domenica 10 maggio 2015

Il bilancio della Corte

Le sentenze si odiano; le sentenze si amano. Non importa. L’importante è che si rispettino. Partendo da questa condizione necessaria prima di innescare qualsivoglia dibattito, possiamo far luce su ciò che scaturirà dalla recente sentenza della Consulta. Anche al costo di peccare nel sostenere una presunzione di terzietà degli organi giurisdizionali. La sentenza in questione ha evidenziato un vizio di costituzionalità nel blocco dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione (indicizzazione) previsto nel decreto D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, meglio conosciuto come “Salva Italia”. Tale blocco interessava le pensioni tre volte superiori al limite previsto dall’Inps (1443 euro). Le restituzioni potrebbero gravare pesantemente sui conti pubblici appena promossi dal vaglio europeo. Le cifre per ora sono solo stimate: si aggirerebbero intorno agli 85 euro al mese per un totale di 13 mld. Non di certo cifre irrisorie. E allora cosa si fa in uno Stato democratico? Si iniziano a mettere in discussione le tempistiche di attuazione delle sentenze di quello che, in un sistema giuridico gerarchico, dovrebbe essere il vertice dell’apparato giurisdizionale. Un dibattito non estraneo alla storia italiana: durante la prima Repubblica, infatti, ci si chiese se le norme di carattere economico-sociale poste all’interno del testo costituzionale avessero efficacia effettiva o fossero meramente programmatiche. La risposta fu che le norme costituzionali hanno valore giuridico e diretta applicabilità.
Vedendo alcuni operatori politici struggersi di fronte all’interrogativo sulla tempistica di attuazione del rimborso, la Corte si è subito affrettata a precisare: “Le sentenze della Corte che dichiarano la illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un atto avente forza di legge producono la cessazione di efficacia della norma stessa dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Tutto ciò appare inequivocabilmente ovvio: essendo la Costituzione una fonte sovraordinata,qualsiasi legge o atto avente forza di legge contrario ai suoi principi deve essere espunto dall’ordinamento. Non è d’accordo l’onorevole Zanetti (Scelta Civica): “Restituire l’indicizzazione ai redditi più alti sarebbe immorale”. E’ proprio vero: a volte la moralità e la legalità non coincidono affatto. Ma a quel punto, cosa fare? Quale sarà la via da seguire?
Quei soldi dovranno essere restituiti, questo per ora è fuori discussione. Spetterà all’esecutivo stabilire le forme ed i modi più consoni. Anche ipotizzando una restituzione a rate, il flusso in uscita dalle casse dell’erario dovrà pur sempre esserci. Quello che potrebbe essere visto come un colpo di reni della sovranità giuridica rischierebbe di essere osteggiato dalle forme di esecutivo all’interno dell’Unione europea. L’art. 10 della Costituzione, infatti, vede al suo interno un limite implicito all’inserimento nel nostro ordinamento di norme di Diritto internazionale generalmente riconosciute: esse non devono essere in antinomia con i nostri principi costituzionali (ad esempio l’equità). Se la sentenza non venisse applicata lo scenario potrebbe sfiorare (con le dovute proporzioni in termini di sangue versato) quello cileno, con il bastone usato come vincolo esterno a livello politico ed economico (l’intero sistema antecedente al 73′ venne smantellato e sostituito con i principi accademici monetaristi). Sovranità e costituzionalità sarebbero non solo due reciproci sinonimi, ma anche due reciproche parti lese. Sta di fatto che. nel caso l’ostracismo internazionale al rimborso dovesse presentarsi, avremo modo di vedere due diversi aspetti interessanti: come reagirà il governo Renzi (ovvero se la nostra fermezza negli Affari Esteri non si ferma alla Mogherini); inoltre, l’inizio di un contrasto a livello puramente giuridico e non più solo economico sulle politiche economiche che siamo invitati ad adottare.

venerdì 8 maggio 2015

L'efficacia delle lotte

Sta succedendo anche questo, nelle lunghe e spesso contorte discussioni sul “post Primo Maggio milanese”, in cui l'attenzione esasperata per i dettagli rischia di far perdere di vista la situzione nel suo complesso o viceversa, col rischio di inciampare ad ogni passo.
Si può insomma da un lato arrabbiarsi per come si deve stare in piazza e per quali obiettivi, o dall'altra appassionarsi sulla torsione reazionaria evidente impressa da Renzi per conto di Confindustria e Unione Europea. E in entrambi i casi può però risultare complicato cogliere l'elemento decisivo che si erge di fronte a chiunque, a qualsiasi livello, è abituato o costretto a gestire iniziativa sindacale, sociale, politica: come si fa ad ottenere un successo, se non c'è più alcun margine di trattativa?
Tutti veniamo da una lunga fase in cui, tra alti e bassi, si agiva conflitto – talvolta anche molto aspro e violento – per ottenere riforme vere (lo Statuto dei Lavoratori, per esempio), aumenti salariali, allargamento della sfera dei diritti, ecc, oppure per “limitare il danno” nell'erosione di quelle conquiste, una volta rovesciatisi i rapporti di forza. Persino nelle prigioni più dure si poteva ragionevolmente spuntare qualche condizione migliore, qualche spazio in più.
Tutto ciò è finito. Il renzismo è arrivato alla fine di un lunghissimo ciclo di arretramenti. Ed è arrivato per sanzionare, anche sul piano costituzionale, che il comando dell'impresa sulla società è l'unica priorità dell'agire pubblico. Che, quindi, non ci sono più spazi per contrattare alcunché. Qualsiasi sia il tipo di opposizione che viene messo in campo, inclusa quella parlamentare.
Per essere chiari. Non ottengono più nulla, pur accettando di arretrare vistosamente, nemmeno le Camusso e le Furlan, sindacalisti “complici” di lunga esperienza nel trattare in perdita. Non ottengono quasi nulla neanche i sindacati conflittuali, se non a livello aziendale e in casi sporadici. Non riescono più a ottenere spazio neanche i centri sociali più dialoganti, quelli che per oltre 20 anni hanno potuto contare su forme di dialogo con gli enti locali che si traducevano in regolarizzazioni, assegnazioni, “progetti” e qualche spicciolo.
Basta guardare la reazione governativa al grande sciopero della scuola (“ascoltiamo, ma tiriamo avanti con la testa dura”) per rendersi conto che la possibilità di incidere a livello politico generale è ridotta a zero. Il potere politico e le strutture di interessi che lo pilotano non si spostano di un millimetro dalla realizzazione dei propri obiettivi “strutturali”, di ridisegno complessivo degli assetti sociali e istituzionali per mettere al sicuro – perennemente – gli interessi del grande capitale mutinazionale.
Quindi, che si fa? Non è un problema di “forme di lotta”, perlomeno in prima battuta. Chi manifesta pacificamente a decine di migliaia non ottiene nulla, spesso neanche un articolo di giornale. Chi blocca la produzione (l'esempio delle lotte nella logistica) viene attaccato dalla polizia, licenziato, criminalizzato dai media. Chi sfascia tutto quello che gli capita a tiro (quasi soltanto “simboli”) forse non si pone neppure il problema di “ottenere qualcosa”.
È il problema dell'efficacia delle lotte e della pressione politica sulla classe dominante. Nessuna lotta singola (di una categoria, di una figura sociale, di un territorio, ecc) ha più speranza di raggiungere davvero l'obiettivo. Ancora una volta l'esempio della scuola arriva a proposito: ha rappresentato per decenni la base sociale più solida dell'”opinione pubblica democratica”, e si trova davanti come nemico il partito-governo su cui aveva fatto completo affidamento.
Ma se è così, ed è indubbiamente così – è finita anche l'epoca delle rappresentanze (sociali o politiche) costruite secondo la logica delle lobby particolari (dalle categorie produttive all'ultimo dei centri sociali, passando per l'intero “terzo settore”), fino alla autosufficienza autoreferenziale dei mille microscopici circoli della “sinistra antagonista”.
Ottenere un successo, in queste condizioni, ha ben poco a che vedere con le “tragicomiche conquiste immediate”, che pure sono indispensabili nei percorsi vertenziali (non solo sindacali). Ha invece a che fare con la costruzione unitaria sia del blocco sociale antagonista al capitale multinazionale, sia della soggettività politica relativa, sia dell'idea di altra società possibile.
Ogni giorno di permanenza nelle sabbie mobili dell'impotenza è una sconfitta che può diventare irrimediabile. Ogni passo avanti su questa strada è un “successo” che permette di avanzare.

