Uno degli elementi (falso) sul quale si basa la retorica del
renzismo - circa la riforma costituzionale e l'adozione dell'italicum - è
dato dall'argomento del bipartitismo.
Il bipartitismo (che si
differenzia dal bipolarismo in quanto dominanti nel sistema politico
sono due partiti e non due coalizioni di partiti) è considerato una
specie di panacea per tutti i problemi legati alla governabilità delle
democrazie moderne e, segnatamente, per la democrazia italiana.
La retorica del bipartitismo offre, a sostegno di sé stessa, le seguenti motivazioni:
il bipartitismo offre chiarezza di posizioni. Da una parte c'è un
partito che la pensa in un modo su un determinato tema (o meglio su un
insieme di temi) e dall'altra parte un partito che la pensa in maniera
alternativa;
il bipartitismo evita la frantumazione politica e con
essa l'ingovernabilità di un sistema. Questo poiché la riduzione dei
partiti porta con sé, evidentemente, la riduzione delle posizioni
politiche eliminando il conflitto tra i partiti al governo o le
lungaggini nel processo decisionale parlamentare dovuto, ad esempio,
all'ostruzionismo dei piccoli partiti;
il bipartitismo garantisce la
pluralità nell'unità poiché i due partiti alternativi assommano in sé
una pluralità di posizioni che però sono, alla fine, riassunte in
posizioni unitarie decise a maggioranza all'interno dei partiti stessi.
In realtà, l'Italicum non è detto che assicuri il bipartitismo. Ma non
voglio entrare nel merito di questa questione: altri (molti altri) ne
hanno già parlato e qui segnalo soltanto un articolo breve ma esaustivo
di Raimondo Catanzaro.
Quello di cui voglio occuparmi è invece un
altro aspetto, di fondo, e cioè contestare la "bontà" del bipartitismo
come sistema di rappresentanza e di governo che assicura stabilità,
rappresentatività e chiarezza di posizioni.
Bipartitismo o monopartitismo?
Il primo punto da tenere a mente è questo. Nelle democrazie europee e
in quella statunitense non esiste, nei fatti, il bipartitismo. Non
perché non vi siano due partiti dominanti ed esclusivi nella corsa al
governo, ma perché le posizioni politiche, nei temi essenziali, tra i
due partiti sono pressocché indistinguibili da almeno un trentennio. Il
che crea un monopartitismo di fatto. Per cui potrebbe anche essere vero
che le posizioni siano chiare, ma non sono due. E' una.
Il caso
tedesco, quello inglese, quello americano, quello francese ( pure quello
italiano, con le dovute differenze) testimoniano in tal senso.
In
politica estera esiste la continuità delle posizioni - sempre e comunque
- tra repubblicani e democratici (Usa), tra socialisti e gollisti
(Francia), tra socialdemocratici e democristiani (Germania), tra
laburisti e conservatori (Gran Bretagna).
Per quanto riguarda le
politiche economiche e industriali, idem. L'inizio degli anni '80
rappresenta l'inizio dell'era liberista e della conversione al liberismo
di ogni partito che prima era (più o meno) alternativo ad esso. Il
mercato e le presunte regole di efficienza del mercato sono alla base di
tutte le politiche economiche - di "destra" e di "sinistra" - di
deregulation e di privatizzazione che si sono verificate negli ultimi
decenni (dall'abrogazione della legge Glass-Steagall e delle sue
clonazioni europee, alla quasi totale deregolamentazione dei mercati
finanziari, al ridimensionamento del potere contrattuale dei sindacati,
ecc.). Sono diventati liberisti i laburisti di Blair, i
socialdemocratici di Schroeder, i Socialisti francesi (dai tempi di
Mitterand) e, ovviamente, i democratici americani (è di Clinton, per
capirci, la firma che abroga la legge Glass-Steagall).
Lo stesso
dicasi per quanto riguarda le politiche sociali (stato sociale, pari
opportunità, diritti individuali legati alla questione sessuale come ad
esempio i matrimoni gay, scuola e università). Anche su questi temi le
posizioni generali dei due partiti maggiori sono pressocché identiche e
differiscono, quando e se differiscono, sulla maggiore o minore
incisività delle misure proposte (es.: magari un partito di "destra"
sarà per le unioni civili tra persone dello stesso sesso e un partito di
"sinistra" sarà per i matrimoni tout court, ma, nella sostanza, le
misure proposte sono equivalenti).
Una situazione del genere non dà
origine a nessun sistema bipartitico nel quale si affrontano partiti con
posizioni radicalmente o sostanzialmente differenti. Dà origine invece
ad un sistema monopartitico, di fatto, nel quale si affrontano, più che
due partiti, due uomini più o meno telegenici e più o meno capaci di
polemizzare con l'avversario sulla forma e non sul contenuto delle
posizioni rappresentate.
