giovedì 27 novembre 2014

L'Europa è ben altro che "UE" e "occidente"

Ha fotocopiato il modello produttivo e sociale di coloro che distrussero dai cieli sessantasei delle sue maggiori città. L'Europa è spenta, non è più centro di elaborazione e irradiazione di criteri normativi adottati nel resto del mondo. Da essa non si irradiano più culture e linee di forza capaci di sedimentare e stabilizzare aree tgeografiche e sociali. E' imitazione, copia sfocata, incapacità di improntarsi alla sua specificità storica. Abiura e rinnega, in nome e per conto d'un universalismo trapiantato e importato, che è solo sudditanza ai neofiti dell'usura riattualizzata.

I tristi saltimbanchi, privi di bussola e mappe genuine della psicogeografia dell'Europa reale, persistono nell'apologetica. accecati su un vagone rimorchiato. Piombato dai nuovi barbari che -mentre saccheggiano senza ritegno- hanno plasmato la mentalità adatta a riprodurre la servitù volontaria. Incassano i benefici di una estesa interiorizzazione del senso di colpa, spinta fino alla negazione di sè stessi e all'imitazione di chiunque altro (“dobbiamo fare come in Germania” o "in america" ecc). E' venuta a galla una identità mimimalista da limes lontano dell'impero.

Impazzano i funzionari neocoloniali, quelli dall'inamovibile "erre-moscia" sempre attualizzata agli odierni centri esterni della dominazione; gli entusiasti d'una Italia ridivenuta “espressione geografica” che spazza via ogni retaggio della storia e del suo divenire nel territorio. Ladri di storia e di geografia al servizio della geopolitica anglosax, arroganti quando occultano il decisivo e storico apporto antinazista della Russia. Infine, è il breve carnevale dei psicolabili che esibiscono la maschera dell'Europa sfumata nella nube di un “occidente” ad estensione variabile.

Dal “modernismo” esibito con pose caricaturali, scaturiscono controfigure plasmate alla temperie morale proprie di una neocolonia. Subordinata, inchiodata ad assorbire “cultura” seriale, stilemi grotteschi, slogan e i diktat apologetici dell'autonomia del denaro. L'introiezione dei caratteri dell'epoca della carestia (per ceti bassi e plebe) si fonda sulla supremazia assoluta dell'individualismo, assunto come unico fattore positivo e lecito. Chi osa resistere ai settari che si compiacciono del ruolo di liberali immaginari, viene scaraventato nella bolgia dei reazionari o populisti. Si auto-rappresentano sempre come progresso ed efficienza in lotta epica contro l'arretratezza; oppure come riformatori e partito del "cambio" contrapposti ai conservatori e biechi difensori del passato.

L'individualismo vorrebbe dissolvere ogni altra identità e valore: classe, famiglia, nazione, popolo, comunità, solidarietà, spiritualità e dignità. Predicano la bontà di una identità sessuale indifferenziata ed equivalente, però con predilezione per l'infecondità e la sterilità. L'atomizzazione sociale deve accelerare la decomposizione e la solitudine più estrema, e troncare radici, rami, foglie e i frutti, per l'avvento definitivo dei grossisti del denaro. Incombe l'incubo del millenarismo mediatico dei nuovi padroni della natura e degli umani. E' l'agguato proditorio di una sopravvivenza -spacciata come destino!- che si nutre di paura e angoscia permanente. Si varano e proteggono regimi para-terroristi, utilizzatori intensivi di droni, committenti di guerre privatizzate appaltate a "mercenari con patologie politiche indotte o criminalità pseudoreligiosa di avariata origine".

E' in corso uno scontro epocale tra le forze stanziali, legate ai vincoli unani, territoriali e affettivi della produzione concreta e l'elite con la sua struttura di potere reale. Fondata sul nomadismo della finanza che impone regole draconiane per istaurare la magia del denaro generato direttamente dal denaro. La necessità, o meno, di passare attraverso il lavoro e la produzione prima che il denaro possa accrescersi, è l'oggetto del contendere attuale su scala mondiale. Nessuno “scontro di civiltà”, piuttosto uno urto “biblico” tra il nuovo auge delle religioni dell'usura e le maggioranze operose, che sono complementari solo con il policentrismo. Sono entrati in collisione la comunità e il dominio reale del capitale, la coperazione come alternativa alla concorrenza, l'iper-individualismo dell'elite totalitaria e la superstite socialità umana.

