lunedì 14 ottobre 2019

Limiti e contraddizioni dei negoziati bilaterali Ue-Cina sugli investimenti

L’ambiguità europea circa la CAI (Comprehensine Agreement on Investiment).
Da un lato opportunità strategica, dall’altra minaccia. E’ intervenuto l’arrocco franco-tedesco. Per sviarlo la Cina deve avere rapporti bilaterali con i Paesi Med e quelli del 16+1.
Per analizzare le risultanze dei negoziati Ue Cina sugli investimenti (CAI) è utile precisare la situazione europea. A seguito della crisi dei debiti sovrani, iniziata nel 2010 in Grecia, e che si è diffusa nei principali paesi mediterranei, l’Ue si è via via strutturata come un polo franco tedesco.
Da un punto di vista commerciale e monetario, essa ha 12 paesi core dell’eurozona e i restanti paesi dell’Europa Orientale, entrati nel processo di allargamento nel 2004, che non ne fanno parte. Gli stessi tassi di crescita riflettono questa distanza.
Da un punto di vista economico l’Eurozona si caratterizza nell’ultimo decennio per un basso tasso di investimento (19,1% del pil), contrariamente alla Cina che ha mantenuto un tasso del 41,3%, Gli stessi livelli di istruzione si stanno via via degradando causati dalla crescente disuguaglianza che impedisce ad ampie fasce di popolazione di accedere all’istruzione superiore.
Dal punto di vista dei fattori produttivi, a partire dal 2003 con l’Agenda 2000 del cancelliere tedesco socialdemocratico Schroeder, l’Eurozona – che ha imitato il modello mercantilista tedesco – ha abbracciato, marxianamente parlando, il “pluslavoro assoluto”, nel mentre la Cina, con la Riforma del Lavoro del 2008, ha deciso di puntare sul “plusvalore relativo”.
Queste differenti strategie economiche si riflettono nel 2019 in un contesto europeo caratterizzato da scarsa capacità tecnologica: rispetto ai colossi Usa e Cina, l’UE è fuori sul digitale, sull’Intelligenza Artificiale, nella guida autonoma, nella gestione dei big data, nelle piattaforme social e anche nell’auto elettrica. Contrariamente, la Cina in questi dieci anni ha avuto risultati sorprendenti e ormai è alla testa mondiale dell’innovazione tecnologica, di cui il 5G rappresenta solo l’esempio più lampante.
A partire dal febbraio 2019 l’asse franco-tedesco, con la firma del Trattato di Acquisgrana, ha deciso una strategia “dell’arrocco”: il ministro dell’economia tedesco Altmaier e quello francese LeMaire si sono uniti per un’unica voce nella politica industriale europea, attraverso partnership pubblico-privata nei settori dove la Germania, la Francia e tutta l’Ue è deficitaria.
La stessa nuova Commissione, guidata dalla tedesca Von der Layen, ha deciso di puntare nei prossimi dieci anni 1.000 miliardi di euro in politiche industriali “green”. C’è da dire che l’apparato burocratico di Bruxelles è dominato da funzionari tedeschi, quindi i desiderata della Commissione e del Consiglio Europeo riflettono i desiderata della politica tedesca, a cui si unisce la Francia. I paesi med e quelli dell’Europa Orientale subiscono questo approccio, teso in ultimo alla creazione di un Esercito Comune Europeo.
Se cosi stanno le cose, Commissione Europea e Consiglio Europeo come guardano alla Cina?
Con notevole ambiguità. La vedono partner sulle strategie di cambiamento climatico e da un punto di vista diplomatico nell’approccio all’Iran. Per il resto, sulla tecnologia la Cina è vista come un “competitor” e per quanto riguarda i differenti modelli di governance addirittura come “rival sistemic”.
Se andiamo poi a scoprire cosa ne pensa la BDI, l’associazione degli industriali tedeschi, il CAI è visto come “top priority”, ma al contempo giudica la Cina come “a sistemic competitor” sulla tecnologia.
Questi differenti, e ambigui, modi di vedere la Cina si riflettono sui negoziati del CAI. Ufficialmente, l’UE si prepara alla firma dell’intesa nel 2020, ma allo stesso tempo prepara le munizioni finanziarie per fronteggiare quel che ritiene la “minaccia cinese”. Sia la BDI, sia la Camera di Commercio Ue in Cina, sia la Commissione Europea non perdonano alla Cina il connubio formidabile tra imprese pubbliche e private nei settori tecnologicamente avanzati, che vede in Made in China 2025 la sua struttura portante.
Al pari degli americani, gli europei vorrebbero lo smantellamento dell’apparato pubblico cinese, la cui economia di scala e l’innovazione tecnologica, unita ad una potenza di fuoco data dal bilancio pubblico, non permette agli europei, e agli americani, aggiungo, di fronteggiare le miracolanti innovazioni tecnologiche cinesi.
A partire dal marzo 2019 è intervenuta una novità: la “Foreign Investment Law”, cinese che apre alla detenzione di maggioranze assolute nei consigli di amministrazione con cinesi da parte degli stranieri e una maggiore protezione sul piano tecnologico. La tedesca BMW ha potuto così detenere la maggioranza nella sua storica partnership con imprese cinesi. Da un punto di vista finanziario la francese BNPParibas e la tedesca Deutsche Bank hanno potuto fare la stessa cosa.
Queste novità provenienti dalla Cina hanno lasciato il segno in Europa, e per questo si spinge per la firma del CAI.
Cosa deve fare la Cina? Pervenire alla firma di un trattato Ue-Cina sugli investimenti il più generico possibile, di modo che abbia via libera, ma subito dopo instaurare dei rapporti bilaterali sugli investimenti che rifletta la strategia One Belt One Road (OBOR), in particolare sui paesi Med, molto più propensi all’apertura con la Cina, e i paesi dell’Europa Orientale (16+1), in modo da sviare l’”arrocco franco tedesco”.
Questa strategia, della pazienza e dello sviamento, potrebbe essere decisiva nei prossimi decenni.

