mercoledì 19 febbraio 2020

La farsa della “correzione dei Decreti Sicurezza

Come i nostri lettori sanno bene, noi non troviamo significative differenze tra il governo “giallorosè” e quello precedente, “gialloverde”. Se non nelle formule verbali che accompagnano provvedimenti assolutamente identici e quasi sovrapponibili.
Questa comune identità reazionaria la si è vista in occasione della “giornata delle foibe”, in cui sono state pronunciate da tutti i volti della “politica” le stesse frasi fatte prese di peso dalla propaganda fascista del dopoguerra.
E la si vede ancora di più nel cosiddetto “piano per modificare i decreti sicurezza di Salvini”, annunciato nientepopodimeno che dall’attuale ministro dell’interno, il prefetto Luciana Lamorgese (e quando si cominciano a nominare prefetti – rappresentanti del governo in una provincia, inquadrati nei ranghi alti della Polizia, ndr – al posto dei ministri c’è già più di un motivo di “allarme democratico”, anche e soprattutto se nessuno se ne indigna).
Scorrendo l’intervista si vede chiaramente che la “correzione” proposta è più formale che sostanziale, e soltanto in materia di immigrazione; mentre altrettanto spazio e pericolosità riveste la parte dei “decreti Salvini” neanche nominata e che riguarda la gestione dell’ordine pubblico in presenza di manifestazioni politiche e popolari, fino a quelle sportive (un campo dove è stato sperimentato da quasi 30 anni il peggio dell’armamentario repressivo, poi esteso a tutta la “società civile”).
Di misure vere e proprie ancora non si parla, anche perché il ministro deve sottoporre il suo “pacchetto” all’analisi di tutto il governo. Ma quel che intanto dice punta a eliminare alcune “criticità” che hanno aumentato il lavoro per le forze di polizia e creato vuoti che fanno peggiorare, anziché diminuire, la “percezione di insicurezza”. Un classico dell’atteggiamento “poliziottesco”, che non mira mai a risolvere un problema sociale, ma sempre e soltanto ad aumentare la discrezionalità delle polizie e l’uso politico della paura.
Dice infatti Lamorgese: abbandonare le persone “senza offrire loro una prospettiva alimenta il rischio che vengano attratti dai circuiti criminali. Se i migranti si sentono rifiutati dallo stato, tra l’altro, si corre anche il rischio che rispondano al richiamo della radicalizzazione”. Vero, ci mancherebbe. Tutti, anche dai piani alti dell’establishment, avevano criticato questo lato dei “decreti Salvini” per lo stesso motivo. Sottolineiamo, però, che anche la “correzione” avviene nel solco della stessa logica: immigrato = potenziale pericolo (delinquenziale o terroristico). Insomma, si corregge per facilitare l’operatività delle polizia, non per favorire processi di integrazione reale.
La continuità di impostazione la porta a suggerire una seconda correzione sul piano dei fondi per le strutture. Qui Salvini aveva operato tagli draconiani, tali da rendere impossibile per chiunque (tranne forse la Caritas, che viene di fatto finanziata dal Vaticano con le risorse dell’8×1000) la gestione di centri di accoglienza, di qualsiasi dimensione.
C’è bisogno “di risorse adeguate” e per questo motivo il Viminale, “davanti a una grave situazione in cui i bandi di gara andavano sempre deserti a causa di tagli lineari, ha riconosciuto ai prefetti la possibilità di aumentare in modo flessibile, a seconda delle diverse esigenze territoriali, i fondi da destinare ai servizi per i migranti”.
Anche qui si corregge un “eccesso propagandistico” del “Truce”, che aveva creato ulteriori  problemi invece di risolverli. Ma non si cambia la logica complessiva. Diventa insomma una questione di “grado” e di “efficienza”, non una “cultura” più democratica – e realistica – nei confronti dell’immigrazione.
Tutto qui. Non c’è altro, per il momento. Per gli immigrati cambia davvero poco, come fanno già stamattina notare tanti operatori del settore.
Per esempio. Il primo decreto sicurezza (decreto legge 113/2018, articolo 13) ha stabilito che il permesso di soggiorno temporaneo rilasciato ai richiedenti asilo non rappresenta titolo per l’iscrizione anagrafica. Due successive circolari ministeriali avevano “chiarito” che la norma andava intesa come un divieto assoluto di iscrizione anagrafica per i “richiedenti asilo”. I Comuni che l’avessero comunque concessa avrebbero avuto delle imprecisate ma pesanti conseguenze amministrative.
Una norma non solo ottusa sul piano dei valori, ma anche in contrasto con un intero sistema di leggi che regolano la materia, per le quali lo straniero, regolarmente soggiornante, deve poter effettuare le iscrizioni e variazioni anagrafiche alle medesime condizioni dei cittadini italiani (articolo 6, comma 7 del decreto legislativo 286/1998 – Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Tanto che molti Tribunali, affrontando ricorsi legali, avevano di fatto già reso inapplicabile il diktat salviniano. In qualche caso sollevando la questione di legittimità costituzionale.
Senza iscrizione anagrafica nessuna persona – né italiana, né tanto meno straniera – può fare nulla. Non può essere assunto, non può frequentare corsi di formazione e persino di istruzione (come fa a imparare la lingua italiana o un mestiere?). Non ha diritto ad esistere e sopravvivere.
Questo “divieto di iscrizione” non viene invece neanche nominato dal ministro Lamorgese, quindi è intuibile che non verrà “corretto” se non nella misura minima necessaria ad evitare altre condanne in tribunale.