E' belligeranza asimettrica tra i fabbricanti di valori coniati dai templi liberisti e quanti si battono per mantenerli fuori e separati dal potere politico. Mercato ed economia sono un frammento del sociale, importante ma non preponderante. Sono parte non il tutto. Pertanto la visione dell'economia come cosa integralmente autonoma, svincolata e superiore
ad ogni altro valore e struttura sociale, si rivela un fondamentalismo da contrastare con crescente fermezza. Questi strambi liberali, in realtà, sono nemici giurati di ogni sovranità geopolitica, culturale ed economica, come pure di ogni identità che non deriva o non si subordina al primato dell'economia.

Da un lato c'è l'oligarchia con il suo epansionismoe egemonico e dall'altro l'arco di forze che si richiamano alle tradizioni e alla giustizia, ed hanno bisogno dello Stato come pilota collettivo che stabilisce le mete di fondo del bene comune. Lo scontro reale in atto è quello che oppone elite e società, oligarchia e popoli. Per l'equità è indispensabile la separazione assoluta tra potere politico e potere economico, tra l'egoismo onnivoro dei manipoli oscuri e la minacciata socialità delle maggioranze.

mercoledì 26 novembre 2014

Jobs Act, con un pulsante cancellano decenni di storia di conflitto sociale

Il Jobs Act è pas­sato anche alla Camera. Tor­nerà per l’approvazione defi­ni­tiva al Senato, ma non si atten­dono sor­prese. Renzi può por­tare a Bru­xel­les lo scalpo dell’articolo 18, anzi di tutto l’impianto dello Sta­tuto dei diritti dei lavo­ra­tori, per­ché senza tutela reale ogni altro diritto è di per sé inde­bo­lito se non annul­lato. Hanno votato in 316 a favore del dise­gno di legge del governo. La mag­gio­ranza asso­luta, per un voto, di una camera di nomi­nati già poli­ti­ca­mente dele­git­ti­mata dalla boc­cia­tura del por­cel­lum da parte della Corte Costi­tu­zio­nale. Mal­grado ciò quella mag­gio­ranza si è assunta la respon­sa­bi­lità di can­cel­lare con un pul­sante decenni di sto­ria del con­flitto sociale che ave­vano creato il “caso ita­liano” durante i “trenta anni glo­riosi” del capi­ta­li­smo occidentale.
Eppure que­sta volta per Renzi non è stato un trionfo. E’ forse esa­ge­rato dire che si è trat­tato di una vit­to­ria di Pirro, ma per la prima volta Renzi ha dovuto incas­sare il dis­senso aperto della mino­ranza del suo par­tito.
Civati ha votato no, men­tre Fas­sina e Cuperlo hanno tra­sci­nato fuori dall’Aula una tren­tina di depu­tati, assieme a quelli di Sel, dei Pen­ta­stel­lati e delle oppo­si­zioni di destra. A sua volta Ber­sani ha votato un sì per pura disci­plina e palese nulla con­vin­zione. E così sarà stato pro­ba­bil­mente per diversi altri. La pre­sunta media­zione sul testo non ha tenuto né nel merito né poli­ti­ca­mente. Il dis­senso non è rien­trato, è esploso.

