martedì 11 settembre 2018

Gli Stati Uniti sanzioneranno la Corte dell'Aia se indagherà su crimini commessi in Afghanistan

L'agenzia di stampa britannica Reuters ha pubblicato oggi, la bozza della dichiarazione del Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton: "Gli Stati Uniti useranno tutti i mezzi necessari per proteggere i loro cittadini e quelli dei nostri alleati dall'ingiusta persecuzione da parte di questo tribunale illegittimo", si legge nella bozza del discorso di Bolton.

Il discorso di Bolton indica che l'amministrazione nordamericana guidata da Donald Trump, "passerà al contrattacco", se la Corte penale internazionale (CPI) dell'Aia procederà formalmente per aprire un'inchiesta sui presunti crimini di guerra commessi dai militari statunitensi e dai Professionisti del servizio e dell'intelligence in Afghanistan, paese che gli Stati Uniti hanno invaso nel 2001.
 Tra le risposte che Washington potrebbe adottare, ci sarebbe quella di  vietare ai giudici e ai magistrati di entrare negli Stati Uniti, imporre sanzioni sui fondi che hanno nel sistema finanziario statunitense e farli processarli dal sistema giudiziario statunitense.

Washington non ha ratificato lo Statuto di Roma che costituiva nel 2002 la Corte penale internazionale, il cui obiettivo è di assicurare alla giustizia i responsabili di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio.

lunedì 10 settembre 2018

2008-2018: così sono cambiati i padroni del mondo

Pare che gli ex dipendenti inglesi della Lehman Brothers si siano dati appuntamento a Londra, attorno alla metà di settembre, per festeggiare. Sono passati infatti dieci anni da quando, era il 15 settembre 2008, la holding statunitense dichiarò il fallimento sotto il peso di oltre 600 miliardi di dollari di debiti. Fino a quel momento l’azienda aveva più di 26mila dipendenti. Non è chiaro che cosa ci sia da celebrare, visto che quel giorno è comunemente ricordato come l’inizio di una gigantesca crisi del sistema economico-finanziario globale. Nessuno dei protagonisti della vicenda pagò le proprie responsabilità, e anzi oggi la Borsa di New York, dalla quale la crisi si propagò, naviga a gonfie vele.
Sono passati dieci anni nei quali sono aumentate disuguaglianze e precarietà, iniqua distribuzione delle ricchezze e allarmi ambientali, ma tant’è -devono aver pensato gli ex dipendenti-, la vita va avanti lo stesso, specie ai “piani bassi” della società. Non tutto è rimasto uguale nemmeno ai “piani alti” però. L’Unctad (United nations conference on trade and development, unctad.org) stila ogni anno la classifica delle 100 maggiori multinazionali non finanziarie del Pianeta. Nel 2008 in testa c’era la Exxon, con oltre 459 miliardi di dollari di fatturato; e delle prime dieci aziende, sei erano petrolifere e due produttrici di auto. Nel rapporto 2018 dell’Unctad (relativo a dati del 2017) le multinazionali del petrolio nei primi 10 posti sono scese a quattro mentre hanno fatto la loro comparsa realtà che nel 2008 non erano proprio in classifica: Apple e Samsung, la prima con un fatturato di quasi 230 miliardi di dollari (sesto posto), la seconda con quasi 212 miliardi di dollari. Amazon è all’undicesimo posto (178 miliardi di dollari il fatturato), Alphabet (ovvero Google) al ventesimo (110 miliardi di dollari). Più in là Microsoft con quasi 90 miliardi di dollari di fatturato e Facebook (oltre 40 miliardi di dollari).
Dieci anni di “crisi” hanno portato a un riassestamento. Sono cambiati -almeno in parte- i padroni del mondo. Il caso di Apple è particolare: in dieci anni non solo ha moltiplicato fatturati  e utili, ma oggi lambisce la cifra monstre di mille miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa: un traguardo mai tagliato da alcuna società nella storia. Amazon, Microsoft e Google rincorrono stabilmente sopra quota 800 miliardi di dollari. 
Con valori che superano di gran lunga i Pil della maggior parte dei Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, questi padroni del mondo hanno un potere evidentemente enorme. Quel potere che ha permesso ad Apple di non dare troppo peso alla sanzione da 13 miliardi di euro comminata dall’Ue all’Irlanda per il trattamento fiscale favorevole alla multinazionale di Cupertino; quel potere per il quale avrebbe rifiutato a giugno di partecipare all’audizione presso la Commissione speciale per i crimini finanziari e l’evasione fiscale del Parlamento europeo. Quel potere per il quale Google non si è curata molto della multa di 4,34 miliardi di euro arrivata a luglio dall’Antitrust europeo per aver danneggiato la concorrenza (dopo quella di 2,42 miliardi del 2017). Quel potere che permette a Google di trattare per una versione “censurata” del motore di ricerca col governo cinese -dopo un accordo dello stesso tenore di quest’ultimo con Apple-. Quel potere forte del quale Facebook ha chiesto quest’anno alle grandi banche americane di condividere col social network le informazioni finanziarie dei propri clienti. Il lato più oscuro di tutto questo potere riguarda la geopolitica, perché ormai sappiamo che negli Stati Uniti, in Europa occidentale e in Asia le piattaforme on line sono in grado di influenzare la politica estera, la politica interna e le relazioni commerciali.
Sono cambiati i padroni del mondo, ma siamo cambiati anche noi. Secondo una ricerca di Barclaycard, in Gran Bretagna una persona su 10 ammette di aver comprato un vestito su internet e averlo subito dopo restituito: il tempo necessario per indossarlo e fare un post su Instagram (società di Facebook). A fine luglio nel centro di Milano è stato inaugurato un “Apple Store”. Pare ci fossero persone in coda già 12 ore prima dell’apertura ufficiale.

venerdì 7 settembre 2018

Quanti siamo sul pianeta? E che effetto ha sul clima?