venerdì 11 ottobre 2019

Sugar tax: tassare i bimbi per non tassare i ricchi

Si sta discutendo in questi giorni la proposta del Ministro dell’Istruzione Fioramonti di istituire un’imposta indiretta su merendine, bibite gassate e voli aerei. Secondo il Ministro tali misure genererebbero degli introiti per circa 3 miliardi (cifra che pare detta un po’ a caso) che verrebbero poi utilizzati per finanziare istruzione e ricerca.
Non è certo opinabile che il consumo di cibi e bevande che contengono molti zuccheri, o grassi saturi, faccia male alla salute, così come è noto che tale comportamento possa provocare nel tempo malattie che si traducono in maggiori costi per il Servizio Sanitario Nazionale. L’inserimento di un’imposta indiretta su questi beni dovrebbe, nell’immaginario di chi la propone, ridurne il consumo in misura trasversale a tutti i cittadini, creando un maggior beneficio a tutta la società. Inoltre, e questo è il secondo aspetto della proposta, l’introito derivante dalla tassa verrebbe utilizzato per effettuare quegli investimenti in ricerca e istruzione di cui il Paese necessita. Raccontata la storia in questo modo, sembrerebbero non esserci controindicazioni all’introduzione di tale imposta. Tuttavia, vi sono perlomeno tre punti su cui vale la pena riflettere per rendersi conto che l’idea del Ministro Fioramonti nasconde rilevanti criticità. Procediamo con ordine.
Soffermiamoci, innanzitutto, sulle conseguenze derivanti da una maggiorazione sul prezzo di cibi e bevande consumati (anche se potenzialmente dannosi). Affinché un aumento del prezzo porti ad una effettiva riduzione del consumo, è necessario che la domanda del bene in questione abbia una sufficiente elasticità rispetto al prezzo. Tradotto in termini più comprensibili, significa che l’aumento del prezzo deve essere realmente in grado di scoraggiare l’acquisto di determinati beni.
Ragionando per estremi, se si volesse eliminare dalle abitudini alimentari l’acquisto di cibi e bevande altamente zuccherini, l’imposta dovrebbe essere così alta da generare, per paradosso, un’entrata nulla per le finanze pubbliche. In questo modo, infatti, essendo divenuto estremamente costoso, nessuno vorrebbe più consumare tale bene. Quanto più lo Stato è in grado di orientare i comportamenti dei cittadini verso abitudini più virtuose, scoraggiando l’acquisto di beni nocivi alla salute con un rincaro sul prezzo, tanto minore sarà il gettito fiscale derivante dall’applicazione di un’imposta indiretta. Teniamo bene a mente questo principio, ci tornerà utile nel seguito della nostra argomentazione.
In altri paesi è già stata introdotta un’imposta su beni di consumo ad alto contenuto di zuccheri e in pochi casi questa misura ha inciso sensibilmente sul comportamento dei cittadini, nella grande maggioranza dei casi ciò ha comportato solamente una fonte di entrata nelle casse dello Stato. Ciò ci permette di giungere al secondo punto su cui è articolato il nostro ragionamento.
Se, realisticamente, l’imposta suggerita da Fioramonti si traducesse quasi esclusivamente in un rincaro dei prezzi, tale misura avrebbe un impatto eterogeneo tra le diverse tipologie di consumatore. In particolare, una tassa su merendine e bibite gassate colpirà maggiormente le famiglie con bambini e, in particolare le famiglie più povere. Non serve soffermarsi molto sul perché i bambini siano i maggiori consumatori di merendine, quindi è relativamente facile comprendere come un’imposta del genere colpirà principalmente chi ha figli a carico.
Ma perché questa tassa dovrebbe colpire maggiormente le fasce più deboli? Innanzitutto, perché è probabile che i più abbienti consumino altri tipi di alimenti e di bevande, come per esempio vini pregiati anziché bevande gassate. In secondo luogo, e questo è l’aspetto meno intuitivo, perché una tassa di questo tipo colpirebbe indistintamente tutti i consumatori. La cosa sembrerebbe equa ma non lo è.
Per spiegarci meglio, è utile fare un esempio numerico. Ipotizziamo che un’imposta indiretta di questo tipo abbia un impatto di 1 euro al mese per il singolo consumatore. Facendo due conti: 1 euro in meno per chi ne guadagna 1.000 rappresenta un millesimo del suo reddito, ma è un decimillesimo per chi guadagna 10.000 euro e ancor di meno per redditi via via più alti. In altre parole, la stessa uscita di cassa è proporzionalmente maggiore per chi guadagna meno. Dunque, sotto l’apparente veste della proporzionalità dell’imposta si nasconde addirittura una misura fiscale regressiva, come del resto in quasi tutti i casi di imposta indiretta.
Se veramente uno Stato volesse perseguire un obiettivo largamente condivisibile come quello della salute dei propri cittadini, la strada da seguire non sarebbe certamente quella di una maggiorazione di prezzo su alcune categorie di beni di consumo. Anziché scoraggiare il consumo di cibi nocivi aumentandone il prezzo, attraverso l’applicazione di un’imposta, potrebbe sussidiare l’acquisto di alimenti più sani che diverrebbero così relativamente più economici rispetto ai primi. Tuttavia, ciò rappresenterebbe un’uscita per le finanze pubbliche anziché un’entrata.
La via maestra dovrebbe invece passare per una diretta regolamentazione dei consumi. Se il consumo di un certo bene è nocivo alla salute lo si può vietare o, meglio ancora, si può imporre, quando possibile, una modifica della sua produzione, al fine di rendere il prodotto maggiormente salutare. Quindi, ad esempio, anziché un “vietiamo la nutella”, si potrebbe obbligare l’azienda a produrre un cibo più sano migliorandone la qualità degli ingredienti e il processo produttivo a parità di prezzo praticato. Altrimenti, anche in questo caso, ne risulterebbero penalizzati i consumatori con redditi più bassi.
Solo attraverso una stretta regolamentazione, da un lato, sugli standard qualitativi e di produzione e, dall’altro, sui prezzi, la misura colpirebbe i margini di profitto della grande distribuzione e produzione alimentare. Ovviamente, affinché un Paese possa realisticamente applicare una normativa di questo genere, è necessario un rigido controllo dei capitali altrimenti le imprese private sposterebbero la produzione in altri paesi con conseguenze nefaste anche sul lato occupazionale.
Avvicinandoci alla conclusione, bisogna capire quale sia lo scopo reale dell’introduzione di un’imposta indiretta, come quella proposta dal ministro Fioramonti, su cibi e bevande. In realtà, come ammesso dal ministro in prima persona (minuto 0:40), tale misura non è stata immaginata al fine di modificare i consumi della popolazione, ma rappresenta uno strumento per “fare cassa” e ottenere in questo modo una copertura finanziaria per il reale obiettivo del ministro: un aumento della spesa in istruzione e ricerca.
Ecco, dunque, che ci accingiamo a svelare l’identità del colpevole.
Sotto le mentite spoglie di un’agenda politica brillante e in grado di perseguire congiuntamente obiettivi nobili, quali una maggiore attenzione per la salute e l’istruzione, si cela ancora una volta il volto beffardo dell’Unione Europea. Sono, infatti, l’austerità imposta dai vincoli europei e la norma della libera circolazione dei capitali la causa di una finanza pubblica creativa (citando lo stesso Fioramonti, “dobbiamo ottenere risorse in modo innovativo”) o per meglio dire, disperata.
E’ l’adesione cieca e acritica a quelle regole europee che impongono il pareggio di bilancio a indurre governo e ministri a raschiare il barile per finanziare le politiche che si intendono perseguire, siano esse di sviluppo o di protezione sociale. Se non vi fosse tale costrizione, nel caso specifico, non sarebbe necessario introdurre un’imposta su cibi e bevande perché si potrebbe aumentare (e sarebbe davvero il caso) la spesa in istruzione e ricerca attraverso un disavanzo pubblico.
E’ la libera circolazione dei capitali, pilastro dell’Unione Europea, che impedisce una tassazione realmente progressiva, che faccia pagare ai privilegiati i costi di misure a tutela della salute e dell’ambiente. Di fronte alla minaccia di capitali che possono agevolmente lasciare il Paese, è sempre più semplice per un governo pavido far ricadere la scure sui soliti noti, come accade nella proposta del ministro Fioramonti.
In un siffatto contesto costrittivo rimane solo la via deprecabile della politica fiscale ad impatto regressivo, quella che passa o per l’esacerbazione delle imposte dirette sul lavoro a svantaggio dei ceti medi e bassi oppure per l’iniqua imposizione indiretta che a volte si può nascondere persino dietro un’insana merendina o una bibita gassata.