Del resto è dav­vero dif­fi­cile con­si­de­rare un miglio­ra­mento quanto è stato pre­ci­sato alla Camera rispetto al Senato. Per i licen­zia­menti per motivi eco­no­mici non c’è alcun rein­te­gro, solo l’indennizzo rap­por­tato alla anzia­nità di ser­vi­zio. Il rein­te­gro com­pare solo per i licen­zia­menti chia­ra­mente discri­mi­na­tori e per quelli disci­pli­nari risul­tati privi di fon­da­mento alcuno, secondo tipi­ciz­za­zioni ulte­riori riman­date ai decreti dele­gati.
Chi mai volendo licen­ziare potrebbe impe­go­larsi in que­ste tipo­lo­gie potendo ada­giarsi sull’andamento eco­no­mico dell’impresa? Qui si col­pi­sce non solo il diritto al lavoro del licen­ziato, ma anche il ruolo della magi­stra­tura nell’ inter­vento per rein­te­grare tale diritto. Due pic­cioni con una fava. Nean­che il nemico per eccel­lenza dei giu­dici, Ber­lu­sconi, avrebbe potuto tanto.

Nel frat­tempo Squinzi può sognare, si stro­pic­cia gli occhi, ottiene più di quanto pre­ten­deva e spe­rava. Non ha nep­pure avuto biso­gno di chie­derlo. Anzi, Squinzi aveva com­bat­tuto per la pre­si­denza della Con­fin­du­stria con­tro Bom­bas­sei, dichia­rando pro­prio che l’articolo 18 non era una priorità.

Intanto Pier Carlo Padoan aveva già scritto la sua let­tera alla Com­mis­sione affin­ché fosse indul­gente nel valu­tare i conti della legge di sta­bi­lità. Il giu­di­zio defi­ni­tivo sarà a marzo, ma intanto il governo si salva, anche gra­zie alla appro­va­zione del Jobs Act che, secondo il nostro mini­stro dell’economia, garan­tirà una ripresa dell’economia e il soste­gno al sistema pen­sio­ni­stico. Come ciò possa avve­nire a colpi di pre­ca­riato, che il decreto Poletti e il Jobs Act stesso ampliano a dismi­sura, è un mistero da riman­dare al mittente.

La novità tanto sban­die­rata è il famoso con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti. Le moda­lità della arti­co­la­zione di que­ste tutele sono ancora ignote, per­ché riman­date al testo di decreti dele­gati che even­tual­mente pas­se­ranno solo dalle com­mis­sioni par­la­men­tari — ma non dall’aula — per un parere non vin­co­lante. Tut­ta­via è fin d’ora scar­sa­mente cre­di­bile che un padrone assuma con que­sta forma, quando può uti­liz­zare, gra­zie al decreto Poletti, con­tratti a ter­mine uno in fila all’altro senza doverne moti­vare la ragione. Para­dos­sal­mente, ma non troppo, pro­prio il con­tratto inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti spin­gerà ancora di più l’acceleratore sulla totale pre­ca­riz­za­zione dei rap­porti di lavoro per i nuovi assunti.

Fare sin­da­cato e costruire una nuova coa­li­zione sociale per una nuova sini­stra sarà più dif­fi­cile, ma ancora più neces­sa­rio ed urgente. Una dimen­sione euro­pea è indi­spen­sa­bile poi­ché il sistema non sop­porta legi­sla­zioni nazio­nali pro­tet­tive dei diritti e forme con­trat­tuali che vadano al di là del sin­golo gruppo o azienda. Jobs, più che voler dire lavori, è un acro­nimo: Jump­start Our Busi­nes­ses (come l’omonimo ame­ri­cano del 2012) cioè «met­tiamo in moto le nostre imprese». Di con­tro, quel popolo di sini­stra orfano di una vera sini­stra popo­lare ritro­va­tosi in piazza il 25 otto­bre e nelle occa­sioni suc­ces­sive, si rimette in moto per uno scio­pero gene­rale, dopo tanti anni. Que­sta sarà la risposta.

martedì 25 novembre 2014

Sfruttamento di minori e paghe da fame, scoperto un giro di lavoro nero tra alberghi e ristoranti