Diciamo riproposta e non proposta perché il rapporto tra popolazione e ambiente è questione antica. Anche da un punto di vista formale. Uno dei libri di riferimento è quello della coppia Anne e Paul Ehrlich, che già nel 1968 denunciava The population bomb: la crescita incontrollata della popolazione umana che avrebbe avuto (che stava già avendo) un forte impatto sul pianeta Terra. Ricordiamo che nel 1960 la popolazione umana era di 3 miliardi di persone, ma già si prevedeva che sarebbe raddoppiata entro il 2000. La preoccupazione dei coniugi Ehrlich ritornò alla vigilia del vertice della Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992, con la pubblicazione, due anni prima, di un nuovo libro, The population explosion.
Ma la formalizzazione del rapporto tra popolazione e ambiente e, quindi, anche tra popolazione e clima venne proposta all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso da Paul Ehrlich insieme a John Holdren (futuro consigliere di Barack H. Obama) in un’equazione pubblicata prima su The Bulletin of the Atomic Scientists e poi sulla stessa rivista Science. L’impatto umano sull’ambiente (e, quindi, anche sul clima), I, è il prodotto di tre fattori: P, la popolazione appunto; A, l’affluence, ovvero il consumo pro-capite di materia e di energia; T, un fattore che potremmo tradurre con impatto ambientale per unità di consumo.
L’equazione ci dice, in modo chiaro, che a parità di consumi e di qualità di consumi, l’impatto umano sull’ambiente cresce linearmente con la crescita della popolazione. Partendo dall’assunto per cui – a parità dei fattori A e T – se i consumi individuali di materia ed energia fossile fossero congelati o, ancor meglio, diminuiti, il fattore A potrebbe diminuire più velocemente di quanto non aumenti la popolazione umana. È questa l’ipotesi base di una serie di teorie economiche sulla sostenibilità: dallo stato stazionario di Hermann Daly alla decrescita (più o meno felice) di Serge Latouche.
Sulla diminuzione di T, da perseguire attraverso il consumo di beni sempre più intangibili e di energie sempre più rinnovabili e carbon free, puntano invece i teorici di uno sviluppo sostenibile che utilizza di più la scienza e la tecnologia verdi. Ma, poiché non è pensabile che i consumi di materia e di energia si azzerino né che le nove tecnologie abbiano un impatto zero sull’ambiente, in ogni caso il fattore P, il fattore popolazione, resta importante. Tanto più se, come prevedono i nuovi scenari demografici da qui alla fine del secolo, il pianeta vedrà aumentare la sua popolazione di 4 miliardi di persone e arriveremo a contare 11,5 miliardi di abitanti umani della Terra.
E allora, si chiedono John Bongaarts e Brian O’Neill, perché nei documenti tecnici e politici che si occupano di clima il fattore popolazione viene costantemente sottovalutato? L’indice è puntato, anche, verso l’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite.
I motivi che adducono Bongaarts e O’Neill sono quattro. Quattro percezioni infondate. Che fanno capolino anche nella testa di studiosi e politici. La prima è che quello della crescita della popolazione non sia più un problema. O perché risolto o perché ininfluente. Che non sia stato risolto ce lo dicono le previsioni degli esperti cui abbiamo già accennato. Che non sia ininfluente ce lo dice l’equazione di Ehrlich e Holdren. La seconda percezione infondata è che le politiche di controllo della crescita demografica non siano efficaci. Al contrario, molte delle strategie utilizzate hanno dimostrato una notevole efficacia e se la popolazione umana non è cresciuta secondo le previsioni preoccupate dei coniugi Ehrlich, bensì un po’ di meno, lo si deve proprio alle diverse politiche di controllo delle nascite. La terza percezione infondata è che la crescita demografica non abbia un impatto significativo sul clima. Sbagliato, dicono John Bongaarts e Brian O’Neill, studi accurati dimostrano che, rallentando lo sviluppo demografico, si potrebbero ridurre le emissioni attese di gas serra del 40%. Non è certo una percentuale da poco.
Infine, molti sostengono che le politiche di controllo sono troppo controverse perché si possa programmare il loro successo. Nulla di tutto questo, dicono i due ricercatori americani. E portano il caso di due Paesi, il Pakistan e il Bangladesh, che negli anni ’80 del secolo scorso avevano una curva di crescita simile. Ebbene, la curva di crescita della popolazione pakistana continua imperterrita in sostanziale assenza di politiche di pianificazione, mentre la curva di crescita della popolazione del Bangladesh, Paese che ha implementato una politica di controllo delle nascite, ha subito un drastico rallentamento.
Queste percezioni infondate vanno tutte rimosse, se vogliamo mettere in campo tutti gli strumenti efficaci possibili per contrastare i cambiamenti del clima, sostengono John Bongaarts e Brian O’Neill. Tuttavia anche loro, probabilmente, sottostimano un quinto elemento che in qualche modo impedisce che il fattore popolazione compaia nei documenti ufficiali di contrasto ai cambiamenti del clima: la demografia è un tema sensibile. Sia dal punto di vista politico sia da un punto di vista religioso. Le differenze ideologiche tra i vari Paesi sono le più diverse. Così, per non scontentare nessuno, non se ne parla. Perdendo opportunità forse decisive.

