martedì 6 dicembre 2016

Il paese scoppia? Ora se ne ‘accorgono’ anche Tv e giornali

Con un’affluenza massiccia e una percentuale schiacciante di “No”, «l’elettorato ha svelato l’esistenza nel nostro paese di un popolo della rivolta», quello che i media mainstream hanno accuratamente evitato di rappresentare. Un “popolo” che «ha bocciato la riforma della Costituzione, il presidente del Consiglio e l’establishment di governo». A votare contro Renzi, scrive Maurizio Molinari sulla “Stampa”, «sono state le famiglie del ceto medio disagiato, impoverito dalla crisi economica, senza speranze di prosperità e benessere per figli e nipoti», ma anche «i giovani senza lavoro, gli operai che si sentono minacciati dai migranti e gli stipendiati a cui le entrate non bastano più». È un “popolo della rivolta”, espressione dello stesso disagio che in Gran Bretagna ha prodotto la Brexit e negli Usa ha incoronato Trump. Caduta l’illusione-Renzi, ora bisogna «dare in fretta risposte chiare alle crisi all’origine della protesta del ceto medio», massacrato dal rigore imposto da Bruxelles e inasprito a partire dal governo Monti, che i giornali – compreso la “Stampa” – solo pochi anni fa accolsero come il salvatore del paese.
Contrordine, a quanto pare: anziché i tagli senza anestesia della riforma Fornero «serve un nuovo welfare per le famiglie in difficoltà», scrive oggi il direttore del quotidiano torinese, di fronte alla catastrofe dell’evidenza. Lo stesso Molinari utilizza Napolitanoancora il lessico renziano, dice che bisogna «far ripartire» l’Italia. Già, ma come? «Non basta un nuovo governo», concede il direttore della “Stampa”: «Bisogna rispettare il popolo della rivolta e rispondere alle sue istanze». Sulle stesse pagine, un osservatore come Mattia Feltri ammette che «ha vinto la gente, il mare di gente che non si fida più». Si tratta di gente «molto ben disposta verso l’inverosimile e diffidente verso il verosimile», secondo Feltri, «per intima ed esasperante convinzione che là fuori c’è qualcuno che lavora alla sua infelicità, perché manca il lavoro, perché si indeboliscono le garanzie, per invidia sociale, perché l’investimento in banca è andato storto, perché ci sono i poteri forti, perché c’è l’Europa, perché c’è una classe dirigente che in quanto tale campa sulla pelle delle periferie, fisiche o esistenziali». Comune denominatore, il «rifiuto feroce dell’establishment farabutto, una condizione che non riguarda soltanto l’Italia, come raccontano di recente la Brexit e Donald Trump».
Eppure non è piovuto dal nulla, lo tsunami, anche se i giornalisti oggi se ne meravigliano. Non una recensione, sui media mainstream, dell’esemplare saggio “Il più grande crimine”, in cui Paolo Barnard – giornalista maiuscolo – ricostruisce la genesi dell’inevitabile disastro euro-Ue. Silenzio anche su voci “eretiche” ma terribilmente profetiche come quelle dell’economista Nino Galloni, secondo cui, semplicemente, il sistema-euro equivale in modo matematico al declino italiano. Non un articolo, sui grandi giornali, neppure sul libro “Massoni” di Gioele Magaldi, dove alcune eminenze grigie della super-massoneria internazionale definiscono gli italiani «bambinoni deficienti», capace di accogliere col tappeto rosso «i tre commissari che gli abbiamo inviato, nell’ordine: Monti, Letta, Renzi». Fuori dal coro dei “chi l’avrebbe mai detto?”, si segnala “Il Giornale”, che indica in Giorgio Napolitano l’altro grande sconfitto del 4 dicembre: l’ex capo dello Stato, scrive Gian Maria De Francesco, «s’era abituato a trattare Palazzo Chigi come una propria dépendance, insediandovi l’uomo che ha Scalfarimesso in ginocchio il paese a suon di tasse, condannandolo a una recessione dalla quale ancor oggi fatica a tirarsi fuori nonostante la spesa in deficit di Renzi sotto forma di mance e mancette varie».
Per denigrare i 5 Stelle, alla vigilia del voto Napolitano s’era spinto oltre le colonne d’Ercole: «Non esiste politica senza professionalità come non esiste mondo senza élite», aveva detto. «Alla faccia della democrazia e della Costituzione», chiosa De Francesco. Ci si era messo anche l’anziano Eugenio Scalfari: prima della democrazia c’è l’oligarchia, perché il popolo non sa governarsi da solo. Parole nelle quali risuona l’eco della “sinarchia”, la forma di governo evocata a fine ‘800 dall’influente esoterista francese Alexandre Saint-Yves d’Alveydre, come ricorda Gianfranco Carpeoro nel suo saggio “Dalla massoneria al terrorismo”. Il potere quasi religioso dell’oligarchia “illuminata”: ieri, contro la marea montante del socialismo e dell’anarchismo. Oggi invece la rivolta (solo elettorale) corre via smartphone. Il “popolo” è esasperato? Se ne sono accorti persino loro, i giornalisti. Ben attenti, comunque – ancora – a non dare la parola a chi questa crisi l’aveva annunciata, con anni di anticipo, spiegandone le ragioni nei minimi dettagli. Un argomento su tutti: senza più sovranità, un paese crolla. Senza la disponibilità di una moneta pubblica crollano il bilancio, l’economia, l’occupazione. A crescere sono solo le tasse e il debito. Ma non è una notizia, è una legge (dell’economia). A proposito di leggi, l’Italia invece ha inserito nella propria Costituzione – così enfaticamente difesa il 4 dicembre – il pareggio di bilancio, cioè la morte clinica dello Stato come soggetto garante del benessere della comunità nazionale.