Oltre 2.700 studenti, alcuni minorenni, di scuole alberghiere sono stati irregolarmente impiegati in alberghi e ristoranti, grazie alla formula dell'alternanza scuola-lavoro prevista dai programmi di studi. L’ultima inchiesta della Guardia di Finanza ha portato alla luce un giro spaventoso di lavoro nero e sfruttamento nel settore turistico a livello nazionale, ed anche di intermediazione di manodopera. Su richiesta dei ristoratori e albergatori, veniva fatta sottoscrivere agli studenti una "lettera di incarico", nella quale veniva definito l'impiego, per un periodo determinato, di un numero di studenti occorrenti alle strutture di ristorazione e alberghiere, al costo di 60 euro per studente a settimana lavorativa. Ristoratori e albergatori potevano impiegare per le proprie necessità (soprattutto nei periodi di maggiore concentrazione di cerimonie) una forza lavoro a basso costo, senza oneri contributivi, con la conseguente illecita concorrenza a danno degli altri operatori del settore.
A capo della piramide due società fittiziamente residenti a San Marino e in Svizzera, con una evasione fiscale per un milione di euro.Coinvolti decine tra istituti scolastici in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Lazio, e ristoranti e alberghi di Trentino A.A., Veneto, Puglia, Sicilia, Umbria, Abruzzo, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Sardegna. Le due società, secondo le indagini, di fatto hanno svolto attività di intermediazione interponendosi illecitamente tra studenti e alberghi. Per la somministrazione fraudolenta di manodopera è prevista la sanzione pari a 70 euro per giorno d'impiego per studente e, considerato che ciascun studente è stato impiegato in media per quindici giorni, la sanzione potrà arrivare sino ad un massimo di 2,6 milioni.
Ovviamente non è la prima volta che vengono scoperte realtà del genere. Finora i controlli, però, erano stati tutti locali. Questa estate sulla riviera romagnola furono portate alla luce realtà di lavoro con minorenni sfruttati per 16 ore al giorno, lavoratori e lavoratrici costretti a turni estenuanti e fatti dormire nei bagni, cibo scaduto servito ai clienti.
L’Istituto Nazionale di Statistica quantifica il valore aggiunto prodotto dal sommerso economico compreso tra i 217 e i 228 miliardi di euro, tra il 18,2 e il 19,1% del Pil. Ed è proprio nel settore “alberghi, bar, ristoranti e pubblici esercizi che si raggiunge il top. Gli ultimi dati di questo settore, del 2005, annunciano che in questo settore l’economia sommersa è del 56,8%.

lunedì 24 novembre 2014

Più di due miliardi di persone nel mondo non hanno servizi igienici ed acqua

La defecazione all'aperto coinvolge un miliardo di persone al giorno. Storie drammatiche e pericolose di donne e bambini

Più di due miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a servizi igienici adeguati. I più colpiti sono donne e bambini che spesso non hanno neanche l'acqua. È difficile da concepire per molti di noi, abituati ad avere diversi bagni a disposizione durante il giorno, a casa, a lavoro, e addirittura alcuni ad avere più servizi nella stessa abitazione.

Nella seconda Giornata Mondiale dei Servizi Igienici (riconosciuta solo l’anno scorso con il supporto delle Nazioni Unite), che si è celebrata il 19 novembre scorso, oltre ad affrontare i temi dell’uguaglianza e della dignità, si è illustrata la campagna UN-Water, per porre fine alla defecazione all'aperto, un argomento in precedenza innominabile, che coinvolge un miliardo di persone al giorno. Ne ha parlato l'Independent. Il World Toilet Day è stato creato dalla World Toilet Organisation nel 2001 con 15 membri e oggi è costituita da 151 organizzazioni in 53 paesi che lavorano per eliminare i tabù che circondano questo argomento e per fornire servizi igienico-sanitari sostenibili.

In India circa 818 milioni di persone defecano in pubblico. In Congo circa il 72% della popolazione non ha accesso a una toilette interna, così come l'80% degli etiopi, circa 71 milioni di persone.

