martedì 13 giugno 2017

La lezione inglese: se i socialisti tornano a fare i socialisti

Tutte le elezioni degli anni della crisi sono state caratterizzate dai risultati catastrofici dei partiti socialisti, che in vari casi – ultimi due l’Olanda e la Francia – da formazioni che competevano per il governo si sono ridotti a gruppetti irrilevanti. Sono i risultati di lungo termine della loro mutazione genetica, iniziata con la truffaldina “Terza via” blairiana che li ha portati ad accogliere senza riserve l’ideologia neoliberista. In vari casi i loro elettori tradizionali ci hanno messo un po’ a capire che erano passati dall’altra parte e quindi in una prima fase hanno avuto successo, usufruendo di un patrimonio di adesioni consolidatosi storicamente e raccogliendone altre nuove dall’area moderata. Ma poi hanno cominciato a franare, perché non c’è tradizione che tenga quando si sceglie di rappresentare interessi opposti a quelli per tutelare i quali il partito era nato. Questa è stata anche la parabola del Labour, che dopo il grande e anche lungo successo di Blair ha cominciato a perdere sempre più terreno, avviandosi a seguire quella stessa sorte.
L’elezione a sorpresa di Jeremy Corbyn alla segreteria – grazie a primarie che hanno dato più peso alla base e meno ai notabili – ha rappresentato una rottura e un ritorno alla linea precedente. Non c’è stato osservatore o analista politico che non abbia Jeremy Corbynaccolto questa sterzata con commenti impregnati di uno scetticismo a volte ai limiti del dileggio: in questo modo, si è detto, il Labour si condanna a una sterile opposizione, senza alcuna speranza di tornare prima o poi al governo. I sondaggi sembravano confortare questa tesi, visto che fino a un paio di mesi fa accreditavano al Labour consensi intorno al 25%, con un abissale distacco di una ventina di punti rispetto ai rivali Tory. Poi Corbyn ha presentato il suo programma, subito bollato come “massimalista” e “populista”. In realtà, al di là di qualche esagerazione da campagna elettorale, era semplicemente un programma che rovesciava i paradigmi neoliberisti: basta all’austerità diretta a senso unico verso le classi più svantaggiate, basta riduzioni del welfare, ri-nazionalizzazione di servizi essenziali come poste e ferrovie (queste ultime oggetto di una privatizzazione particolarmente fallimentare).
Basta con l’università così costosa da escludere gran parte di coloro che non hanno possibilità economiche: e probabilmente proprio questa è stata la carta vincente nei confronti dei giovani, che sono andati a votare (mentre al referendum sulla Brexit si erano astenuti per due terzi) e hanno votato in maggioranza per Corbyn. Il risultato è stato che un partito che sembrava avviato verso la triste sorte degli altri confratelli ha ottenuto un successo a cui il numero di seggi non rende giustizia: il Labour è arrivato al 40%, testa a testa con il 42,5 dei Tory. Altro che che “così non vincerà mai più”: la linea Corbyn ha dimostrato di essere l’unica che possa sperare di contendere il potere ai conservatori. Una speranza tutt’altro che peregrina: quando le percentuali sono così vicine basta l’ulteriore spostamento di un numero abbastanza limitato di voti per rovesciare la maggioranza dei seggi conquistati. Frutto di un sistema elettorale che produce risultati paradossali: anche questa volta, per Carlo Clericettiesempio, l’irlandese Dup con lo 0,91% conquista 10 seggi, mentre il 7,36 dei Libdem ne vale appena 2 in più e il 3% dei nazionalisti scozzesi gliene assegna 35.
Insomma la lezione, per chi la vuol capire, è molto chiara: se i socialisti non fanno i socialisti prima o poi vanno incontro alla scomparsa. Ogni paese ha le sue dinamiche e le sue specificità: per alcuni quel “poi” è già arrivato, in altri casi – come quello dell’Italia – non ancora, ma è sulla buona strada. Ne dovrebbero tener conto, per esempio, i fuoriusciti dal Pd, le cui analisi sulla globalizzazione, sull’Europa e sull’economia non recidono ancora quel legame con la Terza via che ha distrutto o sta distruggendo la sinistra. Cosa che invece ha fatto, per esempio, il francese Jean-Luc Mélenchon, ottenendo alle recenti presidenziali un successo che – anche in quel caso – nessuno aveva previsto. Il mondo è cambiato, è vero. Ma ciò non significa che non possa cambiare di nuovo. Soprattutto, non sono cambiati i bisogni e gli interessi di chi da questi mutamenti è stato danneggiato e vede un futuro in cui la propria condizione potrà semmai solo peggiorare. Chi vuole rappresentarli dovrà prenderne atto fino in fondo.