giovedì 7 maggio 2015

Caccia al nero, polizia killer: prove generali per Usa 2016

Stava durando a lungo, il silenzio dei media nostrani dagli Usa, che di solito riportano ogni piccolo soffio dal loro baricentro americano. Eppure hanno bucato per giorni una notizia di gran peso: un’importante città statunitense, Baltimora, vive ore di tensione drammatica dopo l’ennesimo episodio di violenza poliziesca, l’assassinio di Freddy Gray, un 25enne troppo poco bianco per gli standard della polizia d’oltreoceano. I nostri media, che cercano brutalità poliziesche solo ad Est, provano a non accorgersi di quel che accade a Ovest, né mettono in primo piano le esplosioni di rabbia che una folla inferocita di baltimoriani sta rivolgendo a ogni livello di autorità in risposta all’ennesima goccia di sangue che fa traboccare il vaso afroamericano. “La Repubblica” on line, per esempio, ha ammortizzato la notizia puntando tutto sul buffo video che mostra un’energica Big Mama prendere a ceffoni il figlio adolescente che partecipa alla sedizione. Il risultato è che il lettore sa poco della sedizione e si immerge nella melassa della “nuova icona social della rivolta”, senza nemmeno accedere allo hashtag autenticamente social del momento, ‪#‎BaltimoreRiots‬.
A volerle vedere, c’erano ben altre potenti icone. Come ci fa notare il blogger Zeroconsensus, i manifestanti si sono impadroniti perfino del municipio cittadino, ammainando la bandiera americana con i suoi tipici colori blu e rosso per issarne una dove i Baltimoracolori sono sostituiti dal nero. Provo a immaginare una scena simile in una metropoli russa, e immagino quale sarebbe stata la copertura dei nostri media. Secondo una recente statistica, oltre tremila persone sono state uccise dalla polizia statunitense a partire da maggio 2013, con una tendenza all’aumento degli episodi, punta dell’iceberg di un sistema vessatorio diffuso. Per rendersi conto di quanto questo sistema sia abnorme, si consideri che in Regno Unito nel 2013 la polizia non ha ucciso nessuno in un conflitto a fuoco, nel 2012 solo un individuo. “The Economist” calcola grosso modo che un cittadino britannico ha cento volte meno probabilità di un cittadino americano di essere ammazzato da un poliziotto. I dati europei non si discostano di molto. Questo tremendo calcolo di probabilità in Usa ha un’ulteriore distorsione: gli afroamericani sono poco meno del 13 per cento della popolazione, ma sono il 37 per cento delle vittime di uccisioni “legalmente giustificate”.
Finisce qui? Macché. Frida Ghitis, in un editoriale sul sito della “Cnn”, spiega che il concetto di uccisioni “legalmente giustificate” contiene un’enorme rimozione, per la quale nessuna agenzia federale vuole fare uno straccio di statistica, ossia: quante sono le uccisioni che non sono legalmente giustificate? L’Fbi compila soltanto le statistiche che le inviano volontariamente appena 750 su 17.000 agenzie incaricate di far rispettare la legge. E le altre 16.250 agenzie che volontariamente non inviano nulla? Gli studiosi di criminologia analizzano in dettaglio queste discrepanze, sollevando di qualche migliaio il già spaventoso numero dei morti. In pratica, anche il “Washington Post” ha descritto una nuova strana forma di segreto di Stato: il non voler sapere. Che poi significa il non voler far sapere un ritratto spiacevole del potere in Proteste a BaltimoraAmerica. Ecco perché nelle dure manifestazioni di piazza sono tanti i giovani afroamericani che tengono un cartello: “Am I The Next?” (sono io il prossimo?).
A Baltimora non bastano più nemmeno gli agenti in tenuta antisommossa. Bande numerose – composte sia da adolescenti sia da rivoltosi adulti – lanciano ogni tipo di oggetto anche sulla nuova generazione di agenti vestiti come Robocop, mentre rifiutano ogni tardiva offerta di dialogo. La polizia fa largo uso di lacrimogeni e proiettili di gomma, con centinaia di arresti e coprifuoco notturno (per i minorenni addirittura anche diurno), intanto che i grossi ipermercati e anche la University of Maryland serrano i loro cancelli. Eppure, non parliamo certo di una città degradata come Detroit, né di un ghetto di New Orleans, ma di una metropoli fra le più prospere degli Usa. Il biotech e l’elettronica militare a Baltimora hanno a disposizione catene brevettuali e centri di ricerca che assicurano lavoro e investimenti di qualità, all’avanguardia nel mondo. Cosa dimostra questo fatto? Dimostra che il caos può accadere ovunque negli Stati Uniti, data la postura della polizia americana, ovunque la stessa, ovunque con il grilletto facile, tanto nelle città scoppiate quanto nelle città in boom.
Anche le autorità si sono accorte che la tenuta dell’ordine pubblico non regge alle condizioni attuali. Né tanto meno reggerebbe di fronte a un peggioramento dell’economia, ormai nell’ordine delle cose nonostante la vuota retorica sulla ripresa Usa. In risposta, però, il potere non sceglie “più democrazia”, ma “più tecnologia”, più Swat, più Robocop. Cioè una polizia più arcigna, invadente, militarizzata, meno capace di intelligence sociale, e perciò più pericolosa. Durante l’esercitazione militare denominata Jade Helm 15 – a partire da metà luglio fino a metà settembre 2015 – agenti militari si mescoleranno alla popolazione civile e potranno identificare eventuali “sacche ostili”. Come riassume “L’Antidiplomatico”, la cosa non è rassicurante: «Nonostante le smentite ufficiali dell’esercito che esclude l’introduzione della legge marziale negli Usa, esistono dei manuali operativi in proposito e uno è stato pubblicato nel 2006, utilizzato per un corso presso la scuola di polizia militare a Forze speciali schierate a BaltimoraFort McClellan che fornisce le direttive per contrastare eventuali insurrezioni civili». Intanto a Baltimora sono stati inviati migliaia di soldati della Guardia Nazionale, preceduti da un’avanguardia di decine di automezzi Humvees blindati.
Nei due anni finali del mandato del primo presidente nero, Barack Obama, la questione afroamericana ha tutta l’aria di dover pesare costantemente nella nuova campagna elettorale, ormai iniziata. Il clima tuttavia non è quello di una nuova stagione dei diritti civili, né a Baltimora né altrove negli Usa. Il sistema washingtoniano sembra pronto a usare questo clima incandescente per assecondare ogni nuovo salto verso l’aumento dei mezzi di sorveglianza-controllo-repressione, in coerenza con tutta la linea politica usata a partire dai mega-attentati dell’11 settembre 2001. Lo Usa Patriot Act, le nuove leggi liberticide, e poi il sistema totalitario di sorveglianza rivelato dallo scandalo Datagate erano appena i primi assaggi di una nuova strategia della tensione.