A livello globale, 526 milioni di donne sono costrette ad andare in bagno all’aperto, spesso facendo fronte a minacce fisiche e violenze dal momento che devono aspettare fino a dopo il tramonto prima di lasciare le loro case. Come è stato già crudamente raccontato dalle cronache del maggio scorso, quando due ragazze indiane sono state brutalmente violentate e impiccate dopo essersi allontanate dalle loro case per usare la toilette nei campi vicini.
Accanto alle minacce che molte donne si trovano ad affrontare ogni volta che vanno in bagno, la mancanza di servizi igienici di base significa che le malattie facilmente prevenibili dilagano e possono addirittura uccidere.

Bangladesh
Rubina, 38, ha vissuto a Mollar Bosti nei bassifondi di Dhaka per 3 anni. Si è trasferita dalla campagna quando il marito ha trovato lavoro a Dhaka. Lei usa una toilette in comune che si trova a 20 metri da casa. Dice che una volta, nel bel mezzo della notte, è andata in bagno e qualcuno ha bussato alla porta del bagno così forte che pensava che la stesse buttando giù. Ha avuto paura da allora ad usare il bagno dopo 09:00.

Haiti
Martine ha 27 anni. Vive vicino al fiume a Cayimithe. "Non ho una toilette chiusa. Il mio bagno è un buco nel terreno di casa mia, che ora è pieno ed è diventato veramente pericoloso. Lo uso solo di notte, quando posso avere un po’ di privacy. Durante il giorno, uso un gabinetto condiviso con la comunità che si trova a circa 15 minuti da casa mia.

Belgio
Rosalia, 9, va a scuola a Bruxelles. "Nella mia scuola abbiamo servizi igienici separati per ragazze e ragazzi su ogni piano. La mia classe è al 3 ° piano. Abbiamo 22 servizi igienici, che sono condivisi tra 230 allievi e 20 adulti. Gli insegnanti a scuola vanno in bagno ogni volta che ne hanno bisogno".

India
Saritadevi vive nel villaggio Ittava a Uttar Pradesh. Lei non ha accesso ai servizi igienici a casa sua e quindi utilizza un campo locale. Lei soffre per la mancanza di dignità e privacy. Dice che è umiliata dagli uomini, lanciano pietre contro di lei, urlando insulti, gesti volgari e cantano canzoni offensive.

Australia
Renee è un'artista che ha lasciato la sua ex casa nei sobborghi densamente popolati di Sydney per vivere una vita più tranquilla ad un'ora a nord della città. Ha costruito un capannone su dieci ettari di terreno e ha incluso un bagno esterno e un bagno interno. Ironia della sorte, Renee è in grado di godere di totale privacy all'aperto dal momento che è circondata dalla foresta, lontano dalle altre abitazioni.

Ghana
Ima, 47, è un'assistente di un bagno pubblico di Kumasi, la seconda città più grande del Ghana. Vive in una stanza in affitto con il marito e quattro bambini di età compresa tra i 14 e i 22. Non ha un bagno in casa. Durante il giorno, lei usa il bagno pubblico dove lavora, ma di notte è costretta a utilizzare sacchetti di plastica in quanto non è sicuro camminare lunghe le strade al buio.

Mozambico
Assucena, 14, è una studentessa che ama studiare e giocare a calcio. Vive con la madre, la nonna, la sorella e due cugini. Assucena condivide un bagno con altre 30 persone di diverse famiglie. "Quando piove, la toilette si allaga. C'è davvero una puzza terribile".

Brasile
Lorena, 16, è una studentessa. Si è appena trasferita in una delle favelas di Rio de Janeiro. "Non ho una toilette, ma sto lavorando duramente per cercare di costruirne una. Nel frattempo, devo usare quella di mia madre. Abbiamo acqua solo il giovedì e la domenica, quando i rubinetti sono aperti. Un giorno mi piacerebbe avere un bagno con acqua corrente. Sono molto vanitosa, mi piace curare capelli e unghie e utilizzare il profumo. Alcune persone qui sono in cattive condizioni di salute, a causa della situazione di scarsa igiene nella zona".

