruba alla giornata. Ogni governo fantoccio è un governo di ladri.
La popolazione percepisce queste caratteristiche del potere, e si adegua, ricorrendo all’arrangiarsi, al clientelismo, all’evasione fiscale, etc. Da qui derivano il basso senso civico e la sfiducia verso le leggi e la loro abituale trasgressione, da parte delle istituzioni prima ancora che dei cittadini. Il pesce puzza dalla testa. La decadenza di un siffatto sistema-paese è geneticamente predeterminata. Gli esempi di scelte eseguite da governi e presidenti italiani su ordine straniero e contro gli interessi nazionali sono abbondanti e macroscopici. Ne citerò alcuni che mi paiono particolarmente significativi:
- L’adesione a tre successivi sistemi di blocco dei tassi di cambio, di cui l’ultimo si chiama “euro”, tutti molto dannosi per l’Italia e molto vantaggiosi per i paesi del Nord Europa; i primi due sono già saltati dopo aver cagionato disastri. Tutti ci hanno inflitto deindustrializzazione e indebitamento, apportando per contro sviluppo e attivo commerciale ai paesi forti. Tutti hanno aumentato il divario rispetto a questi paesi, sotto la promessa di ridurlo.
- L’accettazione di scelte europee in materie monetarie, bancarie e fiscali che consentono ai paesi forti di violare le regole a cui invece deve sottostare l’Italia – vedi il sistema bancario tedesco, cui è concesso di usare leve multiple di quelle italiane e di ricevere aiuti di Stato – congiuntamente al fatto che all’economia italiana viene negato l’uso di strumenti finanziari che invece sono disponibili ai paesi forti dell’Ue, i quali quindi possono fare shopping e concorrenza sleale nei confronti dell’Italia, lo si sente!
- La partecipazione alla guerra contro la Libia, imposta via Quirinale a Berlusconi poco dopo la conclusione di un trattato di pace vantaggioso per l’Italia, e voluta nell’interesse di Regno Unito e Francia, a danno dall’Italia, che, per effetto della guerra, Tornado italiani sulla Libiaha perso quote di risorse petrolifere a favore di quei due paesi, e inoltre si ritrova l’Isis a soli 80 km e un flusso disastroso di migranti.
- L’imposizione, sempre via Quirinale, come premier di Monti, che ha irrimediabilmente spezzato le gambe all’economia nazionale soprattutto dove competitiva con quella tedesca, e ha trasferito decine di miliardi spremuti dagli italiani mediante tasse folli per assicurare a banchieri tedeschi e francesi i profitti delle loro speculazioni criminali in Spagna e Grecia.
- La demenziale adozione del principio di pareggio di bilancio in periodo di recessione, che automaticamente determina la rarefazione monetaria (perché per realizzare un avanzo primario il governo estrae dal paese più soldi di quanti ne reimmetta, svuotandolo di liquidità), quindi insolvenze, licenziamenti, morie aziendali e avvitamento recessivo.
- La irragionevole adozione del bail-in, cioè del principio che, se una banca va male (di solito perché i suoi gestori hanno mangiato), anziché farla salvare dalla banca centrale a costo zero e punire i colpevoli, le perdite si scaricheranno su azionisti, obbligazionisti e risparmiatori – principio che mina alla base la fiducia nelle banche stesse e le rende tutte più deboli, perché Clemenceauadesso chi vuole investire nel capitale azionario di una banca o nelle sue obbligazioni sa che rischia di più, e richiederà tassi più alti.
Queste cose non sono novità dell’Europa Unita, ma la prosecuzione del trattamento già riservato all’Italia a Versailles nel 1919. Alla conferenza di Versailles, che definiva i nuovi assetti alla fine della Prima Guerra Mondiale spartendo tra i vincitori territori e colonie dei vinti, il premier francese Georges Clemenceau, soffrendo di prostatite e vedendo il premier italiano, Vittorio Emanuele Orlando, piangere spesso e a dirotto, disse: «Ah, magari potessi urinare così copiosamente come Orlando piange!». Perché Orlando piangeva tanto? Perché il governo italiano, nel 1915, aveva deciso di partecipare alla guerra, che sarebbe costata un alto prezzo di morti, feriti e spese, allo scopo, sancito dal Trattato di Londra del medesimo anno, di far salire di grado l’Italia, di farla equiparare alle nazioni di prima classe; ma, al contrario, l’Italia fu trattata male da Usa, Gran Bretagna e Francia in termini di dazi per le sue esportazioni, e fu esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche e dei territori tolti all’Impero Ottomano, cioè fu esclusa da importanti fonti di materie prime nonché sbocchi per la sua sovrappopolazione, e rimase una paese di seconda classe.