giovedì 6 settembre 2018

Governo: “Rispetteremo vincoli Ue”, Spread in calo

L’Italia “rispetterà i limiti dell’UE” afferma il ministro dell’interno Matteo Salvini. Parole che in un certo senso stano convincendo gli investitori che il governo non sarà irresponsabile quando tratta delle sue finanze. Ma il diavolo è davvero nei dettagli se me lo chiedi.
Rassicurazioni che fanno bene ai titoli di stato per cui si segnala un avvio stabile con il differenziale di rendimento tra il BTp decennale benchmark e il pari scadenza tedesco che si attesta a 268 punti base, stabile rispetto alla chiusura di ieri. Stabile anche il rendimento del BTp decennale benchmark, che si conferma su un rendimento del 3,03%, invariato rispetto ai valori della vigilia.
Il ministro dell’interno ha anche ribadito continuamente che la riforma delle pensioni è una priorità e che il taglio delle tasse sono un obiettivo a cui il governo sta lavorando per raggiungere. In merito al reddito minimo però gli analisti hanno qualche perplessità sul fatto che il governo riesca a rispettare i limite dell’Ue e alla fine potrebbe presentare una proposta che è sotto il limite del 3% fissato dall’UE.
Intanto è in corso a Palazzo Chigi il vertice di maggioranza tra il premier Giuseppe Conte e i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio Presenti anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, quello dell’Economia, Giovanni Tria, e quello degli Affari Europei, Paolo Savona. Tra i temi al centro della riunione, le priorità della manovra economica.
“Vogliamo rispettare gli impegni presi con gli italiani restando nei vincoli imposti dagli altri. Se per mettere in sicurezza l’Italia dovessimo spendere un miliardo in più, lo spenderemmo. Cercheremo di fare tutto, rispettando quello che ci è chiesto da altri, sebbene non sia rispettato da altri paesi”.
Così ieri il ministro dell’interno a Radio Anch’io. Interessante l’analisti realizzata da Neil Mellor, analista di BNY Mellon secondo cui i due partiti alla guida dell’Italia, sono diversi ma uniti per quanto riguarda la questione del superamento dei vincoli Ue al bilancio, ma qualsiasi cambio improvviso di opinione potrebbe far aumentare le pressioni sui BTP.
Secondo l’analista inoltre il mercato segue quello che dice e fa il ministro dell’economia Giovanni Tria, il quale rappresenta l’ago di bilancia della coalizione di governo. Però, come intermediario tra le parti, e tra l’Italia e l’Europa, il professore si trova a dover gestire una situazione complessa e ad aspettarlo “c’è una sfida scoraggiante”.
“Il fattore che unisce la coalizione dei due partiti politici diversi è il fermo accordo sulle imperfezioni dei limiti di disavanzo dell’UE, e il rischio è che qualsiasi conciliazione con l’UE da parte del ministro Tria non sia altro che un espediente politico. Inoltre, la volontà del governo di aumentare la spesa si è bloccata solo dopo il disastro del ponte di Genova e la decisione di Fitch di ridimensionare le prospettive dell’Italia”.
Ma a parte  i problemi noti su deficit, debito ‘monstre’ e fine del QE della Bce, il problema per l’Italia è che ha poco tempo, “meno di tre mesi per racimolare sul mercato gran parte dei finanziamenti necessari quest’anno, circa 6 miliardi di euro di nuovo debito“.

mercoledì 5 settembre 2018

Big Food vorrebbe farvi credere che l’obesità è dovuta alla mancanza di esercizio fisico e non al cibo spazzatura