lunedì 12 giugno 2017

Submelius malware che attacca Chrome. Ecco come si diffonde ed elimina

Si chiama Submelius il malware che attacca Chrome. L’ultimo individuato nella guerra informatica, combattuta tra utenti e “pirati”, è particolarmente pericoloso. La sua diffusione è globale, dall’America Latina all’Italia passando per la Spagna.
Submelius malware che attacca Chrome. Ecco come
Il malware è stato individuato dalla softerhouse polacca ESET, l’inventrice dell’antivirus ‘Nod32’. Il trojan entra nei pc degli utenti, spiegano i ricercatori, grazie alla streaming di film e video non legali. Quindi sono da escludersi quelli trasmessi dalla piattaforme legali come Amazone Prime Video e, naturalmente, Netflix. Il meccanismo è semplice. Quando ci si trova su un sito illegale per vedere un film o una partita di calcio, viene chiesto all’utente, che naviga con Chrome, di attivare un plug-in video. Accettando la richiesta l’utente si ritrova in un altro sito, il Chrome Web Store, dove scaricare le estensioni video. Peccato che con queste, il malcapitato, si porti dietro anche il trojan Submelius.
Trojan Submelius cosa fa e come disattivarlo
Il consenso a scaricare le estensioni video permettono di leggere e modificare i dati di navigazione. A questo punto si apriranno finestre pubblicitarie e partirà in automatico il malware e qualunque altro tipo di virus contenuto nei codici. La prima cosa da fare per correre ai ripari è rimuovere tutto quanto scaricato. Nella barra degli indirizzi è necessario digitare l’indirizzo ‘chrome://extensions’ e cancellare quanto scaricato aiutandosi anche con la data e l’ora per individuare i componenti infetti. Fatta questa operazione è necessario lanciare il proprio antivirus, meglio se aggiornato e supportato da un abbonamento.

