lunedì 12 ottobre 2015

La generazione dei senza pensione

- Ecco a voi la generazione che non potrà mai andare in pensione, perché se lo facesse si ritroverebbe con introiti insufficienti. I millennials, quelli che oggi hanno tra i 25 e i 34 anni e che si sono dovuti accontentare di salari da fame, non avranno diritto a nemmeno mille euro di assegno mensile.
Secondo l'indagine del Censis molti dei lavoratori dipendenti tra i 25 e i 34 anni, si troveranno ad avere al momento di andare in pensione un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. Bisogna considare che il 40% di loro ha una busta paga netta che non supera i mille euro.
Se ci si basa su percorsi professionali in media assimilabili a quelli delle generazioni precedenti. stando alle stime, il 65% della nuova generazione avrà diritto a una pensione inferiore ai mille euro.
E lo scenario per i dipendenti della fascia di età 25-34 anni diventa ancora piu' cupa se si guarda a chi non è inserito nel mercato del lavoro e non ha la fortuna di avere un contratto standard. I ben 890.000 giovani autonomi o con contratti di collaborazione non saranno cosi' fortunati e ancora meno lo saranno i quasi 2,3 milioni di Neet, ovvero chi non studia e non lavora.

domenica 11 ottobre 2015

Via la Tasi: togliere ai poveri per dare ai ricchi

Togliere ai poveri per dare ai ricchi. Sembra essere proprio questa la razionalità ispiratrice del governo Renzi.
Nella prossima legge di stabilità (a breve in parlamento) verrà abolita la Tasi (tassa sui servizi indivisibili che grava sulle abitazioni). Questa è una buona notizia per molti italiani gravati dai costi sociali della crisi. Tuttavia, anche in questo caso, il PD renziano non poteva non privilegiare le classi sociali alte. L'eliminazione della Tasi riguarderà infatti anche ville, abitazioni signorili, castelli e dimore storiche (sono 45mila in Italia), sarà sufficiente che risultino essere la prima casa del loro ricco possessore. Per capirci, secondo stime Uil il proprietario di un appartamento, di categoria A8 (ville di pregio), collocato ad esempio a Roma, sull'Appia Antica o all'Eur, di 297 metri quadrati potrebbe risparmiare fino a 5.238 euro l'anno.
Tanti, quindi, risparmieranno sulla Tasi, i ricchi in particolare fino a diverse migliaia di Euro. Il problema è che saranno, di fatto, i ceti sociali più bassi a pagare i costi di questa manovra! Infatti se il governo con una mano da, con l'altra toglie. Da tempo il PD ha ingaggiato una lotta senza quartiere contro i poveri ( per esempio: qui e qui), in particolare nell'ultimo periodo stanno avendo risalto i cambiamenti riguardanti l'ISEE. Il nuovo ISEE fa risultare tutti più ricchi, in questo modo il numero di coloro che usufruiscono di servizi e prestazioni legati alla situazione economica potrebbe ridursi del 20%. Molte persone saranno escluse o dovranno pagare servizi sanitari, assistenziali o legati al diritto allo studio, di fatto un risparmio proprio sulle possibilità di vita dei ceti più poveri.

