venerdì 11 dicembre 2015

Rapporto Censis. Il diritto della salute diventa funzione del reddito e della residenza

“Senza progettazione per il futuro, la cultura collettiva è prigioniera della cronaca e del consenso d’opinione. Famiglie e imprese restano in un recinto securizzante, ma inerziale: un limbo italico fatto di mezze tinte. Nell’«Italia dello zero virgola», in cui le variazioni congiunturali degli indicatori economici sono ancora minime, continua a gonfiarsi la bolla del risparmio cautelativo e non si riaccende la propensione al rischio”. Questo lo scenario attuale che caratterizza l’Italia di oggi, come emerge dal 49/esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2015, presentato il 4 dicembre a Roma.
Un Paese dove dall’entrata in vigore del Jobs Act, il mercato del lavoro ha visto rimbalzare l’occupazione di 204mila unità, ma ancora molto lontano dal recuperare la situazione pre-crisi, dato che nel terzo trimestre dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2008, mancano all’appello 551mila posti di lavoro.
Se il quadro dell’occupazione non è confortante, la sanità lo è ancora di meno.
È il 42,7% dei cittadini italiani a pensare che la sanità sia peggiorata negli ultimi due anni, quota che sale al 64% al Sud. Inoltre, il 55,5% considera inadeguato il Servizio sanitario regionale, percentuale che tocca la vetta dell’82,8% nel Mezzogiorno.
Per evitare le liste d’attesa sempre più spesso si ricorre al privato. Costi e tempi hanno andamenti inversi nel passaggio dal pubblico al privato, poiché all’aumentare dei costi delle prestazioni nel privato corrisponde una diminuzione dei tempi d’attesa e viceversa. In troppi rinunciano alle cure per motivi economici: nel 41,7% delle famiglie almeno una persona, in un anno, ha dovuto rinunciare a una prestazione sanitaria.
“La capacità del privato di offrire prestazioni a prezzi sostenibili e la lunghezza delle liste di attesa nel pubblico, si risolve spesso nella scelta dei cittadini di pagare per intero di tasca propria le prestazioni”. Sono 7,7 milioni le persone che in un anno si sono indebitate o hanno chiesto un aiuto economico per pagare le cure.
Per una colonscopia nel privato si spendono 224 euro e si attendono otto giorni, nel pubblico con il ticket si spendono 56 euro e si attendono 87 giorni; per una risonanza magnetica nel privato si spendono 142 euro e si attendono cinque giorni, con il ticket si pagano 63 euro e si attendono 74 giorni.
Le difficoltà principali che i cittadini sperimentano nel rapportarsi al Servizio sanitario nazionale sono soprattutto legate ai tempi di attesa prima di poter accedere ai servizi. “Tra le persone che hanno effettuato visite specialistiche e accertamenti diagnostici, rispettivamente il 22,6% e il 19,4% ha dovuto attendere perché privo di alternative. E quando l’attesa c’è stata, è stata consistente: in media, 55,1 giorni prima di effettuare una visita specialistica e 46,1 giorni per un accertamento”.
La diminuzione del perimetro di tutela pubblica non solo crea notevole insoddisfazione tra i cittadini, ma lascia spazio ad un privato sostitutivo, per chi può permetterselo. Agli altri non tocca che aspettare o rinunciare.
La spesa sanitaria pubblica negli ultimi anni “ha registrato una inversione di tendenza, con una riduzione tra il 2010 e il 2014, attestandosi nell’ultimo anno a 110,3 miliardi. La spesa sanitaria privata delle famiglie, invece, dal 2007 al 2014 è passata da 29,6 a 32,7 miliardi, raggiungendo il 22,8% della spesa sanitaria totale”.
Quanto all’assistenza dei non autosufficienti, risulta molto carente. Sono oltre tre milioni i non autosufficienti in Italia (3.167mila, il 5,5% della popolazione). Esiste un modello tipicamente italiano di accudimento di lungo periodo che vede la famiglia al centro. Oggi però il modello scricchiola, mostrando crepe che rendono urgente la messa in campo di soluzioni alternative. Infatti, il 50,2% delle famiglie con una persona non autosufficiente (contro il 38,7% del totale delle famiglie) ha a disposizione risorse scarse o insufficienti. Sono comunque 4,7 milioni gli anziani che sarebbero disponibili ad accettare una soluzione residenziale, a patto che la qualità offerta sia migliore.
Uno scenario poco confortante quello della sanità, nel quale bisogna anche curare la corruzione: “Il 44% degli italiani ritiene che tangenti e abusi di potere siano diffusi all’interno del sistema sanitario: un dato decisamente superiore alla media europea (33%). Nel 2014 e nei primi sei mesi del 2015 la Guardia di Finanza ha accertato un danno per l’erario superiore a 5,7 miliardi di euro; di questi, i danni erariali in materia sanitaria assommano a 806 milioni di euro, pari al 14,1% del totale”.
Sta di fatto che la “White Economy” (la filiera delle attività sia pubbliche che private riconducibili alla cura e al benessere delle persone) produce oggi in Italia un valore economico pari a 290 miliardi e coinvolge 3,8 milioni di occupati, ossia produce più dei settori delle costruzioni e dei trasporti, vero volano di sviluppo, verso cui si tuffa il privato.
Nell’indifferenza del ministro della Salute e del Governo, strabico al punto da guardare ad ogni rivolo di Welfare, ma cieco davanti al mare della sanità, si sta consumando l’universalismo del Ssn, dove la crescita della spesa a carico dei cittadini convive con il gonfiarsi delle fasce di popolazione che non accedono alle cure.
Il diritto della salute da uno e indivisibile diventa funzione del reddito e della residenza.