Il luogo della rappresentanza e della
decisione politica: il trasferimento di sovranità popolare dal
Parlamento al Partito che vince le elezioni
Nei sistemi bipartitici
dove il capo del governo è eletto contestualmente alla rappresentanza
parlamentare (Germania, Francia e Gran Bretagna) la situazione è, se
possibile, ancora più "monopartitica" poiché non esiste neppure la
possibilità che il governo venga in qualche modo ostacolato nelle sue
decisioni da un Parlamento che esprime una maggioranza di elettori
diversa da quella che ha eletto il capo del governo. Negli Usa questa
possibilità esiste (anche a causa delle diverse date in cui si elegge il
Presidente e il Congresso) benché, proprio in ragione della somiglianza
gemellare dei due partiti maggiori, è davvero difficile trovare, negli
ultimi decenni, elementi di discontinuità seria nell'ambito dei tre
fattori decisivi dell'agire di governo cui si faceva riferimento
(politica estera, politica economica, politica sociale).
Di fatto
quello che accade è pertanto assai semplice da riassumere: la
maggioranza parlamentare "sicura" è garantita, per mezzo di leggi ad
hoc, al partito che vince le elezioni. Il partito pertanto assume il
controllo del Parlamento e ne determina la volontà legislativa. In tal
modo avviene un passaggio cruciale: il trasferimento della potestà
legislativa dal Parlamento al partito vincitore. E' all'interno del
partito che si decidono i temi da affrontare e la loro priorità. Al
Parlamento non resta altro che ratificare le decisioni del partito al
governo.
Il Partito come contenitore
Nei paesi dove vige il
sistema bipartitico i partiti dominanti non sono più i vecchi partiti di
massa, radicati nel territorio, capaci di selezionare classe dirigente
sulla base di un percorso lungo e anche difficoltoso e con un sostrato
culturale ed ideologico chiaro, definito ed oggettivamente alternativo
come potevano essere il partito socialdemocratico e quello democristiano
tedeschi o quello laburista e quello conservatore britannici del
secondo dopoguerra (ma anche del primo).
Sono invece "contenitori".
Luoghi politici, cioè, che contengono le più disparate posizioni
politiche e le più disparate (e antinomiche) categorie sociali. Dentro
questi contenitori c'è infatti di tutto: dal banchiere all'operaio, dal
commerciante al presidente di multinazionali, dal disoccupato al
rentier. E c'è di tutto dal punto di vista delle posizioni politiche: da
chi vorrebbe la chiusura delle frontiere (ad immigrati e merci) a chi
chiede il totale abbattimento delle frontiere stesse (per uomini e
merci), dall'ateo militante al credente bigotto e via dicendo. Per
tenere assieme tutte queste categorie e posizioni l'unica cosa possibile
è affidare ad un lider plenitpotenziario la gestione del partito. Un
lider che sia multiforme, prismatico, pieno di sfaccettature, dove
chiunque possa riconoscere un tratto di sé stesso o degli interessi che
vorrebbe tutelati. Il lider è, pertanto, la sintesi della frammentazione
sociale e la sua rappresentazione vivente. Ed è per questo motivo che i
moderni partiti nei sistemi bipartitici usano la formula delle
primarie. Perché solo l'investitura del "popolo" di partito può
garantire la generale tenuta del partito stesso. E' condizione
necessaria e sufficiente. Se il partito non è più di classe, se non è
più di ispirazione religiosa, se non è più espressione degli interessi
di un gruppo sociale omogeneo e identificato allora solo la "reductio ad
unum" può garantire la sopravvivenza del partito. La sintesi di tutte
le posizioni in un uomo solo.
La sfida elettorale per il governo non
è più, pertanto, tra posizioni politiche differenziate e alternative ma
tra l'incarnazione di una pluralità di posizioni somigliantissime che
si distinguono tra loro solo perché si distinguono tra loro i lider dei
due partiti.
I rischi del monopartitismo di fatto.
Le
società occidentali ad economia avanzata sono, come noto e come
magistralmente esposto da Baumann, società "liquide". Cioè altamente
frammentate socialmente, economicamente e culturalmente. Le
stratificazioni sociali, la distribuzione del reddito, le estreme
varietà di "lavoro" esistente, la velocità con la quale la tecnologia
cambia "usi e costumi", sono elementi caratterizzanti di queste società
che vivono un equilibrio instabile e precario. Questi caratteri
risaltano ancora di più nei momenti di crisi economica e danno origine,
assai spesso, a movimenti sociali centrifughi. Il primo dei quali è la
disaffezione alla partecipazione politica (astensionismo elettorale) e
il secondo la nascita e l'espandersi di movimenti politici
radicalizzanti (nazionalisti, razzisti, populisti, ecc.). In questo
panorama si affacciano tre elementi di rischio per l'intero sistema
sociale e politico di una certa rilevanza e che sono speculari ai tre
elementi in premessa ricordati che qualificano la difesa del
bipartitismo.
