martedì 11 luglio 2017

Un gioco truccato

Un cadavere è stato riesumato, quello del bipolarismo. Sepolto sotto le ceneri della Seconda Repubblica, l’archeologia politica ha deciso di riportarlo alla luce. Si cerca così di riassemblare i due blocchi dissolti. Da una parte, Berlusconi tenta di ridare la scintilla vitale al centrodestra, cercando un accordo con Salvini. Il vecchio centrodestra era tenuto assieme dalla figura carismatica di Berlusconi; adesso che questa figura ha perduto forza sembra molto più difficile ritornare ai fasti del passato. Il progetto originario di Berlusconi, in più, è oggi definitivamente superato. Questo progetto, che vide l’imprenditore di Arcore affermarsi nella costellazione di partiti distrutti da Tangentopoli, si basava su una promessa di successo individuale che sarebbe arrivato dopo il ripudio del ceto dirigente statalista della Prima Repubblica (che veniva a torto identificato con i postcomunisti) e l’apertura al mercato e all’impresa privata; una sorta di “via italiana al reaganismo” che però si sarebbe rivelata presto nulla più che propaganda.
La promessa di arricchimento individuale era incarnata dalla sua figura di imprenditore vincente e dall’affermazione delle reti Fininvest che interrompevano il monopolio televisivo di stato e portavano in Italia una televisione commerciale ed edonista, poco interessata alle preoccupazioni pedagogiche della vecchia RAI. Il progetto di “reaganismo italiano” sarebbe più tardi naufragato per un’essenziale ragione: l’evidenza che l’edonismo berlusconiano e la sua seduzione erano solo una finzione dietro cui si celava la realtà amara della stagnazione, della disoccupazione crescente e della cancellazione dei diritti. Da questo punto di vista il linguaggio del centrosinistra era molto più al passo con il tempi. Se il berlusconismo era reganiano, l’antiberlusconismo era thatcheriano, prometteva poco, ma esigeva implacabilmente “sacrifici” e “conti in ordine” come necessità improrogabili. Fu proprio di fronte a questa versione più aggiornata del neoliberismo – che sarà rappresentata poi dal “commissario” Monti incaricato dalla Troika – che l’imprenditore milanese, pur avendo resistito per molto grazie al suo plebiscitarismo, dovette capitolare. Il nuovo neoliberismo, avrebbe imparato Berlusconi a sue spese, non è plebiscitario e non cerca un rapporto entusiastico con le masse, che redarguisce invece di tentare di sedurre. Piuttosto si avvale di gruppi di pressione, di think tank, per penetrare in circoli ristretti e nelle università, ma assume un profilo sobrio e misurato sui grandi media.
Sull’altro fronte, invece, i fuoriusciti del PD, una parte del PD non renziano e figure a sinistra del PD tentano di ricostituire il centrosinistra. Anche qui si tratta di un processo difficilmente reversibile. La fine del centrosinistra, come quella del centrodestra, non è stata accidentale, frutto dell’incapacità o della litigiosità dei suoi capi, ma strutturale. Il progetto del centrosinistra consisteva nel raccogliere il bacino elettorale del vecchio PCI e di parte della DC per traghettarlo verso l’orientamento neoliberale che ormai soppiantava la socialdemocrazia presso tutti i maggiori