giovedì 10 dicembre 2015

Leggi speciali: pessima idea, ma i francesi ora le accettano

Per molto tempo, di fronte a un pericolo serio per la comunità politica, si è fatto ricorso al concetto di necessità evidente per travalicare i limiti imposti al potere dei governi. “Salus populi suprema lex est”, oppure “necessitas legem non habent”: queste formule hanno spesso giustificato il passaggio da uno stato normale, in cui il potere è limitato, a uno stato d’eccezione, dove non ci sono limiti. Lo stato di urgenza decretato la sera stessa degli attentati del 13 novembre limita la libertà. E pertanto sembra poggiare su un consenso reale: il 18 novembre l’84% dei francesi intervistati in un sondaggio Ifop erano pronti ad “accettare ulteriori misure di controllo e un certo grado di limitazione della propria libertà”. Si assiste dunque a una curiosa forma di accettazione democratica della restrizione della libertà democratica. Ma questo consenso si incrina in almeno tre punti. Primo elemento di debolezza: il consenso alle misure restrittive della libertà è dato sullo slancio dell’emotività. Lo sconforto generato dall’orrore degli attacchi jihadisti tende ad alterare le percezioni.
Questo non significa che lo stato di urgenza sia ingiustificato, se dura qualche giorno o qualche settimana, ma è cruciale contrastare il più possibile la nostra emotività e riportare un’analisi fredda e razionale della realtà della situazione. In simili François Saint-Bonnetfrangenti il potere cede spesso alla tentazione di parlare alla pancia dei cittadini per riuscire ad approvare misure che, in un periodo di calma, risulterebbero inaccettabili. George Bush è stato il campione dell’abuso di questo meccanismo. Una seconda debolezza deriva dalla confusione del principio di salvaguardia dello Stato o della società di fronte al pericolo con una questione di ordine pubblico. Il ricorso a leggi speciali è giustificato dall’urgenza, dall’assoluta necessità di agire con velocità, da quel riflesso istintivo che è la legittima difesa. È così che si salva quello che si deve salvare, certo. Ma queste leggi non hanno alcuna possibilità di costituire una risposta durevole a una minaccia che non è da meno. Passato il momento di estremo pericolo, bisogna tornare alla legalità “normale”, a costo di adottare misure inedite per affrontare efficacemente una minaccia molto precisa, e a costo di modificare, in piena coscienza, l’attuale equilibrio tra sicurezza e libertà.
Terza debolezza, l’accettazione perniciosa dell’imperativo del controllo. Più il potere erode le libertà, più i cittadini devono essere vigili, per contrastare le minacce come anche per difendere i propri spazi di libertà. Questa tendenza a dare al potere una delega in bianco è stata molto forte nel 1961 in Francia, quando Charles De Gaulle venne accolto come un “salvatore”, ma oggi sembra essere meno incisiva. Lo si vede anche dal fatto che della legge del 1955 riportata in auge in questi giorni si è stralciata la parte relativa al controllo delle radio e dei giornali. Se la legislazione d’eccezione ha una qualche legittimità di applicazione in stato di urgenza? Il presidente della Repubblica ha fatto appello a due cose: sul momento ha invocato la proroga dello stato d’urgenza per tre mesi e la “ripulitura” di questa legge, e ha poi chiesto una revisione della Costituzione in tempi rapidi, che permettesse di agire «in conformità allo Stato di diritto, contro il terrorismo e la guerra». La proroga di tre mesi non significa che lo stato di urgenza sarà mantenuto tanto a lungo, anzi resta sempre possibile per il presidente porre fine a questa misura. Controlli di polizia a ParigiAddirittura è anche possibile che sia un giudice a imporre la fine allo stato di urgenza, qualora ravvisasse che le condizioni per la sua dichiarazione non sussistessero più e il presidente non accennasse a voler sopprimere la misura.
La ripulitura della legge del 1955 è un’altra cosa: non è mai molto saggio legiferare sull’urgenza in stato di urgenza. Era proprio assolutamente necessario alleggerire le zavorre alle misure di obbligo di dimora e alle perquisizioni con tanta rapidità e senza un sereno dibattito sull’argomento? Era davvero imperativo, come è successo, offrire in cambio di questa accelerazione la rinuncia al controllo pubblico sui media? Sarebbe bastato non applicare questa disposizione e poi toglierla dalla legge in un secondo momento. Come può il diritto assumersi il compito di risolvere la questione del terrorismo senza passare per leggi speciali? Bisogna fare lo sforzo di identificare i caratteri specifici del terrorismo jihadista. Questi soggetti non son né delinquenti né “classici” combattenti armati. Non sono delinquenti perché non temono la morte, anzi addirittura la cercano in quanto fonte di gloria presso i loro fratelli. Invece il delinquente tradizionale teme eccome la morte: il ladro vuole godere del bene che ha rubato, il violentatore intende continuare violentare. Questi sono i crimini che la società combatte, e ritiene di poter eliminare attraverso la minaccia della pena di morte o l’ergastolo per i crimini più gravi.