mercoledì 9 ottobre 2019

Il Joker e l’odio di classe

La settimana passata è arrivato al cinema il Joker di Todd Phillip, e ci ha consegnato una terza iconica versione cinematografica del personaggio della DC Comics, dopo quella interpretata da Jack Nicholson (diretto da Tim Burton) e da Heath Ledger (nel secondo capitolo della trilogia del cavaliere oscuro di Nolan).
Il film con protagonista Joaquin Phoenix è un film molto cupo, angosciante e disturbante, che ha buone probabilità di lasciare uno spettatore turbato, e che non a caso sta suscitando molte polemiche negli USA. Il debito nei confronti della filmografia di Martin Scorsese, che infatti era inizialmente legato al progetto come produttore, è evidente, ed esteticamente il film regala delle sequenze di grande pregio artistico.
La sua vittoria a Cannes ha suscitato scalpore, e molti si sono stupiti che un “cinecomics” avesse guadagnato un premio così prestigioso. Posto che “cinecomics” è un termine sostanzialmente insensato (i fumetti sono un media molto variegato, e connotare un film in quanto tratto da un fumetto ha lo stesso senso che connotarlo in quanto tratto da un libro), lo stupore è parzialmente giustificato dal fatto che non tanto il film deriva da un fumetto, ma proprio da quel mondo supereroistico (e dal pantheon dei personaggi di una delle due case editrici maggiori) che fino ad ora avevano ispirato film di tutt’altro genere.
Questo Joker è elegantemente collocato nell’universo narrativo di Batman, ma affronta un personaggio già reinterpretato decine di volte in una maniera inedita, affrontando temi problematici e controversi.

Innanzitutto è la prima volta (ma non sono assolutamente un’autorità in materia quindi potrei sbagliarmi) che vedo il Joker presentato come un malato mentale. Non come un pazzo cartonato, non come un genio del crimine, ma come una persona affetta da una patologia, derivante da una vita di abusi, traumi ed emarginazione sociale. La follia del Joker non viene (quasi per niente) glamourizzata, ma rimane per tutto il film un disturbo reale e realistico, magistralmente resa da un Joaquin Phoenix che la telecamera non abbandona per un secondo. La recitazione sopra le righe, esagerata addirittura, di Phoenix ben rende il disagio di una persona che non si comporta “normalmente”, che non riesce a nascondere il profondo disturbo che lo riempie e che è tragicamente consapevole sia di quanto questa sofferenza sia visibile che di quanto disagio crei in  chi gli sta intorno.
Ma il principale elemento di novità consiste nel fatto che si tratta del primo film Hollywoodiano, per quanto posso ricordare, che affronta direttamente del tema dell’odio di classe. Attenzione, non è assolutamente la prima volta che una produzione americana parla di conflitto di classe, anzi. Il tema della lotta di classe necessariamente appare nella produzione artistica, anche di massa, in un sistema capitalista, e in particolare dall’inizio della crisi è stato un fiorire di film che pongono la questione della contrapposizione tra un’elite e la massa della popolazione.
Ma conflitto di classe e odio di classe sono due cose distinte, e per la prima volta qui si parla dell’odio puro nei confronti dei padroni del mondo, di chi ha una posizione sociale dominante. Un odio intorno al quale non si costruisce una giustificazione morale e che, in realtà, non si indaga neanche particolarmente: viene presentato come una cosa pura, primitiva, una condizione di fatto.
Una caratteristica peculiare è che questo odio di classe non si riduce ad una storia individuale. Quella del personaggio di Arthur Fleck (il vero nome di questa versione della nemesi di Batman) non è una storia di odio di classe. È una storia di disperazione, di abusi, di malattia mentale. I suoi omicidi non hanno alcuna pretesa di giustificazione sociale: Arthur ammazza persone che gli hanno fatto torto, indipendentemente dalla loro posizione nella società.
No, l’odio di classe è il contesto all’interno del quale la storia del Joker si dispiega.
La tensione sociale è chiara dai primi minuti del film, in cui ci viene presentata una città messa in ginocchio da uno sciopero a oltranza dei netturbini. La Gotham che ci presenta Phillips è lancinata da fratture sociali che nel climax del film si manifesteranno in tutta la loro potenza.
La storia personale di Arthur si intreccia dialetticamente con questo contesto durante tutto il film: il suo primo (triplice) omicidio è quasi di auto-difesa, verso sì dei finanzieri membri dell’elitè cittadina, ma quasi per caso – solo il giorno prima era stato picchiato con dinamiche simili da ragazzini dei quartieri popolari.