Secondo il New York Times, nel 2017 c’erano in tutto il mondo 700 milioni di persone obese, di cui 108 milioni di bambini. In Brasile, la multinazionale Nestlé manda dei venditori porta a porta per rifilare ai clienti il suo cibo spazzatura ricco di calorie e concede loro un mese intero per pagarlo. La Nestlé chiama gli agenti di vendita del suo cibo spazzatura, anch’essi degli obesi, “micro-imprenditori.”
Big Food [l’insieme delle multinazionali dell’alimentazione] considera le nazioni in via di sviluppo alla stregua di “mercati emergenti,” per compiacere Wall Street e i propri azionisti, forse perché nei paesi ricchi il far ingrassare la gente e renderla dipendente dal cibo spazzatura ha ormai raggiunto il limite massimo.
Sostituire nei paesi poveri le diete locali con fast food, merci conservate e bevande zuccherate è immorale per moltissimi motivi. Oltre a causare obesità, diabete, malattie cardiovascolari, patologie croniche e carie dentale, il cibo spazzatura fa sì che l’agricoltura di sussistenza locale venga soppiantata dal mais OGM e dalla soia. Anche alcune organizzazioni filantropiche, come la Bill & Melinda Gates Foundation, si sono bevute la narrativa di Big Food sugli OGM che “nutrirebbero il mondo.” In pratica, gli OGM inondano di pestidi le coltivazioni dei paesi in via di sviluppo e inquinano le loro acque.
Lo sfruttamento dei poveri da parte della Nestlé risale ormai a più di quarant’anni fa, quando era riuscita a convincere le madri dei paesi in via di sviluppo a rifiutare il proprio latte, l’unica cosa che le madri povere potessero dare ai loro figli, per passare a quello artificiale. Secondo le organizzazioni di protesta, i bambini, nelle zone povere dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina muoiono proprio perché le loro madri li alimentano all’occidentale, con il latte in polvere.
Il Times, in un suo articolo sull’influenza delle multinazionali alimentari in Brasile, afferma che “il maggior finanziatore dei candidati al Congresso era stato, nel 2012, il gigante della carne brasiliano JBS, che aveva offerto 112 milioni di dollari ai vari candidati.” (JBS aveva acquisito nel 2007 la Swift & Company, in ordine di grandezza la terza azienda degli Stati Uniti nel trattamento della carne di manzo e di maiale, e macella la stupefacente cifra di 51.400 capi di bestiame al giorno). Nel 2014 la Coca Cola aveva speso in Brasile 6,5 milioni di dollari in contributi elettorali e McDonald 561.000 dollari.
Alcuni anni fa, la Reuters aveva riferito che la Pan American Health Organization, l’Ufficio Regionale per le Americhe della World Health Organization, aveva ricevuto centinaia di migliaia di dollari e “linee-guida sull’obesità” dalle aziende del cibo spazzatura e delle bevande zuccherate. Non c’è da meravigliarsi se queste indicazioni si focalizzano sull’esercizio fisico e trascurano il marketing aggressivo sui bambini. Si è forse meravigliato qualcuno se la Coca Cola è diventata la prima azienda messicana di bevande gasate, quando il suo ex-presidente ed ex-direttore generale era anche il Presidente del Messico, Vicente Fox?
La Coca Cola si è assicurata un’enorme influenza presso le istituzioni scientifiche. Dà fondi all’American Heart Association, all’American Lung Association, all’American College of Cardiology, all’American Academy of Pediatrics e all’Harvard Medical School & Partners in Health. Elargisce donazioni alle maggiori università, alle associazioni ricreative e di fitness e a quelle che si prendono cura delle minoranze etniche, i cui membri sono fra i più esposti all’obesità.
La Coca Cola contribuisce anche alla stessa CDC (Centers for Disease Control and Prevention) attraverso la CDC Foundation, creata dal Congresso nel 1992 per incoraggiare i “rapporti” fra l’industria e il governo.
Anche la stampa ne risente. L’anno scorso, il British Medical Journal aveva parlato dell’influenza occulta che la Coca Cola esercita sui giornalisti medico-scientifici tramite contributi a conferenze stampa, comprese quelle organizzate dalla prestigiosa National Press Foundation di Washington, D.C. Non c’è da meravigliarsi quindi se si sente dire, non solo dalle figure professionali medico-governative, ma anche dai giornalisti che “l’obesità è causata dalla mancanza di esercizio fisico” e non dalla Coca Cola.
(Nota: una volta ero stata invitata da Big Food ad una presentazione alla stampa, con tutte le spese pagate, di alcuni allevamenti di polli in Colorado, e poi dis-invitata dopo la pubblicazione del mio articolo).
Nel suo film del 2014 “Fed Up,” Katie Couric mostra come il governo degli Stati Uniti esorti le persone a mangiare nel modo giusto, mentre, allo stesso tempo, le spinge a consumare gli stessi alimenti che le faranno ingrassare e come le mense scolastiche siano state ormai comprate da Big Food. Il film rivela come le aziende avicole, saccarifere e di altri comparti alimentari abbiano completamente rovesciato la linee-guida del Rapporto McGovern del 1977 (che raccomandavano alla popolazione di mangiare meno cibi ricchi di grassi e di zuccheri),  calpestando così le indicazioni del Senatore McGovern.
Nel 2006 Big Food aveva triofato in modo simile. Di fronte alle raccomandazioni alimentari della Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite (WHO), che erano simili a quelle del Rapporto Mc Govern, l’allora Segretario per gli Health and Human Services (HHS), Tommy G. Thompson, era volato di persona a Ginevra e aveva avvertito la WHO che, se quelle linee-guida fossero rimaste in vigore, gli Stati Uniti avrebbero fatto mancare il loro supporto finanziario alla WHO. Certo, il sostegno dell’agricoltura per il governo degli Stati Uniti è molto più importante della salute dei suoi cittadini.
L’estate scorsa, il New York Times aveva rivelato gli effetti devastanti del cibo spazzatura, dell’obesità e del diabete sulla popolazione povera dell’Appalachia, la maggior parte della quale ha un’assistenza sanitaria minimale o addirittura mancante. “La popolazione dell’Appalachia è più malata di quella del Centro America,” fa notare il Dr. Joseph Smiddy, un volontario della sanità in Virginia. “Nell’America Centrale mangiano riso e fagioli e vanno dappertutto a piedi. Non bevono Mountain Dew e non mangiano dolci. Non hanno un’epidemia di obesità e di diabete.” Naturalmente stava parlando delle zone [dell’America Centrale] non invase dalla Nestlé, dalla Coca Cola e da McDonald’s.
A Chicago c’è stata, l’anno scorso, una battaglia feroce sulla tassa “un penny-per-oncia” che era stata imposta sulle bibite zuccherate. L’industria delle bevande ha speso più di 1,4 milioni di dollari in spot televisivi per cercare di far eliminare la tassa e ha vinto. L’industria ha tramutato il desiderio di bere bibite ad alto contenuto calorico, causa di obesità, diabete e carie dentaria, in una “scelta del consumatore.” Le maggiori sostenitrici del ritiro della tassa erano state le comunità povere di Chicago, quelle più colpite dalle bevande zuccherate e dai “deserti alimentari,” [i quartieri] dove è difficile trovare cibo di buona qualità.
Una persona che ingerisca le normali 2000 calorie giornaliere dovrebbe ricavarne solo 200 dagli zuccheri, l’equivalente di una bibita da16 once [473 ml.]. Comunque, la maggior parte degli Americani consuma almeno il doppio della quantità raccomandata e solo poche persone che hanno “l’abitudine alla bibita” ne bevono una al giorno. Alcuni ammettono di aver sviluppato dipendenza.
Una volta, con il termine “zucchero” si intendeva lo zucchero di canna o quello da barbabietola. Ma, dal 1980, i produttori di bevande zuccherate hanno preferito usare lo sciroppo di mais ad alto tenore di fruttosio (HFCS) e sono stati poi imitati dalla maggior parte delle più grandi aziende di produzione e trasformazione alimentare. Le restrizioni commerciali messe in atto dai paesi esteri per proteggere le produzioni locali hanno, di fatto, reso ancora più dispendioso l’uso dello zucchero, anche perché gli agricoltori americani, grazie alle sovvenzioni agricole e alle sementi OGM, producono enormi quantitivi di mais. L’HFCS è anche più economico da produrre, immagazzinare e trasportare.
L’HFCS è stato associato all’obesità, al diabete, ai danni epatici, ai problemi di memoria ed anche ad una possibile contaminazione da mercurio, ma questo non significa che i dolcificanti artificiali siano meglio. Gli incrementi nell’assunzione di aspartame, che si trova nella Diet Coke, e del sucralosio, che è presente nella Pepsi One, sono correlati ad un aumento delle persone ritenute obese, come riportato dallo Yale Journal of Biology and Medicine.