lunedì 5 dicembre 2016

GEREXIT? Quasi la metà dei tedeschi vuole un referendum sull'UE

Quasi la metà dei tedeschi vuole tenere un referendum sull'adeisone della Germania all'UE, ha rilevato un sondaggio che suggerisce quasi due terzi dei tedeschi è infelice e vuole cambiare il fatiscente blocco di Bruxelles.
Un sondaggio effettuato da TNS Infratest Politikforschung per conto della Fondazione Körber ha rilevato che il 42 per cento dei tedeschi crede ci dovrebbe essere un referendum sull'adesione all'UE e che il 62 per cento dei tedeschi pensa che l'UE sita "andando nella direzione sbagliata".
La stessa indagine ha rilevato che il 67 per cento vuole che il superstato burocratico modifichi la sua direzione politica e solo il 39 per cento dei tedeschi crede che l'adesione all'UE sia positiva.
Circa il 96 per cento dei tedeschi vuole che il blocco di Bruxelles diventi "più trasparente e più vicino alla gente".
Quasi la metà di tutti gli intervistati ritiene che la crisi dei rifugiati sia il più grande problema del paese e una soluzione può essere trovata solo con la collaborazione degli altri 27 Stati membri.
La crisi dei migranti, che ha afflitto l'UE negli ultimi mesi, ha portato il 70 per cento degli intervistati a dire che l'Unione europea dovrebbe proteggere i suoi confini esterni, con il 21 per cento che vuole che siano completamente chiusi.
Circa il 60 per cento degli intervistati ritiene inoltre che la Germania dovrebbe rafforzare il suo ruolo all'interno dell'Unione europea e promuovere i propri interessi all'interno del blocco, anche se in contraddizione con il punto di vista di altri membri.

venerdì 2 dicembre 2016

Riforma Madia, le prime lacrime di Renzi

Mentre tutta Europa aspetta il referendum del 4 dicembre e mezza Italia s’interroga sul verdetto della Corte Costituzionale in merito all’Italicum, la Consulta spiazza tutti e boccia la riforma della pubblica amministrazione. Una sberla inattesa per il governo, che pochi giorni prima aveva varato cinque decreti attuativi proprio della legge Madia. Provvedimenti che ora andranno riscritti, visto che i giudici costituzionali hanno ritenuto illegittima la legge delega che sta a monte.
In particolare, la riforma della PA contraddice la Carta nel punto in cui stabilisce che per gli atti di riordino del settore pubblico (compresi i licenziamenti) il Governo non è tenuto a trovare un’intesa con la Conferenza Stato-Regioni: basta che ne ascolti il parere. Un’impostazione contro cui si è scagliato il Veneto, che ha fatto ricorso perché non accettava di non poter più nominare i direttori generali delle aziende ospedaliere regionali, i quali dopo la riforma sarebbero stati imposti da una commissione di nomina governativa.
La reazione del premier Matteo Renzi è sembrata mossa da furia impulsiva: “Noi avevamo fatto un decreto per rendere licenziabile il dirigente che non si comporta bene - ha detto - e la Consulta ha detto che siccome non c’è intesa con le Regioni, avevamo chiesto un parere, la norma è illegittima. E poi mi dicono che non devo cambiare le regole del Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente”.
Al di là della solita arroganza, non è chiaro se stavolta Renzi sia arrivato a insultare addirittura la Corte Costituzionale, a cui logicamente dovrebbe essere riferito quel poco onorevole epiteto di “burocrazia opprimente”. Sono parole di un leader sull’orlo di una crisi di nervi, ma stavolta è comprensibile. Il Premier sa benissimo che questo pronunciamento della Consulta avrà un peso sull’esito del referendum della prossima settimana.
In effetti, a qualsiasi elettore può sorgere un dubbio assai banale, ma non per questo sbagliato. Ovvero: perché mai dovremmo consentire a questo governo di riformare 47 articoli della Costituzione, visto che non è stato in grado nemmeno di riformare la PA senza violare la Carta? La risposta è altrettanto banale, ma non per questo meno giusta: non dovremmo.
E non dovremmo soprattutto perché lo stesso destino della riforma Madia ci dimostra quale sia la reale concezione del potere ai tempi del renzismo. Per l’attuale Premier la parola “concertazione” è una bestemmia, a qualsiasi livello, mentre la “sussidiarietà” di cui parlavano i padri costituenti si è una parola uscita da vocabolario. Il bullismo istituzionale del Presidente del Consiglio si fonda su un presupposto semplice: l’efficienza è inversamente proporzionale al numero di persone che esercitano il potere. In altri termini, l’obiettivo principale di Renzi è il rafforzamento dell’esecutivo a danno degli altri poteri e delle altre istituzioni.
Di qui il Governo che decide senza ascoltare le Regioni, la Camera che legifera senza bisogno del Senato, il partito vincitore delle elezioni che incassa il 54% dei seggi anche se rappresenta il 30% (o meno) degli elettori, il capo del partito che stabilisce le liste elettorali determinando chi sarà eletto deputato. Fa tutto parte dello stesso pacchetto, che s’inserisce nella logica post-berlusconiana dello Stato come azienda e del governo come Consiglio d’amministrazione. Un’ottica in cui gli statali vengono licenziati come fossero stati assunti tramite colloquio in una struttura privata anziché al termine di un concorso pubblico.
Vogliono convincerci che questo modo di pensare sia la sola medicina possibile, l’unica via per ammodernare il Paese e farlo ripartire. La Corte Costituzionale ha detto di no e c’è da sperare che il 4 dicembre l’Italia faccia altrettanto.