È la città a riempire questi omicidi di significato sociale. La stampa ipotizza che i tre fossero stati uccisi in quanto ricchi, l’elite cittadina (incarnata da Thomas Wayne) parla di invidia sociale e con disprezzo definisce “clown” tutti coloro che non hanno combinato niente nella vita, e sempre più persone si riappropriano di questo termine, indossano maschere da pagliaccio, manifestano contro il potere e contro i ricchi.  I giornali arrivano al punto di titolare “Uccidere i ricchi – Un nuovo movimento?”. Tutto questo non è parte di un piano diabolico del Joker, ma è la reazione spontanea di una società attraversata da brucianti contraddizioni.
Le azioni di Arthur influenzano quindi la società, e al contempo le azioni della “massa rabbiosa” hanno conseguenze dirette sulla storia di Arthur: sia a livello psicologico, facendolo sentire importante, facendogli sentire “che esiste”, sia, in almeno due occasioni, a livello pratico- quando approfittando della folla riesce a entrare a teatro e quando è inseguito dai due detective.
Arthur subisce gli effetti delle reazionarie politiche di austerità quando lo sportello psicologico che lo aveva in carico chiude, e lui si trova impossibilitato a procurarsi le medicine di cui ha bisogno. Tuttavia le motivazioni di Arthur non diventano mai direttamente quelle della folla che a lui si ispira.
Anche la sua avversione verso Thomas Wayne è legata non tanto alle loro differenti posizioni sociali, quanto ai deliri della madre (probabilmente, anche se sulla credibilità di Penny Fleck rimane un elegante ambiguità). Tant’è che poi se ne disinteressa, ed elegge come vittima “di spessore” un comico famoso che lo aveva sfottuto durante la sua trasmissione, un “collega” percepito che sì aveva successo (a differenza sua) ma soprattutto che gli aveva fatto un torto diretto.
Arthur ha il suo personale percorso verso la follia, non diventa un avatar del riscatto sociale.  In questo film non abbiamo l’incarnazione delle classi sociali in personaggi rappresentativi, secondo un compasso morale chiaro – un artifizio solitamente usato da quella tradizione cinematografica che affronta il contrasto tra masse e un elitè privilegiata, spesso attraverso una lente distorta che se va bene è molto liberal (Timeless, Akira, Elysium e molti altri) se non beceramente reazionaria (vedi, rimanendo nell’universo narrativo di Batman, the Dark Knight Returns). Joker non è un paladino della working class, e Thomas Wayne, per quanto detestabile, non è il classico borghese malvagio (probabilmente, come dicevamo). Allo stesso tempo Joker non diventa mai il pazzo psicotico assoluto con cui nessuno potrebbe empatizzare: risparmia la vita al collega nano e probabilmente, ma la cosa è lasciata volutamente ambigua, anche alla vicina di casa. Non è un cattivo senza “assoluto” come il Bane di Tom Hardy, per dire, contrapposto ad un guardiano dell’ordine costituito (Batman).
Un aspetto fondamentale del film è che la trasformazione da Arthur a Joker non è affatto brusca, né soprattutto è radicale quanto poteva essere. Mi spiego, basandomi sui trailer e sulla storia (almeno, alcune delle storie) del personaggio, io mi aspettavo una trama tipo: quello che poi sarebbe diventato il Joker era una persona normale, emarginata socialmente, vessata dal mondo e in particolare dal malvagio capitalista Thomas Wayne, che a un certo punto non ce la fa più, sbrocca e diventa il super-cattivo che tutti conosciamo, riversando la sua vendetta contro la società intera.
Il film che invece Phillips ha deciso di raccontare è un altro, pur con degli elementi in comune con la mia idea preconcetta. Intanto un primo sbrocco ce l’abbiamo quasi subito, ma le conseguenze psicologiche non sono istantanee, tardano a manifestarsi. Ma soprattutto Joker non diventa mai un super-cattivo: non acquisisce mai quella perfidia, quel genio caotico quasi sovra-umano che ha caratterizzato il personaggio nelle sue precedenti versioni. Joker, anche quando diventa effettivamente tale, rimane umano, rimane un malato di mente, rimane vulnerabile e in balia degli eventi.
E sono gli eventi infatti a portare la storia avanti per lui nella sequenza finale del film. Per questo dico che è forse il primo film Hollywoodiano che vedo che ha come tema centrale l’odio di classe, quello collettivo e anonimo. L’exploit finale, l’esplosione, la rottura, il climax di tutto il film, ovvero il riot che mette a ferro e fuoco la città, non è opera del Joker, ma della società di Gotham stessa. Lo sbrocco in diretta di un folle è solo la miccia che infiamma la prateria, una prateria che comunque poche ore prima era abbastanza calda da pestare a sangue due poliziotti.
Le masse informi dei diseredati della città, resi anonimi e terrificanti dalle maschere da pagliaccio, fanno proprie le parole del Joker “you get what you deserve” e riversano la loro rabbia cieca contro la società responsabile della loro condizione e contro chi questa società la guida. Al punto che il film ci regala una versione inedita di una delle scene più iconiche della mitologia di Batman: l’omicidio dei genitori.
Philips riprende gli elementi classici di una sequenza raccontata decine di volte (il film di Zorro, il vicolo, la collana), ma trasforma una rapina in un omicidio mirato e motivato dall’odio viscerale verso i potenti di questo mondo. E la classica collana di perle si trasforma da refurtiva a simbolo del privilegio e della ricchezza, strappato con violenza da chi era sempre stato escluso dal benessere sociale.
In conclusione, il Joker di Todd Phillips è un film che sorprende, per i temi trattati e in particolare per la mancanza di un compasso morale chiaro e definito, che solitamente caratterizza le produzioni americane. È difficile, e forse anche un esercizio inutile, capire il livello di consapevolezza con cui un regista con alle spalle film ben poco impegnati (diventato famoso per aver girato la trilogia di Una notte da leoni) ci ha donato un film che tocca uno dei nervi scoperti della società senza inserirvi i classici meccanismi di salvaguardia dell’ordine costituito.
Ma sembra che la coscienza dell’insostenibilità di un sistema sociale che condanna fette sempre più grandi della popolazione alla miseria si stia facendo sempre più strada anche ad Hollywood.