martedì 4 settembre 2018

Usa: gli ex presidenti interventisti “santificano” John McCain

Preceduta in Italia dai lacrimoni di molti politici, principalmente del Pd, ieri a Washington si è svolta la cerimonia funebre per dare l’ultimo saluto al senatore repubblicano John McCain. Lungo il percorso che ha condotto la bara con le spoglie del “falco” alla cattedrale di Washington, il corteo si è fermato davanti al memoriale che ricorda i caduti del Vietnam. La vedova, Cindy McCain, ha reso omaggio ai soldati caduti nella lunga e sanguinosa guerra, deponendo una corona di rose rosse e bianche. McCain, pilota da combattimento durante il conflitto, fu catturato e tenuto prigioniero ad Hanoi per cinque anni e mezzo.
Il funerale, stando alle notizie circolate negli States, è stato attentamente pianificato dallo stesso McCain negli ultimi mesi vita. Alla cerimonia, trasmessa in diretta televisiva, hanno partecipato, tra gli altri, Bill e Hillary Clinton, gli ex vicepresidenti Al Gore e Dick Cheney, gli ex segretari di stato Madeline Albright, John Kerry e Henry Kissinger. Non solo figure di spicco della politica a stelle e strisce ma “apostoli” di quel pericoloso messianismo unipolare atlantico che fanaticamente, anche in Italia, si continua a propagandare, ignorando le dinamiche e i nuovi equilibri di un mondo che, per la presenza di nuovi attori non solo su scala intercontinentale ma anche a livello regionale, è sempre più multipolare.
McCain è stato magnificato da Obama e Bush, due dei suoi ex rivali per la presidenza, intimamente uniti al senatore repubblicano dalla militanza nel partito trasversale della guerra. Grande assente alla cerimonia funebre, il presidente Donald Trump. C’erano la figlia Ivanka e il genero Kushner. Il tycoon, che non ha dato l’assenso alla pubblicazione di un comunicato ufficiale in cui John McCain veniva definito un “eroe”, ha preferito trascorrere la giornata sui campi da golf.
Carichi di retorica e di ipocrisia i ricordi di Bush junior e di Obama.  Per George W. Bush, il senatore che voleva interventi militari ovunque (dall’Iraq alla Siria, dall’Ucraina alla Georgia, senza dimenticare Libano, Nicaragua, Sudan, Iran, Kosovo, Corea del Nord, Afghanistan), “detestava i despoti”. “Forse più di tutto John detestava l’abuso di potere: non poteva tollerare i bigotti e i despoti spavaldi”. Questo John McCain nel ricordo di George W.Bush. “Amava la libertà con la passione di chi ne ha conosciuto l’assenza; e rispettava la dignità insita in ogni vita. Una dignità che non si ferma alle frontiere e non può essere cancellata dai dittatori”, ha proseguito l’ex presidente americano Bush.
Barack Obama ha descritto il suo antagonista alle presidenziali del 2008 come “un uomo straordinario, un combattente, uno statista, un patriota che ha incarnato il meglio dell’America”. “Ci sono cose per le quali vale la pena rischiare tutto, ha detto Obama, principi che sono eterni, verità che sono durature. John ci ha mostrato al meglio cosa significa. Per questo, siamo tutti profondamente in debito con lui”. L’ex presidente degli States ha ricordato “il disprezzo di John per l’autocommiserazione: era stato all’inferno ed era tornato e in qualche modo non aveva mai perso la sua energia o il suo ottimismo per la vita”.
Meghan McCain, conduttrice di Abc e figlia del senatore dell’Arizona, ha chiuso il suo accorato saluto al padre con una frase che nel Donbass, in Siria e in Iraq avrà fatto sobbalzare chi quotidianamente soffre per le destabilizzazioni pianificate dal padre in combutta con il collega senatore Lindsey Graham: “L’America di John McCain è l’America di Abraham Lincoln, che rispetta la promessa della Dichiarazione di Indipendenza secondo cui tutti gli uomini sono generati uguali e si battono con tutti gli sforzi per vederla realizzata”.

Tra le colpe più gravi di McCain, non si può non annoverare il sostegno dato al radicalismo islamista nelle periferie calde dell’Europa. A metà degli anni ’90, il senatore fu un esplicito sostenitore dell’allora presidente Bill Clinton in Bosnia, come puntualmente hanno ricordato i colleghi di geopoliticsalert.com in uno dei pezzi più dettagliati e veritieri sulle sue “opere”. http://geopoliticsalert.com/history-john-mccain-war
Molti musulmani raggiunsero la Bosnia per unirsi ai mujaheddin che da allora hanno dato vita all’arcipelago del terrore in cui ha proliferato e prosperato l’Isis. Le bandiere nere del Califfato sventolano in molti punti della ex Jugoslavia anche per “merito” di McCain, di cui non deve essere dimenticato l’apporto all’intervento americano in Kosovo alla fine degli anni ’90. Nel conflitto in Kosovo, il repubblicano ha sostenuto l’Esercito di liberazione del Kosovo, un’organizzazione jihadista genocida con legami con Al Qaeda di Osama Bin Laden.
Elemento preponderante nel McCain pensiero, è la russofobia. Le foto che ritraggono il senatore repubblicano sorridente in compagnia dei capi dei battaglioni neonazisti ucraini al soldo della giunta di Kiev, sono facilmente reperibili in rete.
Il suo sostegno ai massacratori di civili nel Donbass, è stato continuo. E il conflitto in corso dal 2014, rischia di arroventarsi ancora di più dopo che Alexander Zakharchenko, presidente della Repubblica di Donetsk, è rimasto ucciso in un’esplosione nel bar “Separ”, situato nel centro della città. Mosca ha subito incolpato Kiev di essere responsabile dell’omicidio. I servizi di sicurezza ucraini (SBU) hanno negato ogni coinvolgimento, paventando “conflitti interni” alle nuove oligarchie di Donetsk.
In questi quattro anni, oltre diecimila persone sono rimaste uccise dal fuoco delle artiglierie o dei cecchini nel silenzio di quei cantori “democratici” che in coro piangono la scomparsa di un “campione” di quella doppia morale che a loro piace tanto. Per fortuna la rete offre spazi liberi anche a chi, come noi, rifiuta con consapevolezza ed ostinazione la visione del mondo cara a Washington. A noi John McCain non mancherà. Neanche un po’

lunedì 3 settembre 2018

Il lato oscuro di McCain

Mentre la Guerra fredda entrava nella sua fase finale nel 1985, la giornalista Helena Cobban partecipò a una conferenza accademica presso un resort di lusso vicino a Tucson, in Arizona, sulle relazioni USA-URSS in Medio Oriente. Partecipando a quella che veniva definita la “cena di gala con discorso programmatico”, scoprì presto che il tema della serata era “adotta un Mujaheddin”.