mercoledì 6 maggio 2015

Studenti e professori si mobilitano in massa: la "cattiva scuola" sfiducia Renzi

"Ieri il governo ha posto la fiducia spaccando il Parlamento, oggi il Paese ha sfiduciato il governo sulla riforma della scuola". Sono le parole del leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, anche lui sul palco della grande manifestazione di Roma. La “sfiducia” fotografata da Landini è proprio la cifra di questa grande giornata di lotta. Diverse centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza questa mattina in tutta Italia per protestare contro il progetto Renzi-Giannini. Lo sciopero generale, indetto parallelamente, se possibile ha fatto pure più rumore, e i sindacati non hanno difficoltà a definirlo "il più grande di sempre". Manifestazioni in sette città, che poi alla fine sono diventate qualcuna di più. Un successo che spinge Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil dal palco di piazza del Popolo a chiedere le dimissioni della ministra Giannini. Per il segretario del Prc, che ha partecipato al corteo di Roma, "Renzi può dire quello che vuole ma la scuola ha bocciato il governo. Alla scuola pubblica servono risorse non uomini soli al comando: il modello Marchionne ha già fatto abbastanza danni nelle fabbriche per estenderlo anche alle scuole! Renzi ritiri la riforma e il Ministro Giannini se ne vada a casa: bocciati!".
A Roma il corteo è partito da piazza della Repubblica, preceduto da alcuni flash mob degli studenti. Tra le altre città ci sono stati cortei anche a Catanzaro e Bolzano, dove oggi era atteso il premier Renzi per un incontro di partito. Sua moglie, insegnante a Pontassieve, questa mattina stava svolgendo invece regolarmente le sue lezioni. Il ministro Giannini, in una intervista a Qn, ha definito lo sciopero "politico", "senza presupposti" e legato a "strategie elettorali", accusando i sindacati di essere su "posizioni antiche". In una intervista a Radio 24, questa mattina, ha poi sottolineato che, se da sette anni non c'era uno sciopero generale del comparto, è perché‚ "da sette anni non ci si occupava di scuola per cambiarla". Tra i primi commenti politici allo sciopero, quello del parlamentare Pd Pippo Civati, in piazza a Roma, secondo il quale "questo è uno sciopero non politico, perché‚ la politica non rappresenta più nessuno, perché il Pd ha tradito i suoi impegni elettorali e ha fatto una riforma della scuola lontanissima dalla nostra cultura politica". Con lui anche Stefano Fassina, che, riferendosi ai presidi, sostiene che "la scuola non può essere una caserma con un capo che comanda". In corteo a Roma anche Susanna Camusso, segretario della Cgil: "Si trasforma la scuola in una scuola che vale solo per quelli che hanno condizioni agiate, mentre invece il grande tema è quello di una scuola pubblica che contrasti la dispersione". Furlan della Cisl, in piazza a Milano, ha detto che "questa riforma l'ho letta bene, non mi piace", mentre Barbagallo, della Uil, ha affermato che la scuola italiana "non ha bisogno di podestà", ma di essere "pubblica, libera e democratica".
"Sarà il più grande sciopero della storia della scuola italiana – sottolineano,infine, i Cobas che hanno manifestato autonomamente a Roma sotto la sede del ministero dell'Istruzione - è la prima volta
che i sei principali sindacati scioperano insieme".
Bari
Oltre 20mila i partecipanti. "Questa per noi e' una grande prova di democrazia" dicono in coro i docenti del liceo "Salvemini" di Bari mentre sfilano davanti in gruppo compatto, guidato dalla dirigente scolastica, con gli studenti dell'istituto accompagnati da alcuni genitori. Nella centralissima piazza del capoluogo pugliese sono confliuti i due corte, uno partito dal Castello Svevo e l'altro dall'Ateneo, in quest'ultimo erano soprattutto studenti. Il centro e' rimasto praticamente paralizzato dai cortei mentre venivano scanditi gli slogan e la rabbia del mondo della scuola con striscioni che recitano "piu' che la buona scuola e' la scuola alla buona" o " di buona c'e' rimasta solo la scuola". Oltre 40 associazioni sindacali, professionali, di genitori, di studenti medi e universitari hanno aderito alla manifestazione di oggi, secondo i dirigenti delle diverse sigle sindacali che si sono susseguite dal palco.
Bologna
Mentre le sigle di categoria di Cgil, Cisl e Uil sono in trasferta a Milano, due le manifestazioni promosse in citta': Cobas, Coordinamento precari della scuola e Comitato bolognese in sostegno dell'iniziativa di legge popolare "Una buona scuola per la Repubblica" (Lip buona scuola) hanno dato appuntamento in piazza XX Settembre; da piazza San Francesco, invece, si sono mossi gli Studenti medi autorganizzati, il Coordinamento studenti medi dell'Emilia-Romagna e gli Educatori contro i tagli. I due cortei si sono comunque ricongiunti in via Indipendenza, con la manifestazione partita da San Francesco (150 persone) che è andata incontro, tra gli applausi, a quella piu' corposa dei prof (ma anche qui e' significativa la presenza di ragazzi): gli organizzatori parlano di 2.000 persone. Nel frattempo, nella manifestazione dei docenti si intona "Bella ciao" e nei cori la "buona scuola" diventa la "buona sola"; sullo striscione piu' in vista campeggia la scritta "Renzi puffarolo", mentre quello di apertura recita "Partigiani della scuola pubblica". Non mancano i fischi indirizzati a Renzi. “L'adesione "e' altissima", afferma un'insegnante dell'Istituto comprensivo di Sasso Marconi: "Sono chiusi anche tutti i plessi della mia scuola ed erano almeno 12 anni che non succedeva". Per i Cobas, l'adesione allo sciopero si aggira sull'80%. La protesta degli studenti e' cominciata invece dalla Prefettura, dove i manifestanti hanno appeso due striscioni che richiamano le morti nel Mediterraneo: "I vostri confini uccidono" e "assassini".