L’intero sistema penale della modernità riposa sulla logica secondo la quale la pena di morte senza eccessiva crudeltà costituisce il summum della repressione. Quando si ha però a che fare con persone che non temono la morte, e che addirittura se la procurano con cinture esplosive, è allora tutto il sistema repressivo moderno ad andare in crisi, e il diritto penale con esso. Ecco perché sembra necessario portare il trattamento giuridico del terrorismo oltre il diritto penale e resistere alla tentazione di costituire una sorta di super diritto penale, che Günther Jacobs ha chiamato diritto penale del nemico. D’altra parte i terroristi jihadisti non sono neanche dei combattenti classici. Quest’ultima categoria rimanda alle convenzioni internazionali sul diritto di guerra che, pur riconoscendo ad alcuni soggetti il diritto di uccidere limitatamente ad alcune circostanze, sottomettono comunque tali soggetti a condizioni che si potrebbero riassumere con un principio di lealtà: non prendersela con persone François Hollandedisarmate, ricorrere all’uso della forza in maniera proporzionata, fare prigionieri piuttosto che eliminarli, e trattarli degnamente.
Il terrorista jihadista non appartiene a questo universo logico, dal momento che spara sulla gente disarmata, che giustizia persone in ginocchio mentre supplicano e che, infine, si fa vigliaccamente esplodere quando arriva il momento dello scontro in campo aperto. Inutile quindi provare a usare il modello del combattente per capire il terrorismo jihadista, come fa chi ricorre alla categoria di “combattente illegale” inventata dai vari Patriot Act del 2001. In poche parole, non serve a niente destabilizzare quelle categorie di diritto penale (con la sua gabbia fatta diritti e di libertà) o di diritto di guerra (anch’esso limitato da norme molto precise) che la modernità ha lentamente cesellato e che sono motivo di vanto per le democrazie contemporanee. Piuttosto, la strada da percorrere sarebbe quella della costruzione “ex nihilo” di una tipologia specifica di diritto applicabile ai terroristi jihadisti, senza però che in questo modo si inquinino il diritto penale da una parte e quello internazionale dall’altra. Ciò presuppone tuttavia la necessità di identificare con i criteri il più precisi possibile quei jihadisti che nutrono odio per la modernità, in modo da non rischiare di stendere una rete troppo grande, catturando anche persone che nulla hanno a che fare con il terrorismo, com’è capitato negli Stati Uniti dopo il 2001.
Questo sforzo di precisione deve passare necessariamente per misure di sorveglianza alquanto intrusive, è vero, e per questo la politica dovrà sorvegliare in maniera molto attenta. Se si aumenta il potere dello Stato sugli individui bisogna compensare con meccanismi rafforzati di controllo di questo stesso potere: una vigilanza da parte della magistratura sulle amministrazioni e una società civile attenta, attraverso la stampa, le associazioni di difesa dei diritti fondamentali, sindacati dei magistrati e degli avvocati e così via. Ai terroristi non si potranno vietare nemmeno quelle libertà che riguardano le garanzie procedurali per i processi e i gradi di giudizio. Più si mettono tra parentesi le libertà fondamentali, infatti, e maggiore controllo è necessario. In materia di diritto delle libertà si ha l’abitudine di dire che è meglio un colpevole in libertà piuttosto che un innocente in prigione: anche se è difficile, dobbiamo continuare a pensarla così. Non si potranno limitare neanche le libertà legate alla nazionalità. Privare un individuo del suo passaporto francese non avrà alcun impatto su una persona che odia già la Francia e Controlli di poliziache non si considera cittadino francese. Perché adottare la prospettiva dei “buoni” e dei “cattivi” francesi? È una scappatoia miope che si priva della possibilità di trasformare, in seguito, il proprio nemico in un amico e in un futuro modello, attraverso i programmi di “deradicalizzazione”.
In compenso è importante porre la questione cruciale dell’habeas corpus, cioè dell’impossibilità di trattenere o rinchiudere un individuo se questi non ha commesso un reato. E con essa va posta di nuovo la questione della privacy, ovvero della possibilità di sorvegliare un individuo a sua insaputa per capire se esso rientri nella categoria sensibile stabilita. Dal 1945 il livello di protezione delle nostre libertà non ha mai smesso di crescere, mentre le minacce diminuivano sempre di più, soprattutto a seguito della caduta del Muro di Berlino. A un certo punto si era arrivati a pensare che questo grado di protezione sarebbe rimasto immutato, e qualcuno ha perfino sostenuto che la protezione giuridica delle libertà non potesse far altro che progredire con il tempo, senza mai regredire. Non è più così. Le libertà hanno un prezzo, e i partigiani e resistenti degli anni ’40 lo hanno pagato caro. Il sistema giuridico dei moderni si fonda sull’uscita dallo stato di natura, descritto come condizione in cui l’insicurezza è insopportabile, e sull’affidamento allo Stato del compito di garantire la sicurezza degli individui che, contestualmente al patto, rinunciano all’uso arbitrario della forza. È questa la condizione di possibilità dei diritti fondamentali. L’equilibrio tra sicurezza e libertà è necessariamente oscillante, e necessita di una costante attualizzazione. Perciò è legittimo riconsiderare pesi e misure con metodo democratico, purché si eviti tanto il ricorso all’emotività che gli appelli all’autorità, rinnovando invece quelli alla razionalità.
(François Saint-Bonnet, dichiarazioni rilasciate a Florent Guenard per l’intervista “Stato d’eccezione contro il terrorismo?”, pubblicata da “La vie des idées” e ripresa da “Micromega” il 2 dicembre 2015. François Saint-Bonnet è professore di storia del diritto all’università Panthéon-Assas, Paris II. Specialista del diritto dei periodi di crisi, lavora anche sulla storia delle libertà pubbliche e dei diritti fondamentali.

