giovedì 5 febbraio 2015

La manipolazione del terrorismo islamico da parte dell’imperialismo

I fatti di Parigi hanno tragicamente riproposto, davanti all’opinione pubblica mondiale, la questione del terrorismo fondamentalista di matrice islamica. I propagandisti dello “scontro di civiltà“ in servizio permanente, proni ai voleri delle centrali che li foraggiano e li manovrano, dalle testate dei principali organi di stampa sono tornati ad invocare, con toni virulenti, crociate e misure preventivo/repressive su vasta scala, cogliendo la palla al balzo. Dovere di chi milita contro il fronte mondialista, variamente articolato al centro e alla periferia dell’“Impero”, è quello di diffondere una seria, documentata e approfondita controinformazione, in grado di svelare le sottili trame che legano fra loro gli strateghi dello scontro di civiltà, partita giocata sul campo della guerra psicologica prima ancora che su quello del conflitto militare, e le marionette della violenza terroristica, sbattuti regolarmente in prima pagina, mostrati al mondo ed esecrati con tanto di martellamento mediatico come militanti di un “Esercito del Male“ nemico dei “valori dell’Occidente“, della “civiltà cristiana“ e via mistificando. In questi tempi, sostenere con fermezza e senza patteggiamenti morali che il Re è nudo non è semplice né agevole, ma si tratta di un lavoro che qualcuno deve fare, con la consapevolezza che, venendo a mancare questo tassello, il mondo si avvierà a passi da gigante verso un conflitto su larga scala, al quale le centrali, i think tanks del mondialismo stanno preparando e “allenando“ l’opinione pubblica occidentale.
Il primo vestito fasullo, inesistente, con cui qualcuno tenta di vestire l’ignudo Sovrano, è, appunto, la pretesa, irriducibile autonomia del terrorismo “islamico“. Se è vero che dinamiche interne al mondo islamico (ribellione ai processi di modernizzazione concepiti come “secolarizzazione“, rifiuto del nazionalismo e del panarabismo come ideologie di “importazione, antitetiche all’unità politico-militare dell’intera Umma su base confessionale etc.) hanno provocato la nascita di quello che, con un termine riassuntivo, chiameremo fondamentalismo islamico, è anche vero che, su questi dissidi, il colonialismo prima e l’imperialismo neocolonialista dopo, insieme al sionismo, ci hanno largamente inzuppato il pane, strumentalizzando sistematicamente il fondamentalismo contro i regimi progressisti e antimperialisti del mondo arabo-islamico, nel Maghreb come nel Mashrek, allargando il campo di influenza fino all’area indo-iranica. In questo mio contributo non estenderò la riflessione al campo dottrinario, inquadrando la storia dei fermenti e dei movimenti che, a partire almeno dagli anni ’20, scossero il mondo arabo-islamico portando il “verbo“ fondamentalista ad affermarsi tra le masse, sia pure con un peso minore rispetto al nazionalismo, al panarabismo, al socialismo baathista e ad altri filoni che hanno caratterizzato la rinascita di quell’area del Pianeta dopo il periodo coloniale.