Vicino all'ingresso del Palazzo del Governo gli studenti hanno lasciato delle barchette di carta, "rosse come il sangue dei migranti morti in mare".
Catania
'La buona scuola siamo noi': è lo striscione maggiormente 'ripetuto' nel lungo e variegato corteo che ha attraversato il centro di Catania. Vi hanno partecipato soprendentemente alcune migliaia di persone: sindacalisti, studenti, insegnanti, ma anche esponenti politici e disoccupati. Tra gli slogan più scanditi: "La scuola statale è patrimonio nazionale".
Alcuni insegnanti avevano in mano un 'campanaccio' da mucca, e una di loro spiega: "E’ la nuova campanella, povera come la scuola che disegnando il governo Renzi" che, sostengono altri suoi colleghi, "vuole privatizzare l'istruzione". All'altezza della residenza del prefetto, sono partiti tre fischi, rivolti al governo. Tre fischi perche', hanno detto i manifestanti, "la partita del ministro Alfano e' finita".
Cagliari
"Sono qui per i miei figli": al corteo della scuola a Cagliari, che lungo il percorso si e' ingrossato arrivando a contare circa cinquemila persone, ha partecipato anche una folta delegazione dei metalmeccanici riuniti sotto le sigle della Fiom e della Fsm Cisl. Arrivano per lo piu' dal Sulcis, sono i lavoratori in mobilita' dell'ex Ila ed Eurallumina, del polo industriale di Portovesme. "Molti di noi, padri, zii e nonni, hanno perso la dignita', perche' i nostri figli si sono ritirati da scuola a causa delle difficolta' economiche", spiega Manolo Mureddu, Fsm Cisl. "Negare il diritto all'istruzione e' negare il futuro ai nostri ragazzi".
I piu' rumorosi e movimentati sono gli studenti che sfilano alla meta' del corteo. "Non ci si puo' arrendere a questa riforma degradante, che accentra il potere nelle mani dei dirigenti scolastici", sostiene Carlo Sanna, coordinatore della rete degli studenti medi Eureka Sardegna, nata nel 2012 per raccogliere giovani di ogni indirizzo scolastico che frequentano le secondarie di secondo grado e l'universita'. "Vogliamo una riforma seria dei cicli di insegnamento, una didattica innovativa, progetti per l'edilizia scolastica", chiedono i ragazzi provenienti da tutte le scuole superiori della citta' e di molti altri centri sardi, nel contestare il disegno di legge del governo sulla "Buona Scuola".
Milano
A Milano, il corteo ha visto unite le tre principali sigle sindacali, ma anche studenti e lavoratori del settore. Con loro anche una delegazione della Fiom. Il corteo e' aperto da un necrologio che dichiara la morte della scuola pubblica, alcuni manifestanti indossano nasi da clown e maschere di Matteo Renzi con orecchie d'asino e la scritta "bocciato"."Una grande manifestazione come non si vedeva da tempo". E' il giudizio del segretario generale della Cgil della Lombardia, Elena Lattuada. "Sono scesi in piazza - spiega - insegnanti, studenti e cittadini in una grande alleanza per i diritti". Secondo la sindacalista, "dopo pochi giorni Milano accoglie una nuova grande manifestazione" ha detto riferendosi al recente corteo 'Non toccate Milano' dopo le distruzioni dei black bloc di venerdì scorso.
Palermo
Diverse decine di professori, scesi in strada anche a Palermo contro la riforma Renzi, hanno occupato i locali dell'assessorato comunale all'Istruzione di via Notarbartolo, vicino all'Albero Falcone. Un'occupazione simbolica, sostenuta dagli studenti, per contestare "un progetto dannoso e inutile per docenti e alunni". In migliaia hanno preso parte al corteo nel capoluogo siciliano. Gli studenti medi e universitari che con un secondo corteo non autorizzato hanno causato disagi alla circolazione nel centro di Palermo, giunti in via Roma hanno bruciato alcune schede di test Invalsi, per poi unirsi
all'altro corteo, quello dei sindacati degli insegnanti e del personale Ata.
Torino
"Siamo oltre 10 mila e questo è solo una minoranza che sciopera per dire no al disegno di legge del Governo Renzi", dice Igor Piotto, segretario della Cgil Scuola nel comizio improvvisato davanti alla sede dell'ufficio scolastico regionale dove si è fermato il lunghissimo corteo in cui sfilano insieme insegnanti e studenti. La sede dell'ufficio scolastico è presidiata dalle forze dell'ordine, ma la manifestazione è stata pacifica.
"Vogliamo dire che la scuola pubblica - ha aggiunto Piotto - è un bene fondamentale e che la dignit… del lavoro non può essere barattata con un progetto di stabilizzazioni che divide i lavoratori tra coloro che sono precari e coloro che non lo sono. Vogliamo anche un contratto perché‚ senza di questo non ci sono diritti e tutele. L'unità di questo movimento è un bene prezioso che va conservato".