partiti della sinistra europea. Questo progetto si basava sulla capacità di far accettare il mondo globalizzato e la modernità liquida, la flessibilità per ogni lavoratore e l’incertezza del futuro. Questa, che era la realtà che si stava delineando, veniva considerata come un dato immutabile cui tutti dovevano adeguarsi senza indugio. A tale scopo, il centrosinistra proponeva alcune parziali compensazioni – comunque inferiori al male da ingoiare – come, ad esempio, gli “ammortizzatori sociali”, ovvero sussidi per i lavoratori precarizzati e i disoccupati; ma soprattutto usava una retorica moralistica che si avvaleva di alcuni canovacci sperimentati e luoghi comuni: “non rubare il futuro alle prossime generazioni”, “ridurre il debito che pesa sulle spalle dei nostri figli”, “responsabilità e bilanci virtuosi”, ecc. e che faceva perno sull’idiosincrasia rispetto alla figura carismatica di Berlusconi. Ma presto ci si accorse che la cura era peggiore del male, per non dire che era essa stessa il male da cui avrebbe dovuto mettere in guardia. Ed è così che la narrazione neoliberista neo-thatcheriana, e con essa il centrosinistra che vi si era identificato, iniziava ad attraversare una crisi di consenso. Crisi che verrà trasferita direttamente al PD, erede e rinnovatore di quel progetto.
La ricostruzione di centrodestra e centrosinistra si basa su su un tentativo di restaurare un momento della storia italiana non più ripetibile: non solo per la presenza di un terzo incomodo, il Movimento Cinque Stelle, che per sua natura non può essere piegato al gioco bipolare e non si presta ad alleanze; ma soprattutto perché questa resurrezione apparente, contrariamente all’operazione originale dei primi anni Novanta, si svolge nel deserto elettorale, come testimonia il livello inedito di astensionismo ad ogni elezione. Non esiste nessuna possibilità di coinvolgere le masse che sono ormai completamente disilluse circa la vera natura dei due blocchi. E non sarà certo una legge elettorale, nemmeno la più maggioritaria, ad arginare questo fenomeno. Il dualismo destra/sinistra della Seconda Repubblica doveva essere il surrogato del conflitto capitalismo/socialismo, abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino, per la credenza fideistica dell’eternità del capitalismo, e il bipolarismo centrodestra/centrosinistra era il surrogato del surrogato. Ma a questo gioco oggi la gran massa del corpo elettorale rifiuta di giocare, perché ha scoperto che è un gioco truccato, che appena dietro la vernice del conflitto mediatico conclamato si cela la realtà delle leggi di mercato, dell’adesione incondizionata a esse, della capitolazione dello stato e della modernità liquida. Per questo l’antirenzismo non è che una nuova declinazione dell’antiberlusconismo: l’opposizione a una persona e alla forma del suo linguaggio, ma con la tacita approvazione della sostanza condivisa.
L’ammiccamento di Renzi a Berlusconi, quindi, lungi dal rappresentare un qualche tradimento, è soltanto lo svelamento della essenziale complicità dei due poli opposti e simmetrici come due facce della stessa medaglia e dell’adesione acritica di tutti i maggiori partiti al capitalismo neoliberale.