Anzi, divenne un paese di terza classe, perché gli Usa, usciti dalla Grande Guerra come grandi creditori dell’Europa, in quel dopoguerra assunsero l’egemonia mondiale, spingendo nella seconda classe le vecchie potenze europee, e in terza il Belapaese. La Seconda Guerra Mondiale, col successivo piano Marshall e con l’europeismo, ha radicalizzato questa scomoda posizione di sub-subalternità di questo paese, che deve piegarsi agli interessi di due livelli di paesi padroni, e restare militarmente occupato dagli Usa anche dopo la fine della minaccia “comunista”. All’interno dell’Italia, ancora più sottomessi e sfruttati sono Veneti e Monti e NapolitanoLombardi, che devono cedere buona parte del loro reddito per sostenere il meridione e Roma. Emigrare è quindi la scelta razionale più adatta per chi può farlo.
Ps: l’Italia attuale non è una colonia: non ne ha le caratteristiche giuridiche e funzionali perché nessuna potenza straniera si assume la responsabilità di governarla direttamente né manda coloni. Essa è bensì oggetto di imperialismo, che impone governi fantocci e politiche di suo vantaggio, mantenendola inefficiente come sistema-paese. Per funzionare, un paese strutturalmente inefficiente come l’Italia (Meridione inguaribilmente arretrato, mentalità parassitaria, burocrazia e partitocrazia marce, livello scientifico e culturale basso, popolazione vecchia) avrebbe bisogno di quello che aveva prima dell’Euro e prima del 1981, ossia di molta liquidità e molti investimenti pubblici a basso costo: è come un motore vecchio che brucia molto olio: bisogna rabboccarlo continuamente, altrimenti grippa.

mercoledì 2 marzo 2016

Governo&Banche: cambia la direttiva sui pignoramenti

Il comportamento del Governo nei confronti delle fasce deboli di questo paese sta superando ogni limite di decenza e sopportabilità e si rivolge a strati sociali che avviluppatida una crisi che non fa altro che acuirsi, vengono colpiti in ogni aspetto della vita quotidiana. Tagli, razionalizzazioni e revisioni di spesa, fanno parte ormai delle parole d’ordine che il Governo Renzi adotta non appena si tratta di colpire settori come scuola, sanità, lavoro e così via..
In questo caso il colpo che si vuole mettere a segno riguarda un aspetto divenutospinoso in Italia, ma non per questo al riparo da questi attacchi: la casa.
Poter comprare una casa, per milioni di italiani ed italiane, resta un passo molto importante. Anche se tuttavia è sotto gli occhi di tutti come questo passo stia diventando sempre più proibitivoal giorno d’oggi. Nonostante stipendi da fame e condizioni lavorative precarie, per una buona parte di popolazione, soprattutto con l’aiuto determinante della buonuscita dei genitori pensionati, per molti poter accedere ad un mutuo è ancora possibile.
Proprio per questi ultimi il Governo ha ideato un piano tutto suo. Utilizzando il recepimento di una direttiva europea, per mano del Ministro Boschi, l’esecutivo si appresta a fare l’ennesimo regalo alle sue care amiche banche ed ai relativi speculatori a seguire. Nella fattispecie, la Direttiva Europea 2014/17, che dovrebbe teoricamenteaumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito, viene stravolta nei fatti, diventando uno strumento di maggiori garanzie per le banche nelle loro attività di recupero dei crediti detti “inesigibili”. Nel decreto legislativo viene cancellato l’art. 2744 del Codice Civile, che vieta il “patto commissorio”. Il superamento di questo divieto permette quindi alle banche di entrare direttamente in possesso dell’immobile e di metterlo in vendita per soddisfare il proprio credito, qualora il mutuatario dovesse risultare in ritardo con il pagamento di 7 rate, anche non consecutive.