E allora dove è la differenza rispetto a Salvini? Nel fatto che ora non si strepita mediaticamente ad ogni nave che soccorre naufraghi in mare? E che cambia se poi, quando infine vengono fatti sbarcare, li si tratta nello stesso modo?
Ma è sul terreno propriamente repressivo che questo governo non fa neanche finta di voler fare qualcosa di diverso dal precedente. Tutta la parte riguardante le manifestazioni di piazza resta intoccata. Parliamo di norme fascistissime, come quella art. 5 bis: «chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.»
O l’art. 7, che supera il ridicolo – in difesa della “proprietà privata” – quando prescrive la punizione di «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
Ricordiamo che Nicoletta Dosio e altri attivisti NO Tav sono attualmente in carcere per aver fatto guadagnare ognuno 38 euro in meno a testa al concessionario autostrade Gavio, con l’apertura delle sbarre del casello in Val Susa. Un anno di carcere per 38 euro… Questa è la misura della follia repressiva.
Questo è quanto il “governo non salviniano” vuol mantenere con ogni mezzo.

lunedì 17 febbraio 2020

Macché crisi di governo, è solo normalizzazione…

La crisi infinita della politichetta italiana sta collassando. Non esiste più alcuna differenza apprezzabile tra i vari “schieramenti politici”. L’unica novità sta nell’annullamento di quanto resta della “alternativa” malamente rappresentata per un decennio dai Cinque Stelle.Pura normalizzazione, insomma, condotta per via di logoramento quotidiano.

I due attori principali, per il momento, sono gli stessi che da un quinquennio dominano la scena mediatica: “i due Matteo”. Come in un serial ormai stanco e ripetitivo…
Che un governo possa cadere per via di una cosa poco chiara ai più, come la “prescrizione”, è indicativo del fatto che i veri giochi si stanno facendo su tutt’altro. E che ad aprire la crisi sia il gruppo di interesse – nessuno riuscirebbe a prendere sul serio “Itala viva” come “partito” – che meno di tutti ha la possibilità di trarre vantaggio da eventuali elezioni anticipate, la dice lunga sul ruolo di “killer su commissione” affidato a Renzi & co.

La prescrizione

Togliamo di mezzo questo tema, fonte solo di confusione. In qualsiasi paese di “democrazia liberale” – che è cominciata ad esistere affermando l’habeas corpus, ossia il diritto ad essere processati restando uomini liberi fino alla condanna (con tante e non sempre ovvie eccezioni) – il sistema giuridico deve tenere insieme due esigenze opposte: perseguire chi commette un reato, violando le leggi, e farlo in un processo che abbia “tempi ragionevoli”. Un’ottima panoramica è offerta, una volta tanto, dal Corriere della Sera.
La seconda esigenza, come è logico, vale soprattutto nei processi penali, in cui – a seconda della gravità del reato contestato – l’indagato può essere sottoposto a carcerazione preventiva; ossia in una condizione che equivale a scontare concretamente una condanna anche se non è ancora stata sentenziata né trasformata in definitiva.
Nei processi civili, dove ci sono in ballo “solo” soldi e proprietà, ma non la libertà personale, non esiste prescrizione. E infatti i tempi di celebrazione sono sempre infiniti. Alcune sentenze arrivano dopo diversi decenni, e interessano a quel punto gli eredi dei danti causa. Chi ci è passato sa che spesso è “normale” veder fissare la successiva udienza (e ogni processo, anche banale, ne prevede diverse) anche anni dopo. Impensabile che questo possa avvenire con persone imprigionate e che dunque potrebbero essere innocenti e, in percentuali rilevanti, lo sono.
La “riforma Bonafede” era ed è un’infamia da sbirri, perché blocca la prescrizione senza garantire “tempi certi e ragionevoli” allo svolgimento dei processi penali. E quindi crea un regime in cui delle persone possono restare sotto processo, e spesso in galera, per un tempo imprecisato.
Qualche “sinistro” equivoca sull’argomento, portando esempi di processi “finiti in prescrizione” che riguardavano potenti, imprenditori, ricchi in genere. Ed è ovviamente vero che “finire in prescrizione” è una tattica spesso usata da avvocati importanti con clienti importantissimi.
Ma non è eliminando la prescrizione che i potenti finiranno in galera anche se colpevoli di reati gravi. Con i soldi e il potere si possono usare decine di “tattiche processuali” diverse, sia legali che illegali.
Si possono portare migliaia di esempi in cui “i potenti” si sono salvati corrompendo i giudici e/o i testimoni (do you remember Berlusconi?), manipolando persino le nomine per gli uffici giudiziari più importati (il “caso Palamara-Csm”), facendo trasferire processi in sedi improprie (la strage di Piazza Fontana giudicata a Catanzaro grida ancora vendetta…). Ecc. Il sistema giudiziario è largamente “permeabile” alle ragioni e agli interessi del potere. Nessuna legge può cambiare questa situazione di fatto.
Quindi la “battaglia di Renzi sulla prescrizione” è chiaramente una falsa “bandiera di civiltà” e persegue tutt’altro obbiettivo.