lunedì 10 luglio 2017

La trappola libica, le ferite che non passano

Perché siamo nei guai? L'Italia in Libia nel 2011 ha dovuto accettare il bombardamento di Gheddafi e sotto la minaccia che venissero colpiti i terminali Eni si è accodata ai raid aerei. Ha perso così il suo più importante alleato nel Mediterraneo con cui aveva firmato un trattato cinquantennale soltanto sei mesi prima, legato dal cordone ombelicale di un gasdotto. Si è trattato della più devastante sconfitta dalla seconda guerra mondiale, inferta da una coalizione franco-anglo-americana, cioè da presunti alleati che hanno poi abbandonato la Libia al suo destino salvo poi flirtare con il generale Khalifa Haftar, con l’Egitto e bombardare l’Isis, senza però dimostrare la minima intenzione di riportare la Libia ai suoi confini originari.
Le frontiere dell’Italia sono affondate sulle coste della Sirte e i confini Schengen si sono dissolti nel Sahel. Adesso l’Unione corre debolmente ai ripari dopo anni di anarchia alle frontiere libiche che sono diventate pure quelle dell’Europa. Per fermare la rotta balcanica dei profughi sono stati promessi 6 miliardi di euro a Erdogan accettando che diventasse una sorta di autocrate mediorientale, non il candidato all’ingresso nell’Unione. E oggi l’Austria, presa a schiaffi da Ankara sul partenariato della Nato, schiera i corazzati al Brennero. L’impressione è che i membri dell’Unione alzino la voce senza esprimere la minima comprensione del problema che va ben oltre i migranti di oggi ma riguarda la stessa possibile disgregazione dell’Europa. L’Italia dopo Gheddafi è stata vista come un Paese sconfitto e che per di più non ha saputo reagire alla frantumazione della Libia puntando sui cavalli sbagliati. La Francia intanto è intervenuta in Africa e in Mali quando i suoi interessi sono stati minacciati.
Libia: piano Minniti in sette mosse all’esame dell’Ue
Non c’è da stupirsi della mancata solidarietà europea: potrebbero i francesi, gli inglesi o gli americani ammettere di essersi sbagliati a eliminare Gheddafi accettandone le conseguenze? Il dittatore libico, come ha detto un rapporto dello stesso Parlamento britannico, non sarebbe mai caduto senza un intervento esterno. Dobbiamo stare molto attenti con alleati del genere perché sono gli stessi secondo i quali Assad era già finito sei anni fa. Abbiamo partecipato a missioni all’estero, dall’Iraq all’Afghanistan, che sono servite a ben poco ma non siamo stati in grado di difendere i confini reali e della nostra geopolitica. Tutto il resto sono chiacchiere. Tocca a noi decidere che cosa vogliamo fare del nostro presente e forse anche del nostro futuro, cosa non facile per un Paese che per 70 anni si è cullato sotto l’ombrello americano e della Nato.

venerdì 7 luglio 2017

Macron, un colpo di stato silenzioso

La messa in opera del “sistema Macron” continua, sia nella sua dimensione formale, sia in quella informale. Le due dimensioni ci confermano la natura autoritaria del sistema, sotto la ostentata maschera della “benevolenza”. Gli incidenti che si sono moltiplicati in Parlamento, dove La République en Marche e i suoi alleati monopolizzano la maggior parte dei seggi, con la decisione del Presidente di rivolgere un messaggio al Congresso (Assemblea Nazionale e Senato) riunito a Versailles, non sono di buon auspicio. I progetti di ordinanze e di leggi completano il quadro.
Un colpo di Stato silenzioso ?
Un primo incidente ha dunque segnato la sessione inaugurale del Parlamento eletto nelle ultime elezioni. Al di là dell’elezione di Francesco de Rugy – tipico rappresentante dell’opportunismo parlamentare più sfrenato e una delle personalità meno onorevoli di questa assemblea – è la monopolizzazione dei seggi da parte di En Marche, in particolare per quanto riguarda i ruoli di questore, che ha attirato l’attenzione. Naturalmente, nulla impedisce al partito di maggioranza in Assemblea di arraffare tutte le cariche. Ma questo sistema di occupare tutti i posti, tipico degli Stati Uniti, è profondamente estraneo alla cultura politica francese. Quest’ultima, proprio perché siamo in un sistema in cui i poteri non sono rigorosamente separati – come avviene invece negli Stati Uniti – ha inscritto nelle sue pratiche il requisito del pluralismo. È questa la tradizione che En Marche ha calpestato. Ma c’è stato anche di peggio, vale a dire una manifestazione di disprezzo nei confronti dell’opposizione. Il Presidente della Repubblica è infatti in procinto di praticare un vero e proprio colpo di stato silenzioso.

Il colpo di stato riguarda i suoi avversari, ma è rivolto anche contro i suoi sostenitori. Come non vedere che la decisione di Emmanuel Macron di parlare a entrambe le camere in seduta comune minerà l’autorità e la credibilità del suo primo ministro Edouard Philippe? Certo, il rapporto tra il presidente e il suo primo ministro non è mai stato semplice nella Quinta Repubblica. Ma, perlomeno, ci metteva un paio di mesi prima di degradarsi in modo esplicito. Oggi, il presidente intende mostrarci fin da subito che è lui l’unico a prendere decisioni: che non è la massima autorità, bensì l’unica. E così facendo stravolge ancora una volta la Costituzione della Quinta Repubblica, e in misura di gran lunga maggiore rispetto a chiunque tra i suoi predecessori. Questo, combinato con la debolissima legittimità di un’assemblea eletta da meno del 16% degli aventi diritto, è davvero il segno di un colpo di stato silenzioso.