In questo modo le banche acquisiscono subito la proprietà della casa e di fatto l’immediata possibilità di metterla all’asta. Un recupero del credito a favore delle banche che il Governo sta sostenendo in un’ottica che lo vede in prima persona garante sulle sofferenze bancarie. Si prevede esplicitamente che: “Le parti del contratto possono convenire espressamente al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimentodel consumatore (il ritardo nel pagamento di 7 rate anche non consecutive) la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Tutto ciò accadrà anche per quanto riguarda i mutui già in essere, visto che si parla di modifiche unilaterali, quindi nessun salvataggio anche per chi ha già aperto un mutuo in passato.
Nello stesso tempo la banca che ha acquisito la casa potrà venderla al prezzo che vuole, decidendo meglio per se stessa il prezzo di mercato, così da estinguere presto il debito e disinteressarsi della reale quota di vendita sul mercato, visto che questo le imporrebbe un dividendo del di più con il debitore.
In questo caso sarà normale vedere case vendute in fretta e furia solo per ripianare il debito bancario, con l’aggravante che saranno le stesse banche, con le loro agenzie immobiliari satelliti, ad essere dall’altra parte del tavolo. Un conflitto di interessi chiaro come il sole.
Ed infine, la ciliegina sulla torta porta. Chi acquisisce gli immobili nell’ambito di vendite giudiziarie per poi rivenderli a un’acquirente finale a pagare un’imposta sostitutiva di appena 200 euro, contro la tassazione ordinaria del 9%. “La norma- si dice- ha la finalità di agevolare il collocamento degli immobili in sede di vendita giudiziaria, così come in caso di assegnazione degli immobili stessi ai creditori”
Non è una novità del resto che questo Governo vada a braccetto con le banche, tuttavia l’azione di Renzi tenta sempre di lanciare il sasso più in là rispetto al limite. Si tratta di un ennesimo processo di stravolgimento del diritto; di una riscrittura dei codici, che lede le prerogative costituzionali, in nome dell’accelerazione dell’attuazione degli accordi TTIPP, che sovra determinano e distruggono, nella loro furia iperliberista, non solo il Welfare, ma la stessa democrazia, in nome del profitto a tutti i costi

martedì 1 marzo 2016

STRATFOR: L’INQUIETANTE PIANO DELLA GERMANIA PER IL SUD EUROPA

L’Europa dovrebbe sentirsi abbastanza inquieta dopo l’interrogazione del Parlamento Europeo lunedì al presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi. Tra le domande, ce n’erano due che vanno dritte al cuore delle più recenti lotte in seno alla zona euro. La prima riguardava la veridicità delle recenti rivelazioni secondo le quali il Tesoro italiano è in trattativa con la BCE su come includere pacchetti di crediti deteriorati nel suo programma di acquisto di asset. Draghi ha risposto che la BCE non avrebbe acquistato direttamente tali asset, ma che potrebbero essere accettati come garanzia in cambio di fondi. La seconda era legata ad un piano nato dal Consiglio tedesco degli esperti economici che comporterebbe uno stravolgimento nel modo in cui vengono trattati i titoli sovrani europei, con conseguenze potenzialmente disastrose per l’Europa meridionale. Su questa domanda Draghi ha sviato.
Le due questioni sono il più recente epicentro di una lotta in corso in Europa almeno dalla crisi finanziaria del 2008. Da un lato c’è l’Europa del nord, guidata dalla Germania, che vuole che ogni ulteriore avanzamento verso un’unione più stretta sia valutato con attenzione. La Germania ritiene che si dovrebbe intraprendere ogni passo solo dopo che tutti i membri abbiano già dimostrato la loro rettitudine fiscale, in gran parte attraverso la riduzione dei deficit di bilancio e del livello del debito. Dall’altra parte ci sono le nazioni dell’Europa del sud, molto chiaramente rappresentate dall’Italia, che vedono l’unione e la messa in comune dei fondi come una via d’uscita ai loro problemi finanziari. Questi paesi ritengono che con la potenza economica della Germania alle loro spalle saranno al sicuro dalle forze negative del mercato.