Matteo Primo, ossia Renzi

L’ex premier che aveva scalato il Pd per conto di Verdini, fino a diventarne segretario e addirittura presidente del Consiglio, ha di fatto posto le premesse per una crisi di governo. Eppure, come detto, se si andasse ad elezioni anticipate oggi non avrebbe i numeri per superare la “soglia di sbarramento” da lui stesso voluta nella legge elettorale in vigore – il Rosatellum, dal nome del suo fedelissimo.
Insomma, a meno di non volersi suicidare politicamente in via definitiva e tornare a lavorare per l’azienda di papà (nel frattempo finito sotto processo, ma deve essere una coincidenza…), il suo obbiettivo non può essere questo.
E quale può essere?

Matteo Secondo, detto Salvini

“Il Truce” ha appena inscenato un’altra figura di m…, facendo uscire i senatori della Lega dall’aula al momento del voto sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, dopo aver giurato per mesi che li avrebbe fatti votare a favore, in modo che lui avrebbe potuto “dimostrare di aver difeso i confini della Patria”… impedendo per giorni a una nave militare della suddetta Patria di entrare in un porto della Patria stessa.
Il vecchio Umberto Bossi, da battitore libero, ha dato voce all’imprenditoria del Nord che non ha apprezzato la sua “svolta nazionale” (da “prima la Padania” a “prima gli italiani”), perché i legami di quel settore con le filiere produttive del Nord Europa (Germania in primis) sono in questo momento fonte di crisi e richiederebbero un di più di “attenzione differenziata”. E ben oltre i già ampi confini della famigerata “autonomia” richiesta anche dal dem Bonaccini per l’Emilia Romagna.
Dopo l’uscita “incomprensibile” dal governo gialloverde in pieno agosto non ne ha imbroccata più una, fino a non sfondare nella “regione rosa” che doveva segnare l’inizio del suo trionfo finale. E i sondaggi, che fin lì lo avevano confortato, hanno preso a girargli le spalle.
E’ ancora il leader del centrodestra, ma i concorrenti si moltiplicano. Anche lui si sta consumando, e persino dentro la cerchia si comincia a guardare oltre…
Il più concreto dei dirigenti leghisti, Giancarlo Giorgetti, neo “responsabile degli esteri” per il Carroccio, con un’intervista al Corriere si prende la libertà di ridurre tutta la stagione politica dei “porti chiusi” a poco più di una sceneggiata: «La politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini. Se il ministro Lamorgese può andare a trattare in Europa è perché Salvini ha fatto il matto».
Ma è chiaro che “quella roba lì” non può essere la normalità della politica interna e delle relazioni internazionali di un partito “affidabile”. E liquida pure la “stagione filorussa” della Lega con parole di esplicito disprezzo: «Io a Mosca non ci sono mai stato. Ma la Russia è un Paese importante, sia per il commercio che per il suo peso strategico. Dunque dobbiamo avere rapporti buoni e proficui. Certo seri e formali, non dilettanteschi e carnevaleschi come nel caso che lei cita».
Per essere ancora più chiari: «siamo sempre stati filo-americani. Certo, Trump fa gli interessi dell’America. Sarebbe anzi giusto che anche l’Europa lo facesse, invece di andare in ordine sparso. Altrimenti i nostri prodotti prendono botte dall’America e anche dai partner europei».
E’ la fine della stagione dei “matti” e dei faccendieri da scantinato. La Lega – come vuole la sua vera base, la piccola e media industria del Nord – si ridisegna come un partito centrista, che entrerà presto nel Ppe, abbandonando Le Pen e Afd.