“Ricordo di essermi mescolata a tutte quelle ricche donne repubblicane che venivano dalla periferia di Phoenix che mi chiedevano: hai adottato un Mujaheddin? “ mi disse la Cobban. “Ognuna aveva promesso soldi per sponsorizzare un membro dei Mujaheddin afghani allo scopo di sconfiggere i comunisti. Alcune erano persino sedute vicine al loro Mujaheddin personale”.

Il principale relatore della serata, secondo la Cobban, era un nuovo e caricatissimo membro del Congresso di nome John McCain.

Durante la guerra in Vietnam, McCain era stato catturato dall’esercito Vietcong dopo essere stato abbattuto mentre andava a bombardare una fabbrica civile di lampadine. Trascorse due anni in isolamento e fu sottoposto a torture che gli lasciarono lesioni paralizzanti. McCain tornò dalla guerra con una ripugnanza profonda e costante per i suoi ex rapitori, tanto che nel 2000 disse: “Odio i vietnamiti. Li odierò finché vivo”. Dopo esser stato criticato  per questa frase razzista, McCain si rifiutò di scusarsi. “Mi riferivo ai miei carcerieri”, disse, “e continuerò a riferirmi a loro con un linguaggio che per alcuni potrebbe essere offensivo a causa delle botte e delle torture subite dai miei amici”.

Il risentimento viscerale di McCain lo portò a un convinto sostegno dei Mujaheddin, così come degli squadroni della morte di ultra destra in America Centrale – come di qualsiasi altro gruppo votato alla distruzione dei governi comunisti.

McCain era talmente dedito alla causa anti-comunista che nella metà degli anni ’80 si era unito al Comitato Consultivo del Consiglio degli Stati Uniti per la libertà mondiale, ossia l’affiliato americano della Lega Mondiale Anti-Comunista (WACL). Geoffrey Stewart-Smith, ex leader della filiale britannica del WACL che si era schierato contro il gruppo nel 1974, ha descritto l’organizzazione come un “gruppo di Nazisti, fascisti, anti-semiti, falsari, sporchi razzisti ed egoisti corrotti. E’ diventata un’internazionale anti-semita”.

Facevano compagnia a McCain persone notevoli come Jaroslav Stetsko, il collaboratore nazista ucraino che aveva contribuito a supervisionare lo sterminio di 7.000 ebrei nel 1941; l’ex brutale dittatore argentino Jorge Rafael Videla; e il comandante degli squadroni della morte guatemalteco Mario Sandoval Alarcon. L’allora presidente Ronald Reagan elogiava il gruppo perchè giocava “un ruolo leader nel portare l’attenzione sulla nobile battaglia ora combattuta dai veri guerrieri per la libertà dei giorni nostri”.

Esaltato come un eroe

In occasione della sua morte, McCain viene onorato allo stesso modo – un eroe patriottico e un guerriero per la libertà e la democrazia. Un fiume di agiografi della Beltway press corps,  che lui ha definito la sua vera base politica, si è messo al lavoro. Tra i fan più entusiasti di McCain c’è Jake Tapper della CNN, che lui scelse come stenografo personale per un suo viaggio in Vietnam nel 2000. Quando l’ex ospite della CNN Howard Kurtz chiese a Tapper nel febbraio del 2000: “Quando sei sul bus della campagna politica di McCain, fai uno sforzo cosciente per non cadere sotto l’incantesimo magico di McCain?”.

“Oh, non è possibile. Diventi come Patty Hearst quando la colse la SLA” ha risposto Tapper scherzando.

Ma il defunto senatore ha anche ottenuto spontanei tributi  da una serie di importanti liberal, da George Soros fino al suo persuasivo cliente, Ken Roth, insieme a tre colleghi consiglieri di Human Rights Watch e della celebrità “democratica socialista” Alexandra Ocasio-Cortez, che ha salutato McCain come “un esempio impareggiabile di decenza umana”. Il repubblicano John Lewis, il simbolo preferito dei diritti civili della classe politica della Beltway, si è unito al coro ricordando McCain come un “guerriero della pace”.

Se i peana a McCain da questo diversificato cast  di politici ambiziosi e frequentatori di Davos sembrano scollegati dalla realtà, è perché riflettono perfettamente il punto di vista delle élite sugli interventi militari americani, come un gioco di scacchi dove i milioni di morti lasciati sul campo sulla scia delle aggressioni gratuite dell’occidente sono solo mere statistiche.

Ci sono stati pochi altri personaggi nella storia americana recente che si sono spesi così personalmente per la perpetuazione della guerra e dell’imperialismo come ha fatto McCain. Ma per Washington l’aspetto più importante della sua carriera è stato volutamente tralasciato, o spazzato via, come un difetto di poco conto di un nobile servitore dello Stato che nonostante questo meritava il rispetto di tutti.

McCain non si è limitato a tuonare dagli scranni del Senato in favore di ogni importante intervento militare succesivo all’epoca della guerra fredda, appoggiando le sanzioni e le relative campagne di disinformazione. Era straordinariamente spietato nel proporre obiettivi imperialisti, saltando da una zona calda all’altra per reclutare personalmente fanatici di estrema destra come alleati.

In Libia e Siria, si è alleato con gli affiliati di Al Qaeda, e in Ucraina McCain ha fatto la corte a veri, spudorati neonazisti.