In questa grande battaglia è in vantaggio ora l’una ora l’altra parte. Quando la crisi del debito sovrano ha colpito nel 2011, l’Europa meridionale si trovò in ginocchio, in sostanza dovendo chiedere al nord di essere salvata. I salvataggi sono arrivati, ma con in allegato condizioni severe. I destinatari hanno dovuto attuare profonde riforme, e tutti i giocatori hanno dovuto accettare il Fiscal Compact – nuove regole di bilancio destinate a tenerli in riga. Con la crisi è arrivata anche la creazione di quelle che sono conosciute come regole del bail-in per il settore bancario, in base alle quali gli investitori sono i primi ad essere maggiormente colpiti dalle sofferenze di una banca prima che intervengano i governi nazionali.
In questo modo, il nord è stato in vantaggio per diversi anni, usando l’austerità e la responsabilità fiscale come sue parole d’ordine. Nel frattempo, il sud ha lottato per riconquistare il suo equilibrio. Questo status quo è cambiato nel 2015, quando la BCE di Draghi, che è italiano, andando contro la volontà tedesca ha intrapreso un programma di allentamento quantitativo (anche se i funzionari europei dovrebbero dimenticare la propria nazionalità, quando assumono l’incarico, in questo caso è da notare che Draghi è un europeo meridionale).
La decisione di Draghi di iniziare l’allentamento quantitativo ha sostanzialmente ridotto la pressione ad avviare riforme sugli stati dell’Europa meridionale, poiché ha mantenuto i rendimenti dei loro titoli di Stato sotto controllo anche se essi non perseguivano l’austerità. Inoltre, il prezzo del petrolio è sceso drasticamente – una confluenza di eventi felici per il sud poiché ha rafforzato il potere dei consumatori europei, consentendo una maggiore crescita in paesi come la Spagna e il Portogallo e portando ad una rinascita di fiducia nel sud. Entro la fine del 2015, molti paesi del sud stavano pubblicamente violando il Fiscal Compact.
Ma il 2016 non è iniziato così bene per il sud. I meccanismi di bail-in dell’unione bancaria sono ormai entrati in vigore, e hanno portato l’attenzione dei mercati sui livelli esorbitanti di crediti deteriorati ancora esistenti nei sistemi bancari di paesi come l’Italia e il Portogallo. Il quantitative easing può proteggere i titoli di Stato, ma non protegge azioni e obbligazioni delle banche, e i paesi debitori sono minacciati ancora una volta. E’ il problema che il Tesoro italiano vorrebbe che la BCE risolvesse includendo i pacchetti di prestiti in sofferenza nel suo programma di acquisto di asset della zona euro.
Dal punto di vista italiano, l’inclusione sarebbe una semplice estensione del programma: più copertura della BCE per evitare il disastro. Dal punto di vista tedesco, riempirebbe l’istituto finanziario centrale dell’unione con asset potenzialmente tossici, diffondendo la malattia dell’irresponsabilità del sud ulteriormente dentro la provvista di sangue di tutta l’Unione. Ma Draghi ha dimostrato la sua volontà di opporsi ai tedeschi nel passato, e ora che ha dichiarato direttamente che la BCE accetterà i prestiti delle banche italiane almeno a titolo di garanzia, sembra che egli sia pronto ad affrontare di nuovo la Germania.
Il che ci porta alla seconda questione, quella che Draghi ha evitato: la replica tedesca. Nato dal Consiglio tedesco degli esperti economici – i cinque saggi, come sono comunemente chiamati, sebbene uno di essi sia una donna – il piano è stato fatto trapelare nel 2015. E ora ha apparentemente l’appoggio sia del Ministero delle Finanze tedesco che della Bundesbank e consiste nel prendere il concetto stesso di bail-in che è stato utilizzato per le banche della zona euro e applicarlo anche ai titoli sovrani. Ciò significa che, per esempio, se il Portogallo raggiungesse un punto in cui non può ripagare i suoi debiti e andasse in default, i detentori dei titoli sarebbero i primi a sostenerne i costi prima che il Meccanismo Europeo di Stabilità – che è stato creato in risposta alla crisi del 2011-2012 – possa entrare in gioco e puntellare le finanze del paese utilizzando i fondi provenienti dal resto dell’Unione.