martedì 5 maggio 2015

Miseria del bipartitismo

Uno degli elementi (falso) sul quale si basa la retorica del renzismo - circa la riforma costituzionale e l'adozione dell'italicum - è dato dall'argomento del bipartitismo.
Il bipartitismo (che si differenzia dal bipolarismo in quanto dominanti nel sistema politico sono due partiti e non due coalizioni di partiti) è considerato una specie di panacea per tutti i problemi legati alla governabilità delle democrazie moderne e, segnatamente, per la democrazia italiana.
La retorica del bipartitismo offre, a sostegno di sé stessa, le seguenti motivazioni:
il bipartitismo offre chiarezza di posizioni. Da una parte c'è un partito che la pensa in un modo su un determinato tema (o meglio su un insieme di temi) e dall'altra parte un partito che la pensa in maniera alternativa;
il bipartitismo evita la frantumazione politica e con essa l'ingovernabilità di un sistema. Questo poiché la riduzione dei partiti porta con sé, evidentemente, la riduzione delle posizioni politiche eliminando il conflitto tra i partiti al governo o le lungaggini nel processo decisionale parlamentare dovuto, ad esempio, all'ostruzionismo dei piccoli partiti;
il bipartitismo garantisce la pluralità nell'unità poiché i due partiti alternativi assommano in sé una pluralità di posizioni che però sono, alla fine, riassunte in posizioni unitarie decise a maggioranza all'interno dei partiti stessi.
In realtà, l'Italicum non è detto che assicuri il bipartitismo. Ma non voglio entrare nel merito di questa questione: altri (molti altri) ne hanno già parlato e qui segnalo soltanto un articolo breve ma esaustivo di Raimondo Catanzaro.
Quello di cui voglio occuparmi è invece un altro aspetto, di fondo, e cioè contestare la "bontà" del bipartitismo come sistema di rappresentanza e di governo che assicura stabilità, rappresentatività e chiarezza di posizioni.
Bipartitismo o monopartitismo?
Il primo punto da tenere a mente è questo. Nelle democrazie europee e in quella statunitense non esiste, nei fatti, il bipartitismo. Non perché non vi siano due partiti dominanti ed esclusivi nella corsa al governo, ma perché le posizioni politiche, nei temi essenziali, tra i due partiti sono pressocché indistinguibili da almeno un trentennio. Il che crea un monopartitismo di fatto. Per cui potrebbe anche essere vero che le posizioni siano chiare, ma non sono due. E' una.
Il caso tedesco, quello inglese, quello americano, quello francese ( pure quello italiano, con le dovute differenze) testimoniano in tal senso.
In politica estera esiste la continuità delle posizioni - sempre e comunque - tra repubblicani e democratici (Usa), tra socialisti e gollisti (Francia), tra socialdemocratici e democristiani (Germania), tra laburisti e conservatori (Gran Bretagna).
Per quanto riguarda le politiche economiche e industriali, idem. L'inizio degli anni '80 rappresenta l'inizio dell'era liberista e della conversione al liberismo di ogni partito che prima era (più o meno) alternativo ad esso. Il mercato e le presunte regole di efficienza del mercato sono alla base di tutte le politiche economiche - di "destra" e di "sinistra" - di deregulation e di privatizzazione che si sono verificate negli ultimi decenni (dall'abrogazione della legge Glass-Steagall e delle sue clonazioni europee, alla quasi totale deregolamentazione dei mercati finanziari, al ridimensionamento del potere contrattuale dei sindacati, ecc.). Sono diventati liberisti i laburisti di Blair, i socialdemocratici di Schroeder, i Socialisti francesi (dai tempi di Mitterand) e, ovviamente, i democratici americani (è di Clinton, per capirci, la firma che abroga la legge Glass-Steagall).
Lo stesso dicasi per quanto riguarda le politiche sociali (stato sociale, pari opportunità, diritti individuali legati alla questione sessuale come ad esempio i matrimoni gay, scuola e università). Anche su questi temi le posizioni generali dei due partiti maggiori sono pressocché identiche e differiscono, quando e se differiscono, sulla maggiore o minore incisività delle misure proposte (es.: magari un partito di "destra" sarà per le unioni civili tra persone dello stesso sesso e un partito di "sinistra" sarà per i matrimoni tout court, ma, nella sostanza, le misure proposte sono equivalenti).
Una situazione del genere non dà origine a nessun sistema bipartitico nel quale si affrontano partiti con posizioni radicalmente o sostanzialmente differenti. Dà origine invece ad un sistema monopartitico, di fatto, nel quale si affrontano, più che due partiti, due uomini più o meno telegenici e più o meno capaci di polemizzare con l'avversario sulla forma e non sul contenuto delle posizioni rappresentate.
Il luogo della rappresentanza e della decisione politica: il trasferimento di sovranità popolare dal Parlamento al Partito che vince le elezioni
Nei sistemi bipartitici dove il capo del governo è eletto contestualmente alla rappresentanza parlamentare (Germania, Francia e Gran Bretagna) la situazione è, se possibile, ancora più "monopartitica" poiché non esiste neppure la possibilità che il governo venga in qualche modo ostacolato nelle sue decisioni da un Parlamento che esprime una maggioranza di elettori diversa da quella che ha eletto il capo del governo. Negli Usa questa possibilità esiste (anche a causa delle diverse date in cui si elegge il Presidente e il Congresso) benché, proprio in ragione della somiglianza gemellare dei due partiti maggiori, è davvero difficile trovare, negli ultimi decenni, elementi di discontinuità seria nell'ambito dei tre fattori decisivi dell'agire di governo cui si faceva riferimento (politica estera, politica economica, politica sociale).
Di fatto quello che accade è pertanto assai semplice da riassumere: la maggioranza parlamentare "sicura" è garantita, per mezzo di leggi ad hoc, al partito che vince le elezioni. Il partito pertanto assume il controllo del Parlamento e ne determina la volontà legislativa. In tal modo avviene un passaggio cruciale: il trasferimento della potestà legislativa dal Parlamento al partito vincitore. E' all'interno del partito che si decidono i temi da affrontare e la loro priorità. Al Parlamento non resta altro che ratificare le decisioni del partito al governo.
Il Partito come contenitore
Nei paesi dove vige il sistema bipartitico i partiti dominanti non sono più i vecchi partiti di massa, radicati nel territorio, capaci di selezionare classe dirigente sulla base di un percorso lungo e anche difficoltoso e con un sostrato culturale ed ideologico chiaro, definito ed oggettivamente alternativo come potevano essere il partito socialdemocratico e quello democristiano tedeschi o quello laburista e quello conservatore britannici del secondo dopoguerra (ma anche del primo).
Sono invece "contenitori".