Sudafrica
Nombini ha due vasi portatili, che sono utilizzati dalle 12 persone che vivono nella sua casa. La prima volta che si trasferì a Khayelitsha, nel 2005, lei non aveva un bagno, quindi doveva andare nella boscaglia. "È stato terribile nella boscaglia, le auto ci colpivano. Il mio sogno è quello di avere un gabinetto con lo sciacquone".

Zambia
Susan, 46, è la fondatrice di una scuola di comunità per i bambini con disabilità fisiche e mentali. "Mi rende orgogliosa e felice insegnare ai bambini disabili in modo che in futuro possano avere una vita migliore e non solo stare a casa. Usare la toilette è una sfida, soprattutto nella stagione delle piogge, devo strisciare per i servizi igienici con le mie mani".

Romania
Ghita, 48 anni, del villaggio Buzescu, è l'orgogliosa proprietaria di uno dei più grandi bagni del villaggio, di 20 metri quadrati. Nel villaggio non c'è acqua corrente o fognature.

Il Centro per le Malattie degli Stati Uniti stima che circa 2.200 bambini muoiono ogni giorno di diarrea. Più di AIDS, malaria e morbillo messi insieme.
Quasi il 90% dei decessi correlati alla diarrea sono causati da acqua non potabile, igiene insufficiente e inadeguata.
Dove esistono i servizi igienici - ad esempio nelle scuole - sono in numero talvolta così inadeguato da essere quasi inutile.
L'effetto a catena è tale che in Kenya, per esempio, le ragazze che hanno raggiunto la pubertà perde una media di sei settimane di apprendimento, perchè la mancanza di servizi igienici significa che non sono in grado di frequentare la scuola durante i loro periodi.

venerdì 21 novembre 2014

Cancellare le conquiste del popolo: da Pinochet a oggi

Nei momenti di tensione salgono dall’animo parole che non si possono trattenere. Non ci è riuscito neanche un attore consumato come Matteo Renzi. Per reagire al dispetto provato per i ritardi del Senato nell’approvazione del suo Jobs Act, il presidente del consiglio ha dichiarato: «Abbiamo aspettato 20, 30, 40 anni per le riforme, non cambierà con qualche ora in più». Successivamente una velina del suo ufficio stampa ai massmedia di regime li ha indotti a correggere la frase, per cui molti commentatori hanno l’hanno poi riportata fermandosi a venti anni, ma Renzi era arrivato a quraranta. Dunque nel profondo del suo animo il presidente del Consiglio pensa che l’articolo 18 e lo statuto dei diritti dei lavoratori avrebbero dovuto essere aboliti già nel 1974. In quell’anno il no al referendum sull’abrogazione del divorzio aveva travolto la Dc di Amintore Fanfani.

La strage fascista di piazza della Loggia a Brescia aveva ricevuto una risposta popolare enorme che aveva messo in crisi i disegni autoritari di settori degli apparati dello Stato e della eversione nera. Nelle scuole entravano i metalmeccanici che Renziavevano da poco conquistato il diritto a studiare con permessi di 150 ore. Tutta la società italiana, nonostante tensioni e contraddizioni, era in crescita attorno alla crescita dei diritti del lavoro. Chi allora avrebbe potuto aver già in mente che, appena quattro anni dopo il varo della legge 300, si sarebbe dovuto cancellare l’articolo 18? Mi domando davvero come Renzi abbia potuto parlare di quaranta anni di ritardo nelle riforme, e siccome son convinto che non si sia sbagliato, posso arrivare ad una sola conclusione. Che egli faccia proprio lo spirito di vandea capitalista che proprio in quegli anni cominciava a definirsi nelle élites economico finanziarie mondiali.

Nel 1973 il sanguinoso colpo di Stato di Pinochet contro Allende in Cile serviva per la prima volta a sperimentare con la forza di una feroce dittatura le politiche liberiste dei “Chicago boys” di Milton Friedman. Che poi sarebbero dilagate nel mondo. Sempre nel 1973 una organizzazione multinazionale di banchieri e industriali, politici e ricconi guidata dalle élites statunitensi, la Trilaterale, aveva prodotto un manifesto programmatico nel quale si affermava la necessità che il mondo retrocedesse Cremaschidall’eccesso di domanda di democrazia e garanzie sociali che si era diffuso. Quindi è vero che sotto la superficie del progresso generale si annidavano e preparavano le forze che avrebbero avviato quella controriforma liberista che dura da più di trenta anni.