Altri, autorevolmente, hanno trattato e sviscerato questo tema, con una vasta messe di studi; mia intenzione è, in questa sede, solo e soltanto quella di mostrare i legami tra l’imperialismo occidentale e i movimenti islamico-fondamentalisti nel secondo dopoguerra, a partire dall’Egitto di Nasser. Proprio in questo grande Paese, negli anni ’50,comincia, su vasta scala, la strumentalizzazione del fondamentalismo islamico da parte dell’Occidente imperialista e del sionismo, contro il regime progressista e panarabo dei Liberi Ufficiali, strumentalizzazione che avviene in due modi: manipolazione delle organizzazioni fondamentaliste e operazioni “false flag“ orchestrate dai servizi segreti per incolpare i fondamentalisti stessi e destabilizzare il Governo egiziano. Nel 1954 va così in scena l’“Affare Lavon“: per giustificare la permanenza inglese in Egitto e nella zona di Suez in particolar modo, i servizi segreti militari israeliani (l’AMAN), con la collaborazione di una rete di ebrei sionisti, reclutati in collaborazione con l’agente inglese John Darling, di stanza a Gibilterra, lanciarono una campagna terroristica contro obiettivi sensibili, la cui responsabilità fu addossata a Fratelli musulmani, comunisti, nazionalisti vari, alfine di spingere il governo inglese a mantenere le sue truppe a presidio dell’area del Canale di Suez, garantendo per questa via anche lo Stato di Israele. Gli attentati, indirizzati contro le Poste di Alessandria e contro Uffici americani, per fortuna non causarono vittime e la polizia egiziana, assieme ai servizi segreti, riuscì a smantellare la rete del terrore, arrestandone i componenti. Il processo, celebrato in tempi congrui, portò alla condanna a morte per Moshe Marzouk e Shmuel Azar, all’assoluzione per altri due, a pene detentive per altri ancora. Tra gli assolti, anche quell’Eli Cohen, destinato a giocare, negli anni seguenti, un ruolo di primo piano nella destabilizzazione atlantico-sionista del Medio Oriente. Lo smascheramento e la repressione della rete del terrore provocò un terremoto in Israele, dove il potere cercò di addossare tutte le responsabilità all’Unità 131 dei servizi segreti militari (l’AMAN), fin quando Ben Gurion, Primo Ministro, non chiamò in causa il Ministro della Difesa Pinhas Lavon, che dovette vestire gli scomodi panni del capro espiatorio, al punto da dare il suo nome all’operazione in questione. Per decenni Israele negò ogni compromissione “in alto loco“ con i piani terroristici che interessarono l’Egitto, ma nel 2005, finalmente, la maschera cadde: gli agenti sionisti ancora in vita, promotori dell’ “Operazione Lavon“ (più propriamente “Operazione Susannah“), furono onorati in pompa magna dal Presidente israeliano Moshe Katzav, nel corso di una cerimonia pubblica. Era, questa, la prima ammissione ufficiale del ruolo del Governo israeliano di allora (tutto, senza eccezioni) nei fatti del 1954 . Parallelamente all’”Operazione Lavon“ o “Susannah”, non dimentichiamo l’appoggio diretto dell’intelligence inglese, americana e sionista ai Fratelli Musulmani in funziona anti-nasseriana, ammesso da uno dei principali agenti della CIA, Miles Copeland, padre del celebre musicista Stewart, batterista dei “Police“.
Una vicenda illuminante è anche quella del rovesciamento del governo progressista iraniano di Mossadegh, reo di aver nazionalizzato le risorse petrolifere e di aver stabilito il primato dell’interesse nazionale su ogni legame vecchio e nuovo con l’occidente colonialista e imperialista. Contro il vecchio notabile democratico e innovatore, per niente comunista checché ne dicesse la propaganda americana, furono mobilitati i più oscurantisti e retrivi militanti islamici, reclutati nel clero islamico e fuori di esso. Manifestazioni, violenze, sabotaggi, terrorismo furono anche qui le tappe di una strategia che , orchestrata sapientemente a Washington, Londra e Tel Aviv (il Mossad diventerà uno dei principali soggetto addestratori della Savak, la feroce polizia del Trono del Pavone), portò al crollo di Mossadegh e alla sua sostituzione con lo Scià

mercoledì 4 febbraio 2015

Chi possiede il debito greco ed entro quando deve essere ripagato?