mercoledì 9 dicembre 2015

La scoperta dell’acqua calda: l’Eurozona non è un’area valutaria ottimale

Nulla di nuovo, se non ciò che si conosceva già, viene fuori dal rapporto sugli squilibri macroeconomici dei paesi europei presentato dalla Commissione UE il 26 novembre scorso. Specificatamente per l’Italia, nella nota ripresa dall’Ansa si legge che gli squilibri restano “eccessivi” e la Commissione Ue proseguirà il monitoraggio dei “rischi” identificati: il debito “molto elevato”, una produttività inadeguata e scarsa competitività. “A febbraio 2015 la Commissione ha concluso che l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi che richiedevano azioni decise e un monitoraggio specifico, in particolare sul debito molto alto e la debolezza della competitività. Nella classifica aggiornata sono diversi gli indicatori che oltrepassano le soglie indicative, in particolare perdita di quote di export, debito, disoccupazione e aumento di quella giovanile […] Il calo della produttività e la bassa inflazione trattengono la riconquista della competitività e il debito è salito nel 2014, guidato da crescita e inflazione basse, e deficit[…].La debolezza economica si riflette anche nel declino del rapporto investimenti/Pil, parzialmente guidati da un’ulteriore contrazione del credito nel 2014[…]. Le condizioni del credito infatti, nonostante alcuni miglioramenti da metà 2014, continuano a risentire della grande quantità di crediti deteriorati.[…] La disoccupazione ha avuto il suo picco nel 2014, ma resta elevata assieme a quella giovanile e quella di lungo termine. Anche gli indicatori sociali e sulla povertà sono stabili, ma a livelli preoccupanti. Per questo la Commissione trova utile, anche prendendo in considerazione l’identificazione degli squilibri eccessivi a febbraio, esaminare ancora la persistenza dei rischi macroeconomici e monitorare i progressi nell’allentamento degli squilibri”. La Commissione quindi stenderà un’analisi approfondita (“in depth review”) a febbraio 2016 per l’Italia e altri 17 Paesi Ue che presentano squilibri. Tra essi c’è anche la Germania che (guarda caso) continua ad essere sotto osservazione per il surplus troppo elevato.“Ci sono 16 paesi in questo pacchetto e sono Bulgaria, Francia, Croazia, Italia e Portogallo. Questi sono paesi dove ci sono degli squilibri eccessivi che hanno bisogno di azioni politiche decisive e un monitoraggio specifico. Poi seguono Belgio, Germania, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi Romania, Spagna, Slovenia, Finlandia, Svezia e il Regno Unito. Questi sono paesi dove abbiamo riscontrato degli squilibri che richiedono un livello diverso di azioni politiche e un monitoraggio se del caso”.
Risulta subito evidente in queste dichiarazioni che tra i paesi che hanno bisogno di “politiche decisive e un monitoraggio specifico”, oltre agli ormai onnipresenti Portogallo e Italia, c’è anche la Francia. Come leggiamo in un recente articolo de “Il Nord Quotidiano”, proprio giovedì 26 novembre scorso la Pole Emploi, l’agenzia francese che si occupa di disoccupazione, ha annunciato bene che 42 mila nuovi lavoratori si sono iscritti nelle liste di disoccupazione in categoria “A”, riservata a coloro che nel mese non hanno lavorato neppure un’ora. Si tratta del più forte aumento mensile della disoccupazione registrato dal gennaio del 2013. Includendo i Territori d’Oltremare, il paese si avvicina persino alla barra psicologica negativa dei 4 milioni di senza-lavoro, con 3.851.000 iscritti nella categoria “A” di Pole Emploi. La situazione economica grave, oltre ai problemi legati al terrorismo e all’immigrazione, stanno spingendo l’elettorato francese verso il Front National di Marine Le Pen, che viene dato dai sondaggi al 40% ed è il favorito per la vittoria alle elezioni regionali dei prossimi giorni. Sarà anche per questo che, dopo gli attentati di Parigi, il Premier Manuel Valls si era affrettato a dichiarare che la Francia avrebbe sforato il limite del deficit al 3% per aumentare i fondi alla sicurezza nazionale.
Da un certo punto di vista, anche se di sforare i parametri del deficit non ne vuole proprio sapere, la stessa scusa del terrorismo l’ha utilizzata il nostro Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell’Italia per il 2016: “Il clima seguito ai terribili fatti di Parigi è negativo e questo potrà avere effetti sulla ripresa. Ma gli italiani hanno la corretta percezione che stiamo uscendo dalla crisi. E questo conta molto, sia per la fiducia sia per l’economia. […] L’incremento dello 0,9% non è un obiettivo, è una previsione. E quando si fa una previsione c’è sempre il rischio di doverla rivedere al rialzo o al ribasso. Non dimentichiamoci che influisce anche un rallentamento delle economie di altri Paesi, cominciato ben prima degli attentati.“
In pratica in queste dichiarazioni Padoan afferma che se ci saranno da aumentare i fondi per la sicurezza nella nuova legge di Stabilità, questi non verranno trovati sforando i parametri del deficit come si può permettere di fare la Francia, ma verranno trovati riducendo altri fondi previsti, magari, perché no, le già poche risorse che erano state destinate al sud.
Proprio questi giorni infatti l’Istat ha pubblicato i dati economici riferiti alle varie regioni italiane e al divario nord-sud. Il Pil per abitante nel 2014 è di 32.500 euro nel Nord-ovest, mentre nel Mezzogiorno è inferiore del 43,7% e pari a 17.600 euro. Nel Nord-est il Pil procapite si attesta a 31.400 euro nel Centro a 29.400. il divario nord-sud si ampia rispetto al 43,2% del 2013. Il Pil è in crescita in Valle d’Aosta, Lazio (+1,4% per entrambi), in Molise (1%), Marche, Veneto, Basilicata e Calabria. Il Lazio è anche la regione che vede la maggiore crescita dell’occupazione (+3%), seguito da Basilicata, Molise e Marche. Il calo peggiore è invece in Puglia (-2,1%). Le riduzioni maggiori del Pil contraddistinguono infine Abruzzo (-2,5%), Campania (-1,8%) e Friuli Venezia Giulia (-1,3%). Contrazioni elevate colpiscono anche Sicilia, Lombardia, Toscana e Umbria (per tutte e quattro -0,9%).
I dati su base nazionale, invece, dicono che nel mese di ottobre cala la disoccupazione: -0,5% su base mensile, attestandosi all’11,5%. Ma se si va ad analizzare meglio il dato si scopre tuttavia che: calano ancora sia gli occupati (-0,2%, -39mila) sia gli inattivi (-0,2%, 32mila persone in più che hanno smesso di cercare lavoro). Quindi il tasso di disoccupazione cala solo grazie a coloro che hanno smesso di cercare lavoro: gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono 14 milioni (36,2%). Inoltre, tra i pochi che riescono a trovare lavoro, circa il 90% è over 50.
I giovani sono costretti ad emigrare: il report sulle migrazioni internazionali e interne rileva che in cinque anni il numero degli italiani emigrati è più che raddoppiato. Gli italiani che hanno deciso di trasferirsi in un Paese estero sono aumentati dell’8,2% nel 2014 rispetto al 2013 e più che raddoppiati rispetto a cinque anni prima. Le principali mete di destinazione per gli italiani che hanno lasciato il Paese nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia.
Non sarà certo dunque un decimale di stima in più o in meno che cambierà le sorti della crisi economica nel nostro paese. Anzi, i dati su base europea dicono che l’Italia farà meglio soltanto di Grecia e Finlandia. Sì, proprio la Finlandia rischia di essere il nuovo malato d’Europa, dopo il caso greco. Citiamo dal Sole 24 Ore: “Dopo la Grecia, la Finlandia: il paese nordico rischia di diventare il nuovo grande malato della zona euro sotto il peso della crisi economica prima, e della guerra in Ucraina, dopo. Il paese che quest’anno ha infatti segnato la peggiore performance economica in Europa dopo quella ellenica segnando una flessione del PIL dello 0,6% nel terzo trimestre, con il rischio di chiudere l’anno in recessione per il quarto anno consecutivo. Dal 2008 Helsinki ha bruciato il 6% del PIL, peggio ha fatto solo l’Italia perdendo l’8%. Un risultato che stupisce quello della Finlandia, Paese il cui debito sovrano gode ancora del raro riconoscimento della tripla A di rating, con un debito pubblico in rapporto al PIL relativamente modesto al 62% e considerato dal World Economic Forum tra le prime 10 economie al mondo”.
La situazione in Finlandia è così critica che già nel paese scandinavo stanno pensando di abbandonare la zona Euro. La Finlandia era uno di quei paesi che all’inizio era considerato un esempio per gli Stati del sud Europa, con un debito pubblico misero, un paese che aveva fatto “le riforme”, uno dei primi della classe insomma. Eppure la Finlandia è in crisi nera e il prossimo anno rischia il “Fixit”. Per chiunque volesse approfondire il caso finlandese, vi rimandiamo ad un post dedicato nel blog di Alberto Bagnai, datato, leggete bene, 2 gennaio 2014.
Insomma, non servono certo mere analisi sugli squilibri per comprendere che l’Eurozona non è un’area valutaria ottimale e che una volta unite le economie dei vari paesi aderenti tramite una moneta unica si verificheranno squilibri che aumenteranno sempre di più le divergenze a favore di alcuni e a discapito di altri. E come pensano di risolvere questi problemi strutturali gli esperti maistream se non sono possibili né flessibilità dei cambi e né trasferimenti monetari? Ovviamente facendo “le riforme”: privatizzazioni, smembramento del Welfare e svalutazione salariale. Attenzione dunque, le recentissime dichiarazioni del Ministro Poletti e la seguente polemica che è nata sulla necessità di legare i nuovi contratti di lavoro non sulle ore, ma ai risultati (come i contratti a progetto per intenderci) non sono frutto di un errore, ma sono intenzioni vere, come lo è quella di privatizzare le ferrovie dello Stato.
Tuttavia, il caso finlandese dimostra che neanche la scelta di essere i primi della classe e di fare sempre i compiti a casa porta necessariamente i risultati sperati. Il rischio è quello di trovarci presto o tardi fuori dall’Eurozona con una situazione economica da Terzo Mondo. Che l’Unione Europea sia destinata a finire non lo diciamo certo noi, ma il più importante giornale della finanza mondiale, il Wall Street Journal.