Quando il presidente non rispetta nemmeno lo spirito della legge…
La decisione di Emmanuel Macron di non dare l’intervista tradizionale in occasione del 14 luglio, e di presentare invece un messaggio al Congresso riunito per l’occasione a Versailles, sono entrambi gesti che mostrano un profondo disprezzo per coloro che lo hanno sostenuto e che hanno votato per lui e per i candidati che si sono presentati nella lista di En Marche. La riunione del Congresso è la più spettacolare, ma non necessariamente la più significativa. Nella costituzione della Quinta Repubblica, la riunione del Congresso è riservata agli atti solenni. Non alla presentazione del programma del quinquennio. Nel decidere di annunciare il suo programma in questo contesto, Emmanuel Macron dimostra in realtà di capovolgere l’intero edificio costituzionale francese, un edificio che vuole che il governo e il suo leader, il Primo Ministro, determinino e guidino la politica della nazione. Qui dobbiamo ricordare a coloro che li hanno dimenticati, i due articoli della Costituzione della Quinta Repubblica.

Articolo 20
Il Governo determina e dirige la politica nazionale.
Dispone dell’amministrazione e delle forze armate.
È responsabile davanti al Parlamento alle condizioni e secondo le procedure previste dagli articoli 49 e 50.

Articolo 21
Il Primo Ministro dirige l’azione del Governo. È responsabile della difesa nazionale. Assicura l’esecuzione delle leggi. Fatte salve le disposizioni di cui all’articolo 13, esercita il potere regolamentare e attribuisce le cariche civili e militari.
Può delegare alcuni poteri ai ministri.
Sostituisce, se del caso, il Presidente della Repubblica nella presidenza dei consigli e dei comitati previsti dall’articolo 15.
Può, a titolo eccezionale, sostituirlo nella presidenza di un Consiglio dei Ministri dietro delega espressa e per un ordine del giorno determinato.

Mi si dirà, naturalmente, che sono anni, da quando Jacques Chirac ha fatto votare la riforma del quinquennato, che il Presidente della Repubblica si è trasformato nel leader della maggioranza parlamentare. Ciò è senza dubbio corretto, ma questo cambiamento della prassi era in contrasto col testo della Costituzione e i successivi presidenti Sarkozy e Hollande, pur con tutti i difetti che avevano e tutti gli eccessi che hanno generato, non avevano osato violare in modo così esplicito lo spirito e la lettera della Costituzione.

Il Presidente non si rivolge più al popolo
Questo atto è in sé particolarmente grave; ma non è il solo. In effetti, il rifiuto del Presidente di dedicarsi all’esercizio, sicuramente concordato, della conferenza stampa in occasione del 14 luglio, rivela un alto grado di disprezzo, finora impensato, da parte del presidente. Questa intervista permetteva al presidente di rivolgersi direttamente ai francesi. In questo senso, giocava un ruolo importante, al di là dei dettagli del suo svolgimento.
Naturalmente, mi si potrà dire che un messaggio al Congresso offre gli stessi vantaggi. Ma questo vuol dire commettere un grave errore sul significato, sia della Repubblica, sia delle nostre istituzioni. Attraverso questa intervista, il presidente si rivolgeva direttamente al popolo, non ai suoi rappresentanti: al popolo, che è il custode della sovranità nazionale. È vero che il presidente Emmanuel Macron non dà molta importanza alla sovranità. Ed è forse in questo che va ricercata la vera ragione dell’abbandono di questa “tradizione” e la creazione della “innovazione” rappresentata dal messaggio al Congresso. Perché, quando non si riconosce più la sovranità del popolo, il disprezzo che si manifesta nei confronti degli avversari o dei propri alleati non ha molto peso.
In realtà, è questa la sostanza del problema. Emmanuel Macron, eletto a sorpresa, e in un certo senso contro la volontà della maggioranza dei francesi, non può contare su alcuna sovranità popolare. Deve dunque distruggere tutti i suoi simboli. L’abbiamo visto in occasione del Consiglio europeo del 22 e 23 giugno. Lo vediamo con questa imitazione grossolana e grottesca del “messaggio sullo stato dell’Unione” – ma in un contesto e con tradizioni politiche completamente diverse – del Presidente degli Stati Uniti.