Il 69% dei 315 miliardi complessivi è frutto dei prestiti dei creditori internazionali...
Con la nuova proposta di “debt swap” del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis già bollata dalla Germania come “programma mezzo cotto e incompleto”, Zero Hedge presenta il grafico, l'unico, che realmente conta per comprendere la posta in gioco nella trattativa-non trattativa tra Grecia e suoi creditori, vale a dire su chi possiede realmente il debito greco e quando scadono le pendenze:
Quindi: del totale, il 69% del debito greco è frutto dei prestiti dei creditori internazionali, il 12% è in mano a investitori privati, il 9% alla Bce e solamente il 5% per titoli obbligazionari.
Come già scritto da Goldman Sachs, sarà la politica e non l'economia a determinare il futuro di breve periodo in Grecia. “La nostra base rimane che, alla fine, alcune agevolazioni verranno trovate tra il nuovo governo e i creditori. Questa visione ci ha condotto a ritenere che ci saranno alcune modeste fuoriuscite delle tensioni finanziarie in Grecia in altri mercati dell'area euro”, si legge in una nota riproposta dal blog americano.
Ma, prosegue Goldman Sachs, la posizione del nuovo governo greco sta divenendo sempre più euroscettica e questo aumenta il rischio di fraintendimenti politici in grado di produrre un incidente economico e finanziario e, possibilmente, l'uscita dall'area euro (“Grexit”). Mentre le autorità europee ora hanno strumenti migliori da utilizzare contro i mercati, questi sarebbero poco efficaci in caso di Grexit, che creerebbe un'ampia volatilità sui mercati. L'intensità e la persistenza di una tale volatilità dipenderebbe poi, conclude Goldman Sachs, dal processo attraverso il quale la Grexit dovesse avvenire e la natura delle risposte politiche nell'area euro.
Un sommario della situazione del debito greco utile per comprendere la posta in gioco:
La Grecia ha un totale di 315 miliardi di euro di debiti
Ci sono tre blocchi da tenere a riferimento: (1) l'impianto del debito greco sul mercato (EUR 53 miliardi, EURIBOR+50 miliardi che matura dal 2027 in avanti; (2) prestiti EFSF/ESM (EUR 142 miliardi erogati, EUR 2 miliardi impegnati dal fondo EFSF più altre rette amministrative che maturano in 30 anni o dopo; 3) prestiti IMF (EUR 20 miliardi, che maturano attualmente).
Ci sono, inoltre, EUR 66 miliardi di debito che è stato sospeso sui mercati, di cui 27 miliardi in mano alla Bce come risultato di un programma di acquisto del Securities Markets Programme (SMP). Il restante delle obbligazioni di Atene sono altri prestiti fatti al governo.
Tra il 2016 e il 2022 il totale dei servizi sul debito (pagamento dei tassi d'interesse) è ancora contenuto: tra i 6 e i 10 miliardi di euro
Nel 2015 le necessità di rifinanziamento sono enormi, circa 19 miliardi di euro. Non si hanno molte informazioni sulle riserve di denaro a disposizione ancora nel governo.
Le maturità pendenti che vanno a scadenza sono: (a) i bond posseduti dalla Bce a luglio e agosto; (b) i prestiti del FMI a febbraio e marzo di circa 3,5 miliardi di EUR; (c) i titoli del Tesoro (molti dei quali sono poi ormai nelle mani delle banche nazionali con gli istituti finanziari esteri che sono stati in grado, lucrando, di liberarsene).