lunedì 7 ottobre 2019

Nuovo governo, vecchia austerità

Eccoci. Con la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) si possono finalmente fare valutazioni basate sui fatti circa la natura di questo governo e il suo programma economico, al di là dei proclami propagandistici strillati da una parte all’altra.
Già nei giorni precedenti alla pubblicazione si poteva intuire l’andazzo: per dimensioni e composizione questa manovra sembra davvero poca roba: una gestione ordinata e remissiva dell’esistente nel solco dell’austerità, già tracciato dai governi precedenti. Archiviato, almeno momentaneamente, lo starnazzare mendace di Salvini, si resta fieramente ed entusiasticamente nei vincoli europei.
Ma partiamo dal principio. La NADEF è il documento che aggiorna il DEF (Documento di Economia e Finanza) di aprile rivedendo il quadro macroeconomico tendenziale – l’evoluzione dei principali indicatori economici che si verificherebbe, nelle previsioni, senza alcun intervento – e quello programmatico, che invece include gli effetti economici della manovra che il Governo intende varare. In sostanza, la NADEF permette di valutare la direzione della politica economica che il governo intende tenere e che verrà poi elaborata con maggiore dettaglio nella legge di bilancio.
Il principale elemento d’interesse della NADEF 2019 è il deficit previsto per il 2020, il quale indica l’orientamento della politica di bilancio che il governo vorrà assumere il prossimo anno. Il primo dato da osservare è dunque quello relativo all’indebitamento netto programmatico per il 2020, che si attesta al 2,2% del PIL. La NADEF stima dunque un disavanzo di bilancio, il quale implica che il prossimo anno la spesa pubblica complessiva, comprensiva degli interessi sul debito, eccederà le entrate di circa 39,6 miliardi.
Tutto bene dunque? Siamo di fronte a una manovra moderatamente espansiva di stimolo all’economia, come afferma quotidianamente il nuovo Ministro dell’economia Gualtieri? Come abbiamo più volte sottolineato, per far crescere l’economia il disavanzo fiscale è essenziale. La spesa pubblica infatti, è l’elemento principale della domanda aggregata e dunque il vero viatico per la crescita economica e per la creazione di posti di lavoro. È tuttavia doveroso andare ad analizzare la composizione di questo disavanzo. Sappiamo bene che non tutta la spesa ha lo stesso impatto sull’attività economica: quella riferita al pagamento degli interessi sul debito è la componente meno espansiva. Per questo motivo, per valutare la natura espansiva o restrittiva di una manovra si deve osservare il saldo pubblico primario, ossia la differenza tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi nell’anno di riferimento: è doveroso qui precisare che tale spesa per interessi è stimata, ad oggi, al 3,3% del PIL. Se il saldo pubblico primario ha segno negativo, si parlerà di deficit (o disavanzo) primario: esso certifica che il governo sta adottando una politica economica volutamente espansiva immettendo nell’economia più risorse di quante ne sottrae con le tasse. L’esatto contrario di quanto questo governo intende perseguire con la sua prima manovra finanziaria: il saldo primario programmatico per il 2020 è infatti pari al +1,1% del PIL che vuol dire, in parole povere, 1,1% del PIL di risorse sottratte all’economia. Siamo di fronte al solito avanzo primario che caratterizza quasi interrottamente la nostra politica economica da tre decenni e che ha contribuito a devastare la struttura produttiva del nostro paese.
Sulla maggiore “flessibilità” di cui sentiamo parlare e che potrebbe essere accordata al governo c’è poco da dire, se non che la natura politica dell’atteggiamento permissivo di Bruxelles nei confronti del nuovo governo appare lampante e non dovrebbe stupire l’osservatore più attento. Non vedremo il circo mediatico messo su da Salvini nello sbandierare la finta volontà di rompere i vincoli, né gli sgangherati festeggiamenti grillini: l’abnegazione alla fede europeista del PD ci ha consegnato, senza strepiti, un po’ meno della medesima austerità. Il governo gialloverde ci ha lasciato con un avanzo primario del 1,3% del PIL; il passaggio dal verde al rosso ci consegnerà uno 0,2% in meno di austerità. Di manovre espansive, nemmeno l’ombra.
La notizia più chiacchierata è sicuramente quella della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. Queste ultime consistono in aumenti delle tasse, in particolare dell’IVA, iscritti nella legge di bilancio in vigore per far sembrare credibile l’intenzione di rispettare gli impegni di bilancio assunti dal governo. Ciò che tali clausole salvaguardano, dunque, è il moto perpetuo dei tagli e degli aumenti di tasse che i vincoli europei impongono. Il precedente governo si era imposto circa 23 miliardi di clausole di salvaguardia. Sterilizzarle vuol dire trovare queste risorse da qualche altra parte. In altri termini, dunque, significa più tagli o più entrate o in qualche caso, maggior deficit, per rimandare il problema all’anno successivo. Ciò significa, banalmente, trovare risorse ma non utilizzarle per la crescita e la riduzione della disoccupazione.
Il ricatto imposto dalle regole europee emerge qui in tutto il suo violento portato reazionario. Il “combinato disposto” dell’avanzo di saldo primario (1,1%) e dell’utilizzo di risorse destinate a non far aumentare l’IVA (23,1 miliardi), provocato dalla sterilizzazione, restituisce la pochezza della manovra in tutta la sua evidenza. In altri termini, la manovra si risolverà nella perpetuazione della sofferenza per le classi più disagiate di questo paese.
Guardando alle altre misure “simbolo” della nuova maggioranza, altri 2,7 miliardi dovrebbero essere destinati dal luglio 2020 al taglio del cuneo fiscale (5,4 nel 2021), ossia alla riduzione del costo complessivo del lavoro. Questa misura, dipinta come un modo per aumentare lo stipendio netto in busta paga dei lavoratori a reddito medio-basso, avrebbe un senso progressista soltanto se riguardasse gli oneri in capo al lavoratore. Tuttavia, niente garantisce che il risparmio sui costi vada a beneficio del lavoratore e non dei profitti. Come abbiamo già sottolineato, la questione del cuneo fiscale nasconde delle insidie che vanno attentamente considerate, soprattutto in un contesto di vincoli di bilancio stringenti.
Se sommiamo la sterilizzazione delle clausole e il taglio del cuneo (25,8 miliardi) abbiamo già praticamente raggiunto il valore complessivo della manovra. Le risorse restanti sono distribuite tra rinnovo degli incentivi per industria 4.0 e altre misure, ancora difficili da identificare e comunque praticamente a saldi invariati quindi, al più, innocue. Si parla di bond verdi, fondi di investimento per gli investimenti verdi (a partire da risorse già stanziate) e asili nido, ma finché non si vedranno le voci nero su bianco in legge di bilancio è difficile valutare.
Per quanto riguarda il finanziamento, si consideri che il deficit tendenziale piuttosto ridotto (1,4%) già ricomprende i risparmi derivanti dalle risorse stanziate per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza e la significativa riduzione della spesa per interessi dal 3,7% al 3,3% del Pil (oltre naturalmente all’aumento dell’IVA che sarebbe stato provocato dall’entrata in vigore delle clausole). Per quanto riguarda i 14,4 miliardi aggiuntivi – rispetto alla flessibilità – sono stati ottenuti tramite un aumento delle entrate e una riduzione della spesa, quindi tramite ulteriore austerità. Nella fattispecie, si trovano nella Nota elencate una serie di voci tra cui la lotta all’evasione fiscale tramite fatturazione elettronica (7 miliardi), l’efficientamento della spesa, la rimodulazione delle spese fiscali, l’eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambiente (queste ultime voci, insieme, valgono 3,5 miliardi) e la proroga dell’imposta sostitutiva per la rivalutazione dei terreni (1,4 miliardi).
Balza agli occhi la previsione molto elevata relativa al recupero di evasione di 7 miliardi grazie alla modernizzazione e alla digitalizzazione dei pagamenti, in particolare considerando che la misura in parte è già stata introdotta e dovrebbe portare nelle casse dello Stato solo 2,7 miliardi nel 2019. Il Presidente del Consiglio si è detto molto fiducioso, vaneggiando di un possibile recupero di addirittura 12 miliardi. Al di là delle sparate del momento, emerge nuovamente come la sterilizzazione delle clausole tanto festeggiata comporti in realtà un taglio della spesa pubblica di un pari ammontare di risorse.
Il governo Conte-2, rispetto al Conte-1, ha gettato via la falsa maschera del conflitto, mostrando un atteggiamento più conciliante e costruttivo da cui dovrebbero derivare quei famosi margini di flessibilità sugli spaventosi risparmi già precedentemente preventivati. L’effetto combinato di flessibilità e riduzione dello spread dovuto alle azioni della Banca Centrale e alle dichiarazioni di Draghi sulla ripresa del QE, con conseguente reazione positiva dei mercati internazionali, tuttavia, non è servito a cambiare il segno della politica economica. Ciò evidenzia ancora di più quanto l’impianto istituzionale europeo, in cui ci muoviamo, rappresenti di per sé un recinto in cui è impossibile attuare una qualsiasi politica progressista, di cui comunque non si è mai vista una reale intenzione.
Siamo, concludendo, di fronte alla solita farsa: se prima ci si spacciava per fieri sostenitori dell’interesse nazionale per perseguire l’austerità, ora ci si mostra sinceri e affidabili europeisti per continuare a fare austerità. In questo contesto, non vi è alcuno spazio per politiche realmente emancipative e questa volta persino le briciole non vengono redistribuite: nulla di nuovo sotto il sole.