Ritirarsi sull’Aventino?
Se queste scelte non hanno provocato la disapprovazione e le proteste che meritano, è perché l’opposizione è, al momento, in briciole. L’ex UMP, ribattezzato “I repubblicani” (LR), è spaccato a causa dell’adesione di alcuni dei suoi membri al potere di Emmanuel Macron. Ancora più profondamente, la sua linea, conservatrice ed europeista, è in grado di soddisfare solo quei “Repubblicani” che partecipano di questa ideologia letale. Il P “S” sta morendo, dissanguato da un’emorragia di macronismo. Quanto ai due partiti che potrebbero incarnare una vera opposizione, si dibattono in situazioni difficili. Il Fronte Nazionale continua a pagare lo scotto dell’episodio del “dibattito” (dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine le Pen NdVdE) tra i due turni elettorali e della sua mancanza di credibilità politica, mentre la France Insoumise oggi fatica a convincere i potenziali elettori di essere una forza capace di incarnare un’opposizione globale, vale a dire realmente sovranista.
In questo contesto, di fronte al susseguirsi di questi colpi di mano e al colpo di stato strisciante, solo pochi deputati, tra cui quelli del gruppo France Insoumise, hanno deciso di non partecipare alla riunione di Versailles. Hanno fatto la scelta giusta. Il popolo ha manifestato la sua insoddisfazione attraverso lo “sciopero” del voto alle elezioni parlamentari. Ora si prepara a una forma di ritiro dalle istituzioni che potrebbe scoppiare in modo forte ed eclatante al rientro di settembre. Fino ad allora, è meglio non partecipare al gioco perverso di Macron, e ricordare questo proverbio latino: “Coloro che Giove vuole perdere, per prima cosa li priva della ragione…”

giovedì 6 luglio 2017

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

Si moltiplica la pubblicistica sui "giovani", i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere "esistenziale" che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all'estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d'ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell'Inps, sulla povertà degli under 35. Nell'oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall'altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.
«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.
L'affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un "giovane italiano".
Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall'apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di "costruirsi un futuro", slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l'integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a "tutele crescenti" è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l'esito. Una lotta per l'integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all'estero, i più fortunati per lavorare nell'industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.
Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.
Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun'altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell'ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.
Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un'assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