lunedì 2 febbraio 2015

Caso Nisman. Argentina respinge ingerenze degli Stati Uniti

L’intromissione di un altro Stato costituisce un’ingerenza indebita”: così il capo di gabinetto del governo argentino, Jorge Capitanich, ha reagito rispondendo alle sollecitazioni a fare chiarezza sul caso di Alberto Nisman, il procuratore incaricato dell’inchiesta sull’attentato all’Amia, il centro culturale ebraico di Buenos Aires del 1994, trovato morto il 18 gennaio nel suo appartamento di Buenos Aires.
Una replica riferita in concreto al Dipartimento di stato statunitense e ad alcuni congressisti nordamericani. In particolare alla “visione imperialista” del senatore repubblicano di origini cubane Marco Rubio che ha dubitato delle capacità dell’Argentina e ha chiesto a Barack Obama di prestare “maggiore attenzione” a ciò che accade nel paese.
Capitanich ha invece difeso la competenza dell’Argentina, paese “autonomo e sovrano”, asserendo che nessun esponente del governo sta interferendo con il lavoro della magistratura. Prima di morire Nisman aveva accusato la presidente Cristina Fernández e altre personalità legate all’esecutivo di aver insabbiato l’inchiesta sull’Amia per coprire presunte responsabilità dell’Iran, ma senza produrre alcuna prova e di fatto fidandosi di alcune soffiate di alcuni pezzi dei servizi di intelligence ereditati direttamente dai tempi della dittatura militare di estrema destra degli anni '70.
L’esecutivo ha nei giorni scorsi convocato una sessione straordinaria del Congresso per discutere della creazione della nuova Agenzia federale di Intelligence (Afi) che, su proposta della presidente, sostituirà la Segreteria di Intelligence, il cui ex direttore – rimosso a dicembre e attualmente irreperibile – lavorava a stretto contatto con Nisman. Un decreto pubblicato oggi convoca l’aula dal 1° al 28 febbraio.
Nel frattempo il capo della polizia ha deciso di sospendere dal servizio tutte le guardie del corpo che erano in servizio il giorno in cui Nisman è morto.

domenica 1 febbraio 2015

Non c’è speranza, l’Italia applaude i suoi macellai golpisti

Lo scenario italiano attuale ha due poli emergenti: da un lato abbiamo una situazione economica strutturalmente grave, con tendenze sfavorevoli, non sostenibile soprattutto in quanto a disoccupazione e pensioni; dall’altro lato abbiamo il combinato della riforma costituzionale ed elettorale detta Italicum. Un combinato che concentra tutti i poteri – legislativo, esecutivo e di controllo, cioè di garanzia – nelle mani del segretario del partito di maggioranza relativa. Questi, prendendo anche solo in teoria il 25% dei suffragi, si aggiudica il controllo delle camere, del governo, delle commissioni anche di garanzia, della nomina del presidente della Repubblica, di giudici costituzionali e di componenti del Csm. In più, quale segretario del partito, forma le liste elettorali del suo partito, cioè decide chi si candida e con quali chances. Quindi i parlamentari eletti hanno un vincolo di mandato, ma non nei confronti degli elettori, bensì del segretario del partito. Una vera mostruosità giuridico-costituzionale, senza pari nel mondo ritenuto civile.
Un ritorno massiccio e deciso a prima della separazione dei poteri statuali, cioè a un modello di Stato di tipo assolutistico, cioè a oltre due secoli fa. Aggiungiamo che la riforma elettorale non solo dà il premio di maggioranza al partito che prende anche Renzi e Merkelsolo il 25% dei suffragi, ma anche, per effetto dell’attribuzione del premio di maggioranza non a una coalizione bensì al singolo partito, risulta congegnata per far sì che ci sia un partito fisso di maggioranza, cioè un partito-Stato – il Partito Democratico (e come altro potrebbe chiamarsi?) – più alcuni piccoli partiti in funzione di alleati mobili e clientelari del partito di maggioranza, più ancora un partito medio-grosso di opposizione perenne. Insomma, in previsione di una situazione economica e sociale sempre peggiore e tale da generare forti tensioni e forse rotture sociali, viene costituito, con la massima precedenza, un apparato statuale autocratico e bloccato, per garantire alla buro-partitocrazia parassitaria e criminale le sue rendite, le sue poltrone, le sue impunità anche nel disastro nazionale; e insieme per garantire il dominio sul paese ai grandi interessi finanziari stranieri, con la possibilità di completare l’estrazione o l’acquisizione degli asset nazionali e dei mercati nazionali ancora appetibili attraverso il controllo del suo governo e del suo capo di Stato.
Per fare queste importanti riforme, e per eleggere un adeguato Capo di Stato che funga da raccordo tra la casta nazionale e i superiori potentati europei e americani, cioè un presidente di garanzia per il suddetto assetto, niente di meglio dell’attuale Parlamento di nominati, illegittimo perché eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Aiuta anche la “condizionabilità” giudiziaria, e non solo giudiziaria, del leader del primo o secondo partito di “opposizione”: nove o dieci milioni di voti controllati o neutralizzati così. La precisa e chiarissima scelta di concentrare i poteri di legislazione, governo e controllo in un’unica persona, toglie ogni dubbio sul progetto dittatoriale: non esiste in Europa, neanche in Russia, qualcosa di simile. Neanche il fascismo la realizzò. La passività e la ignavia via con cui la popolazione italiana accetta tutto ciò, l’assenza di obiezioni e anzi l’incoraggiamento da parte dell’Europa verso tale mostruosità giuridica, confermano che il Marco Della Lunadestino dell’Italia è già stato deciso, che non vi è spazio per un’alternativa, e che quindi l’unica via razionale, per chi può, è l’emigrazione.
Impossibile è giustificare le riforme suddette dicendo che sono indispensabili per assicurare la governance e l’efficacia della politica: come ho spiegato in precedenti articoli, questo obiettivo si può raggiungere con un sistema bicamerale differenziato: una Camera della governabilità, eletta con sistema maggioritario e premio di maggioranza, la quale vota i governi e le leggi, e una Camera della rappresentanza e delle garanzie, eletta con metodo proporzionale e senza soglie, la quale elegge gli organi di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, commissioni di sorveglianza) e vota le leggi costituzionali nonché quelle elettorali e concernenti la cittadinanza. Quindi la giustificazione suddetta, in nome della governabilità, è falsa. Ma lo è anche perché la politica nazionale ha ben poco da decidere, essendo guidata da vincoli e dettami esterni, rispetto ai quali ha una funzione perlopiù esecutiva. La realtà è che, in Italia e in altri paesi deboli e arretrati, il capitalismo finanziario globale sta instaurando regimi autoritari al fine di usarli per imporre, rapidamente e senza possibilità di opposizione, leggi e riforme strumentali ai suoi interessi e al suo potere, come il famigerato Ttip, oggi in gestazione.