venerdì 9 ottobre 2015

BLOOMBERG: IN GERMANIA LA CO2 DIVENTA PROFITTO

Trasformare gli scarti inquinanti e la CO2 in prodotti da mettere sul mercato. Ovvero, convertire l’inquinamento in profitto determinando, tra le altre cose, un risparmio sul fronte dei costi. È ciò che starebbero tentando di fare le imprese industriali tedesche, sottoposte alla crescente pressione dei regolatori UE. Lo riferisce Bloomberg. Da ThyssenKrupp, che progetta la conversione dei gas emessi nelle sue acciaierie in metanolo, passando per Covestro (Gruppo Bayer), impegnata a trasformare il biossido di carbonio in schiuma da utilizzare nelle attrezzature sportive, nota Bloomberg, gli esempi non mancano. Un fenomeno in crescita, insomma, che potrebbe consentire alle imprese di adattarsi meglio alla rinnovata politica ambientale del Vecchio Continente.
Per anni, il crescente eccesso di offerta ha provocato un clamoroso ribasso dei prezzo dei crediti di emissione nel cosiddetto carbon market europeo. Con i valori di mercato dei contratti ai minimi storici, la UE ha avviato negli ultimi anni un primo giro di vite con l’obiettivo di ridurre l’offerta per determinare un rialzo dei prezzi rivitalizzando così il mercato (VEDI). In questo contesto, a fronte degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, le operazioni di riciclo assumono un ruolo strategico. “I benefici deriverebbero dal programma del cap-and-trade (il meccanismo di base del carbon market, ndr) che premia le compagnie capaci di ridurre le emissioni più rapidamente rispetto ai loro concorrenti concedendo a queste un più ampio numero di permessi gratuiti che possono essere rivenduti agli altri attori del mercato.

giovedì 8 ottobre 2015

Porcelli costituzionali, rottamano quel che resta dell’Italia

“Porcelli costituzionali”, l’ex ministro socialista Rino Formica li avrebbe battezzati “nani e ballerine”: sono gli yesman che mettono mano alle ultime regole rimaste, per liberarsene e lasciare campo libero ai super-padroni del grande business. Molti difensori della Costituzione parlano ancora come trent’anni fa, quando ancora c’erano Craxi e Andreotti, o come in anni più recenti, quelli dei girotondi contro il berlusconismo “eversivo”. Peccato che oggi l’Unione Europea – coi suoi diktat sui bilanci nazionali deprivati del potere di spesa pubblica grazie alla tagliola della moneta unica non più sovrana – scavalchi ampiamente le prerogative della Costituzione, sempre più lettera morta, piegata alla nuova sovranità “straniera” di Bruxelles. Certo, quel che resta della Carta fa ancora paura: fu Jamie Dimon (Jp Morgan) a spiegare che andava rottamata perché troppo garantista, troppo democratica, troppo attenta ai diritti del lavoro. E dunque le ultime picconate spettano a Renzi: «Ecco lo spettacolo assurdo: sono stati eletti con una legge incostituzionale, il Porcellum, e quindi non possono pensare nemmeno alla lontana di rappresentare correttamente il corpo elettorale, né sono legittimati a manomettere la Costituzione. Eppure fanno proprio questo».
I renziani «fanno strame della Costituzione muovendosi dentro un orizzonte ristretto, in stanze chiuse e delegittimate, con discussioni e compromessi bizantini», scrive Cabras su “Megachip”. «E ci tocca sentire Maria Elena Boschi mentre dice che il Maria Elena Boschipopolo aspetta da 70 anni la riforma della Costituzione (che ha 67 anni)». Al di là dell’anacronismo ignorante, «è la prova definitiva che queste personalità non hanno rispetto alcuno verso una Costituzione che fu scritta usando parole semplici ma con una discussione sottostante molto complessa», un vero e proprio «capolavoro di ponderatissima ingegneria istituzionale». Anni luce, un altro millennio: «Per fare la Costituzione vigente fu eletta in modo proporzionale un’Assemblea Costituente, non un Parlamento di nominati. Al lavoro della Costituente si affiancava una grandiosa opera di alfabetizzazione costituzionale, partita prima dell’elezione dell’assemblea: oltre che esserci un ministero apposito (retto da Pietro Nenni), ogni giorno c’erano trasmissioni radiofoniche grazie alle quali si educavano e si informavano con grande correttezza milioni di cittadini». Sembra di sognare: «I partiti e altre formazioni sociali appassionavano più gente possibile alla scrittura del progetto di Costituzione».
Era il personale politico uscito dalle rovine della guerra nazifascista: «Si trattava di personalità di ben altra dirittura e rappresentatività rispetto ai quattro scalzacani che oggi scrivono le “schiforme” in aggiunta all’obbrobrio della legge elettorale Italicum (il Porcellum al cubo)». I deputati della Costituente? Studiavano a fondo gli argomenti: «Giorgio La Pira ebbe l’illuminazione di far tradurre in italiano tutte le Costituzioni del mondo. A tutti i costituenti fu così distribuito un manuale utilissimo: quando prendevano in esame un qualunque tema di rilievo costituzionale, la loro visuale era autenticamente mondiale. Oggi abbiamo Verdini e Serracchiani (quella che ritiene che il presidente del Senato, “essendo stato eletto nel Pd, debba accettarne le indicazioni”) e altri irresponsabili che vogliono sottomettere ogni organo alla maggioranza di governo, Pino Cabrascome ricorda Gustavo Zagrebelsky». Lo spettacolo degradato della periferia consente comunque di illuminare lo scenario principale, europeo: la rimozione di qualunque residua sovranità nazionale, “pericolosa” perché elettiva e dunque democratica. Decisivo, in questo, il ruolo del centrosinistra europeista e tecnocratico, dagli anni ‘90.
Niente di strano, dunque, se oggi «la principale forza che vuole rovesciare la Costituzione è proprio il Pd». E attenzione: «Non solo la maggioranza renziana, ma pure la sua minoranza (gente che si metterebbe a negoziare anche se volessero reintrodurre lo schiavismo)». Aggiunge Cabras: «Sono gli stessi che sin dall’inizio di questa pessima legislatura stavano avallando un processo di revisione costituzionale piduista, quello dei “Saggi” di Napolitano, poi fallito». Se fossimo in una situazione normale, cioè ancora paragonabile a quella del dopoguerra, basata su leggi orientate all’interesse pubblico, a tutela della comunità nazionale dei cittadini, si ragionerebbe così: «La Carta può esser cambiata – ricorda Cabras – ma con prudenza estrema, con studio e cercando largo consenso, non con le urgenze dettate dall’orizzonte di potere che si sta organizzando intorno a Renzi, il primo ministro meno eletto del mondo». Invece siamo “sudditi” di Eurolandia, i bilanci vengono stabiliti lontano dai confini nazionali, e persino quel che resta della sovranità formale – la Costituzione, appunto – viene rottamata in modo sbrigativo, come fosse spazzatura della storia.

