La manifestazione di ieri a Milano era stata promossa da una trentina
di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil sullo slogan “People: prima
le persone”. Nella coreografia spiccava un carro a forma di barcone – a
ricordare i molti migranti morti in mare o respinti – e un altro contro
la legge Pillon che indica una complessiva regressione civile del
paese.
Il deus ex machina della manifestazione, nata come una sfida
al decreto sicurezza di Matteo Salvini, era stato a gennaio l’assessore
comunale al Welfare, il piddino Pierfrancesco Majorino che, pare,
intende candidarsi alle prossime elezioni europee. L’associazionismo
democratico e solidale milanese ha subito prontamente risposto
all’appello, sia perché la realtà consegna quotidianamente episodi di
razzismo e de-solidarizzazione che gridano vendetta, sia perché – ed è
difficile negarlo – con il possibile ritorno della “Ditta” (ex
Pci/Pds/Ds) alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale spera di
poter tornare a contare dopo la parentesi renziana che aveva sminuito o
liquidato i cosiddetti” corpi intermedi”.
Al corteo, come prevedibile, non mancava nessuno, neanche “il consiglio di fabbrica della Rizla” ed hanno partecipato esponenti della politica e mondo dello spettacolo
milanese, dal sindaco di Milano Beppe Sala a Ornella Vanoni, ma
soprattutto i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola
Zingaretti immortalati in una foto “segnante”. Quest’ultimo, nel corso
della manifestazione, ha dichiarato che: “Questa maggioranza vive sulla
propaganda ed è motivata solo dalla cultura dell’odio, l’odio non
produce crescita, lavoro e serenità, per questo serve un’altra idea di
Paese e il centrosinistra deve rifondare la sua identità”.
Il sindaco Sala, dal canto suo, ha provato a fare la quadratura del
cerchio sul piano economico ed etico: “Costa fatica, ma mi sento di dire
che i milanesi hanno bisogno di sentirsi solidali e sono passati i
tempi in cui solo l’idea di successo, soldi e crescita dei consumi è
attrattiva per le città”. Insomma la società civile produttiva e
competitiva per eccellenza avrebbe dentro di sé anche uno spazio per la
solidarietà. E’ l’esegesi del liberismo. Prima si fanno morti e feriti
con le misure economiche antipopolari, poi si usano gli interstizi per
non perdere completamente l’anima. Non solo. A Milano il Comune avalla i
“pattuglioni” della polizia nelle zone degli immigrati in nome della
sicurezza ma critica Salvini per il suo Decreto.
Nasce forse da questa sintesi del sindaco Sala l’eterno ritorno alla
“catarsi” con cui i dirigenti del centro-sinistra ambiscono a recuperare
immagine e verginità politica dopo i danni sociali provocati dalle
scelte strategiche dei loro governi. Era accaduto con Berlusconi, sta
accadendo di nuovo con Salvini, anche se l’obiettivo dichiarato sembrano
essere più i Cinque Stelle dove è visibile una crisi della base
elettorale. E’ leggibile nitidamente nell’editoriale di oggi di Eugenio
Scalfari e nelle parole di Prodi su La Repubblica.
Ma fin qui la radiografia della manifestazione di Milano è facile, seppur parziale.
Le rogne si presentano quando nei “movimenti” e nella sinistra
radicale o antagonista si apre la lacerante – e ripetuta – discussione
su come rapportarsi ad eventi politici che hanno le caratteristiche
sopra indicate ma che, richiamando in piazza tanta gente, mettono a dura
prova le tesi di chi prova a indicarne le contraddizioni a venire
piuttosto che quelle visibili oggi.
A Milano e dintorni le realtà di movimento e della sinistra radicale
si sono in larga parte convinte ad essere nella manifestazione proprio
perché la quantità (i manifestanti) ne era il punto di qualità. Lo hanno
fatto con ragionamenti semplici ma non del tutto nuovi: alla
manifestazione c’è tanta gente, attraversiamo questo momento di massa
con i nostri contenuti e contrastiamo così l’egemonia del Pd sulle
aspettative della gente in buona fede la quale afferma giustamente che
vengono “prima le persone”. A memoria occorre ammettere che in decenni
ci si è riusciti solo una volta, quando nel 1992 volarono i bulloni ad
una manifestazione di Cgil Cisl Uil di fronte all’ennesima svendita
delle conquiste dei lavoratori. In tutte le altre innumerevoli occasioni
simili, l’affermazione di contenuti diversi o più avanzati di quelli
della gestione ufficiale non è mai riuscita. E per onestà occorre
dirselo e ammetterlo.
Su questo, da sempre, ci sono interminabili discussioni tra i
sostenitori di questa tesi e quella che non intende fare sconti ai
responsabili (il Pd e i suoi ambiti collaterali) di una situazione
pesante e regressiva sul piano politico, sociale e civile del paese,
incarnata dall’egemonia della destra sul governo e in crescenti ambiti
della società. Indubbiamente il richiamo all’unità, al sentirsi meglio
in tanti che in pochi, ha una sua forza narrativa. Ma anche qui occorre
assumersi la responsabilità – impopolare – di non accettare la
sistematica catarsi con il Pd cerca di far dimenticare nelle piazze,
quando è all’opposizione, quello che fa concretamente quando governa.
Il problema dunque non è dividersi su una manifestazione. Le
manifestazioni sono diventati eventi di massa che vengono consumati in
un giorno. Il problema è capire quale funzione si vuole esercitare
dentro questa società e tra la nostra gente che “per rabbia e per
rancore” ha affidato le sue aspettative a forze spurie (il M5S) e o
reazionarie (la Lega).
Ripresentarsi come un terminale di quella “sinistra di governo” ormai
invisa ai settori popolari, agli operai delle fabbriche chiudono, alla
gente delle periferie come ai ceti medi impoveriti (e quindi meno civili
e “riflessivi” di quelli che guardano al Pd e alla sinistra), è un
terreno impraticabile. O almeno lo è sicuramente per un movimento
antagonista sul piano degli interessi sociali e alternativo sul piano
delle ipotesi di governo del paese.
Continuare a lacerarsi se “attraversare” o no manifestazioni come
quella di Milano (o quella di Cgil Cisl Uil di alcune settimane fa) è
una perdita di tempo, di identità e di progettualità. Di manifestazioni
come questa ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora. Nella
migliore delle ipotesi ci costringe su un terreno subordinato che riduce
il nostro spazio politico e la nostra autonomia di intervento sulle
contraddizioni sociali e civili del paese. Da qui si ricomincia.