venerdì 30 gennaio 2015

Effetto liberalizzazioni: in dieci anni tariffe aumentate del 41%

Acqua, luce, gas, rifiuti. E ancora: pedaggi, trasporti ferroviari e urbani. Non v’è settore nel quale, nell’ultimo decennio, le tariffe dei servizi non siano cresciute in misura quasi esponenziale.
A rilevarlo è un’analisi condotta dal centro ricerche di Federconsumatori: “La crescita più marcata dal 2004 al 2014 è stata quella delle tariffe dell’acqua (+80,1%), dei rifiuti +70,3%), dell’energia elettrica (+48,4%), dei trasporti ferroviari (+46,2%), del pedaggi autostradali (+46,5%), del gas (+42,9%), dei trasporti urbani (+33,5%)”. Le stime dell’associazione non si discostano molto da quelle prodotte, non più tardi di quest’estate, anche dalla Cgia di Mestre.

L’aumento delle tariffe viene considerato causa del “grave impoverimento delle famiglie a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi anni”. Così come nella succitata analisi a firma Cgia, anche per Federconsumatori la motivazione di questi costanti e continui ritocchi all’insù è da ricercarsi nell’intervenuta liberalizzazione di molti servizi: “La concorrenza in alcuni servizi non ha funzionato o non è mai decollata, la mancata vigilanza, il peso sempre più forte della pressione fiscale e, in alcuni casi, vere e proprie speculazioni hanno portato ad un aumento insostenibile delle tariffe”.