mercoledì 7 ottobre 2015

Tecnocrazia, non democrazia

La riforma costituzionale in tema di superamento del bicameralismo paritario e perfetto procede senza colpo ferire. La maggioranza parlamentare non sta dando grandi lezioni di democrazia, ma di tecnocrazia. Stabiliremo che cosa s’intende comunemente per democrazia. E prendo spunto da una recente intervista rilasciata da Mario Monti per capire il suo opposto: cosa non è democrazia. L’ex Presidente del Consiglio è un personaggio celebre per le sue uscite quali “la Grecia è il più grande successo dell’euro” o quando si domanda da cosa derivi l’intrinseca inferiorità del popolo italiano; l’ex Premier ribadisce altresì che è la troppa sovranità delle nazioni a frenare il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Nel corso della lunga intervista, non senza qualche brivido, leggiamo che il senatore Monti auspicherebbe una post-democrazia: dalla democrazia del popolo ad una democrazia per il popolo. Ce ne faremo una ragione. Però al di là di sogni, o più correttamente degli incubi, di facili vedute, vi è necessità di tracciare il passato per quello che è stato e capire la differenza non solo in termini economici, ma anche tra le varie teorie politiche: abbracciare il federalismo (parola che riecheggia continuamente tra gli europeisti più assetati non di democrazia, ma di potere) o dire che avremo l’Europa federalista è un errore; sarebbe come dire che l’euro anziché essere una costruzione sostanzialmente monetarista (con politiche fiscali restrittive o inesistenti) in realtà ha preso a modello gli Accordi di Bretton Woods.
L’Unione Europea trova le sue origini agli inizi degli anni ’50 allorché i cosiddetti padri costituenti, che in realtà hanno sempre cercato un compromesso economico, diedero vita alla CECA e alla CEE, proprio perché avevano paura di un’ unione politica (a causa del nazionalismo, che è poi lo stesso motivo per cui Kohl ha messo sotto un’unica moneta le due Germanie, provocando al tempo stesso la crisi dello SME, ma questo è un altro discorso…). Se la costruzione europea è partita da accordi di integrazione economica, va da sé che la politica è rimasta ai singoli stati. Quindi con questo tipo di costruzione potrà prodursi al massimo una confederazione, non una federazione. La teoria politica che meglio spiega e orienta l’Unione Europea dalle origini fino ad oggi non è il federalismo strappalacrime. E neppure il funzionalismo. Ma la realpolitick. Con al centro il paradigma dell’interesse di esclusiva (o semi-esclusiva, visto che nel frattempo la sovranità monetaria è stata ceduta) proprietà degli stati nazionali. La cosiddetta balance of power ha retto fino alla crisi del 2007-2008 e si basava sulla stabilità e sull’equilibrio tra chi ha avuto più voce in capitolo nel decidere negli ultimi 23 anni di Trattati, Regolamenti ed Euro-zona. Non è forse così? L’Europa ha forse deciso in un atto di generosità dei paesi più forti, nella sua accezione comunitaria e nell’eguaglianza dei suoi stati membri? No, gli stati che hanno gettato le basi dell’unione monetaria e dell’istituzione dell’Unione Europea all’indomani di Maastricht sono Francia e Germania. Crollato questo binomio con la crisi finanziaria, adesso gli europei si trovano con un’egemonia: quella tedesca. Qualcuno vede spiragli di federalismo? Se si riformano le 28 carte costituzionali sul modello della Costituzione svizzera o dei lander tedeschi e se a loro volta si ridiscutono i trattati europei e se si riesce ad approvare sotto un minimo comune denominatore una costituzione europea, forse sì..in futuro potremo anche parlare di federalismo. Si tratta di riavvolgere il nastro indietro di 75 anni e di ripartire da un’unione politica verso un’unione economica. Nell’attesa che ciò accada, consigliamo al professor Monti e a quanti come lui puntano il dito contro le politiche nazionali di fare bei sogni durante le ore di sonno.