mercoledì 5 luglio 2017

Un milione di bottiglie di plastica al minuto

E' questo il nostro consumo mondiale di bottigliette di acqua, Coca Cola, e tutto quello che beviamo-e-gettiamo.
Ogni giorno, in media, che sia estate, che sia inverno. I numeri sono in constante aumento e non se ne vede la fine, specie con l'avanzare della voglia di "moderno" in paesi in via di sviluppo e fra i nouveau riche, primi fra tutti in Cina.
Cosa vuol dire un milione al minuto?
Un miliardo e quattrocentoquaranta al giorno.
Mezzo trilione all'anno.
Per vederlo con tutti gli zeri sono
525,600,000,000.
Se le mettessimo tutte di fila sarebbero meta' della distanza dalla terra al sole.
Ogni tanto compaionio immagini di isole remote coperte dalla plastica, di uccelli con tappi nello stocamo, di delfini e balene e altre creature del mare soffocate dalla plastica.
Non va bene, e la colpa siamo tutti noi.
Ora uno dira' va bene, le recicliamo. E in effetti il PET delle bottigliette di plastica e' reciclabile. Si chiama polyethylene terephthalate, e non e difficile, in principio, trovare altri usi a bottigliette usate. Ma le percentuali di reciclaggio sono bassissime.
Nel 2016 meno della meta' delle bottigliette di plastica e' stata raccolta con lo scopo di essere reciclata, e alla fine solo il 7% e' finito veramente con l'essere trasformato in bottiglie nuove. Il resto e' finito in discarica, o peggio, in mare, o peggio ancora a pezzettini negli stomaci degli esseri marini.
Ogni anno, fra bottiglie di plastica e altra roba fra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono direttamente nelle pancie di uccelli, pesci e altri organismi del mare.
Come si puo' non pensare che presto la plastica non arrivera' anche nei nostri corpi?
Siamo un ciclo chiuso. Non e' che plastica e pesci e mare tutti assieme, e l'uomo no. Prima o poi succedera'.
E infatti alcuni ricercatori belgi dell'Universita' di Ghent hanno stimato che fra i consumatori di pesce, la media e' circa 11mila pezzettini di microplastica l'anno ingeriti. Spesso non ce ne accorgiamo perche' sono piccolissimi.
Allo stesso modo, uno studio dell'Universita' di Plymouth riporta che di tutti i pesci catturati nel Regno Unito, un terzo hanno plastica in corpo, e questo include merluzzi, sgombri e altri pesci del mare del Nord. Sono pesci destinati al consumo umano.
Ancora, nel 2016, la European Food Safety Authority che si occupa di dare linee guida per il consumo di pesce in Europa riporta che esistono i rischi del consumo di microplastica da parte dell'uomo a causa del pesce contaminato da pezzetti di plastica e consiglia vivamente che ci siano studi adeguati e sensibilizzazione fra le persone.
Ovviamente la plastica non si puo' in nessun modo mangiare.
Cosa fare? Le risposte sono semplici, e urgenti in questi mesi estivi, cioe' usarne di meno di bottiglie di plastica, riutilizzarle, essere sicuri di sapere dove vanno a finire, una volta che non si usano piu', e se si vede plastica in mare o in spiaggia non verognarsi a raccoglierla e a smaltirla correttamente. Magari mettere le tasse per il vuoto a rendere, come fanno gia' in alcune parti del mondo.
Si stima che il consumo di plastica raddoppiera' in 20 anni.
Gli sforzi per il riciclo e il riuso non sono in nessun modo adeguati su questo pianeta.
Le prime bottigliette di plastica sono comparse sulla scena mondiale ngli anni 1940. Quelle che sono finite in mare da allora, sono ancora pressoche' intatte. E cosi pure tutte quelle successive.
La plastica e' cosi dappertutto nei nostri mari. A parte le enormi isole di monnezza nel Pacifico, i Great Garbage Patch, cumuli di plastica arrivati in Artico, alle Maldive, e in isole disabitate e remote.
Di chi e' la colpa?
Beh, il principale tipo di plastica che finisce in mare e' proprio la bottiglietta di plastica per l'acqua. Dalla Cina ne arrivano sempre di piu: un quarto delle bottiglie consumate sul pianeta arriva da li.
Basti solo dire che nel 2015 sono stati usati 68 miliardi di bottiglie in Cina. Nel 2016 siamo arrivati a 74. E questo perche fa chic, ma anche perche man mano che ci si sposta a vivere in zone sempre piu urbanizzate l'acqua di bottiglia e' percepita essere piu' sana dell'acqua di rubinetto, e forse lo e' realmente.
Grandi aumenti anche in India e in Indonesia.

martedì 4 luglio 2017

XI vola a Mosca. Russia e Cina firmano accordi per 10 miliardi di dollari

Lunedì 3 luglio, il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per due giorni di incontri al vertice con il presidente russo Vladimir Putin. Il leader del Cremlino lo ha definito come "un evento di grande importanza nelle relazioni bilaterali".
Durante la visita di Xi, programmata per il 3 e 4 luglio, la Russia e la Cina firmeranno accordi per il valore complessivo di 10 miliardi di dollari, oltre ad una dozzina di accordi di cooperazione. Lo riporta TASS citando il viceministro degli esteri cinese Li Huilai.