mercoledì 28 gennaio 2015

Senza via d’uscita? La fine dell’Età dell’Oro

In diversi articoli che hanno trattato l’evoluzione dell’economia capitalistica, a partire dal dopoguerra, è risuonata spesso la famosa frase “Quando è iniziato il declino della classe media?”. Alcuni accademici e studiosi hanno individuato il grande cambiamento a cavallo degli anni 70 e 80, quando l’economia neoliberista si impose in Occidente, irradiandosi poi nel resto del mondo, attraverso una serie di “riforme” promosse a più livelli, dalla singola nazione fino ai grandi accordi internazionali per la liberalizzazione degli scambi.
Il trentennio precedente aveva rappresentato per la classe media dei paesi sviluppati un’epoca d’oro, grazie alle politiche keynesiane e alla ricostruzione post seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti al termine del grande conflitto si ritrovavano nel ruolo di superpotenza e con il controllo di quasi il 50% del Pil globale. Grazie all’intelligenza dei leader di allora (per esempio il piano proposto da George Marshall), seppero dar vita ad un sistema stabile in grado di rilanciare in breve tempo l’Europa e il Giappone, nonostante le immani distruzioni e i milioni di morti. Le particolari condizioni geopolitiche, economiche, sociali e culturali favorirono l’avvento della società del benessere e l’estensione del sistema industriale-tecnologico su scala planetaria. Ma ovviamente la ricchezza del primo mondo fu in parte “pagata” dalla spoliazione dei paesi arretrati in Asia, Africa e Sud America, dove venne sperimentato tutto il feroce potere del Sistema, attraverso i saccheggi delle risorse, ma soprattutto attraverso la pervasiva colonizzazione economica (decisamente differente a livello di impatto rispetto al vecchio colonialismo imperialista ottocentesco), che finì per distruggere i delicati equilibri di quelle società.
Nonostante il continuo estendersi del potere occidentale e lo scarico delle tensioni intrinseche del modello capitalistico sulle popolazioni più povere, lentamente si fecero largo in numerosi settori della società occidentale dei cambiamenti decisivi, i quali avrebbero decretato la fine del metodo keynesiano. L’avvento della scuola monetarista di Milton Friedman e altri studiosi (sperimentata per la prima volta in Cile sotto la dittatura di Pinochet), insieme alla progressiva liberalizzazione dei commerci tramite gli accordi Gatt, mutarono il quadro dell’economia globale e le sue politiche. Ma furono soprattutto l’innovazione tecnologica, come la progressiva finanziarizzazione dell’economia, le modifiche strutturali delle corporations, l’avvio della flessibilità nel mercato del lavoro e lo sviluppo della robotica, a modificare l’assetto economico.
Il vecchio sistema di Bretton Woods, di fronte all’accelerazione del sistema industriale-tecnologico, si rivelò sempre più inadeguato, andando incontro a molteplici crisi, tra cui quella fondamentale nel 1971, quando Nixon pose fine ai vecchi accordi dando il via al sistema del Fiat Money. Un cambiamento importatissimo che nel giro di pochi anni porterà, insieme ad altre variabili, all’ascesa delle forze neoliberiste culminate nell’epoca Reaganiana e Thatcheriana.
Le sicurezze del vecchio mondo (il welfare state, il posto fisso, lo sviluppo costante e il diffondersi del benessere materiale a più strati della popolazione) incominciarono ad essere lentamente incrinate. Ma al contrario di certe retoriche complottiste, non fu solo semplicemente il disegno delle élites occidentali, ma la conseguenza inevitabile di un cambiamento sistemico epocale a cui le nostre classi dirigenti non si opposero, ma anzi favorirono in nome dei loro interessi. Invece di riformare il modello socialdemocratico e i suoi pesanti difetti (tra cui le elevate inefficienze nei settori pubblici), preferirono mutarlo in favore di un parassitismo elitario, le cui gravi conseguenze giungono ora a maturazione. Ma molto probabilmente, anche con i migliori riformatori, sarebbe stato impossibile mantenere certi standards qualitativi per lo sviluppo della middle class, in un mondo dove sarebbero emerse nuove potenze, nuovi mercati e miliardi di nuovi consumatori.
Dopo anni di battaglie e “riforme” erano pronte e funzionanti le strutture del nostro turbo-capitalismo, le quali illusero milioni di baby boomers nei ruggenti e illusori anni 80 e 90.