La svolta europeista della Lega

E’ qui il vero nocciolo dell’intervista di Giorgetti, del resto. Ricordate la Lega “sovranista”, quella che strepitava con gli “zero virgola di Bruxelles”, che voleva uscire dall’euro e mandare a quel paese la Merkel e Draghi? Noi dicevamo da anni che era tutto finto, ora lo dicono anche loro.
Giorgetti esplicita compiutamente la “svolta” senza possibilità di equivoci. E consegna i Borghi e i Bagnai al triste ruolo dei “leghisti dell’Illinois”.
Alla domanda di Antonio Polito – “Ma nel team dell’economia della Lega ci sono ancora Borghi e Bagnai, fautori dell’uscita dall’euro. Tenete il piedi in due staffe?” – risponde infatti col tono del capo assoluto: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto».
Fine di un’epoca e di una presunta “vocazione sovranista”, che evidentemente era servita solo per raccogliere consensi elettorali tra “le larghe masse”, che da tempo stanno facendo i conti con quel “lo vuole l’Europa” che svuota le loro tasche e cancella la speranza nel futuro. Ora i leghisti copieranno il mantra che ha distrutto la ex “sinistra radicale”, pur partendo da numeri più consistenti: “molto deve cambiare. Per due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge.”
Auguri! Come tutti sanno, anche se fanno finta di ignorarlo, gli unici trattati che si cambiano sono quelli decisi da Parigi e Berlino, e solo nella misura in cui corrispondono ai loro interessi (basta vedere la vicenda del Mes…). Facile prevedere, insomma, una lunga serie di “tematiche di distrazione di massa” sfornate dalla futura Lega affidabile per i poteri europei.
Il che pone un problema: nonostante l’insistenza di Salvini, con dichiarazioni ogni minuto, neanche la Lega può davvero credere all’ipotesi di “elezioni subito” perché la modifica costituzionale che ha ridotto – criminalmente – il numero dei parlamentari non è applicabile nella pratica se non vengono prima ridisegnati i confini dei collegi elettorali per farli corrispondere al nuovo numero dei seggi. E c’è, prima, anche il referendum confermativo…
Dunque, prima dell’autunno non si può votare neanche se i parlamentari non si presentano più in aula da domani…
Il fantasma di Mario Draghi
E allora che cavolo di idea è far cadere questo governo se non si può o non si vuole affatto (dal lato Renzi, ma non solo) “andare a votare”?
E’ l’idea di far fuori Conte e ciò che resta dei Cinque Stelle, aprendo la strada dell’ennesimo “governo tecnico” o di “salvezza nazionale” che possa durare almeno un paio d’anni. Almeno fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica (2022).
La “svolta europeista” della Lega, già da sola, renderebbe possibile un governo comprensibile per Bruxelles e senza “sovranisti populisti” in pole position (ma con i loro voti).
Sull’altro lato, il Pd è da sempre il più fedele esecutore dei diktat della Troika (Ue, Bce, Fmi; come hanno sperimentato i greci) e quindi sarà comunque un pilastro di qualsiasi maggioranza gradita a Bruxelles. I berlusconiani residui devono pensare al (proprio) futuro senza il Cavaliere, e di certo non sono mai stati barricadieri; al massimo molto sbirri.
Restano da tritare definitivamente i Cinque Stelle, mentre la Meloni dovrà scegliere cosa vuol fare da grande: se la solita fascistella che si ammanta di “sovranità nazionale” (che è differente da quella “popolare”, ma è inutile rispiegarvelo…) oppure l’ennesima “politica affidabile” solo un po’ più di destra su immigrazione e dintorni.
La morsa congiunta su Conte dei “due Matteo” ha insomma un unico sbocco possibile, visto che per ra non si può andare al voto.
Il futuro presidente del consiglio, in questo quadro, quasi non ha importanza. Può essere la solita “riserva di lusso” che sta in panchina da qualche anno (Cottarelli o simili), ma di sicuro sarà un volto ben conosciuto ai piani alti dell’Unione Europea, tale da diradare qualsiasi dubbio sulle intenzioni del governo.
La svolta vera, par di capire, si avrà solo con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per quel ruolo – ed era impensabile quando la Lega fingeva di voler combattere “i poteri forti” – lo stesso Giorgetti mette in campo Mario Draghi. Interessante la motivazione, più ancora del nome: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia».
A quel punto, ma solo con una “garanzia” internazionale di quel livello, si aprirebbe anche per la Lega la possibilità di assumere (se dovesse mantenere i voti che ha ora) la carica di premier: «Siamo un partito. Lavoriamo per portare il nostro leader a Palazzo Chigi. Per riuscirci servono consenso elettorale, e ne abbiamo in abbondanza, e capacità di interloquire con il potere nelle sue sedi internazionali, e qui dobbiamo imparare dai nostri errori. […] Prima o poi toccherà a noi. Ma intanto il Paese va a rotoli e l’economia è a rischio, soprattutto dopo questa epidemia. L’Italia è una pentola a pressione. Non può durare a lungo così».
Che quel leader possa essere ancora Salvini, per quell’appuntamento, sono in pochi a crederlo. Anche al vertice della Lega.
P.s. Stamattina Salvini se n’è uscito in modo opposto: «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore».
Troppo presto per dire se si tratti di una “divisione dei ruoli” – Giorgetti “europeo” e Matteo “nazionale” – per coprire il massimo possibile di potenziale elettorato (perdere gli “euroscettici” significa regalare voti alla Meloni o ad altri). Oppure se stia venendo allo scoperto una faglia che può spaccare la Lega. Però non è affatto secondario che sia proprio il “rapporto con l’Unione Europea” (e l’euro e la Nato) il punto discriminante su cui ogni “ipotesi politica” o fa chiarezza oppure si infrange.