venerdì 4 ottobre 2019

.E che guerra dei dazi sia, dice il Wto

Toh, Il Wto esiste ancora… Viviamo in tempi di forti contraddizioni, e quindi i paradossi escono fuori da tutte le parti.
Come altro possiamo definire la “sentenza” emessa ieri dai “giudici” del World Trade Organization? L’organizzazione che una volta – ai tempi della “globalizzazione” – dettava legge sulle regole del commercio mondiale per garantire la massima permeabilità delle economie ha stabilito, dopo lungo processo, che effettivamente gli aiuti pubblici europei al consorzio Airbus hanno provocato un danno commerciale alla statunitense Boeing e quindi “distorto la libera concorrenza” nel settore degli aerei da trasporto civile.
Il danno è stato quantificato in 7,5 miliardi di dollari e pertanto vengono autorizzati gli Stati Uniti ad applicare dazi punitivi sulle merci europee per un valore equivalente.
Formalmente la sentenza rispetta le antiche regole fissate quando il mondo era saldamente uno solo sotto l’egemonia degli stati Uniti (dopo la “caduta del Muro”, insomma). Perché effettivamente Airbus è riuscita a diventare un concorrente pericolosissimo di Boeing e Lockheed grazie a finanziamenti diretti, agevolazioni fiscali e contrattuali decise dall’Unione Europea in barba ai princìpi che pure sbandierava ed applicava nei confronti dei paesi membri più deboli. Ma Airbus era il consorzio con la golden share di Francia e Germania, quindi tutto era “legittimato”.
Non che i costruttori aerei statunitensi siano davvero “concorrenti perfetti”. Fanno parte, con molte delle loro controllate o anche direttamente, del “complesso militare-industriale yankee, e sugli aiuti pubblici (e di prezzi gonfiati) potrebbero dar lezioni a tutto il mondo.
Gli stessi giudici del Wto, difatti, hanno dovuto lavorare a lungo su decine di migliaia di pagine per riuscire a stabilire la differenza quantitativa tra aiuti europei ad Airbus e aiusti della Casa Bianca a Boeing. Risultato, quei 7,5 miliardi.
Il paradosso sta nel fatto che questa sentenza “liberista e globalista” arriva – dopo anni di istruttoria – nel pieno della “guerra dei dazi” scatenata da Donal Trump. Prima verso la Cina e ora, più esplicitamente, contro i paesi europei Quindi arriva a confermare e aggravare una tendenza già in atto: quella alla guerra (commerciale, tariffaria, monetaria, ecc) tra macroaree continentali.
Ossia rafforza proprio l’opposto di quel che doveva favorire.
Come sempre, la piccineria dei media mainstream si è concentrata sui “danni per l’Italia”, con grandi lacrime per le sorti di formaggio e prosciutto, mentre dovrebbero restar fuori i vini e altre eccellenze del made in Italy.
Meno attenzione invece viene riservata alla reazione europea, preannunciata da tutti i principali esponenti dell’establishment di Bruxelles (dalla commissario Verstager al ministro francese LeMaire), e che si tradurrà in dazi sulle merci usa. Che dovranno essere anche questi formalmente “autorizzati” dal Wto.
Il quale, in definitiva, si va trasformando in pallido arbitro delle risse commerciali crescenti, abbandonando definitivamente l’obbiettivo dell’abbattimento completo delle barriere tariffarie tra Stati.
Politicamente la decisione esplicita che Stati Uniti e Unione Europea viaggiano ormai su binari differenti e divergenti, al punto che il ministro degli esteri Mike Pompeo è dovuto arrivare in Europa per un lungo tour teso a “rassicurare” i partner sul fatto che questa guerra commerciale non dovrà guastare i “buoni rapporti” stabiliti dal tempo del Piano Marshall, grazie al quale l’Europa distrutta dalla guerra poteva ricostruirsi economicamente, trasformandosi in fedele vassallo all’ombra dell’imperialismo Usa.
Un tour con risvolti geostrategici molto rilevanti, perché i colloqui con i vari governi del Vecchio Continente investono le relazioni con Russia e soprattutto Cina.
Merci ordinarie a parte, il cuore della questione riguarda le tecnologie. E l’Italia – nello sforzo di intercettare almeno in parte i benefici della Via della Seta – ha aperto parzialmente le porte alla sperimentazione del 5G prodotto da Huawei, ormai sulla lista nera di Washington.
E’ stato lo stesso Pompeo a ricordarlo in diverse interviste (e, pensiamo, in maniera più esplicita nei colloqui riservati): “La nostra sicurezza nazionale agisce in modo molto diretto ogni volta che prendiamo delle informazioni di sicurezza, facciamo in modo di garantire la privacy dei nostri cittadini e che queste informazioni attraversino reti sicure. Dobbiamo capire i rischi. Se un’azienda italiana decide di investire o fornire attrezzature che hanno una rete che i nostri team di sicurezza nazionale ritengono metta a rischio la nostra privacy, allora dovremo prendere decisioni difficili“.
Della privacy dei cittadini, gli Stati Uniti se ne sono sempre bellamente fregati (basti pensare all’obbligo per le grandi società informatiche di passare i profili dei loro clienti – yankee e non – alle “agenzie di sicurezza”), ma sono invece assolutamente interessati a mantenere il monopolio delle tecnologie di controllo di massa.
E ci sembra chiarificatore l’evidente mismatch, quasi “fisico”, tra i due ministri degli esteri. Da un lato l’ex capo della Cia, riverniciato in diplomatico con la pistola sotto l’ascella, e dall’altra il giovine democristian-grillino. Che, per quanto pronto a giocare su tutti i tavoli senza alcun principio “intangibile”, proprio non può essere un mostro di esperienza…
Si possono vincere elezioni una volta promettendo favole, ma la “prova del governare” rimette la realtà al centro dello scontro geopolitico. Che riguarda ormai il futuro assetto del mondo, il conflitto per l’egemonia globale e la “stretta” su alleanze e tolleranze (con buona pace della “democrazia” e dei “diritti delle opposizioni”).
Su questo piano, non c’è furbizia che tenga. Ci vogliono generali esperti, con battaglie vere alle spalle, visioni chiare dei propri interessi e “divisioni” da muovere.
In Italia, insegna la Storia del Novecento, abbiamo avuto quasi soltanto quelli che ordinano di sparare sulle proprie truppe e sul proprio popolo.