L’attuazione di questo piano probabilmente aumenterebbe drasticamente i rendimenti dei titoli del Sud Europa, dal momento che gli investitori fronteggerebbero un rischio molto maggiore per tenerli. Se attuato, il piano probabilmente porterebbe subito l’Europa indietro ai giorni di panico del 2011-2012, quando la zona euro era sull’orlo di un rapido disfacimento. Non è in sé sorprendente che questa idea sia stata proposta. Quel che è cruciale, però, è la decisione di farla trapelare e di vederne le reazioni nella sfera pubblica.
E’ chiaramente una proposizione esplosiva, e la sua comparsa probabilmente riflette due fattori in gioco. Il primo è un sentimento profondo all’interno della classe dirigente economica tedesca che la zona euro nel suo stato attuale non funzioni per la Germania. L’euro-scetticismo ha assunto varie forme in tutto il continente. La forma tedesca è la spinta alla responsabilità fiscale e all’attuazione delle regole ad un punto tale che la zona euro potrebbe spaccarsi. Il secondo fattore è più tattico. Di fronte alla prospettiva terrificante di un cambiamento delle regole di tale portata, il Sud Europa può essere meno disposto ad aumentare la spesa e il livello del debito.
La difficoltà nel separare questi due fattori – quello tattico rispetto al vero euroscetticismo – è stata dimostrata la scorsa estate nel momento culminante della crisi greca, quando il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble (che da tempo suggerisce che una zona euro più piccola nel nord, costruita intorno alla Germania, sarebbe preferibile al modello corrente) ha suggerito una “sospensione” della Grecia dalla zona euro. Se fosse stata portata avanti, la sospensione avrebbe inferto un duro colpo all’integrità strutturale della zona euro, ma la minaccia era sufficiente a terrorizzare i greci fino a farli firmare dei termini umilianti con il cancelliere tedesco Angela Merkel, che arrivò per negoziare il giorno successivo.
Così, la battaglia continua a infuriare tra nord e sud. Un’ultima vittoria italiana comporterebbe l’acquiescenza illimitata da parte della BCE, con le banche italiane e i titoli sovrani tutti protetti dalle garanzie europee. Una clamorosa vittoria tedesca comporterebbe impegni di bilancio stringenti per tutte le nazioni europee, rigorosamente applicate da una un’istituzione europea inflessibile disposta ad imporre dure punizioni a coloro che infrangono le regole. Il problema, tuttavia, è che nessuna delle due parti può mai vincere, ed i compromessi che sono raggiunti – come in ultima analisi è probabile che lo siano in questi due casi – non si adattano ad entrambi le parti, portando a posizioni più estreme ad ogni successivo round del combattimento.

lunedì 29 febbraio 2016

Il referendum si vince o si perde tra la gente

Quando sarà esaurito il procedimento parlamentare, l’ultima parola sulla riforma della Costituzione toccherà ai cittadini chiamati a pronunciarsi con un referendum.
Una prova che appare sin da oggi ardua e destinata a lacerare quell’articolato arcipelago di forze politiche, culturali e sociali che nel giugno del 2006 si era unanimemente schierato contro la consanguinea riforma voluta dal governo Berlusconi. Né potremo confidare nella libera informazione.
L’omologazione strisciante ha come protagonista il sistema mediatico (in particolare quello radiotelevisivo).
Specialmente la televisione è impegnata in un’offensiva culturale così pressante da essere riuscita, in poco tempo, a sortire nel senso comune la percezione che la riforma sia oggi necessaria per ottenere “flessibilità dall’Ue”, “liberare il paese dalla casta”, “ridurre gli sprechi della politica”.
La mistificazione del reale alla quale stiamo assistendo ci conferma che non è più tempo di contorsionismi accademici. La retorica della riforma va disinnescata sul terreno della mobilitazione politica. Il referendum si vince o si perde fra le gente. Lo ha compreso il capo del governo che gioca tutte le sue carte sulla consultazione referendaria, sottoponendo questo istituto a una torsione demagogica senza precedenti. Lo ha compreso meno il fronte referendario, schiacciato sulla difensiva e spesso incapace di connettersi con la realtà sociale e le sue trasformazioni.