venerdì 14 febbraio 2020

La mega-pagliacciata del “Salvini a processo

Un povero cittadino, già di suo preoccupato di non perdere il lavoro o di vedere i figli che finalmente ne trovano uno decente (di “lavoretti” ne hanno pieni i cabbasisi), avrebbe dovuto commuoversi per la telenovela Salvini?
Nonostante la grande collaborazione dei media – soprattutto di quelli che si dicono (dicono soltanto…) – anti-salviniani, pare proprio di no.
La sceneggiata è stata disgustosa dall’inizio (il blocco della nave Gregoretti in mare) fino alla fine (i leghisti che escono dall’aula a momento del voto, dopo che “il Truce” aveva giurato che li avrebbe fatti votare a favore dell’autorizzazione a procedere).
Diciamolo subito chiaro: fanno schifo tutti.
Tutti infatti sapevano – o avevano ampia facoltà di sapere – che questo voto pro o contro il “mandare Salvini a giudizio” era fuffa completa.
La richiesta di autorizzazione per l’autorizzazione a procedere contro un (ex) ministro per reati commessi nell’esercizio della sua funzione è infatti arrivata dalla Procura di Catania, cui torneranno ora “gli atti”.
In teoria, secondo una sentenza della Corte Costituzionale, l’iter dovrebbe essere quello normale per qualunque altro cittadino: «secondo le forme ordinarie, vale a dire per impulso del pubblico ministero e davanti agli ordinari organi giudicanti competenti».
Ma in pratica non è neanche chiaro quale ufficio del tribunale dovrà occuparsene. L’iter normale prevederebbe infatti che a istruire il processo fosse lo stesso collegio che ha richiesto l’autorizzazione a procedere. Ma il procuratore capo Carmelo Zuccaro, secondo autorevoli cronisti ben introdotti nei labirinti giudiziari, starebbe pensando di mandarlo invece davanti a un Gup (giudice dell’udienza preliminare).
In ogni caso, quello stesso procuratore aveva già espresso il suo parere sulla vicenda della nave Gregoretti, richiedendo l’archiviazione dell’indagine perché non ci sarebbe stato alcun reato. Secondo quell’ufficio, infatti, il periodo di blocco in mare (quattro giorni) non sarebbe stato “congruo” per giustificare il reato di sequestro di persona. E già qui ci sarebbe da ridere: se sequestriamo qualcuno per 24 ore allora non c’è reato? Oppure non c’è solo se lo fa – lo ordina – un ministro?
Il procuratore Zuccaro, del resto, è anche quello diventato popolarissimo – a destra – per aver sostenuto qualche tempo fa una tesi piuttosto hard: “A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti, e so di contatti, un giro di soldi, quello dell’immigrazione che parte dalla Libia che sta fruttando quanto quello della droga”.
Un procuratore non è però un opinionista, ha il potere di muovere la polizia giudiziaria per raccogliere prove di quel che dice. Ma non cercò o trovò nulla.
Al contrario, abbiamo saputo poi, era il governo italiano ad aver stretto accordi con il capo dei trafficanti, che guarda caso era ed è ancora il comandante della cosiddeta “guardia costiera libica” (lato Tripoli, cioè Al Serraj). Ossia con quel tal “Bija” ricercato dall’Onu ma che veniva accolto come un ospite gradito in sedi ministeriali e basi militari italiane in Italia.
A rigor di logica, insomma, la procura di Catania avrebbe dovuto aprire indagini contro i ministri che avevano firmato quegli accordi con quella fazione libica: ossia prima Marco Minniti (Pd) e poi Matteo Salvini (Lega). Naturalmente non è stato fatto nulla.
A contestare al “Truce” il sequestro di persona per la nave Gregoretti – una nave militare italiana, non un “vascello nemico” – era stato infatti un altro magistrato, della procura di Caltanissetta, la cui indagine era poi stata assunta “per competenza territoriale” dalla sede di Catania.
Tutta questa ricostruzione serve a chiarire un fatto semplice e noto a tutti gli “addetti ai lavori”: Salvini non “rischia” niente da questa inchiesta. “L’accusatore” ha già chiesto il proscioglimento e in ogni caso aveva – incautamente, per un giudice – espresso le stesse convinzioni (infondate) del poi ministro dell’interno.
Però tutta la popolazione di questo disgraziato Paese è stata intrattenuta per mesi su una telenovela priva di sostanza.
P.s. Nonostante questo, “il Truce” ha pensato bene di non mantenere la sua stessa promessa. Invece di farli votare a favore dell’autorizzazione a procedere, ha spinto i suoi senatori a uscire dall’aula (non potevano neanche astenersi, perché al Senato, per regolamento, l’astensione vale come voto contrario; in questo caso all’”ordine del giorno Gasparri” che consigliava di rigettare l’autorizzazione a procedere).
Questo è il rapporto di Salvini con le sue stesse promesse. Come dicono negli Usa: “acquistereste da quest’uomo un’auto usata?”. E se non comprereste da lui neanche una vecchia auto, come potete pensare di dargli un qualsiasi potere? E a chi dice di “avversarlo”: non vi vergognate di utilizzare un tizio del genere presentandolo come un “grandissimo pericolo”?