martedì 27 gennaio 2015

La svalutazione dell’euro

Con qualche anno di ritardo e dopo tante resistenze interne (ed esterne) Mario Draghi ha annunciato il Quantitative Easing, ossia l’acquisto di titoli pubblici per mantenere la stabilità dei prezzi e combattere la deflazione nell’Eurozona. Il piano di acquisto complessivo vale 1.140 miliardi, e precisiamo che rispetto alle cifre di cui si parlava inizialmente (attorno ai 600 miliardi) il Presidente della BCE è riuscito a ottimizzare il massimo, compromessi permettendo. Un bazooka da 60 miliardi al mese fino a settembre 2016 di pezzi di carta. Un aumento di liquidità di cui si era paventata l’ipotesi già dallo scorso anno e che in termini assoluti forse doveva essere ancora più espansiva. Il compromesso maggiore rispetto ad un aumento di liquidità è stato però che da una parte l’80 % del rischio dei nuovi acquisti di bond sarà assunto dalle banche centrali dei singoli stati (la BCE se ne farà carico solo per il restante 20%) ma poi ci sono sul piatto come contropartita, le famose “riforme”
Alcuni economisti non vedono di buon occhio la mossa di Mario Draghi: in effetti se partiamo dal fatto che la recessione dell’euro-zona è ormai un problema di economia reale, e se presupponiamo da un punto di vista neoclassico che variabili monetarie- come appunto politiche monetarie non convenzionali- non influiscono sulle variabili reali, l’attuale bazooka non partorirà nulla se non qualche percentuale in più di inflazione. Può darsi, sebbene vi siano studi che stimano aumenti del Pil di quasi il 2% tra quest’anno e il 2016. Va anche detto che l’attuale manovra espansiva, se consideriamo il mandato della Banca Centrale Europea, è legittimata dal fatto che la stabilità dei prezzi in questo momento non è mantenuta: non tocca a Draghi promuovere il quarto parametro della formula del Pil, cioè la spesa pubblica: quello che tocca a Draghi è svalutare. In realtà si potrebbe obiettare che il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro era già iniziato lo scorso giugno, ma l’attuale Quantitative Easing potrà creare le condizioni affinché le banche centrali si possano liberare molto presto dei titoli di stato con rendimenti negativi. Per quanto riguarda la concessione del credito- fermo restando che alle attuali condizioni buona parte di questa liquidità rimarrà nelle banche- è abbastanza utopistico pensare che quei soldi verranno rivestiti o, grazie alle aspettative, vi sarà un aumento dei consumi
E qui veniamo al problema principale: se infatti come contropartita, i singoli Stati velocizzeranno le riforme imposte dalla Troika, la politica monetaria messa in campo da Draghi potrebbe anche peggiorare la situazione; la Federal Reserve ha si attuato -muovendosi in anticipo- questo tipo di manovra, ma ribadiamo per l’ennesima volta che se l’economia americana si è risollevata è perché ha liberato i cordoni della spesa pubblica. Eh sì, appunto: ha ragione Draghi nel dire che ora la palla passa ai governi, ma questi ultimi dovrebbero adottare ricette diametralmente opposte alle attuali. Non si può basare l’intera crescita di un paese (o di una macro-regione) ricorrendo ad una Banca Centrale che indebolisce la valuta e che rende più competitive le imprese dell’euro-zona. In altre parole non ci si può affidare solo alle esportazioni, come impone l’attuale modello tedesco (che qualcuno sta maldestramente tentando di copiare). Le riforme dei singoli stati se perseguissero, potrebbero compensare in senso recessivo il Quantitative Easing. Serve un ulteriore iniezione di fiducia che solo un abbassamento delle tasse e un aumento di spesa in conto capitale possono dare