Luoghi politici, cioè, che contengono le più disparate posizioni politiche e le più disparate (e antinomiche) categorie sociali. Dentro questi contenitori c'è infatti di tutto: dal banchiere all'operaio, dal commerciante al presidente di multinazionali, dal disoccupato al rentier. E c'è di tutto dal punto di vista delle posizioni politiche: da chi vorrebbe la chiusura delle frontiere (ad immigrati e merci) a chi chiede il totale abbattimento delle frontiere stesse (per uomini e merci), dall'ateo militante al credente bigotto e via dicendo. Per tenere assieme tutte queste categorie e posizioni l'unica cosa possibile è affidare ad un lider plenitpotenziario la gestione del partito. Un lider che sia multiforme, prismatico, pieno di sfaccettature, dove chiunque possa riconoscere un tratto di sé stesso o degli interessi che vorrebbe tutelati. Il lider è, pertanto, la sintesi della frammentazione sociale e la sua rappresentazione vivente. Ed è per questo motivo che i moderni partiti nei sistemi bipartitici usano la formula delle primarie. Perché solo l'investitura del "popolo" di partito può garantire la generale tenuta del partito stesso. E' condizione necessaria e sufficiente. Se il partito non è più di classe, se non è più di ispirazione religiosa, se non è più espressione degli interessi di un gruppo sociale omogeneo e identificato allora solo la "reductio ad unum" può garantire la sopravvivenza del partito. La sintesi di tutte le posizioni in un uomo solo.
La sfida elettorale per il governo non è più, pertanto, tra posizioni politiche differenziate e alternative ma tra l'incarnazione di una pluralità di posizioni somigliantissime che si distinguono tra loro solo perché si distinguono tra loro i lider dei due partiti.
I rischi del monopartitismo di fatto.
Le società occidentali ad economia avanzata sono, come noto e come magistralmente esposto da Baumann, società "liquide". Cioè altamente frammentate socialmente, economicamente e culturalmente. Le stratificazioni sociali, la distribuzione del reddito, le estreme varietà di "lavoro" esistente, la velocità con la quale la tecnologia cambia "usi e costumi", sono elementi caratterizzanti di queste società che vivono un equilibrio instabile e precario. Questi caratteri risaltano ancora di più nei momenti di crisi economica e danno origine, assai spesso, a movimenti sociali centrifughi. Il primo dei quali è la disaffezione alla partecipazione politica (astensionismo elettorale) e il secondo la nascita e l'espandersi di movimenti politici radicalizzanti (nazionalisti, razzisti, populisti, ecc.). In questo panorama si affacciano tre elementi di rischio per l'intero sistema sociale e politico di una certa rilevanza e che sono speculari ai tre elementi in premessa ricordati che qualificano la difesa del bipartitismo.
E' falso parlare di chiarezza di posizioni opposte e differenziate. I due partiti maggiori che si affrontano per il governo fanno della fumosità la loro forza per la semplice ragione che sono entrambi figli della stessa ideologia liberista. Slogan e tweet e, all'opposto, lunghi programmi ileggibili pieni di grafici e tecnicismi sono i mezzi usati per la propaganda elettorale. I primi e i secondi sono usati a seconda delle necessità contingenti e, normalmente, per offrire a tutti l'idea che quel partito ha elaborato posizioni meditate riassumibili in semplici concetti. Inoltre le parole d'ordine di grande impatto, semplici da ricordare e polisemiche sono lo strumento principale per il convincimento dell'elettorato (ormai fluido e disposto a cambiare partito come si cambia marca di sigarette). Proprio come avviene per una qualunque merce pubblicizzata.
E' vero che aumenta la stabilità dei governi, ma a scapito della stabilità sociale. La riduzione ad un solo partito (anche se due formalmente) e quindi la drastica riduzione della rappresentanza partitica in Parlamento non riduce la molteplicità delle opinioni, degli interessi e dei punti di vista: non gli dà rappresentanza. Il che è molto diverso.
Soprattutto non dà rappresentanza a quanti sono in vario modo esclusi dalla cittadinanza attiva (cioè chi ha un lavoro e un minimo di benessere economico) o sono in procinto di esserne esclusi. Non dà rappresentanza a frange ideologiche molto caratterizzate (di destra o di sinistra, non importa). Non dà rappresentanza a quanti si sentono minacciati da una società in rapidissima e continua evoluzione (si pensi solo ai cambiamenti apportati dall'immigrazione nel tessuto sociale delle grandi città, in ispecie nelle periferie). Non dà rappresentanza a quanti vivono marginalmente (sottoproletariato urbano, popolazione anziana al limite della sopravvivenza, ecc.). Eppure questi gruppi sociali esistono e hanno un loro peso. Evidente che essendo marginalizzati socialmente - ed anche politicamente dal bipartitismo - in vario modo diventano elementi di instabilità sociale poiché o aderiscono a formazioni populistiche/fascistoidi, o a gruppi di contestazione sedicenti rivoluzionari oppure, più semplicemente, non partecipano più alla vita politica lasciando ad altri ogni sorta di decisione collettiva e riducendo drasticamente gli spazi di democrazia.
Non è vero che il bipartitismo garantisce la pluralità nell'unità. Le decisioni che il partito prende sono decisioni che vengono adottate a maggioranza. E non può essere diversamente visto che la velocità è una delle caratteristiche principali delle società contemporanee e che le discussioni e i compromessi richiedono tempo e rinunce reciproche. In questo senso il leader del partito è il dominus che decide tempi e modi delle (eventuali) discussioni e ha la parola finale su ogni singolo tema affrontato dentro il partito (ormai depositario della potestà legislativa).
Nei casi più controversi, non è il leader cambia idea a seguito della discussione nel partito ma il partito che si uniforma all'idea del lider a meno di essere sfiduciato cosa difficilissima a farsi poiché, come si è visto, ormai il leader del partito è scelto attraverso le "primarie".
Malgrado questo sistema di cose abbia questi, e parecchi altri, punti deboli, in Italia, è quello che viene presentato come il migliore possibile per governare le democrazie nelle società avanzate contemporanee e quindi l'Italia stessa.
E' chiaro che si tratta di truffa, ma è altrettanto chiaro che, oramai, questa impostazione gode dell'appoggio di larga parte dell'opinione pubblica e che non subirà contestazioni di rilievo.
Come è chiaro che parlare di democrazia in queste condizioni è mentire, consapevolmente o meno, a sé stessi e agli altri.
Il bipartitismo verso cui va la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale (Italicum) non darà origine ad una nuova, moderna, più efficiente forma di democrazia adatta ai tempi.
Darà origine ad una nuova, ma neppure tanto moderna, benché efficiente, forma di governo molto prossima ad una autocrazia temperata dal mantenimento di libertà formali.