martedì 8 dicembre 2015

Ferrovie del… Privato

É ormai un dato scontato che, nei i regimi liberisti, le politiche nazionali considerino la privatizzazione come una parola d’ordine, la quale ripropone misure economiche di stampo anacronistico ed elitario, sotto mentite spoglie di rinnovamento, progressismo e modernità.
Questa volta, la lama tagliente del Privato sfiora le carni invitanti di un settore finora rimasto quasi illeso e ancora produttivo, le Ferrovie dello Stato. Il governo Renzi non poteva infatti rimanere indifferente a un gioiellino così prezioso, ma soprattutto ancora nelle mani statali. Dunque, com’è giusto che sia per un Paese lungimirante e “ricolmo” di spirito di sopravvivenza, le Ferrovie dello Stato Italiane verranno “finalmente” stravolte dall’ennesima e formalmente democratica discussione parlamentare.
Giovedì 3 dicembre, nelle aule di Montecitorio, si è dato il via libera al voto sulle mozioni. Dura la reazioni delle opposizioni, ma ancor di più l’ostinazione del governo nel proseguire i propri piani di vendita delle quote statali della società. I deputati di Sinistra Italiana, attraverso la creazione di una mozione di cui il primo firmatario è Franco Bordo (Sel), denunciano la possibile manovra, dal momento che essa non apporterebbe alcun beneficio in termini di risanamento del debito pubblico. Inoltre, come sostengono numerosi parlamentari SI e M5S, non è ancora stato illustrato un disegno lucido sui “vantaggi” e gli eventuali rischi occupazionali ed economici che potrebbero conseguire da questo procedimento. L’obiettivo renziano consisterebbe nella quotazione in borsa del 40% delle FSI, lasciando nelle mani pubbliche la sola rete del trasporto ferroviario, i binari. Ebbene, per logica dei fatti, una società pubblica esclusivamente in possesso di binari ha ben poco potere e capacità gestionale, senza un adeguato controllo e manutenzione sugli stessi trasporti, i quali costituiscono l’asse portante del settore. Privatizzare l’elemento vitale (treni e vagoni) equivarrebbe a mettere a rischio un’azienda con un fatturato pari a 8,4 miliardi e con più di 70mila dipendenti. Senza contare che nei primi mesi del 2015, l’FSI ha esordito con un guadagno maggiore rispetto all’anno precedente, con l’introduzione di investimenti pari a 4,3 miliardi di euro. I deputati di SI continuano a esprimere le proprie perplessità sulla cecità del governo nell’adottare strategie economiche per colmare il debito pubblico. Si tratterebbe, infatti, di sacrificare il funzionamento delle Ferrovie (e le relative entrate nelle casse dello Stato) ai soli fini di recuperare qualche misero miliardo nei confronti del debito pubblico italiano (oltre i 2000), e per placare gli appetiti degli avvoltoi e colossi internazionali del trasporto, sempre pronti a lucrare sull’indebolimento delle singole economie nazionali.
Al cambio di rotta verso la privatizzazione si oppongono anche i deputati del Movimento 5 Stelle, i quali criticano lo strategico cambio di guardia avvenuto nell’amministrazione della società ferroviaria, per cui all’ex ad. Michele Elia sarebbe “succeduto” al filo-renziano Renato Mazzoncini, già responsabile, secondo i grillini, dell’accordo con il presidente del governo per la privatizzazione dell’Ataf, Azienda Tranviaria Fiorentina. Non sembra dunque essere nuovo il tatticismo presidenziale che, nel contesto romano e stavolta in ambito politico, ha investito i vertici del Partito Democratico dell’Urbe: numerose sostituzioni di carica e la nomina di Matteo Orfini, (ancora una volta filo-renziano) in qualità di commissario straordinario, dunque incaricato di liquidare colleghi di partito corrotti e coinvolti nel processo Mafia Capitale (e magari anche qualche scomodo avversario politico). Del resto, quando un giocattolino non risponde più ai comandi, è bene sostituirlo con uno meno difettoso e più ubbidiente.
Nel processo di liberalizzazione delle Ferrovie dello Stato non poteva mancare il fervido entusiasmo del Nuovo Centro Destra, da sempre in prima linea nel depauperamento dei beni pubblici, così come Scelta Civica, espressasi favorevole soprattutto alla quotazione in borsa. Un mal celato consenso arriva anche dalla Lega Nord, la quale, in maniera più sottile e meno evidente, dà il proprio consenso al progetto, affermando tuttavia di “preoccuparsi” dei vantaggi o ripercussioni sul trasporto locale, dunque non distinguendosi, per toni e intenzioni, dalla corrente liberista e pro-privatizzazione.
Nei progetti e nei piani del futuro, Renzi sembra rievocare in maniera sempre più forte, la politica Thatcheriana, la quale fu contrassegnata dalla decapitazione del welfare e dell’assistenzialismo, come, inoltre, dalle privatizzazioni dei settori più importanti (ferroviario incluso), il tutto in nome del funzionamento burocratico e degli interessi privati, con un’unica decisiva, sostanziale differenza: l’inglese Margaret ostentava la sua natura maligna affermando di agire in nome dei propri interessi, mentre il simpatico fiorentino afferma di governare in nome dell’Italia, ma agendo in nome delle banche.