Per quanto riguarda cosa s’intenda per democrazia, qui vi sono indubbiamente varie accezioni tra le quali non rientra però quella di Monti: quella che Monti e altri intendono – come probabilmente lo stesso governo italiano – ha veramente poco a che fare con la democrazia, sia nel suo senso classico e più vicino alle origini, quando ci riferiamo alla democrazia di tipo partecipativo dove era preminente il concetto di eguaglianza di ogni singolo cittadino, sia nell’accezione moderna di essa, la così detta democrazia liberale, nella quale i cittadini delegano ad altri la propria partecipazione. Vedete, questa seconda accezione di democrazia (che è comunque governo del popolo sebbene all’interno di confini più ampi delle polis o dei liberi comuni e per ciò stesso pragmaticamente rappresentativa) ha avuto periodi di forti critiche. All’inizio del 900, proprio in Italia studiosi come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca diedero vita all’elitismo: il sistema politico in realtà si basa su un’élite che domina la massa anarchica. Pertanto, la democrazia, semplicemente non può esistere. La tecnocrazia è l’elogio di un’oligarchia sul popolo considerato ignorante e, appunto, inadatto a esprimere qualsivoglia giudizio tecnico: meglio far decidere l’alto dall’alto. Prendiamo, per esempio, il tema delle preferenze che come le ha definite in suo recente editoriale il professor Panebianco, sarebbero “farina del diavolo”. Le preferenze, perno sul quale si è retta la Prima Repubblica, sono in realtà non un modo per dare al cittadino la possibilità di scegliere, ma uno strumento nelle mani dei vari gruppi di interesse.Insomma, per arrivare ad una politica europea bisogna che lo stato di eccezione perduri, legittimando una sospensione della democrazia, che il legislativo (con parlamentari scelti dal segretario di partito) sia nelle mani dell’esecutivo di turno. Con decreti-legge che, come si è visto negli ultimi anni, hanno sempre prevalso sulle leggi e con una minoranza del paese la quale, in modo unilaterale cambia le regole del gioco attraverso l’Italicum e annessa riforma costituzionale
Sinceramente, più che del rischio di costruzione europea (che è una narrazione, come la maggioranza di queste utopie che cozzano con le verità della storia….), ci sarebbe da essere molto più preoccupati della disintegrazione dello stato italiano e della sua legge più importante: la Costituzione, che non è “la più bella del mondo” (si consideri, ad esempio, che i vari governi di emergenza che si sono succeduti durante l’intero arco temporale della Seconda Repubblica, sono stati possibili proprio dal fatto che il Presidente del Consiglio è nominato dal Pres. della Repubblica, come recita l’art. 92). Anche la nostra carta costituzione è frutto di un antico compromesso. Ma è pur sempre stata costruita con un’idea dell’Italia e dell’Europa profondamente diverse. Il vero obiettivo della riforma costituzionale è quello di esautorare una reliquia del passato – che reliquia comunque non è: enfatizzare l’economia mista è più giusto o più sbagliato del negare gli aiuti di stato, come invece affermano gli art.107 e 108 del TFUE? E chi stabilisce ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? I burocrati o i cittadini dei rispettivi paesi membri? L’intento di mettere al centro la governabilità del nostro paese e un superamento della nostra Costituzione ha come inevitabile conseguenza quella di accelerare l’iter di riforme chieste in questi anni dall’Unione Europa. Si chiama per l’appunto tecnocrazia, non democrazia.