Certo a nessuno nell’Italia del 1974, se non a Licio Gelli, sarebbe venuto in mente di chiedere la cancellazione della reintegra per i licenziamenti ingiusti, e di tornare così alla legge del 1966 che, come l’attuale Jobact, prevedeva solo il risarcimento monetario. Ma nell’Italia di oggi questo invece può essere affermato e presentato come innovazione. Ci sono voluti decenni, ma alla fine lo spirito di rivincita sociale che già elaborava il suo rancore in quegli anni, ha trovato un fiero interprete in Matteo Renzi.

martedì 18 novembre 2014

La Resistenza irachena sgretola il “mito” dell’Isil

Il famigerato gruppo terroristico dell’Isil non è un’entità soprannaturale. Si tratta di un’organizzazione criminale con buone capacità di combattimento e migliaia di mercenari disposti a morire. Ma non è invincibile. Creato come holding del terrore da Stati Uniti ed alleati (Israele e Arabia Saudita), è stato sostenuto da una campagna mediatica senza precedenti, tanto da far apparire l’Isil un’armata invincibile.

Questa tesi è stata smentita circa tre settimane fa in Iraq, nella regione di Jaref al-Sakher. Naturalmente, Stati Uniti e media occidentali non si sono preoccupati di mettere in evidenza l’imponente battaglia avvenuta in questa area, equivalente come importanza strategica a quella avvenuta lo scorso anno nella regione siriana di Qusair ad opera di Hezbollah.

Quello che è successo a Jaref al-Sakher è stato un risultato storico raggiunto dai combattenti delle varie milizie sciite, che in precedenza avevano combattuto l’occupazione americana. Ci riferiamo alle Brigate Hezbollah, alla Lega dei Giusti, alle Brigate al-Badr e Saraya al-Salam (del movimento sadrista). Il Generale Qassem Soleimani, comandante della forza Qods delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, è stato lo stratega che ha coordinato le forze sul campo.

La lezione di Jaref al-Sakher dimostra che il popolo iracheno rappresenta una forza da non sottovalutare quando ben organizzata e attivata. Questa forza – come è in effetti accaduto – è stata in grado di schiacciare le orde dell’Isil. Ciò è in linea con ciò che la Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei aveva dichiarato il mese scorso al primo ministro iracheno Haider al-Abadi: “L’Iraq, il suo governo e la sua gente, soprattutto i giovani di questo Paese, hanno la capacità per sconfiggere i terroristi e ripristinare la sicurezza. Non vi è alcuna necessità della presenza straniera nel Paese”.

Jaref al-Sakher si trova a metà strada tra Baghdad e Karbala, è un prolungamento meridionale della provincia di Fallujah, una delle roccaforti di al-Qaeda prima e dell’Isil ora in Iraq. Questa regione dopo il 2003 venne chiamata il triangolo della morte, perchè da qui partivano la maggior parte delle autobombe dirette a Baghdad. Nel 2010 era divenuta la capitale dell’Isil, da qui gli attentatori suicidi partivano per attaccare i civili a Musayyib, Hilla, Karbala e Baghdad. Dopo la caduta di Mosul, l’Isil considerava Jaref al-Sakher “un pugnale nel fianco degli sciiti”. Per questo motivo, il gruppo terroristico ha rafforzato la propria presenza militare nei villaggi e nelle zone rurali di Jaref al-Sakher, massacrando e torturando centinaia di civili sciiti.

Sotto il regime di Saddam Hussein, Jaref al-Sakher era un porto sicuro per le bande criminali, tra cui trafficanti di droga e assassini. Anche Saddam evitò di intervenire per riportare la sicurezza nella regione. Per gli americani il problema di Jaref al-Sakher era di difficile soluzione militare, dato il suo terreno coperto da alberi secolari, palme e per una forte presenza di terroristi dell’Isil.