giovedì 3 ottobre 2019

Quei criminali arricchitisi sul debito pubblico e lo sfascio di un paese

Abbiamo verificato che quando si parla di trattati, Unione Europea, spread, mercati, vincoli, ecc, molti – “a sinistra” – fanno fatica a capire che stiamo parlando di lotta di classe. Tra ricchi e poveri, padroni e lavoratori, sfruttatori e sfruttati. Come nei “sacri testi” dei classici…
Una parte della responsabilità è del finto “antieuropeismo” della destra salvinian-fascista, che monopolizza il tema sul piano della comunicazione mainstream. Ma la parte più grande spetta alla volontaria distruzione – da parte dei gruppi dirigenti della cosiddetta “sinistra” – della capacità di interpretare la realtà politica in relazione a interessi sociali precisi, anziché in termini astratti e interclassisti (le lunghe tirate sulla “democrazia”, “i valori”, ecc).
Nelle redazioni dei quotidiani o delle agenzie economiche, invece, sono abituati per mestiere a valutare i fatti economici nella loro crudezza. E allora certi meccanismi predatori vengono colti e descritti in modo “sereno”, come si deve fare con i dati di fatto.
In questo editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa la storia del debito pubblico italiano viene ricostruita per quello che è: un conflitto di classe condotto dai possidenti contro coloro che campano di lavoro.
La decisione chiave risale al 1981, quando Andreatta – allora titolare del ministero del Tesoro (ora riunificato in quello dell’economia) – vietò per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta. La partecipazione di Palazzo Koch, fino a quel punto, aveva avuto come effetto quello di calmierare i prezzi, comprando quando questi scendevano troppo (più è basso il prezzo, più alto è il guadagno del compratore, che in asta primaria è sempre una banca o comunque un “investitore istituzionale”, non certo un normale cittadino).
Da quel momento, i conti pubblici sono “irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.”
Gli strozzini sono – in linguaggio educato – “i mercati”. E i primi strozzini sono investitori professionali italiani, e in misura minore internazionali.
Dov’è il conflitto di classe? In questa sola cosa: il debito pubblico viene pagato da tutti i cittadini di uno Stato, qualsiasi lavoro facciano e qualsiasi reddito abbiano (con più tasse o meno spesa sociale), il guadagno sul debito pubblico è invece appannaggio privatissimo da chi manovra i capitali finanziari sui “mercati”.
Non è che sia una nostra scoperta, perché già un tale Marx ci spiegava che “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico”. Ossia: il debito è pubblico, il guadagno è privato.
Di fatto, “tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa“, che ha utilizzato e utilizza le proprie immense ricchezze contro le regole scritte e non scritte del capitale stesso. Neanche “capitalisti”, insomma, ma banali criminali che campano del pizzo sulle attività altrui.

Ma altrettanto importante è stata la scelta di aderire alla “moneta unica” e a tutti i trattati che hanno costituito l’Unione Europea di oggi, da Maastricht in poi. Una scelta politica, fatta da una generazione di “statisti” che ha costruito la propria personale carriera sul farsi strumento di interessi del capitale multinazionale, sia finanziario che industriale.
Una fusione tra interessi capitalistici e “ceto politico” che è un classico della “rappresentanza politica” borghese. E sorprende che gente “di sinistra” non se ne sia mai accorta…
Ma il problema più grave è che quelle scelte sciagurate, oltre che “classiste”, sono state un disastro per la capacità produttiva di questo paese. E, qualsiasi sia il tipo di società che vogliamo costruire, la costruiremo a partire da quello che troveremo. Così come le prossime generazioni si ritroveranno a vivere nel degrado ambientale che il capitale multinazionale ha fin qui prodotto (e che continuerà a produrre, ma ammantandosi da green new deal).
Se vogliamo avvero costruire un’alternativa a questa classe di magnaccia travestiti da “imprenditori” o “investitori”, dobbiamo partire da questa consapevolezza. Il resto è pura perdita di tempo, anche se condita con l’aria di star “facendo politica”.
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I naufraghi d’oro del Britannia

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Hanno lasciato affondare l’Italia, una bordata dopo l’altra.
L’accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna.
Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall’ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.
Il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.
Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.
L’ingresso nell’euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all’estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.
Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.
Fa impressione, a dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l’Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l’Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell’11%. Per noi è un massacro.
Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l’altro. Se l’economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.
Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l’Italia. Se l’è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.
L’Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.
I naufraghi d’oro del Britannia.