lunedì 4 maggio 2015

Renzi contestato alla festa dell'Unità

Nuova giornata di contestazione a Bologna nei confronti del governo Renzi. E' lo stesso premier che è giunto in città oggi per l'ultima giornata della festa dell'Unità che si teneva al parco della Montagnola. A contestarlo ha trovato quegli stessi docenti che qualche giorno fa si erano resi protagonisti della mobilitazione contro il ministro della Scuola Giannini, riunitisi con l'obiettivo di riportare anche al premier la loro voce all'interno della "consultazione" sui temi dell'istruzione.

Lo stesso Renzi non a caso ha concentrato la maggior parte del suo discorso proprio sui temi della scuola, venendo contestato sia all'interno con striscioni esposti da precari della scuola durante il suo intervento, sia all'esterno, in piazza 8 Agosto, da diverse decine di docenti delle scuole bolognesi che hanno rilanciato attraverso un cacerolazo fatto con pentole e padelle l'opposizione alla "Buona Scuola" renziana e ai test Invalsi che si svolgeranno nelle prossime settimane, test simbolo dell'aziendalizzazione della scuola pubblica e dell'idea di istruzione e sapere di questo e dei precedenti governi. Tra gli striscioni alcuni vedevano le scritte "Contro la scuola di Renzi nessuna tregua" e "No alla scuola a quiz".

Da segnalare l'imponenza della militarizzazione intorno al parco dove è stato organizzato l'evento e l'intervento del premier: fin dall'ora di pranzo diversi defender e plotoni di carabinieri, polizia e finanza circondavano tutte le aree intorno alla Montagnola, rendendo ben visibile la distanza del PD dal corpo vivo della società anche in una città come Bologna che sotto l'effetto della crisi e delle lotte sociali degli ultimi anni è sempre meno legata all'esperienza del Partito Democratico, con l'astensionismo che raggiungerà secondo diversi sondaggi cifre record alle prossime elezioni comunali.scuola1mn

Oltre a quella dei docenti, c'è stata un'altra contestazione, portata avanti da Hobo,Labas e Tpo che hanno raggiunto intorno alle 16 l'ingresso del parco della Montagnola, dopo aver in precedenza effettuato un sit-in sulle scalinate del Pincio dopo che la polizia aveva chiuso anche quell'ingresso al Parco. I manifestanti si sono poi diretti a mani alzate verso l'ingresso di piazza 8 Agosto, dove erano schierate le forze dell'ordine le quali hanno quindi caricato il corteo provocando diversi feriti e tre fermi, liberati circa un'ora dopo contestualmente allo scioglimento della piazza.