Ciò che gli americani non potevano o non volevano fare, è stato fatto dalle forze sciite coordinate dal Generale iraniano Soleimani. L’alto ufficiale iraniano ha condotto in prima persona la battaglia, come già accaduto in altre regioni in passato. La speranza è che il popolo iracheno si compatti definitivamente in tutte le sue componenti etniche e religiose, per far fronte al cancro terroristico che lo attanaglia da decenni, liberandosi una volta per tutte da ogni forma di ingerenza e occupazione militare straniera.

lunedì 17 novembre 2014

Dopo i bombardamenti umanitari e i bombardamenti chirurgici, i bombardamenti taumaturgici

Il Middle East Institute dichiara nel suo logo la volontà di fornire analisi geopolitiche non partigiane o faziose sul Medio Oriente (Providing non-partisan, expert information and analysis on Middle East). E chi potrebbe mai dubitarne? Il vice direttore del MEI, Paul Salem, scrive infatti articoli che sono un modello di equilibrio e pacatezza. Possiamo trovarne un esempio in un articolo di pochi mesi fa, dove si faceva appello agli USA, notoriamente troppo restii e riluttanti a bombardare chicchessia, perché mostrassero finalmente un po’ di buona volontà nel caso ISIS. Sappiamo che, un po’ controvoglia, gli USA lo hanno poi accontentato. Ma il raffinato analista ha dovuto utilizzare il meglio della sua capacità argomentativa per spiegare come i bombardamenti non siano soltanto efficaci, ma anche terapeutici e persino taumaturgici, per non parlare dell’ansia delle popolazioni coinvolte che non aspettano altro.
Ecco alcuni passi di questo panegirico del bombardamento:
"-A breve termine un intervento del genere quasi certamente conterrebbe l’organizzazione terroristica;
-Sul medio periodo potrebbe avere un impatto positivo su altre aree in mano ai ribelli;
-Creare nuove opportunità per garantire gli aiuti umanitari;
-Aumentare le possibilità di un ritorno ai negoziati politici."
E ancora, dal panegirico all'apoteosi mistica:
"Gli eventuali bombardamenti aerei dell’ISIS da parte degli Usa non riuscirebbero a sradicarla dalle città che ha già conquistato in Siria, ma potrebbero impedire all’Isis di attaccare altre zone…..
Tutto ciò costituirebbe un notevole passo avanti e infonderebbe sicurezza e fiducia in aree oggi sotto il controllo dei ribelli moderati non jihadisti. Se poi a ciò si aggiungesse una politica di serio sostegno all’Esercito siriano libero (Fsa) in termini di armamenti, finanziamenti e addestramento militare………
Con un solido sostegno internazionale, e con bombardamenti aerei assicurati dagli Usa e da altri alleati, la coalizione guidata dall’FSA potrebbe riconquistare terreno.
E per la popolazione che vive sotto occupazione da parte dell’Isis (questa pioggia di bombe, ndr), se arrivasse, sarebbe gradita.
Un intervento aereo avrebbe oltretutto un impatto diretto sul regime di Assad… potrebbe portare anche alla tacita creazione di una no fly zone."
Pare che, a differenza delle benefiche bombe americane, le bombe di Assad abbiano effetti del tutto indesiderabili: con la no-fly zone invece…
"...l’aviazione di Assad non avrebbe la libertà di organizzarvi bombardamenti aerei e sganciare le cosiddette “bombe barile” sulle città che negli ultimi tre anni hanno sterminato migliaia di persone..."
quindi l’intervento Usa:
"... potrebbe consentire alle piccole città e ai paesini liberati di accedere a un maggiore livello di sicurezza, permetterebbe ai gruppi umanitari di intervenire con più libertà di movimento, e consentirebbe alle aree interessate di iniziare a ricostruire la vita sociale ed economica."
Un vero miracolo! Non sono bombe, è manna dal cielo. C'è da farsi venire l'invidia che non bombardano anche noi.