Prima di arrivare a Mosca, Xi ha rilasciato un'intervista a TASS nella quale ha criticato il dispiegamento del sistema di difesa antimissilistica statunitense THAAD in Corea del Sud perché "minaccia l'equilibrio strategico nella regione e minaccia la sicurezza di tutti i paesi della zona, tra questi Russia e Cina".
Secondo Andréi Denísov, ambasciatore russo in Cina, Mosca e Pechino hanno deciso di allineare le loro posizioni sulle principali questioni di politiche internazionali. Questo ha permesso un riavvicinamento in ambito delle varie organizzazioni internazionali, in particolare l'ONU. "Diciamolo direttamente: il tutto ha un effetto canalizzatore sui nostri colleghi diplomatici nelle varie organizzazioni", ha sintetizzato. L'ambasciatore russo, in un'intervista a Rio Novosti, ha concluso dichiarando come "le relazioni russo-cinesi sono oggi un fattore di stabilizzazione".

lunedì 3 luglio 2017

Chi ruba il lavoro ai giovani

Gli economisti discutono se l’allungamento dell’età pensionabile riduca le nuove assunzioni. Ma il punto è se si sceglie come obiettivo la piena occupazione o si accetta un’organizzazione sociale che sconta che ci siano disoccupati
“E’ una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti”. Le parole del Papa hanno rilanciato un dibattito che impegna da tempo economisti, politici e sindacalisti. Gli anziani tolgono il lavoro ai giovani? Le due posizioni contrapposte, di chi ne è convinto e di chi lo nega, hanno ancora i loro militanti, specie tra gli economisti con indefettibili convinzioni ideologiche (come il direttore dell’Istituto Bruno Leoni , Alberto Mingardi), ma oggi sembrano tendere a un compromesso, come mostra nella sua ottima rassegna sull’argomento Nicola Salerno (economista che lavora all’ Ufficio parlamentare di bilancio ).
La posizione a cui il Papa ha dato voce non ha bisogno di spiegazioni. Ma cosa replicano i sostenitori dell’altra tesi? Affermano che il numero dei posti di lavoro non è limitato, e citano a loro sostegno ricerche fatte su lunghissimi periodi (35 anni quella citata da Salerno) che dimostrerebbero l’insussistenza dello “spiazzamento”. In più – aggiungono – mandare in pensione prima i padri significa addossare ai figli la spesa per il loro mantenimento, “perché è la popolazione attiva che paga per chi attivo non lo è più” (Mingardi).
La posizione intermedia emersa di recente si basa su due ricerche fatte dopo l’ultimo innalzamento dell’età pensionabile, quello della “riforma Fornero”. Entrambe concludono che lo spiazzamento c’è stato eccome: “un rinvio di cinque anni-lavoratore (ad esempio un lavoratore bloccato per cinque anni o due lavoratori bloccati per due anni e mezzo, etc.) implicano un giovane assunto in meno”. E dunque, anche se nel lunghissimo periodo non sembrano emergere effetti negativi, nel breve e in determinate condizioni dell’andamento dell’economia questi effetti si possono produrre, e in Italia è accaduto proprio questo. D’altronde, chi avesse seguito le rilevazioni dell’Istat negli ultimi anni ha ben potuto vedere che l’occupazione, quando aumenta, aumenta soprattutto nella classe di età oltre i 55 anni, mentre i dati sulla disoccupazione giovanile continuano ad essere catastrofici. (C’entrano naturalmente anche i fattori demografici, come mostra uno studio di Leonello Tronti e Andrea Spizzichino: ma questo può essere considerato un aspetto specifico del problema generale).
Tutte queste ricerche, però, hanno in comune un presupposto metodologico. Esaminano uno o più paesi, scelgono le variabili da osservare o da neutralizzare, applicano complesse formule matematiche e poi traggono le conclusioni. Del tutto fuori dal campo di ricerca resta la logica che ha generato quelle situazioni. L’organizzazione della società viene assunta come data, gli studi riguardano il modo in cui si muovono le variabili nell’ambito delle varie situazioni esistenti. Ma che succede se si agisce su una variabile dell’organizzazione sociale?