Poniamola in questi termini: a un giovane precario, senza prospettive di futuro che vede giorno dopo giorno svanire i propri diritti cosa risponderemo quando ci obietterà che la sua condizione e quella dell’intero paese sono peggiorate vigendo la Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, quella fondata sul lavoro e che pone al primo posto la dignità sociale delle persone? Una domanda scarna, essenziale alla quale siamo tenuti a dare una risposta, la cui efficacia discende dalla nostra capacità di riuscire a ribaltare le parole d’ordine del fronte avversario, rompendo l’assedio.
Bisognerebbe, in altre parole, far comprendere, soprattutto nelle aree più disagiate del Paese, che l’attacco alla Costituzione è alla base dell’ecatombe sociale che si è in questi anni abbattuta su milioni di lavoratori (privati dei loro diritti), sulle famiglie più povere (alle prese con un sistema sanitario divenuto economicamente inaccessibile), sui giovani precari e su tanti studenti espulsi dalle Università in ragione di costi divenuti proibitivi.
La controriforma della Costituzione è parte di questa storia perché punto di condensazione di un processo erosione delle garanzie democratiche e dei diritti sociali che ha avuto nell’egemonia liberista la sua matrice. Un ordine che oggi non si contenta più di eludere, sospendere, piegare l’interpretazione delle norme costituzionali ai propri interessi come è avvenuto per lungo tempo. Ma che spingendosi oltre ogni limite intima agli Stati di intervenire direttamente sul testo delle Costituzioni per modificarne l’impianto.
Collocata in questo contesto la lettera Draghi-Trichet (5 agosto 2011) non fu soltanto un minuzioso compendio di macelleria sociale (privatizzazioni su larga scala, adeguamento dei salari e delle «condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende»; controriforma del sistema pensionistico e della P.A. con «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego e … stipendi»). Ma anche un raffinato trattato di riformismo costituzionale (pareggio di bilancio, riforme strutturali, superamento delle Province …).
Ciò a cui stiamo oggi assistendo è, in altre parole, una vera e propria offensiva contro gli ordinamenti democratici europei le cui «costituzioni – si legge nella nota della JP Morgan (28.05.2013) – mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Una sorta di vizio genetico dal quale la banca d’affari fa discendere talune fra le più gravi “perversioni” del costituzionalismo democratico: «Esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi».
Ma dalla nota apprendiamo anche qualcosa in più. Qualcosa che ci riguarda direttamente: «Il test chiave sarà l’Italia, dove il governo ha l’opportunità concreta di iniziare riforme incisive».
Come è andata a finire lo sappiamo: smantellamento dello Statuto dei lavoratori; verticalizzazione della decisione politica (dalle scuole al governo della Rai), leggi elettorali a rappresentanza compressa … E ora il disegno Boschi-Renzi che normativizza (in combinato con la legge elettorale) il primato dei governi su regioni e parlamento.
Da questo scenario possiamo ricavare tre conclusioni:
l’attacco sferrato in questi anni ai diritti sociali rischia oggi di estendersi ai diritti politici e alle libertà;
l’Italia è divenuta, in termini gramsciani, il terreno privilegiato di sperimentazione del nuovo sovversivismo delle classi dirigenti;
questo accade non perché l’ordine neoliberista è troppo forte, ma perché inizia a essere troppo debole. E per difendersi ha bisogno di alzare muri (contro i migranti), blindare il sistema ricorrendo a leggi elettorali contraffatte (Italia), rafforzare i poteri di emergenza attraverso modifiche della Costituzione (Francia), “commissariare” la volontà democratica dei popoli (Grecia).
Le classi dirigenti europee sono oggi allo sbando. E ai partiti tradizionali, per continuare a governare, non resta che coalizzarsi, erigendo partiti della nazione o dando vita ad alleanze che fino a poco tempo fa avremmo giudicato innaturali (Germania).