martedì 1 ottobre 2019

Costituzione senza difesa, un sistema si avvia alla fine

La democrazia parlamentare si avvia alla sua fine, non illudetevi. Possiamo prenderla dal lato “sistemico” – in tutto l’Occidente scricchiola in modo vistosissimo, tra Trump, Johnson, Macron, ecc – oppure da quello “opportunistico” (le mosse dei partiti italiani), ma il risultato non cambia.
L’attacco finale all’impianto istituzionale della rappresentanza politica è partito e questa volta non appare più contrastabile. Vediamo perché e come.
1) Sei Regioni governate dal centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Abruzzo e Piemonte) hanno sottoscritto la richiesta leghista di tenere un referendum per cambiare la legge elettorale e abrogare la parte proporzionale, instaurando così un sistema elettorale completamente maggioritario. Sul piano costituzionale la richiesta è formalmente corretta (bastano 5 Regioni o 500.000 firma di elettori) e dunque dovrebbe essere sottoposta al voto nella prossima primavera, a meno che il Parlamento non elabori una nuova legge elettorale (il che invaliderebbe il “quesito” scritto nella richiesta di referendum).
2) Il Movimento 5 Stelle, per bocca del suo traballante “capo politico”, chiede l’abolizione della “libertà di mandato” per i parlamentari, vincolando dunque deputati e senatori di una lista ad obbedire alle scelte delle direzioni del partito con cui sono stati eletti, pena la decadenza dal seggio. La Costituzione, in questo caso, prevede l’esatto opposto perché considera l’”eletto dal popolo” come un rappresentante degli interessi generali del paese, che dunque deve poter scegliere in libertà di coscienza, senza il ricatto dell’estromissione dalle istituzioni.
La ragione dell’insistenza grillina è di particolare pochezza: impedire il “mercato delle vacche”, ossia il passaggio continuo di parlamentari da un gruppo politico all’altro, con ovvie conseguenze sulla consistenza dei gruppi parlamentari e la tenuta delle maggioranze di governo. Un fenomeno in diminuzione, nell’attuale legislatura (sono stati 79, finora, ma la metà sono i renziani che hanno lasciato il Pd per fare gruppo a sé; mentre nei conqe anni precedenti erano stati 566). Avere dei robot schiaccia-pulsante al posto di esseri umani liberi non sembra proprio un “progresso” della democrazia…
3) Gli stessi Cinque Stelle hanno fatto della “riduzione dei parlamentari” una questione di (propria) vita o morte. Anch qui la motivazione è ridicola (“risparmieremo 500 milioni ad ogni legislatura”), perché risultati anche più rilevanti si possono ottenere riducendo gli stipendi dei parlamentari, effettivamente esagerati e i più alti in Europa. Comunque i Cnque Stelle otterranno questa riduzione della rappresentanza dal Pd, che era sempre stato contrario, ma deve in qualche modo far sì che il governo duri abbastanza da potersi riorganizzare e soprattutto ridisegnare il proprio profilo identitario, frantumato dall’era Renzi.
Le tre proposte-killer hanno un differente status istituzionale (la seconda e la terza richiedono una riforma costituzionale, quella leghista modifica la legge elettorale attualmente vigente, che è legge ordinaria) e anche diversa possibilità di passare (il “vincolo di mandato” richiede l’avvio di un processo di riforma costituzionale con quattro passaggi in aula, mentre la riduzione dei parlamentari è già arrivata alla vigilia dell’ultimo voto).
Ma tutte e tre convergono nella volontà di azzerare la possibilità che forze politiche nuove ed estranee ai poteri consolidati possano nascere, conquistare consensi, aggiudicarsi la maggioranza attraverso “libere elezioni”.
E vediamo perché.
Già a bocce ferme, senza altri cambiamenti, un sistema elettorale totalmente maggioritario riduce la rappresentanza parlamentare ad un “gioco a due”. Chi prende un voto in più governa per cinque anni grazie a una straripante maggioranza di parlamentari e chi ha un voto in meno “non rompe le palle”.
La frase sfuggita al solito Salvini chiarisce perfettamente il senso e non si presta ad equivoci. In un sistema del genere l’opposizione politica (ridotta ad un solo “partito” o “coalizione”) è ammessa come soprammobile impotente, che spera possa andare diversamente nella prossima legislatura. Chi non vede grandi problemi “di democrazia” nel maggioritario dovrebbe girare lo sguardo sulla Francia, dove un presidente eletto con il 24% può tranquillamente agire come un “re a tempo determinato”, schiacciando le manifestazioni di piazza e facendo sottoporre a processo l’opposizione parlamentare.
E teniamo sempre conto che stiamo parlando di governi le cui scelte fondamentali – legge di stabilità, politiche industriali, ecc – sono subordinate ferreamente alle decisioni dell’Unione Europea, che ha già da tempo ridotto la rappresentanza politica a puro gioco di marketing…
Se però vi aggiungiamo – come è obbligatorio fare – la riduzione dei parlamentari, avremo una situazione ancor meno democratica perché intere aree del paese potrebbero ritrovarsi senza alcun rappresentante eletto. Figuriamoci le diverse figure sociali, dunque, che non possono mai vedere il proprio interesse “rappresentato” dagli eletti da altri interessi.
Già ora l’intreccio di ostacoli regolamentari (alto numero di firme necessarie per presentare liste elettorali non presenti in Parlamento, Regioni, Comuni), altre soglie di sbarramento, ecc, impediscono praticamente che nuovi soggetti si facciano avanti.
Se infine dovesse, per qualche infernale alchimia parlamentare, dovesse essere approvato anche il “vincolo di mandato”, avremmo un Parlamento incaprettato: pochi eletti perché “nominati in seggi sicuri” dai capi-partito, senza possibilità di scelta, comunque sottoposti a un vincolo esterno sovranazionale.
Una micro-casta di servi dei servi dei servi dei servi. Molto ben pagati, come e più di ora. L’unica via di uscita, in una democrazia liberale, sarebbe la reintroduzione di una legge elettorale totalmente proporzionale, la selezione di un personale politico – se non altro – “rispettoso della volontà e degli interessi vitali dei propri elettori”. Un sogno utopico, nell’Italia attuale.
Bisogna essere perciò realisti. Non ci sono in questo momento forze politiche che possano o vogliano contrastare questa riduzione forzosa della rappresentanza politica. Quindi in qualche forma – con qualche sempre possibile variazione sul tema, vista la “fantasia istituzionale” italica – questo processo andrà avanti. E non ci si può attendere nessuna resistenza da parte del teorico “guardiano della Costituzione” – il Presidente della Repubblica – che da parlamentare è stato estensore delle prime leggi elettorali “maggioritarie” (il Mattarellum) e da presidente ha opposto solo rilievi minori ai due “decreti sicurezza” salvinian-fascisti.
Quindi il superamento della “democrazia parlamentare” è scritto nel prossimo futuro.
Per chi si contrappone come alternativa di sistema, politico e sociale, a questo buco nero della vita collettiva il primo compito è cambiare testa. Fin qui si è oscillato, “a sinistra”, tra l’accodamento minoritario alle frazioni più “sinceramente democratiche” dell’establishment e l’autoestraniazione dalla dialettica propriamente politica del paese, accontentandosi magari con l’esibizione di un “esser contro”, complessivamente impotente ma consolatorio.
Di certo, nessuno potrà andare avanti come prima, a meno di non voler accettare una sorte già scritta…