martedì 6 ottobre 2015

Anche l'America non sta per niente meglio...

Difficile resistere alla tentazione di mettere il dito nella piaga. Nella vulgata mediatica mainstream, “l'America” ha trovato la via della crescita e dell'aumento dell'occupazione, per cui dovremmo imitarla in tutto e per tutto (a partire dall'annullamento delle tutele dei lavoratori) e tacitare i critici.
Il problema è che non è vero. Punto. I dati sul Pil Usa sono da sempre oggetto di molte critiche e distinguo, per le statistiche ufficiali usano standard diversi da quelli in uso nel resto del mondo, e sono genere molto complicati dalla forte di presenza di imprese multinazionali (non tutto quello che figura come “produzione interna” è realmente tale, perché incorpora un grande numero di componenti prodotti altrove).
Ma neanche il dato sull'occupazione è vero, ma solo in parte per gli stessi motivi “tecnici”. Nell'ultima settimana, per esempio, ci è stato detto che l'occupazione Usa era cresciuta di 142.000 unità, che a noi sembrano moltissime, ma laggiù sono meno del necessario per reggere l'aumento della popolazione (immigrazione compresa). E infatti gli analisti avevano considerato questo dato “deludente”, di 60.000 unità inferiore alle attese.
Ora, a un calcolo più preciso, si scopre che in realtà non c'è stato alcun aumento dlel'occupazione, ma addirittura una diminuzione. E anche molto consistente. Per esempio, IlSole24Ore scrive che
I calcoli sono di David Rosenberg, economista di Gluskin Scheff. E hanno merito: “Aggiungendo la beffa all'inganno, la settimana lavorativa si è accorciata in settembre a 34,5 ore dalle 34,6 ore di agosto, uno sviluppo che equivale di fatto a una perdita di 348.000 posti di lavoro”. Vale a dire che l'economia americana non ha affatto sostenuto la creazione di lavoro, piuttosto ne ha decretato una contrazione significativa: dell'ordine netto di 265.000 impieghi, una volta sommate le revisioni al ribasso di circa 60.000 posti relative ai due mesi precedenti.
Naturalmente bisogna ricordare che l'accorciamento della giornata lavorativa media è dovuta a scelte aziendali, non a una normativa di protezione dei dipendenti. Insomma: le imprese riducono la produzione e quindi “mandano a casa” prima i lavoratori, con ovviamente meno salario.
C'è poi da considerare la “qualità” dei nuovi posti di lavoro mettendola in relazione con quella dei posti persi. Ancora dal Sole:
Wal-Mart ha eliminato 450 posti dal suo quartier generale. Dunkin Donuts chiuso cento locali e Macy's 40 grandi magazzini. Caterpillar prevede la cancellazione di 10.000 buste paga entro il 2018. Sprint ha pronti tagli occupazionali come parte di risparmi per 2,5 miliardi. E così via: il mese scorso Challenger, Gray & Christmas ha calcolato che sono stati licenziati 58.877 lavoratori, un aumento del 43% da agosto, culmine di un anno che finora ha visto l'annuncio di 493.431 esuberi, in rialzo del 36% sull'anno scorso.
A prima vista, le grandi società tagliano occupazione “buona”, magari anche molto differenziata quanto a competenze (i commessi di Wal-Mart non “pesano” quanto i blue collar e i tecnici di Caterpillar), ma sicuramente superiore a quella nuova: camerieri, cucinieri, commessi, ecc. L'unica eccezione di qualità viene da un incremento dei posti nella sanità, come effetto indiretto del Medicaid imposto da Obama (una sorta di assicurazione sanitaria obbligatoria, in parte coperta dallo Stato, estesa anche a figure sociali che prima ne erano prive per insufficienza reddituale). Anche i salari orari medi hanno fatto peggio delle aspettative, rimanendo invariati. Gli analisti puntavano su un incremento dello 0,2%.