È questo il fronte conservatore oggi in azione. E il terreno di sfondamento prescelto in Italia per portarne a compimento il disegno è la controriforma costituzionale.
Ecco perché il governo ha deciso di trasformare il referendum nella madre di tutte le battaglie. Ecco perché siamo chiamati a difendere la Costituzione repubblicana.

domenica 28 febbraio 2016

Se l’Italicum è incostituzionale

Il cosiddetto Italicum nella pratica ancora non esiste ma è già stato impugnato per sospetti vizi di costituzionalità. La nuova legge elettorale infatti non ha ancora avuto modo di essere applicata e il suo definitivo ingresso tra le leggi dello stato è ancora subordinato all’esito favorevole del referendum confermativo previsto per ottobre, eppure già è accusata di essere contraria alla nostra Costituzione.
Il tribunale di Messina si è infatti costituito giudice a quo e dei 13 ricorsi che gli sono stati presentati ne ha ammessi, tecnicamente ritenendoli “non manifestamente infondati”, ben sei, rinviando così il testo della legge alla Corte Costituzionale, la quale ora dovrà pronunciarsi in merito. Quali sono questi dubbi? Il premio di maggioranza e le liste bloccate prima di tutto, ma poi anche la mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio, le soglie di sbarramento immotivatamente alte per il Senato. Quali erano invece i motivi per cui il vecchio Porcellum fu definito incostituzionale nel 2014? Il premio di maggioranza e le liste bloccate, anche per esso.
Dunque siamo esattamente, come si dice, da capo a dodici. Una legge elettorale vergognosa viene proclamata incostituzionale per l’assegnamento alla coalizione vincente di un premio di maggioranza sproporzionato e per la presenza di liste bloccate che non lasciano ai cittadini la minima scelta riguardo i candidati da eleggere, delegando tutto alle torbide scelte dei partiti. Due anni e infiniti bisticci politici dopo, c’è una nuova legge elettorale che assegna nuovamente un premio di maggioranza spropositato e che prevede anch’essa la presenza di quelle stesse liste bloccate presenti nella legge precedente. Non serve un sillogismo aristotelico per capire che conseguenza di ciò è che la seconda legge venga anch’essa prontamente contestata per gli stessi vizi della prima (e, abbiamo visto, anche per altri). E infatti è esattamente ciò che accaduto. Dopo nemmeno due anni, senza averla mai applicata, ci ritroviamo una legge elettorale che di nuovo puzza di incostituzionalità, oltre che di gran porcata, esattamente come la precedente.
Il Governo Renzi per questo si merita davvero un lungo applauso, e un bel chapeau. Non è da tutti rifare una legge riutilizzando gli stessi elementi che ne hanno resa incostituzionale un’altra. Così ora dovremo attendere il verdetto della Corte, che tra trafile burocratiche, cavilli e bizantinismi vari chissà quando arriverà, allungando ulteriormente i tempi per vedere finalmente una legge elettorale finita e degna di questo nome. E nel caso possibile in cui la Consulta dovesse giudicare anche l’Italicum incostituzionale? A parte un altro, lunghissimo, applauso al Governo e al Parlamento tutto, ritornerà per così dire “operante” il cd Consultellum, ovvero il vecchio Porcellum amputato delle parti che due anni fa furono ritenute incostituzionali.
Quella che racconteranno a noi però sarà un’altra storia, ossia che senza una legge elettorale che sia costituzionale non si possono fare elezioni, e quindi prima di approvarne un’altra non si può minimamente pensare di andare alle urne, guai. Un modo già sperimentato per continuare a ricattare gli italiani, tenendoli sotto scacco e impedendo loro di esercitare il proprio diritto di voto, convincendoli che non c’è alternativa a un Governo, come quello di Renzi, che nessuno ha eletto e che sta facendo tutto tranne l’interesse degli elettori (giustamente elettori non ne ha, quindi perché dovrebbe fare gli interessi di qualcuno che non c’è). Ma con tutta probabilità gli italiani non se ne avranno a male, visto che in questi giorni sono impegnati in ben altre discussioni, tra unioni civili e altri argomenti ben più interessanti e petalosi di certe noiose questioni di diritto costituzionale.