Mentre l’ufficio di McCain in Senato serviva da luogo di ritrovo per lobbysti dell’industria delle armi e agenti neoconservatori, i suoi alleati fascisti intraprendevano una campagna di devastazione umana che continuerà ancora per molto tempo dopo che i fiori si saranno seccati sulla sua tomba.

I media americani potranno aver cercato di seppellire questa eredità insieme al corpo del senatore, ma questo è quello per cui gran parte del mondo lo ricorderà.

Non sono Al-Qaeda

Quando  nel 2011 in Libia avvenne una violenta insurrezione, McCain si paracadutò nel paese per incontrare i leader dei principali insorti, il Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), che combatteva il governo di Gheddafi. Il suo obiettivo era accreditare questa banda di estremisti islamici agli occhi dell’Amministrazione Obama, che ai tempi stava considerando un intervento militare.

Quello che accadde è ben documentato, anche se raramente viene discusso dalla classe politica di Washington che puntava sulla “Bengasi Charade” per distrarre dal vero scandalo della distruzione sociale della Libia. Il corteo di Gheddafi venne attaccato dai jet della NATO, permettendo a una banda di combattenti della LIFG di catturarlo, sodomizzarlo con una baionetta, e poi ucciderlo e lasciare il suo corpo a marcire in una macelleria di Misurata mentre i fan dei ribelli si facevano selfy vicino al suo fetido cadavere.

Subito dopo l’uccisione del leader pan-africano, seguì un massacro dei cittadini neri della Libia, perpetrato dalle milizie settarie razziste reclutate da McCain. L’ISIS si impadronì di Sirte, la città natale di Gheddafi, mentre le milizie di Belhaj presero il controllo di Tripoli, e iniziò una battaglia tra i signori della guerra. Proprio come aveva presagito Gheddafi, il paese in rovina divenne un terreno fertile per i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, alimentando l’ascesa dell’estrema destra in tutta Europa e consentendo il ritorno della schiavitù in Africa.

Molti potrebbero descrivere la Libia come uno stato fallito, ma rappresenta anche la realizzazione compiuta della visione portata avanti da McCain e dai suoi alleati sulla scena mondiale.

A seguito dell’assassinio orchestrato dalla NATO del leader libico, McCain twittò: “Gheddafi andato, Bashar al Assad è il prossimo”.

Il fallimento di McCain in Siria

Anche la Siria, come la Libia, non accettò di allinearsi all’Occidente e all’improvviso si trovò a dover fronteggiare un’insurrezione-Jihad Salafita armata dalla CIA. Ancora una Volta, McCain pensò che fosse un suo preciso dovere spacciare all’America gli insorti islamisti come un incrocio tra i patrioti delle tredici colonie originarie americane e gli attivisti per i diritti civili. Per farlo, prese sotto la sua ala un giovane operatore mezzo americano e mezzo siriano residente a Washington che era stato consulente del Consiglio di transizione Libico durante la preparazione dell’invasione NATO.

Nel maggio 2013, Moustafa convinse McCain a fare un viaggio illegale in Siria per incontrare alcuni “combattenti per la libertà”. Un milionario israeliano chiamato Moti Kahana che coordinò i rapporti tra l’opposizione siriana e l’esercito israeliano attraverso la sua ONG (Amaliah), sostenne di aver “finanziato il gruppo di opposizione che il senatore John McCain era venuto a visitare nella belligerante Siria”.

“Questo potrebbe essere il suo momento-Bengasi “ disse Moustafa eccitato in una scena di un documentario, “Linee rosse”, che descriveva i suoi sforzi per rovesciare il governo. “[McCain] andò a Bengasi, tornò, e noi bombardammo”.

Durante la sua breve incursione in Siria, McCain incontrò un gruppo di insorti sostenuti dalla CIA e benedisse la loro battaglia. “Il senatore voleva rassicurare la Free Syrian Army che il popolo americano sosteneva il loro grido di libertà, sosteneva la loro rivoluzione” disse Moustafa in un’intervista alla CNN. L’ufficio di McCain rilasciò prontamente una foto che mostrava il senatore in posa di fianco a un raggiante Moustafa e a due uomini armati dall’aspetto truce.

Giorni dopo, quegli uomini vennero identificati dal Daily Star libanese come Mohamamad Nour e Abu Ibrahim. Entrambi erano implicati nel rapimento, l’anno precedente, di 11 pellegrini Shia, ed erano stati identificati da uno dei sopravvissuti. McCain e Moustafa negli USA furono oggetto di scherno e derisione da parte dell’ospite del Daily Show John Stewart e  di rapporti aspramente critici da tutto lo spettro dei media. In un municipio dell’Arizona, McCain venne rimproverato dagli elettori, inculsa Jumana Hadid, una donna siriana cristiana che avvertì che i militari settari con cui aveva fatto amicizia avevano minacciato la sua comunità di genocidio.

Ma McCain andò avanti comunque. A Capitol Hill, introdusse un’altra giovane equivoca operatrice nel suo teatro d’intervento. Di nome Elizabeth O’Bagy, era un membro dell’Istituto per lo Studio della Guerra, un think-tank finanziato dalle industrie degli armamenti diretto da Kimberly Kagan del clan neo conservatore Kagan. Dietro le quinte, O’Bagy faceva consulenze per Moustafa alla sua Task Force di Emergenza Siriana, un chiaro conflitto di interessi di cui il loro patrono senatore era perfettamente consapevole. Davanti al Senato, McCain citò un editoriale del Wall Street Journal scritto da O’Bagy per sostenere il suo giudizio sui ribelli siriani come prevalentemente “moderati”, e potenzialmente amici dell’occidente.

Giorni dopo, si scoprì che la O’Bagy aveva falsificato il suo PhD (titolo di studio, NdVDE) in studi arabi. Non appena Kagan, umiliato, la licenziò, l’accademica fraudolenta fece un altro passo dentro le porte girevoli della Beltway,  approdando ai corridoi del Congresso come la nuovissima aiutante in politica estera di McCain.