venerdì 7 febbraio 2020

Sanders ha più voti, l’establishment gli dichiara guerra

L’establishment è conservatore ovunque. E si riconosce soltanto nei conservatori, di qualsiasi Paese siano espressione.
La ridicola faccenda delle primarie democratiche nello stato dell’Iowa lo confermano. Non solo ci sono voluti tre giorni per conteggiare – o “aggiustare”, come molti scrivono – i risultati finali dei caucus, ma anche a scrutini chiusi i resoconti somigliano da vicino ai “racconti” con cui si cerca di imbrogliare il pubblico.
Basti pensare che, in questo momento, lo scrutinio è stato così confuso che lo stesso Partito Democratico ha chiesto di ricontare le schede, perché non ci si capisce niente. Ma andiamo avanti con l’analisi, “come se” fosse tutto regolare.
Prendiamo i risultati: il “socialista” Bernie Sanders prende più voti popolari di tutti (45.826 voti, il 26,6%), mentre il “giovane conservatore” Pete Buttigieg ne raccoglie 43.195 (il 25%). In un sistema proporzionale, Sanders avrebbe vinto. Di poco, ma vinto. Come dice lo stesso Bernie: “Da dove vengo io, chi prende più voti vince…”.
E invece anche nelle primarie Usa spadroneggia il “maggioritario” e quindi quei voti si contano “contea per contea”, per assegnare i delegati che rappresenteranno l’Iowa nel gran calderone finale per la scelta del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. E siccome i sostenitori di Buttigieg erano distribuiti in modo più omogeneo tra le varie contee, mentre quelli di Sanders erano tantissimi in alcune, molto meno in altre, ecco che in termini di delegati la situazione si rovescia: Buttigieg ha ottenuto 564 delegati contro i 562 di Sanders: 26,2% contro 26,1.
Una persona normale direbbe: “è finita pari”. Cosa vuoi che contino due delegati in confronto alle decine di migliaia che alla fine decideranno chi sarà il candidate?
Logico per una persona normale, non i i giornali dell’establishment.
Una piccola rassegna vi aiuterà a capire.
Agenzia Ansa (quella che dà l’imprinting all’informazione nazionale): Usa 2020: Iowa, Buttigieg vince di misura (non si menzionano i voti popolari, solo i delegati “vinti”)
Repubblica: Il trionfo di Buttigieg spiazza i democratici “Sono come Obama”. Sobrio, obbiettivo, per nulla “schierato”… o no? Meno voti e due delegati in più bastano per fare un “trionfo”. E meno male che la firma è “prestigiosa”, quella di tal Federico Rampini…
SkyTg24: Usa 2020, caucus Iowa: Buttigieg batte Sanders di un soffio. Ma c’è incognita riconteggio (stessa “distrazione” dell’Ansa, ma almeno non si canta vittoria spudoratamente)
Il Post: Alle primarie dei Democratici in Iowa, con il 100 per cento dei voti scrutinati, non è ancora stato dichiarato un vincitore (molto più serio e professionale).
Pudico silenzio sulle altre testate…
Se volevate sapere per chi tifa l’establishment, ora vi è chiaro. Il vecchio Sanders non avrà vita facile, neanche nel mondo della sedicente “libera informazione”…