domenica 3 maggio 2015

Il paese normale che ci aspetta, ovvero: Suicidio Italicum

Uno scenario inquietante ma assolutamente credibile del nostro futuro dopo vittoria del renzismo, se l'Italicum dovesse essere approvato. La pulsione suicida delle minoranze del Pd. Le responsabilità della sinistra radicale. Il manifesto, 1° maggio 2015
La sen­sa­zione è di non potere dire nulla che resti­tui­sca l’enormità di quanto sta avve­nendo. Men­tre la gente comune – disin­for­mata e gra­vata dalle cure quo­ti­diane – crede di vivere giorni qual­siasi, si sta dav­vero facendo la sto­ria d’Italia. Cam­biano lo Stato, la Costi­tu­zione mate­riale (quella for­male muore assas­si­nata), il sistema poli­tico. E viene spez­zato il fra­gile nesso demo­cra­tico tra gover­nati e gover­nanti. Noi, que­sto gior­nale, rima­niamo tra gli ultimi a lan­ciare l’allarme. Con l’impressione di una vanità dispe­rante e la ten­ta­zione di desi­stere. Invece biso­gna resi­stere, par­lare, fosse anche in un deserto.
Pro­viamo a descri­vere il più vero­si­mile degli sce­nari. L’Italicum (che la zelante subal­ter­nità di qual­cuno ha pron­ta­mente ribat­tez­zato sovie­ti­cum) diverrà pre­sto legge. Nel 2016 Renzi e la «grande stampa» daranno in pasto all’opinione pub­blica un pre­te­sto per andare al voto col nuovo por­cel­lum poten­ziato. Il par­tito per­so­nale del pre­mier andrà al bal­lot­tag­gio e vin­cerà. Eletto da una mino­ranza di illusi e di com­plici, Renzi coman­derà per un’intera legi­sla­tura, padrone incon­tra­stato di un par­la­mento ridotto a un guscio vuoto. E riscri­verà la Costi­tu­zione, anche per evi­tare che la Con­sulta can­celli una legge elet­to­rale ever­siva dell’ordinamento repubblicano.
Quali altre leggi nel pros­simo quin­quen­nio monar­chico saranno varate in campo eco­no­mico e sociale è facile imma­gi­nare, con­si­de­rando la logica padro­nale del jobs act e la ten­denza pre­va­lente in quest’Europa. Al ter­mine di una deva­stante fase costi­tuente l’Italia sarà dav­vero il «paese nor­male». Tutto e tutti saranno sul mer­cato, dispo­ni­bili a chi potrà com­prare. La sfera pub­blica, eva­po­rata, ces­serà final­mente di inter­fe­rire con la sacra libertà dei pri­vati. E la si smet­terà una volta per sem­pre con l’assurda pre­tesa di vio­lare la legge natu­rale e divina della tra­smis­sione ere­di­ta­ria dei patri­moni e delle posi­zioni sociali.
Que­sta è sol­tanto un’ipotesi. Ma è la più vero­si­mile e con­viene chie­dersi come siamo arri­vati a que­sto punto e come potremmo limi­tare il danno.
Gli sto­rici di domani rico­strui­ranno age­vol­mente un incubo lineare. Un gio­vane spre­giu­di­cato uomo poli­tico s’impadronisce prima del par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, poi del governo. Nel giro di un anno e mezzo, pro­tetto da un pre­si­dente di stretta osser­vanza atlan­tica, estorce a un par­la­mento dele­git­ti­mato alcune leggi spe­ciali, dette «riforme», che, da una parte, gli val­gono l’appoggio incon­di­zio­nato delle éli­tes finan­zia­rie, impren­di­to­riali e buro­cra­ti­che; dall’altra, gli con­se­gnano pieni poteri. In tutto que­sto, l’opinione pub­blica è intos­si­cata da una pro­pa­ganda asfis­siante che, dopo aver costruito il mito del nuovo uomo prov­vi­den­ziale, ne avalla siste­ma­ti­ca­mente bufale e mano­vre populistiche.
A que­sto punto gli sto­rici non potranno esi­mersi dal chia­rire come que­sta bril­lante ope­ra­zione sia riu­scita a un gio­va­notto senza par­ti­co­lari doti, che dap­prin­ci­pio era sol­tanto uno sma­nioso spac­cone. E por­ranno in evi­denza le respon­sa­bi­lità di quanti nel suo par­tito avreb­bero dovuto sbar­rar­gli per tempo la strada. E invece, rispar­mian­dosi la «fatica inu­tile» di opporsi (Bindi), lo hanno sot­to­va­lu­tato, pro­mosso e asse­con­dato, fino alla distru­zione della Costi­tu­zione nata dalla Resi­stenza. Par­le­ranno, chissà, di inet­ti­tu­dine e di stu­pi­dità. Di oppor­tu­ni­smo, di cor­ru­zione o di ipo­cri­sia. E ricor­de­ranno come tanti pur navi­gati poli­ti­canti si siano fatti alle­gra­mente «asfal­tare» o sem­pli­ce­mente sedurre dal più clas­sico dei piatti di len­tic­chie, la pro­messa di essere rie­letti o tutt’al più piaz­zati in qual­che lucrosa sinecura.
Ma di que­sto scon­cio non vale più la pena di par­lare e del resto è, come sem­pre, una que­stione di punti di vista. Da quello oppo­sto al nostro la sedi­cente sini­stra del Pd ha com­piuto, in pochi mesi, un’impresa che ha del por­ten­toso. Mossa da una incoer­ci­bile pul­sione sui­ci­da­ria (o forse ispi­rata sol­tanto dal cini­smo), ha estir­pato ogni sco­ria cri­tica dal par­tito sorto dalle ceneri del Pci-Pds-Ds. Così coro­nando l’espianto radi­cale della sini­stra dal qua­dro della rap­pre­sen­tanza poli­tica: un pro­cesso già pros­simo al tra­guardo anche gra­zie alla scia­gu­rata gestione, dal 1998 a que­sta parte, di un non tra­scu­ra­bile patri­mo­nio di con­sensi da parte dei gruppi diri­genti di Rifon­da­zione e dei Comu­ni­sti Italiani.
Così veniamo infine al punto più com­pli­cato del discorso. Pos­siamo fare ancora qual­cosa per limi­tare il danno e ten­tare magari di inne­scare un’inversione di ten­denza? La pre­messa è la con­si­de­ra­zione da cui siamo par­titi. È deci­sivo rea­liz­zare che, dopo Ber­lu­sconi, Renzi e una crisi sociale di ine­dita por­tata, il paese è cam­biato in pro­fon­dità, e non certo in meglio. L’ultimo decen­nio ha segnato una cesura di por­tata sto­rica, che rende non sol­tanto indi­spen­sa­bile (lo è dai tempi dell’Unione a tra­zione pro­diana) ma anche ine­vi­ta­bile ripar­tire da capo, riflet­tendo seria­mente sulle scon­fitte subite (e in buona parte meri­tate) e cer­cando di met­tere a frutto le lezioni impar­tite dalla dura realtà. Con un unico obiet­tivo: dotare anche il nostro paese di una sog­get­ti­vità poli­tica (e sin­da­cale) in grado di dare con­sa­pe­vo­lezza e rap­pre­sen­tanza, anche sul piano euro­peo, al lavoro (e al non-lavoro) e ai set­tori mar­gi­na­liz­zati della società.
«Ripar­tire da capo» signi­fica due cose, le uni­che che ha senso dire quando il cam­mino è ancora da intra­pren­dere. Azze­rare tutte le posi­zioni acqui­site, evi­tando che il vis­suto operi come fat­tore di divi­sione. E lavo­rare sul ter­reno dell’elaborazione cul­tu­rale, anti­doto neces­sa­rio con­tro l’eteronomia e la dege­ne­ra­zione tra­sfor­mi­stica. Per mio­pia o insi­pienza o pre­sun­zione, que­sto ter­reno è stato diser­tato da chi ha diretto le orga­niz­za­zioni della sini­stra dopo la Bolo­gnina, e non è que­sta la meno pesante delle respon­sa­bi­lità. Oggi il primo dovere è fare tesoro dei tanti gravi errori commessi.