Infine, McCain fallì nel suo tentativo di vedere i “rivoluzionari” islamisti prendere il controllo di Damasco. Il governo siriano resse grazie all’aiuto dei suoi mortali nemici in Teheran e Mosca, ma non prima che un’operazione della CIA da un miliardo di dollari avesse aiutato a produrre una delle peggiori crisi migratorie della storia post-guerra fredda. Fortunatamente per McCain, c’erano altri intrighi che richiedevano la sua attenzione, e nuove bande di gruppi fanatici che richiedevano la sua benedizione. Mesi dopo il suo fallimento in Siria, il testardo militarista spostò la sua attenzione sull’Ucraina, allora in preda a uno sconvolgimento provocato da una ONG finanziata dagli USA e dalla UE.

Coccolare i neonazisti in Ucraina

Il 14 dicembre 2013, McCain si materializzò a Kiev per un incontro con Oleh Tyanhbok, un irriducibile fascista che era diventato uno dei principali leader dell’opposizione. Tyanhbok era un co-fondatore del Partito fascista Social-Nazionale, uno schieramento di estrema destra che si pubblicizzava come “l’ultima speranza per la razza bianca, per l’umanità come tale”. Non esattamente un amico degli Ebrei, si era lamentato che la “mafia ebreo-moscovita” aveva preso il controllo del suo paese, ed era stato fotografato mentre faceva il saluto nazista durante un discorso pubblico.

Niente di tutto questo interessava McCain. E nemmeno gli interessavano le scene dei neo-nazisti del Settore di Destra che riempivano la Piazza Maidan a Kiev mentre egli appariva sul campo per incitarli.
“L’Ucraina renderà l’Europa migliore e l’Europa renderà l’Ucraina migliore!” proclamava McCain alle folle che facevano il tifo mentre Tyanhbok rimaneva al suo fianco. L’unica cosa che per lui contava a quel tempo era il rifiuto del presidente ucraino eletto di firmare un piano di austerità dell’Unione Europea, preferendo invece un accordo economico con Mosca.

McCain era così impegnato a rimpiazzare un governo indipendente con uno vassallo della NATO che evocò addirittura un assalto militare su Kiev. “Non vedo un’opzione militare, e questo è tragico” si lamentò McCain in un’intervista riguardo la crisi. Fortunatamente per lui, il colpo di stato arrivò poco dopo la sua apparizione a Maidan, e gli alleati di Tyanhbok si affrettarono a riempire il vuoto di potere.

Entro fine anno, l’esercito ucraino si ritrovò impantanato in una sanguinosa guerra di trincea con i separatisti filo-russi e anti colpo di stato dell’est del paese. Una milizia affiliata con il nuovo governo a Kiev chiamata Dnipro-1 fu accusata da osservatori di Amnesty International di bloccare gli aiuti umanitari destinati all’area dei separatisti, inclusi cibo e abiti per la popolazione tormentata dalla guerra.

Sei mesi dopo, McCain apparve alla base di addestramento del Dnipro-1 con i senatori Tom Cotton e John Barasso. “Il popolo del mio paese è fiero della vostra battaglia e del vostro coraggio” disse McCain a un ritrovo di soldati della milizia. Quando terminò il suo discorso, i combattenti mostrarono un saluto dell’epoca della seconda guerra mondiale, reso celebre dai collaboratori nazisti ucraini: “Gloria all’Ucraina!”.

Oggi, i nazionalisti di estrema destra occupano posti chiave nel governo ucraino filo-occidentale. Il portavoce del parlamento è Andriy Parubiy, il co-fondatore con Tyanhbok del Partito Social-Nazionalista e leader del movimento in onore dei collaboratori del regime nazista  durante la seconda guerra mondiale come Stepan Bandera. Sulla copertina del suo manifesto del 1998, “Vista da destra”, Parubiy appare in una maglietta marrone in stile nazista con una pistola alla vita. Nel giugno 2017, McCain e il portavoce repubblicano del parlamento Paul Ryan diedero il benvenuto a Parubiy a Capitol Hill per quello che McCain definì “un buon incontro”. Era una pacca sulla spalla alle forze fasciste che imperversano in Ucraina.

Gli ultimi mesi in Ucraina hanno visto una milizia neo-nazista sponsorizzata dallo stato chiamata C14 svolgere un pogrom contro la popolazione ROM ucraina, il parlamento del paese organizzare una mostra in onore dei collaboratori dei nazisti e l’esercito ucraino approvare formalmente il saluto filo-nazista “Gloria all’Ucraina” come suo saluto ufficiale.

L’Ucraina ora è il malato d’Europa, un perpetuo caso disperato impantanato in una guerra senza fine ad est. A testimonianza della rovina del paese seguita alla cosiddetta “Rivoluzione della dignità”, il presidente estremamente impopolare Petro Poroshenko ha promesso all’Advisor per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca, John Bolton, che il suo paese – una volta una ricca fonte di carbone al pari della Pennsylvania – ora comprerà carbone dagli Stati Uniti. Ancora una volta, un’operazione improvvisa di cambio di regime che ha generato uno stato fallito e fascista è quello che rimane di uno dei più grandi trionfi di McCain.

La storia di McCain evoca il ricordo di una delle affermazioni più provocatorie di Sarah Palin, un’altra cretina fanatica che lui ha imposto sulla scena mondiale. Durante un tipico comizio itinerante nell’ottobre 2008, la Palin accusò Barack Obama di “trastullarsi coi terroristi”. L’affermazione fu ignorata come ridicola e quasi diffamatoria, come avrebbe dovuto. Ma guardando alla carriera di McCain, l’accusa suona grandemente ironica.

Come la si voglia mettere, è stato McCain a trastullarsi coi terroristi, e ha strappato quante più risorse possibile al contribuente americano per massimizzare il caos. La speranza è che le società frantumate dagli amici di McCain possano un giorno avere la pace.