E' falso parlare di chiarezza di posizioni opposte e
differenziate. I due partiti maggiori che si affrontano per il governo
fanno della fumosità la loro forza per la semplice ragione che sono
entrambi figli della stessa ideologia liberista. Slogan e tweet e,
all'opposto, lunghi programmi ileggibili pieni di grafici e tecnicismi
sono i mezzi usati per la propaganda elettorale. I primi e i secondi
sono usati a seconda delle necessità contingenti e, normalmente, per
offrire a tutti l'idea che quel partito ha elaborato posizioni meditate
riassumibili in semplici concetti. Inoltre le parole d'ordine di grande
impatto, semplici da ricordare e polisemiche sono lo strumento
principale per il convincimento dell'elettorato (ormai fluido e disposto
a cambiare partito come si cambia marca di sigarette). Proprio come
avviene per una qualunque merce pubblicizzata.
E' vero che aumenta
la stabilità dei governi, ma a scapito della stabilità sociale. La
riduzione ad un solo partito (anche se due formalmente) e quindi la
drastica riduzione della rappresentanza partitica in Parlamento non
riduce la molteplicità delle opinioni, degli interessi e dei punti di
vista: non gli dà rappresentanza. Il che è molto diverso.
Soprattutto non dà rappresentanza a quanti sono in vario modo esclusi
dalla cittadinanza attiva (cioè chi ha un lavoro e un minimo di
benessere economico) o sono in procinto di esserne esclusi. Non dà
rappresentanza a frange ideologiche molto caratterizzate (di destra o di
sinistra, non importa). Non dà rappresentanza a quanti si sentono
minacciati da una società in rapidissima e continua evoluzione (si pensi
solo ai cambiamenti apportati dall'immigrazione nel tessuto sociale
delle grandi città, in ispecie nelle periferie). Non dà rappresentanza a
quanti vivono marginalmente (sottoproletariato urbano, popolazione
anziana al limite della sopravvivenza, ecc.). Eppure questi gruppi
sociali esistono e hanno un loro peso. Evidente che essendo
marginalizzati socialmente - ed anche politicamente dal bipartitismo -
in vario modo diventano elementi di instabilità sociale poiché o
aderiscono a formazioni populistiche/fascistoidi, o a gruppi di
contestazione sedicenti rivoluzionari oppure, più semplicemente, non
partecipano più alla vita politica lasciando ad altri ogni sorta di
decisione collettiva e riducendo drasticamente gli spazi di democrazia.
Non è vero che il bipartitismo garantisce la pluralità nell'unità. Le
decisioni che il partito prende sono decisioni che vengono adottate a
maggioranza. E non può essere diversamente visto che la velocità è una
delle caratteristiche principali delle società contemporanee e che le
discussioni e i compromessi richiedono tempo e rinunce reciproche. In
questo senso il leader del partito è il dominus che decide tempi e modi
delle (eventuali) discussioni e ha la parola finale su ogni singolo tema
affrontato dentro il partito (ormai depositario della potestà
legislativa).
Nei casi più controversi, non è il leader cambia idea
a seguito della discussione nel partito ma il partito che si uniforma
all'idea del lider a meno di essere sfiduciato cosa difficilissima a
farsi poiché, come si è visto, ormai il leader del partito è scelto
attraverso le "primarie".
Malgrado questo sistema di cose abbia
questi, e parecchi altri, punti deboli, in Italia, è quello che viene
presentato come il migliore possibile per governare le democrazie nelle
società avanzate contemporanee e quindi l'Italia stessa.
E' chiaro
che si tratta di truffa, ma è altrettanto chiaro che, oramai, questa
impostazione gode dell'appoggio di larga parte dell'opinione pubblica e
che non subirà contestazioni di rilievo.
Come è chiaro che parlare di democrazia in queste condizioni è mentire, consapevolmente o meno, a sé stessi e agli altri.
Il bipartitismo verso cui va la riforma costituzionale e la nuova legge
elettorale (Italicum) non darà origine ad una nuova, moderna, più
efficiente forma di democrazia adatta ai tempi.
Darà origine ad una
nuova, ma neppure tanto moderna, benché efficiente, forma di governo
molto prossima ad una autocrazia temperata dal mantenimento di libertà
formali.