mercoledì 5 febbraio 2020

Se incontri Benetton, poi ti commuove la concessione ad Autostrade

Non abbiamo alcuna passione per le sciocchezze seminate sui media da Mattia Santori, “capo politico” delle Sardine, anche perché si rischia di non potergli star dietro, quasi come a Salvini. Ma alcune di queste sono così smaccatamente “padronali” da imporre una sottolineatura, visto il ruolo svolto in questi mesi come nuova “cinghia di trasmissione” tra elettorato progressista e Partito Democratico.
Nei giorni scorso, ne abbiamo parlato anche noi, i leader sardinisti erano scivolati sulla classica buccia di banana incontrando Luciano Benetton in una delle sue “factory della creatività”, su invito del fotografo Oliviero Toscani.
“Un’ingenuità”, si erano subito difesi, che non voleva significare un appoggio al padrone (via Atlantia) dei caselli autostradali, da tempo in panico per la possibile – ma sempre meno probabile – revoca della concessione per la gestione delle tratte di competenza di Autostrade spa.
Poi, ieri, Santori viene intervistato dall’Huffington Post Italia (veicolato dal gruppo Repubblica-L’Espresso), anzi direttamente dal suo vicedirettore, Alessandro De Angelis. Che ovviamente gli chiede:
Voi avete sottoposto una vostra agenda a Conte. Se vi chiede un parere su Autostrade, siete per la revoca o no?
Conte viene dal mondo del diritto e sa meglio di noi che per recedere un contratto in essere ci deve essere una giusta causa che deve essere comprovata dalla magistratura. Il tema che interessa davvero i cittadini è capire quando si tornerà ad avere una visione strategica delle infrastrutture viarie che sono uno di quei nodi irrisolti che separano il Sud dal resto del Paese. Negli anni ’60 per fare l’A1 Bologna-Firenze ci sono voluti 6 anni. Per la Variante di Valico, inaugurata nel 2015, ce ne sono voluti 32. Qualcosa non funziona.
Benvenuto, Mattia, nel mondo reale dei costruttori che campano di appalti pubblici sulle infrastrutture, che si arricchiscono dilantando i tempi di costruzione e imponendo “revisioni dei costi” a getto continuo. Altro che “Qualcosa non funziona”…
Però il cuore della domanda è la concessione autostradale, e qui Santori dimostra di essere ben poco competente in diritto (mentre Giuseppe Conte, ahilui, è docente di diritto privato), oltre che soggettivamente “dalla parte di Benetton” nella lunga diatriba pubblica che oppone fautori della revoca della concessione (soltanto i grillini, e forse nemmeno tutti) e servi del padrone (tutti gli altri, con Lega e Pd in testa).
Neanche noi siamo docenti di diritto, ma anche una veloce ricerca nelle pubblicazioni specializzate in materia fornisce una risposta secca e univoca. Questa:
La fine anticipata di un rapporto concessorio è prevista nei due distinti casi di decadenza e revoca:
• la prima ipotesi ricorre qualora il concessionario sia gravemente inadempiente delle disposizioni previste nelle convenzioni, le quali ‘individuano puntualmente le fattispecie di gravi inadempimenti contrattuali […] a titolo esemplificativo, il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse, la mancata tenuta della contabilità analitica, il mancato mantenimento di adeguati requisiti di solidità economico-patrimoniale’”.
In pratica, per revocare una concessione non c’è alcun bisogno che sia stato commesso un reato scoperto e comprovato dalla magistratura”, come fa finta di spiegare il povero Mattia; basta infatti che ci sia “il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.
E il crollo di Ponte Morandi, con le sue 43 vittime e il blocco pluriennale del traffico su quella tratta, è un caso clamoroso di “mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.
Insomma, lo Stato italiano non ha alcun bisogno di aspettare una sentenza definitiva (tre gradi di giudizio e almeno una decina di anni dal momento della strage…) prima di revocare la concessione ai Benetton. Bastava e basta la foto delle macerie del ponte.
Se, ad un anno e mezzo dalla strage, questa revoca non è ancora avvenuta, ciò dipende solo dalla impresentabile classe politica nazionale, pressoché tutta beneficiaria di “contributi elettorali” molto sostanziosi da parte di tutte le grandi imprese, Benetton compresi. E nel primo governo Conte – quello “gialloverde” – il ruolo dei lobbisti pro-Atlantia era svolto dalla Lega di Salvini. Nel secondo, giallo-blu, questa infamia è svolta dal Pd.
Poteva una “cinghia di trasmissione” veicolare un parere differente?
Il povero Mattia Santori proprio non se l’è sentita. Dimostrando, una volta di più, che in una società fortemente diseguale ogni tema politico ed economico è costitutivamente divisivo. Perché gli interessi di alcuni penalizzano quelli degli altri.
Se fai finta di essere super partes, come sempre accade, in realtà stai dalla parte dei più forti. Cioè delle carogne.
E te lo ricordano soprattutto i parenti di quelle 43 vittime completamente innocenti: “Ogni giorno ci aspettiamo, ormai da quasi 18 mesi qualche nuova pensata, ogni tanto qualcuno usa i nostri morti per mettersi in mostra o per comunicare idiozie. Ho sentito registrate delle esternazioni, inopportune e confuse di Toscani“.
E’ il commento di Egle Possetti, presidente del comitato in ricordo delle vittime del ponte Morandi di Genova, in risposta alle parole di Oliviero Toscani che durante una trasmissione radiofonica aveva detto: “A chi interessa che caschi un ponte, smettiamola“. Se qualcuno vuol sapere cos’è una “logica di classe” basta che si rilegga questa frase, che scaturisce sa un setimento semplice: “tutto quel che sta nel mondo di sotto non conta nulla, per noi”.

“Ovviamente – sottolinea Possetti – a lui potrà non interessare che sia caduto un ponte in Italia nel 2018, potrebbe essere che lui viaggi sempre in elicottero, in effetti passare su un ponte francamente è un po’ da ‘plebei’, purtroppo tanti italiani ci viaggiano ogni giorno e qualche persona sotto a ‘quel ponte’ ci è rimasta per sempre, certamente non per qualche strano fulmine vagante. 43 morti innocenti per lui conteranno poco, ma per noi erano tutto”.

martedì 4 febbraio 2020

Gli squali abbandonano le Sardine al loro destino

Do you remember Sardine? Sembra che, passata la paura per la possibilità che il bastione Emilia Romagna finisse in mani leghiste, sia iniziata l’operazione “sgonfiamento” di un “movimento” molto mediatizzato prima ancora che nascesse e caratterizzato dall’assoluto silenzio su tutte le questioni socialmente e politicamente “divisive”.
In pochi giorni si sono sommate molte pessime notizie per Mattia Santori & co. L’ultima, di ieri, parla di una “scissione” della filiale romana – quella che aveva organizzato l’evento di Piazza San Giovanni – con il “capo-referente” Stephen Ogongo che in un comunicato afferma: “Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi”.
“L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane”.
“Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli”.
E dunque: “Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento”.
Chiaro ed esplicito, davvero in stile ben poco “sardinista”. E in effetti il summit con Benetton (malamente giustificato ex post come “incontro con il fotografo Toscani sulla creatività”) sembra aver pesantemente minato la credibilità dei “promotori”. I quali sono subito apparsi in affanno e piuttosto goffi – “un’ingenuità essersi prestati ad una photo opportunity”, che per dei “maghi della comunicazione” sembra davvero incredibile.
Presentarsi al mondo per “ripulire la politica” dalle incrostazioni volgari, “populiste, sovraniste, neofasciste”, ecc, e poi incontrarsi per ore con uno dei peggiori “prenditori” del capitalismo italiano, uno di quei “capitalisti bollettari” che fanno i soldi comodamente seduti al casello autostradale e lasciano andare in malora il bene pubblico loro affidato, fino alla strage del Ponte Morandi… è uno schiaffo in faccia a chiunque sia sceso in piazza dietro di loro e credendo al loro messaggio.
Neanche Ogongo è esattamente un’anima candida della politica politicante. In fondo è pur sempre quello che quello che aveva aperto a Casapound ed era stato ripreso e aveva rettificato. Probabile, insomma, che abbia provato a dare una “spallata da destra” a una leadership ora in discussione. Cavalcando, è chiaro, la “sofferenza” di tanti attivisti davanti a quella foto – e agli interrogativi che solleva – suscettibile di  trasformarsi velocemente in volontà di smarcarsi.
Non crediamo che questi tentativi avranno grande successo, perché – conoscendo piuttosto bene le dinamiche attraverso cui sorgono e muoiono i “movimenti” – sappiamo che ogni tentativo di gestire autonomamente “pezzi” di movimento in opposizione-distinzione rispetto al gruppo “fondatore-dirigente” è condannato ad esaurirsi in tempi rapidi quanto la sua esplosione.