lunedì 7 dicembre 2015

Italia, campione di diseguaglianza

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Questo non è l’obiettivo di organizzazione economica dello Stato a cui mira la Repubblica di Cuba; né un gruppo di guerriglieri sudamericani di ideologia marxista; né qualche “nostalgico” della legge fascista sulla socializzazione delle imprese, ma ciò che sancisce l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, ancora in vigore; esso fa parte dei cosidetti “principi fondamentali”, i quali dovrebbero essere posti a base dell’azione di tutti gli organi dello Stato. Eppure, i dati dimostrano irrefutabilmente che la situazione economica del nostro paese è ben lontana da come la avevano immaginata i padri costituenti. Uno studio della banca d’affari americana Morgan Stanley – riportato dall’edizione online di BloombergBusiness, uno dei più importanti siti di informazione economica a livello mondiale – mostra come l’Italia sia uno dei paesi dove la disuguaglianza economica è maggiore, addirittura di più che negli Stati Uniti, comunemente additati, anche da certi operatori dell’informazione nostrani che vogliono apparire “de sinistra”, come uno dei paesi dove più grande è la distanza che separa i più ricchi dai più poveri. Il report di Morgan Stanley pone al primo posto di questa ingloriosa classifica il Portogallo, seguito da Italia, Grecia, Spagna, Stati Uniti e Germania, la quale, al sesto posto, è ben lontana dall’essere quel paradiso di meritocrazia ed efficenza redistributiva che ci viene comunemente propalato dai media euristi. A metà classifica troviamo, tra gli altri, Polonia, Gran Bretagna, Giappone e Francia, mentre tra i paesi meno diseguali vi sono Olanda, Belgio ed i paesi scandinavi, sebbene anche nella “virtuosa” Svezia la sperequazione sociale sia comunque cresciuta in questi anni di neoliberismo rampante.
Riassumendo brevissimamente (ma doverosamente), l’aumento della diseguaglianza nel nostro paese è espressione dell’azione combinata di più fattori, interni ed esterni, quali: 1) lo sostanziale smantellamento delle conquiste sociali faticosamente conquistate attraverso durissime lotte operaie avvenuto a partire dagli anni ’80, in cui si verificò il contemporaneo declino dell’Unione Sovietica (nel bene e nel male “garante”, anche militarmente, di quelle conquiste); 2) la contemporanea rivincita dell’ideologia neoliberista sul socialismo nelle sue diverse varianti; 3) il processo di delocalizzazione dell’attività produttiva in paesi a basso costo di manodopera, come la Cina di Deng Xiapoing, apertasi all’influenza occidentale proprio in quel periodo; 4) le innovazioni tecnologiche, come la robotizzazione del lavoro o la facilità nelle comunicazioni garantita dalle tecnologie informatiche; 5) l’adozione della moneta unica che, favorendo le assimmetrie economiche tra paesi europei, è stata funzionale al progetto di sostanziale deindustrializzazione dell’Italia e all’arricchimento senza limiti delle classi dominanti, finalmente in possesso di quella valuta forte tanto agognata, dannosissima per le esportazioni delle PMI, ma fondamentale per valorizzare i loro capitali (tra l’altro i lettori dovrebbero interrogarsi sul fatto che tra i paesi europei più diseguali vi siano proprio Portogallo, Grecia e Spagna…).
Spostando la nostra attenzione dalla situazione specificatamente italiana a quella generale dei paesi ad economie avanzate (a cui l’Italia è comunque legata a doppio filo), la migliore scienza economica internazionale ha pienamente riconosciuto che un alto livello di diseguaglianza economica e sociale danneggia anche un sistema, quale quello capitalistico, che comunque sulla diseguaglianza è basato, in virtù del principio per cui senza di essa chi ha di meno non avrebbe alcun incentivo a rischiare per cercare di migliorare la propria posizione sociale. Così BloombergBusiness riassume le conclusioni raggiunte dagli economisti di Morgan Stanley:
Secondo la banca, la diseguaglianza economica persistente danneggia la crescita economica nel lungo periodo. Rendendo più difficile l’accesso a nuove opportunità, essa riduce l’incentivo a lavorare duro, a migliorare il proprio livello educativo e le proprie capacità. Può indebolire la fiducia dei cittadini nel legislatore e nelle istituzioni sociali e condurre a scelte di politica economica quali maggiore regolamentazione dei mercati, protezionismo e misure contro l’immigrazione.
A parte la denuncia delle politiche antiliberiste, ovviamente non condivisa da chi scrive, appare degno di nota il fatto che secondo gli autori dello studio l’aumento della diseguaglianza danneggi proprio un’economia di tipo capitalistico, che, come già messo in evidenza, su un certo livello di diseguaglianza si fonda. Le conclusioni che si possono trarre da ciò sono che il capitalismo, se lasciato libero di esprimersi senza alcuna costrizione o limite, come i sostenitori del liberismo da sempre auspicano, alla fin fine distrugge se stesso, finendo con il soffocare proprio quell’anelito alla libertà che esso rivendica come suo carattere distintivo. L’incatenamento dell’animal spirit capitalistico ed il suo incanalamento verso l’ottenimento del bene comune, e non l’esclusivo vantaggio di pochi, invece di soffocare la libertà dell’individuo, come sostengono i fautori del neoliberismo, diventerebbe allora una condizione imprescindibile per impedire che il sistema, lasciato alla libera espressione anarchica delle sue forze recondite, finisca con il divorare se stesso, come il famoso serpente del mito.