Obiezione scontata: gli economisti studiano quello che c’è, non quello che potrebbe esserci. Eggià. E’ proprio questo il vero problema. Perché una cosa è analizzare una situazione esistente con il proposito di farla funzionare nel miglior modo possibile; cosa del tutto diversa è individuare un obiettivo ed elaborare una strategia adatta a realizzarlo. Ci spostiamo nel campo della filosofia e della politica? No, nessuno “spostamento”: o si assumono esplicitamente degli obiettivi relativi all’organizzazione sociale, oppure si stanno semplicemente accettando quelli impliciti.
Facciamo un esempio. I due studi sugli effetti della Legge Fornero hanno indagato che cosa cambiava con quella decisione, mantenendo implicitamente ferme tutte le altre variabili di regolamentazione del lavoro e di gestione dell’economia. Hanno correttamente concluso che, nella situazione data, ci sono state quelle conseguenze. Ma quella situazione non era l’unica possibile, perché si sarebbero potute fare scelte di politica economica diverse. Per esempio, se insieme alla legge Fornero fosse stata approvata una norma per limitare a casi eccezionali gli straordinari e una che riducesse l’orario di lavoro, probabilmente staremmo raccontando una storia diversa. Ma questo non avrebbe aumentato i costi per le imprese proprio in un periodo di crisi? Sì, ma questa è l’obiezione che si fa da oltre due secoli ogni volta che c’è da prendere una decisione del genere. Non abbiamo notizie in proposito, ma saremmo pronti a scommettere che sia stata fatta anche in Inghilterra nel 1819, quando fu varato il Cotton Mills and Factories Act , che vietava l’assunzione di bambini sotto i nove anni e limitava la durata della giornata lavorativa per i ragazzi dai nove ai sedici anni a “sole” dodici ore.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma i lavoratori hanno sempre dovuto lottare per conquistare condizioni più favorevoli. “Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar”, cantavano le mondine quando, nel 1906, il deputato socialista Modesto Conoglio presentò la sua proposta di legge. Le otto ore furono approvate, e l’economia non crollò, così come continuò a prosperare anche dopo altri miglioramenti delle condizioni del lavoro. Il XX secolo è stato quello che nella storia ha visto – nei paesi occidentali – le più grandi conquiste dei lavoratori e la più forte espansione dell’economia. Poi però i capitalisti hanno ripreso la lotta di classe (parola del miliardario americano Warren Buffett) e, con la globalizzazione, hanno messo in concorrenza i lavoratori dei paesi avanzati con centinaia di milioni di altri lavoratori che, quanto a diritti e protezioni, erano all’anno zero. Il seguito lo conosciamo.
E dunque, la domanda giovani-anziani è mal posta. In un certo tipo di organizzazione sociale e di politica economica, che non si ponga come obiettivo la piena occupazione e anzi consideri opportuno un dato livello di disoccupazione – ossia, la situazione in cui siamo ora – far lavorare più a lungo gli anziani riduce le occasioni dei giovani, perché la scelta è quella di lasciar fuori qualcuno, e dunque se si tira la coperta da una parte si lascia scoperta l’altra. Se invece l’obiettivo principale è la piena occupazione il problema giovani-anziani ovviamente non si pone. Naturalmente si potrà affermare che quell’obiettivo è irraggiungibile a meno di non danneggiare l’economia. Avranno sicuramente detto la stessa cosa quando si opponevano a limitare a sole dodici ore il lavoro dei bambini.