Il tasso di disoccupazione ufficiale è perciò rimasto stabile al 5,1%. Ma si tratta di un dato notoriamente bugiardo, perché non considera disoccupati i cittadini che hanno smesso di cercare lavoro, ossia quelli che in Italia vengono chiamati “scoraggiati”. Per capire quanti sono si ricorre a un dato comparativo, non diretto, ossia alla percentuale di americani che partecipano alla forza lavoro. Questo livello è sceso in settembre al 62,4% (era a 62,6 in agosto), ed è il livello più basso da metà Anni 70.
Il numero di cittadini statunitensi che non risultano più far parte della forza lavoro – e non sono più coperti da nessun ammortizzatore sociale - sono perciò aumentati di 579 mila unità, raggiungendo l'agghiacciante cifra di 94,6 milioni.
Non sembra la fotografia di un paese economicamente in grande salute.
Altri segnali di difficoltà arrivano dall'Alaska, dove la decisione di Shell di sospendere le trivellazioni nel mare di Berings rischia di accentuare la crisi della regione. Qui il calo del prezzo del petrolio è stata un'autentica iattura, perché ha fatto crollare sia l'occupazione che le entrate fiscali, al punto che potrebbe finire in bancarotta (seguendo l'esempio della California, alcuni anni fa). E infatti Shell ferma la ricerca di altri giacimenti perché con questi prezzi l'estrazione di greggio nel mare ghiacciato avverrebbe in sicura perdita, così come sta avvenendo in tutto il settore dello shale oil.
Ma la dimensione dei problemi è intuibile anche dalle polemiche seguite alla decisione dell'Epa (l'ente per la protezione ambientale, lo stesso che ha fatto esplodere lo scandalo Volkswagen) di abbassare i limiti “accettabili” la quantità di ozono nell'aria: da 75 a 70 parti per miliardo (ppb). Il vecchio limite era stato fissato ai tempi di Bush, sicuramente poco sensibile ai temi ambientali, e il fatto che non fosse mai stato abbassato era uno degli argomenti di critica “da sinistra” ad Obama. Le polemiche, dovrebbe essere inutile dirlo, provengono soprattutto dalle industrie, che dovrebbero a questo punto investire in meccanismi di contenimento delle emissioni al momento della produzione o sugli stessi prodotti: “Le aziende manifatturiere, soprattutto le più piccole, saranno costrette a decidere tra il rispetto della normativa Epa e l’assunzione di nuovi lavoratori”. Ma anche le associazioni ambientaliste sono deluse perché ritenevano che l'abbassamento dei limiti dovesse essere più drastico, a 60 parti per miliardo.
Tutta quest'orgia di dati negativi viene in queste settimane pubblicata un po' dovunque per fare pressione sulla Federal Reserve, che ha annunciato un primo rialzo dei tassi di interesse entro la fine dell'anno (probabilmente in dicembre). Un rialzo dei tassi, ovvero l'aumento del costo del denaro, avrebbe effetti pesantemente negativi sull'economia reale Usa, ma probabilmente buoni su quello puramente finanziario, perché farebbe volare masse enormi di capitali liquidi dai paesi emergenti e dall'Europa verso gli Stati Uniti (cosa che peraltro sta avvenendo già da molte settimane, perché “i mercati” non attendono che le decisioni siano formalmente prese ma le “anticipano” per sfruttare anche pochi centesimi percentuali di guadagno).
E tra gli analisti c'è già chi smmette sul fatto che la Fed darà – sì – seguito al proprio annuncio che data ormai due anni, e quindi rialzerà di pochissimo i tassi di interesse. Ma già a primavera – questa la previsione – dovrà fare marcia indietro e ricominciare a preparare un nuovo ciclo di quantitative easing.
Tradotto: la crisi globale è sempre qui e l'unico modo di non tenerla minimamente sotto controllo è l'intervento delle principali banche centrali del pianeta, con iniezioni di liquidità di fatto illimitate. Ma vi sembra possibile “stampare denaro” all'infinito al solo scopo di mantenere ferma la situazione?