domenica 6 dicembre 2015

PUTIN: L’ISIS È SULL’ORLO DEL CROLLO

Un importante resoconto rilasciato dal Ministero della Difesa dichiara che, in un discorso ai comandanti militari della Federazione Russa, tenuto ieri in mattinata presso il Centro di Controllo della Difesa Nazionale di Mosca, cioè il quartier generale del governo in tempo di guerra, il Presidente Putin ha affermato che le forze dello Stato Islamico (ISIS/ISIL/Daesh) che operano nella zona di guerra del Levante sono “sull’orlo della sconfitta totale“, e che le dichiarazioni dei paesi occidentali sul fatto di aver combattuto questi moderni barbari si sono rivelate “una completa bugia“.
Secondo il resoconto le Forze Aerospaziali, che nelle ultime 48 ore avrebbero distrutto 472 postazioni dei terroristi, e nei cinque giorni passati hanno eliminato mille cisterne di petrolio, e che in combinazione con i quasi 3000 attacchi missilistici navali e aerei condotti dalle forze militari russe contro i terroristi a partire dal 30 settembre, avrebbero ridotto l’ISIS ad avere solo 34 basi operative — un numero confermato anche dall’agenzia di news irachena al-Nakhil.
Ad aggiungersi all’imminente successo contro le forze dello Stato Islamico, continua il report, ci sono i nuovi attacchi aerei contro i terroristi lanciati dalla portaerei francese Charles de Gaulle, sotto il controllo delle Forze Aerospaziali della Federazione Russa, per ordine del presidente Putin, dopo che la Francia si è allontanata dalla NATO per affiancarsi alla Russia in questa lotta.
Ad essersi unita a Russia e Francia nella battaglia contro l’ISIS, nota il report, c’è anche la Cina, il cui portavoce del Ministero degli Esteri, Hong Lei, questa mattina ha dichiarato che “le attività su ampia scala condotte dalla Russia sono una parte integrante fondamentale nelle azioni internazionali anti-terrorismo … La Cina sostiene gli sforzi della Russia nel combattere il terrorismo“.
Il report precisa che il sostegno della Cina alla Russia non si limita alle parole, ma include anche supporto militare, dato che circa 3000 soldati della marina cinese stanno attualmente operando in Siria sotto il controllo militare della Federazione Russa — e gli Stati Uniti gli hanno schierato contro la portaerei Harry S. Truman, il cui comandante Captain Ryan Scholl ha ammonito:
“L’ISIS non è l’unica sfida posta di fronte alla nostra flotta, che include l’incrociatore Anzio, la portaerei Wing Air 7, e le cacciatorpediniere Bulkeley, Gravely e Gonzalez. Le forze di marina russe, cinesi e iraniane hanno stabilito la propria presenza in Siria, e le navi da guerra russe del Mar Nero si sono posizionate nell’est del Mediterraneo a proteggere i jet da guerra che difendono il regime siriano di Assad. Nelle sue preparazioni, il gruppo d’attacco della nostra flotta si esercita a combattere avversari che assomigliano molto a quelli della Guerra Fredda.”
Se poi la NATO, sotto la guida degli Stati Uniti, interverrà direttamente a proteggere i propri alleati dello Stato Islamico dalla sconfitta totale, e rischierà lo scoppio della Terza Guerra Mondiale contro Russia e Cina, sottolinea il report, è la più grande questione che resta aperta a cui la Federazione Russa si trovi di fronte — una questione che è resa solo più complicata dai tanti falsi racconti ufficiali rilasciati da Washington su Russia e Siria, che si sono resi così confusi da essere diventati un pericolo nella lotta contro il terrorismo jihadista sunnita, e presumibilmente una minaccia per il futuro del pianeta.
E a mostrare a quale punto di sofisticazione sia arrivata la narrazione propagandistica statunitense su questa guerra, nota il report, si evidenza che la scorsa settimana un programma televisivo americano di news, PBS, ha mostrato ai suoi telespettatori un resoconto francamente fasullo di come le forze aeree USA avrebbero bombardato obiettivi dell’ISIS in Siria — avendo in realtà mostrato filmati che erano stati girati dalle Forze Aerospaziali Russe e resi pubblici sul sito web del Ministero della Difesa Russo.
Il pessimo scherzo giocato alle popolazioni occidentali riguardo la guerra contro lo Stato Islamico, continua il report, è stato messo ancora più a nudo dal Presidente Putin, che ha detto ai suoi comandanti militari che c’è evidenza del fatto che la Turchia — paese membro della NATO — abbia fornito ai terroristi dell’ISIS circa 100.000 passaporti falsi per poter viaggiare in Europa e in America.
Ancora peggiore, aggiunge il report, è il fatto che un ex combattente dell’ISIS ha detto a Newsweek, giornale di notizie americano, che la Turchia stava permettendo ai camion dell’ISIS provenienti da Raqqa di attraversare il confine, giungendo in Turchia e poi tornando verso il confine Siriano per attaccare i Curdi nella città di Serekaniye, nel nord della Siria, lo scorso febbraio, e che le milizie dell’ISIS si sentivano libere di viaggiare attraverso la Turchia con i loro convogli di camion, e di fermarsi presso alloggi sicuri lungo la strada.
A tutto ciò si aggiungano i documenti trapelati nel settembre 2014 che mostrano che il principe saudita Bandar bin Sultan aveva finanziato carichi di armi diretti verso l’ISIS tramite la Turchia, e un aereo clandestino proveniente dalla Germania aveva consegnato armi nell’aeroporto di Etimesgut in Turchia, armi che erano state distribuite in tre container, due dei quali sono poi stati inviati all’ISIS — continua il report. L’avvertimento lanciato nel dicembre 2014 da Claudia Roth, vicepresidente del parlamento tedesco — che si è detta scioccata del fatto che la NATO stesse permettendo alla Turchia di ospitare un campo dell’ISIS a Istanbul e di agevolare i trasferimenti di armi diretti verso le milizie islamiste attraverso i suoi confini, nonché di sostenere tacitamente le vendite di petrolio da parte dell’ISIS — è stato ignorato.
Inoltre, nota questo report, nella sua testimonianza davanti alla Commissione per i Servizi Armati del Senato americano, nel settembre 2014, il generale Martin Dempsey, allora presidente dello Stato Maggiore americano, alla domanda posta dal senatore Lindsay Graham se egli fosse a conoscenza di “importanti alleati arabi che sostengono l’ISIS“, ha risposto: “so di importanti alleati arabi che li finanziano“. Gli alleati degli Stati Uniti includono in particolare Arabia Saudita, Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait — tutti paesi che, almeno negli ultimi quattro anni, hanno destinato miliardi di dollari all’ISIS.
I massicci trasferimenti di armi di CIA-Golfo-Turchia verso l’ISIS, che hanno distrutto la Siria e portato alla nascita dello Stato Islamico, nota poi il report, sono stati documentati attraverso le analisi dei numeri seriali riportati sulle armi da parte del gruppo britannico Conflict Armament Research (CAR), il cui database sul commercio illegale di armi è stato finanziato dall’UE e dal Dipartimento Federale Svizzero per gli Affari Esteri, e ha portato la scorsa settimana il professor David Graeber della London School of Economics a dichiarare ciò che è ovvio:
“Se la Turchia avesse imposto contro i territori dell’ISIS lo stesso embargo assoluto che ha imposto contro i territori curdi della Siria (…) il sanguinoso ‘califfato’ sarebbe da tempo crollato, e presumibilmente gli attacchi di Parigi non ci sarebbero mai stati. E se la Turchia iniziasse a fare questo da oggi, l’ISIS probabilmente crollerebbe nel giro di pochi mesi. Tuttavia, c’è stato forse un solo leader politico occidentale che abbia chiesto a Erdogan di farlo?”
E con la Russia che ha da lungo tempo ammonito le politiche di Obama stavano solo aiutando lo Stato Islamico, dice il report, sta ora emergendo nuova evidenza, negli Stati Uniti, del fatto che i funzionari militari hanno mentito al loro Presidente, al Congresso e all’opinione pubblica americana sulla guerra in corso contro l’ISIS — e tutto ciò ha portato la scorsa settimana l’ispettore generale del Pentagono, che è incaricato delle investigazioni, a impossessarsi di un gran numero di email del Comando Centrale provenienti dai computer delle forze militari USA, assieme ad altri documenti, nello sforzo di svelare quanto a fondo si sia spinta questa cospirazione.
E mentre gli USA iniziano la loro messinscena per investigare il complotto destinato a gettare il nostro mondo verso la guerra totale, conclude il report, il fatto più vero dietro tutta questa cospirazione non è ancora stato detto dall’Occidente (e che noi abbiamo raccontato nel nostro report del 14 novembre, “Russia Warns Friday The 13th Paris Massacre Is Masonic Power Play For World War III“), ma un altro pezzo del puzzle verrà posizionato quando l’archivio segreto che elenca due milioni di membri della Massoneria verrà pubblicato perché il mondo cominci a vedere fino a che punto si spinge questa piaga.