L’inchiesta de L’Espresso

Tanto più che viene fuori ora con enorme chiarezza quel che “c’è dietro” i quattro promotori bolognesi. Non è una vera sorpresa, perché era noto – per esempio – che Mattia Santori è un “giovane economista” assunto da Alberto Clò, ossia da un ex ministro cattolicissimo da sempre al fianco di Romano Prodi, salito anche alle cronache “dietrologiche” per la famosa “seduta spiritica” da cui sarebbe uscito il nome “Gradoli” come luogo di prigionia di Aldo Moro.
Ma ora non siamo più ai “si dice”, per quanto corroborati da frequentazioni certe. Un’inchiesta de L’Espresso mette le principali carte in tavola: “Sardine benedette: per sintonia, molto prima che per strategia. Dal Vaticano a Romano Prodi, da Sant’Egidio alla Cei. Sardine che si appoggiano alle parrocchie, hanno avuto contatti con il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e stretto relazioni con la Comunità fondata da Andrea Riccardi, già prima che tutto cominciasse: anche quando Mattia, Andrea, Giulia, Roberto gli altri non si erano ancora ritrovati a piazza Maggiore, a sorpresa, in dodicimila, il 14 novembre, ecco anche allora quei fili c’erano già.”
La ricostruzione della “filiera” è tutto sommato abbastanza semplice, e mette insieme – oltre all’associazionismo cattolico tradizionalmente “umanitario” – frange di “vendoliani” senza più leader e organizzazione, “democratici” di lungo corso e scarsa notorietà… Insomma, come chiosa la giornalista Susanna Turco, “sinistra, ecologia e libertà, ma in oratorio”.
Una chiosa finale, però, ce la permettiamo anche noi. Questo mini-scoop arriva dal Gruppo Repubblica-L’Espresso, ossia dalla centrale mediatica che fin da prima dell’inizio del movimento aveva “promosso” il protagonismo sardinista di Santori e amici, insieme a Corriere, Tg3, La7 e media minori. Impossibile che l’attuale direttore, Maurizio Damilano, abbia dato il nulla osta alla pubblicazione dell’inchiesta senza averla letta. Più probabile invece l’abbia “commissionata”.
E siccome il direttore di un giornale è il professionista che tiene insieme “notizie” e interessi della “proprietà” del giornale, siamo obbligati a pensare che “la proprietà” abbia deciso di staccare la spina, o perlomeno lasciare che “il movimento delle Sardine” provi a navigare da solo in mare aperto. Luogo in cui i banchi di sardine, notoriamente, sono molto utili a ben altri pesci o cetacei… E, non stranamente, questa operazione avviene in contemporanea alla costruzione – sempre su L’Espresso – del parallelismo tra Sardine e “movimento di Hong Kong”. Quasi un’indicazione “ideologica” per un insieme che ha vivacchiato facendo finta di non averne…

A proposito, la “proprietà” del Gruppo Repubblica-L’Espresso non più in mano a Carlo Debenedetti, visto che è stata comprata da vecchie conoscenze del peggiore padronato italiano: FIAT, ora Fca. Vecchi squali, insomma.

Ci deve essere un senso, in questo “scarico” di Santori & co. Forse simmetrico alla “ricerca di contatto” con il gruppo Benetton, forse no… Ma un senso ci deve essere, e non c’entra molto con la “politica pulita ed educata”…

lunedì 3 febbraio 2020

Cambia il mondo, dopo la Brexit

Viviamo in un paese di ciechi, e i media ne sono i primi responsabili. Come nelle peggiori dittature fasciste, le notizie che smentiscono la “narrazione” dominante non esistono. E quando pure sono costretti a darle, devono essere sminuite e depotenziate nelle loro implicazioni destabilizzanti.
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globali, sulla sfera politica.
Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tuti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).
Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.
Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.
Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casuale che tra le prime azioni dopo il sugello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.
Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.
E’ già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse un “mercato” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).
Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.
Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.
Se questa è la dinamica per “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).
Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.

Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”…
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Cambia il mondo, dopo la Brexit

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)
Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.
Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.
Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.
Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.
L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.
E’ dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.
Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.
D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.
Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.
Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.
Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.
In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.
Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.
Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.
Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.
Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.
Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per la erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.
D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.
Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambizioni per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.
C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato interno europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.
Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in UK, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.
Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.
La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.
Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.