lunedì 5 ottobre 2015

Il governo benedice la vendita di 28 cacciabombardieri al Kuwait

Ventotto cacciabombardieri Eurofighter Typhoon (ventidue miniposto e sei biposto) di produzione italiana saranno presto consegnati alle forze armate del Kuwait. Il memorandum d’intesa relativo alla commessa dei velivoli è stato firmato in occasione della recente visita in Italia del primo ministro kuwaitiano, lo sceicco Jaber Mubarak Al-Hamad Al-Sabah, ospite del premier Matteo Renzi e dei massimi vertici delle forze armate.
Da parte italiana, il contratto di otto miliardi di euro circa è stato siglato dai manager dall’azienda Alenia Aermacchi (Finmeccanica) che detiene la quota del 19% del consorzio europeo che ha progettato e realizzato il nuovo cacciabombardiere. L’accordo include la formazione dei piloti dell’aeronautica militare kuwaitiana e la logistica al dislocamento dei velivoli. Alla maxicommessa parteciperanno altre aziende del gruppo Finmeccanica (Selex ES e MBDA), le società Elettronica e Vitrociset e alcune piccole e medie imprese italiane.
Con una lunghezza di 16 metri e un’apertura alare di 11, l’Eurofighter Typhoon può raggiungere la velocità massima di 2 mach (2.456 Km/h) e un’autonomia di volo di 3.700 km. Il velivolo può essere armato con cannoni Mauser da 27 mm, bombe a caduta libera e a guida GPS, missili aria-aria, aria-superficie e antinave a guida radar e infrarossa.
“L’Eurofighter Typhoon è il più avanzato aereo da combattimento multiruolo di nuova generazione attualmente disponibile sul mercato mondiale”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eurofighter GmbH, Alberto Gutierrez. “Questo nuovo accordo ribadisce la superiorità di questo velivolo rispetto ai suoi diretti concorrenti e ci garantirà un ulteriore spinta verso future affermazioni internazionali”. Ad oggi, sono già 600 i caccia commissionati da sette paesi (Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Austria, Arabia Saudita ed Oman). Nel nostro paese gli Eurofighter sono in dotazione del 4° Stormo dell’Aeronautica di Grosseto, del 36° di Gioia del Colle (Bari) e del 37° di Trapani-Birgi.
Come sottolineato da Guido Crosetto (già sottosegretario alla difesa nell’ultimo governo Berlusconi e odierno presidente dell’Aiad, l’Associazione delle industrie aerospaziali italiane), l’accordo con il Kuwait “conferma la qualità del prodotto industriale ma è anche il risultato del lavoro dell’ex amministratore di Alenia Giuseppe Giordo, dell’odierno Ad Filippo Bagnato, dell’amministratore di Finmeccanica Mauro Moretti e del generale Pasquale Preziosa, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare. Ma un ruolo importante è stato ricoperto pure dal ministro della difesa Roberta Pinotti e dal primo ministro Matteo Renzi”.
I primi contatti con le autorità kuwaitiane da parte del ministero della Difesa italiano, dell’Aeronautica militare e dei manager del consorzio Eurofighter risalgono a cinque anni fa. Nel 2012 ha preso il via la campagna commerciale vera e propria guidata da Finmeccanica-Alenia Aermacchi con le prove di volo e le valutazioni tecnico-operative dei caccia, condotte sia in Italia che in Kuwait. Nell’ultimo anno, la ministra Pinotti si è recata più di una volta in Kuwait per incontrare i vertici delle forze armate locali, mentre l’Aeronautica militare ha ulteriormente rafforzato le proprie relazioni con le forze aeree dell’emirato consentendo ai piloti arabi di frequentare cicli addestrativi presso l’Accademia di Pozzuoli (Napoli), la scuola di volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce) e lo scalo aereo di Latina, sede del 70° Stormo. Proprio a Latina nel giugno 2015, alla presenza delle autorità dell’ambasciata del Kuwait a Roma, si è tenuta la cerimonia di graduazione di cinque allievi piloti della Kuwait Air Force che nei mesi precedenti avevano effettuato i corsi di pilotaggio sul velivolo Alenia Aermacchi T-260B. Un anno prima, un’analoga cerimonia di graduazione si era svolta nell’aeroporto “F. Cesari” di Galatina. “Sono particolarmente orgoglioso di questo speciale legame che unisce l’Italia e il Kuwait”, dichiarò in quell’occasione il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Pasquale Preziosa. “Ad oggi sono oltre 20 gli allievi kuwaitiani che stanno frequentando numerosi corsi tecnici nei nostri istituti di formazione. Un numero questo che è destinato a salire rendendo così il Kuwait il Paese con il più alto numero di studenti inseriti nei nostri programmi di addestramento”.
Secondo quanto riportato da Il Giornale, la firma del memorandum per l’acquisizione dei 28 Eurofighter sarebbe stata segnata tuttavia da un incidente politico-diplomatico che ha incrinato i rapporti tra le autorità kuwaitiane e l’Italia. Al pranzo offerto dal presidente del Consiglio Renzi in onore dello sceicco Jaber Mubarak Al-Hamad Al-Sabah, è stato escluso dal tavolo d’onore e dalla sala da pranzo principale il comandante delle forze armate kuwaitiane, il generale Mohammed Khaled Al-Khadher, che – sempre secondo il quotidiano – “avrebbe vivacemente protestato con il personale del protocollo presente, arrivando a minacciare di far saltare il contratto dei cacciabombardieri”.
Italia e Kuwait hanno sottoscritto l’11 dicembre 2003 un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo della difesa, ratificato dal Parlamento italiano con la legge n. 147 del 18 luglio 2005. Il Memorandum mira a rafforzare la partnership tra i due paesi attraverso lo scambio di esperienze e conoscenze specialistiche nei settori dell’addestramento militare e della tecnologia informatica, l’organizzazione di programmi e corsi di istruzione, lo scambio di osservatori in esercitazioni militari, l’assistenza tecnica sugli equipaggiamenti e sui sistemi di difesa, lo scambio di informazioni tecniche sui mezzi militari in costruzione. Il 18 luglio 2012 a Kuwait City è stato firmato un secondo Memorandum of Agreement tra il Segretario Generale della Difesa italiano e il Capo di Stato Maggiore del Kuwait per “rafforzare la collaborazione nel settore addestrativo e nelle iniziative industriali, finanziarie e militari congiunte”.
Un contingente militare italiano (Task Force Air Kuwait TFA-K) di 190 unità opera da un anno circa in Kuwait nell’ambito delle operazioni della coalizione internazionale a guida Usa impegnata contro l’Isis in Iraq e Siria. Il contributo nazionale vede lo schieramento di un velivolo da rifornimento in volo KC-767-A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) nella base aerea di Al Mubarak, Kuwait City (sede del quartier generale delle forze aeree kuwaitiane), di quattro cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (ricognizione e sorveglianza) ad Al Jaber (scalo aereo a una settantina di km dal confine con l’Iraq, utilizzato anche dai velivoli Usa) e di due velivoli a pilotaggio remoto “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia) ad Al Salem (base aerea ad una cinquantina di Km. dall’Iraq, sede del 386th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force).