venerdì 4 dicembre 2015

Pubblico impiego, licenziare è già possibile

"La sentenza della Cassazione non dice da nessuna parte che il Jobs Act si debba applicare anche a noi" dice al Manifesto Rossana Dettori, segretaria generale Fp Cgil: "Ma nel 2014 ci sono stati più di cento licenziamenti per giusta causa"
“La sentenza della Cassazione non dice da nessuna parte che il Jobs Act si debba applicare al pubblico impiego”. Per Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil, “di Jobs Act i giudici di Roma non parlano mai. Guarda caso, però, si parla di licenziabilità dei lavoratori pubblici due giorni dopo la nostra manifestazione per il contratto”. In un’intervista al Manifesto, la leader sindacale sottolinea che “oggi licenziarci per giusta causa è già possibile. Ma dall'altro lato, come dice la stessa ministra Marianna Madia, se il provvedimento è ingiusto c'è diritto al reintegro”. La sentenza della Cassazione “ha annullato il licenziamento del dirigente di Agrigento per motivi procedurali: la commissione disciplinare che gli ha inferto la sanzione era composta da una sola persona, mentre dovrebbero essere minimo tre. E poi, in un altro punto, ha confermato che per noi vale ancora l'articolo 18”.
La Cgil, spiega Dettori, ritiene che “il diritto al reintegro quando si è licenziati ingiustamente debba valere anche per i privati. E se la ministra Madia, nella sua riforma, vuole confermare che il reintegro per noi c'è ancora, fa bene: ma le suggerirei di parlarne pure a Poletti, perché lo estenda a tutti”. La Cgil intanto prepara “una proposta di legge di iniziativa popolare: un nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori. Per abrogare poi tutte le norme che entrino in contrasto con la nostra proposta, ci faremo dare il mandato dai lavoratori per costruire anche dei referendum”.
Tornando ai licenziamenti, Dettori ribadisce che oggi è già possibile licenziare un dipendente pubblico per giusta causa. “Dal Comune alla Asl, fino ai ministeri, si nomina una commissione disciplinare, con minimo tre componenti, cui arrivano eventuali segnalazioni da parte di dirigenti o colleghi” spiega Dettori: “Il lavoratore, quando viene chiamato a rispondere dell'abuso di cui è accusato, pub farsi affiancare da un avvocato o da un delegato sindacale. La commissione alla fine decide, in base alle fattispecie elencate nel contratto (dai ritardi alle assenze ripetute, dall'aver maltrattato gli utenti ai furti, o aver accettato dei regali) la pena da comminare: dal richiamo alla sospensione senza stipendio, fino appunto al licenziamento. Il lavoratore ha diritto a presentare ricorso. Nel 2014 ci sono stati più di cento licenziamenti per giusta causa”.
In conclusione, la segretaria generale della Fp Cgil si dice sostenitrice “del licenziamento senza se e senza ma, quando si accerta un reato. Perché si danneggia l'amministrazione, ma anche l'immagine di tutti i dipendenti pubblici italiani. Io ho fatto la caposala per 20 anni, al Policlinico Umberto I e poi all'Odontoiatrico. Cercavo di motivare la mia squadra, e tutto funzionava. Ma poi mi sono trovata davanti a un caso di molestie sessuali: non ho esitato a denunciare, ed è stato aperto un procedimento disciplinare. Non ho mai saputo come è andata a finire perché dopo la denuncia mi hanno cambiato di reparto”.