venerdì 9 giugno 2017

LA FINANZIARIZZAZIONE CONTINUA ANCHE SOTTO L’ICONA DEL POLITICAMENTE SCORRETTO

La parodia del politicamente corretto, oggi vigente in Europa, ha posto alla gogna mediatica la scelta del nuovo buffone della Casa Bianca di defilarsi dall’accordo di Parigi sul clima. Quell’accordo era stato voluto proprio dall’icona del politicamente corretto, Barack Obama. Non è la prima volta nella storia che gli USA facciano di questi bidoni: nel 1919 il presidente Wilson impose agli altri Paesi vincitori della prima guerra mondiale la nascita della Società delle Nazioni (l’antenata dell’ONU), ma poi il Congresso USA non ratificò l’operato del suo presidente. È prassi normale nella politica internazionale americana l’imporre agli altri dei trattati a cui gli stessi USA poi non si sentono vincolati; e la loro messinscena democratica consente di questi voltafaccia senza rischiare di essere accusati di doppiogiochismo.
L’uscita degli USA dall’accordo peraltro cambia di poco le cose. Obama aveva disegnato l’accordo in funzione degli interessi delle multinazionali USA, le maggiori detentrici di brevetti nel campo delle tecnologie a presunto basso impatto ambientale; perciò, dato che le multinazionali sono in posizione di forza nei confronti di quasi tutti gli Stati, compresi molti Stati americani, i risvolti di business dell’accordo di Parigi rimarranno intatti.
La decisione di CialTrump si muove quindi sul piano del meramente simbolico. Il nuovo presidente USA ha impostato il suo piano di impatto mediatico proponendosi come icona del politicamente scorretto, in opposizione al suo predecessore. Questo sinora appare l’unico cambiamento della politica USA, dato che negli atti di CialTrump non si è configurata alcuna inversione di rotta nel rapporto tra finanza ed economia reale. Il nuovo “asse preferenziale” costituitosi tra USA e Arabia Saudita va appunto nel senso del perpetuare il dominio del movimento dei capitali.
I movimenti di capitali hanno sempre effetti destabilizzanti ed infatti l’Arabia Saudita, forte delle centinaia di miliardi appena elargiti agli USA, ha immediatamente avviato un brutale regolamento di conti con il suo principale concorrente sul mercato dei capitali, cioè il Qatar, accusato persino di “finanziare il terrorismo”. L’accusa è senz’altro fondatissima, ma che provenga proprio dall’Arabia Saudita costituisce un’ipocrisia degna del Sacro Occidente.
Anche per ciò che riguarda la politica interna, CialTrump non ha dato segni significativi di discontinuità col passato. L’attesa della drastica svalutazione del dollaro, che consentirebbe un rilancio delle esportazioni USA ed un ridimensionamento dell’invadenza commerciale della Germania e della Cina, è rimasta appunto un’attesa. In Italia molti “sovranisti” continuano a sperare in un’alleanza con gli USA in funzione antitedesca, ma, per il momento, sono solo speranze.
Il problema è che la “sovranità” è un’astrazione e ciò che conta è il rapporto di forza, che oggi è a favore delle lobby finanziarie. USA e Germania certamente si odiano, ma sottostanno alle stesse lobby. La stessa Italia, con il sistema industriale che ancora possiede, potrebbe uscire dall’euro anche domani mattina infischiandosene dei ricatti del Buffone di Francoforte, in arte Mario Draghi. Il problema è che l’Italia come soggetto politico non esiste e qui, come altrove, le scelte sono condizionate sempre dalle solite lobby finanziarie. La finanza non ha neppure bisogno di comandare, tramare o complottare, poiché si impone con la forza del senso comune, ormai radicato nella suggestione secondo cui la via maestra dello sviluppo economico consisterebbe nel dar torto ai poveri e nell’assistere i ricchi.
A proposito di assistenzialismo per ricchi, anche il taglio delle tasse alle imprese annunciato da CialTrump non avrebbe alcun effetto sul rilancio della produzione, perché notoriamente le imprese non investono nella produzione, bensì in prodotti finanziari, ciò che risparmiano sul fisco. C’è, anche in Italia, una forte campagna mediatica che tende a far credere all’opinione pubblica che il rilancio dell’economia sia legato al taglio delle tasse; ma in realtà un governo che volesse rilanciare davvero l’economia, invece di tagliare le tasse alle imprese, dovrebbe usare quei proventi fiscali per trasformarsi in committente di beni e servizi per quelle imprese. Così davvero le imprese sarebbero costrette ad investire ed assumere personale. Il punto è che le lobby finanziarie non hanno interesse a rilanciare l’economia reale ed i governi si adeguano al loro volere.
Il prezzo del petrolio intanto continua a cadere per il calo mondiale della produzione industriale. La questione della recrudescenza dell’aggressione imperialistica degli USA nei confronti del Venezuela non riguarda il petrolio in sé, che gli USA potrebbero comprare a prezzi stracciati. La vera questione oggi in ballo è quella della movimentazione dei capitali ottenuti dall’estrazione del petrolio venezuelano. Ha suscitato “scandalo” tra gli oppositori di Maduro la decisione di Goldman Sachs di acquistare obbligazioni dell’ente petrolifero venezuelano, più di due miliardi di bond pagati a circa un terzo del valore nominale. L’accusa a Goldman Sachs degli aspiranti golpisti venezuelani è quella di aiutare un “dittatore”, come se Maduro fosse stato eletto presidente con metodi più sordidi di qualsiasi altro capo di Stato o di governo. È chiaro che il mainstream ha le sue leggi inesorabili ed impone il suo conformismo, tanto che oggi anche a “sinistra” fa brutto non dire che Maduro è un dittatore.
È chiaro anche che mesi di destabilizzazione interna al Venezuela, causata proprio dalle ONG legate agli USA, hanno costretto l’ente nazionale del petrolio venezuelano a “internazionalizzare” i suoi profitti. Potrebbe essere un compromesso momentaneo, ma anche l’inizio di una resa totale del regime chavista al dominio della mobilità dei capitali; cosa che comunque non lo preserverebbe da un colpo di Stato camuffato da “rivoluzione colorata”.

giovedì 8 giugno 2017

Lavoreremo per portare la guerra in Iran". La minaccia saudita è oggi realtà

Noi non aspetteremo che la guerra arrivi in Arabia Saudita, lavoreremo per portare la battaglia in Iran." Sono le parole del secondo vice Primo Ministro e ministro della Difesa del regime saudita Mohammed bin Salman il 3 maggio scorso.
"Se i sauditi faranno qualcosa di stupido, non lasceremo nessuna zona senza attaccarla, tranne Mecca e Medina". Questa era stata la risposta del ministro della Difesa iraniano il giorno dopo.
Prima dell'attacco del fondamentalismo terrorista sunnita di oggi contro il Parlamento iraniano ci sono stati i miliardi di armi (tanti miliardi, un recordi di miliardi) promessi al regime saudita da Trump in visita ufficiale a Riad e l'embargo contro il Qatar, reo di avere una posizione dialogante con Teheran.
Il quadro è chiaro, gli elementi sono tutti a vostra disposizione. Basta solo unire i puntini...

mercoledì 7 giugno 2017

Siria. E’ iniziata la battaglia di Raqqa. Bombardamento Usa uccide 21 civili

Le forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba sostenuta da Washington, hanno dato notizia dell’ingresso dei loro combattenti a Raqqa. Subito dopo c’è stato un altro annuncio, questa volta da parte della stessa alleanza dominata dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg), che aveva fatto sapere di aver lanciato la “grande battaglia” per liberare Raqqa, ‘capitale’ nel Nord della Siria dello Stato Islamico. “Le nostre forze sono entrate nella città di Raqqa dal distretto orientale di Al-Meshleb”, ha detto all’agenzia France Presse il comandante delle Sdf Rojda Felat.
Migliaia di civili stanno fuggendo dalla città di fronte dell’avanzata delle Forze Democratiche Siriane per sottrarsi ai combattimenti ma soprattutto ai bombardamenti degli aerei Usa e della coalizione anti Daesh, che proprio ieri avevano causato 21 vittime tra i civili.“I civili stavano salendo su piccole imbarcazioni sulla riva Nord dell’Eufrate per fuggire dai quartieri meridionali di Raqqa”, ha detto Rami Abdel Rahman, riferendo anche di “diversi feriti in condizioni critiche”. Non tutti sono entusiasti dell’offensiva su Raqqa. Il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato infatti che Ankara reagirà immediatamente se l’offensiva lanciata dalle forze curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti rappresenterà una minaccia per la Turchia riporta il quotidiano turco Hurriyet.
Raqqa e l’omonima provincia si trovano in una posizione strategica. Qui si incoraciano infatti diverse arterie stradali a ridosso delle rive del grande fiume Eufrate. Raqqa si trova 160 chilometri a est dalla seconda città siriana, Aleppo, ma a soli 90 chilometri dal confine con la Turchia e a meno di 200 chilometri dal confine iracheno. La costruzione di una diga nei pressi della città di Tabqa, più a Ovest, ha permesso a Raqqa di acquistare un ruolo importante nell’economia del Paese con lo sviluppo del settore agricolo.
Raqqa è stata il primo capoluogo provinciale a cadere in mano dei ribelli anti Assad, tra cui gli jihadisti del Fronte al Nusra, affiliato ad al Qaida. All’inizio del 2014, però i miliziani di Al Nusra vennero cacciati dai “cugini” di Daesh che presero il pieno controllo della città.

lunedì 5 giugno 2017

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

All'inizio dell'anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell'istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei. È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.
«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l'anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l'anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.
Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015. A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire. I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.
Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti. Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all'ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull'import dei quali la Russia ha introdotto l'embargo perdendo così 10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti 49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all'embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell'esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.
Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell'economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti per sostenere l'embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese, qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.
Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA - 0,4%, Francia - 5,6%, Gran Bretagna - 4,1%.
La Germania dopo l'introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall'eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già "ieri". Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l'industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.
Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell'introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia" e spera che "il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.
Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.
La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell'Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell'istituto austriaco: "Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela".
Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell'abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l'anno 2017. "Zeit der Veränderung" - il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione. Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca. Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi "non possono produrre alcun cambiamento notevole all'economia né tanto meno modificare l'assetto generale”.
In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori - o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche

giovedì 1 giugno 2017

L’inesorabile agonia dell’energia nucleare

Dopo la vittoria del NO al referendum del 2011 sulla ripresa dei programmi di energia nucleare per la produzione di energia elettrica, l’attenzione verso questo problema in Italia è crollata. Sarebbe necessario mantenere l’attenzione sul progetto del deposito nazionale per i residui nucleari a media e bassa attività che fu lanciato con molto risalto nel 2015, e del quale poi si è perduta ogni traccia un anno fa quando era stata preannunciata la pubblicazione dell’individuazione dei siti idonei: il che indica l’oggettiva difficoltà che le autorità incontrano per la reazione che solleverebbe nelle popolazioni interessate, ma finirà per aggravare la situazione confermando la sfiducia popolare verso le autorità responsabili, di fronte a un’emergenza nucleare (ma chi se la ricorda?) dichiarata nel 2003 dall’allora governo Berlusconi! Intanto lo stato della ventina di depositi “provvisori” esistenti in Italia continua, comprensibilmente, a deteriorarsi e ad aggravare il rischio di incidenti. E i cittadini continuano a pagare (in larga parte inconsapevolmente) nella bolletta elettrica gli “oneri nucleari” (componente A2) per la dismissione del programmi nucleari decisa 30 anni fa!
Non consola, del resto, il fatto che in tutto il mondo questo problema sia ben lungi dall’essere risolto, poiché l’industria nucleare e i governi sono sempre stati impegnati a fare profitti nella costruzione di nuove centrali trascurando invece la gestione della “coda” del ciclo nucleare, che invece presenta costi e rischi tutt’altro che indifferenti.
Ma la fine dei programmi nucleari civili sembra profilarsi in modo sempre più minaccioso, malgrado il potente lavoro delle lobbies nucleari. I segnali dell’agonia dei programmi nucleari civili si accumulano.

La bancarotta dell’industria nucleare
Soprattutto dopo gli spaventosi incidenti nucleari di Fukushima del 2011 (a proposito, la situazione e l’emergenza rimangono drammatiche[1]) lo stato finanziario dei colossi dell’energia nucleare diventa sempre più disastroso[2].
Il 29 marzo scorso la Westinghouse ha presentato istanza di fallimento, per ristrutturarsi a causa dei costi dei quattro reattori AP-1000 che sta costruendo in Georgia e Carolina del Sud, i primi reattori ordinati negli USA dopo l’incidente di Harrisburg del 1979: i costi per ciascuno di questi reattori stanno eccedendo, anche per i ritardi che si accumulano, di 1-1,3 miliardi di $ quelli preventivati. La sua controparte giapponese Toshiba ha dichiarato di avere già perduto nel settore nucleare 6 miliardi di $, che potrebbero aumentare a 10.
Il gigante nucleare francese Areva ha registrato 665 milioni di Euro di perdita nel 2016, dopo avere perduto 2 miliardi nel 2015, e 4,8 miliardi nel 2014: lo scorso anno EDF è subentrata per metà ad Areva. L’ultimo progetto di EDF, il reattore noto col nome EPR, in costruzione a Flamanville è in ritardo di 6 anni, e il suo costo è triplicato, a più di 10 miliardi. Areva è detenuta per l’87% dallo Stato, e l’industria nucleare costituisce un asse portante dell’economia della Francia. Nel 2015 Areva incorse in un gravissimo scandalo per la falsificazione di documenti relativi ad anomalie nella composizione dell’acciaio dei vessel dei reattori che costruisce nell’acciaieria di Le Creusot.

Negli USA il nucleare non regge la competizione con le rinnovabili
Negli Stati Uniti il costo delle fonti rinnovabili sta diminuendo a vista d’occhio, e sta rendendo non redditizi un numero crescente di reattori nucleari[3] (si tenga presente che negli USA le compagnie elettriche sono private). Dopo il disastro di Fukushma esse hanno dovuto spendere milioni di dollari in più in sistemi di sicurezza per mantenere in funzione le centrali nucleari. Entergy ha già spento un reattore nucleare nel Vermont, e progetta di spegnerne altri quattro in perdita. Da tempo il governo ha fatto retromarcia sui prestiti all’industria nucleare[4].
La Germania dopo Fukushima ha deciso di chiudere i suoi 17 reattori nucleari entro il 2022: oggi la sua produzione elettrica è coperta per il 26% da eolico, solare e altre rinnovabili (sebbene il 44% continui ad essere prodotto con il carbone), e prevede di arrivare al 2025 con una produzione elettrica da rinnovabili del 40-45% sul totale della domanda.
In Svizzera nel referendum del 21 maggio scorso il 58,2% della popolazione ha votato per sostituire le 5 centrali nucleari del paese con fonti rinnovabili.
L’esperto francese di problemi nucleari Mycle Schneider ha dichiarato che l’energia nucleare “costituisce una bomba finanziaria ad orologeria, con gravi problemi di sicurezza”. Dal 1979, con l’incidente di Harrisburg, vi sono stati 6 incidenti nucleari gravissimi (contando a Fukushima tre reattori con fusione del nocciolo, più l’incidente, assolutamente nuovo e non meno grave, alla piscina di disattivazione del combustibile esaurito) in 48 anni, con una frequenza di un incidente grave ogni 8 anni.