giovedì 1 dicembre 2016

Referendum 4 dicembre, caos totale tra irregolarità sul voto dall'estero e pressione sulle banche

Non se ne parla più molto, ma il voto estero, oggetto di una particolare "attenzione" da parte del governo, continua ad essere monitorato dal Comitato per il No, in considerazione del rilevante fenomeno di falsificazione delle schede emerso in modo preoccupante negli anni passati (si ricordano, ad esempio, le decine di migliaia di schede false pervenute nelle elezioni politiche del 2008).
Per questo, il Comitato per il No ha scritto al ministero degli Esteri chiedendo il massimo controllo sulle schede in arrivo onde accertarsi che siano autentiche. Il Comitato si riserva di agire attraverso i rappresentanti di lista nel controllo accurato delle schede, ma chiede in modo esplicito l'impegno dei Consolati anche fornendo, entro venerdì prossimo, i dati sul numero di schede stampate, di quelle inviate, di quelle smarrite, di quelle tornate al mittente eccetera. Il Comitato chiede anche, tra l'altro, per ogni consolato una certificazione di avvenuta distruzione di tutte le schede non utilizzate o ritornate al mittente.
Ma il fatto più grave contestato (e documentato) nella lettera al ministro Gentiloni rimane quello di elettori (Flavio Briatore, Laura Serra, Mauro Prini) che hanno fotografato e postato su internet la propria scheda, un comportamento che fa venir meno la segretezza del voto e può configurare il reato di voto di scambio. Per questo, il Comitato chiede al ministero degli Esteri di dare disposizioni affinché questi voti siano annullati, non fosse che per un fatto simbolico che sconsigli simili comportamenti in futuro e di segnalare tutti i casi simili alle competenti autorità; o almeno si chiede che i consolati segnalino i plichi interessati in modo che all'apertura dei seggi a Castelnuovo di Porto si possa procedere alla sottrazione del voto contestato.
Il Comitato, comunque, si riserva di portare all'attenzione della magistratura tutti i casi di irregolarità e in particolare di violazione della segretezza del voto, che, se si diffondesse in futuro, sarebbe causa di gravi violazioni delle regole nell'esercizio della democrazia.
Per quanto riguarda le lettere agli italiani all'estero, di cui parla oggi il Fatto quotidiano, Renzi ha buon gioco nel dire che l'ha mandate il Pd e il Comitato per il Sì, "e non il Governo". Insomma, un teatrino. Anche perché come qualcuno ricorderà gli indirizzi non erano disponibili. Chi gliel'ha dati a "questi signori"?
Ma c'è all'ordine del giorno anche il capitolo, meno formale dal punto di vista delle regole ma ugualmente importante dal punto di vista politico generale, e del peso specifico che può avere nell'orientamento degli elettori, della campagna di stampa sul nesso, assolutamente inesistente tra esito del voto e presunto fallimento delle banche.
"Vale forse la pena ricordare anzitutto - spiega il vice-presidente del Comitato per il No, Alfiero Grandi - che la direttiva europea sul bail in (salvataggi delle banche) è stata recepita dal parlamento a tempo di record in appena 13 giorni e a bicameralismo paritario vigente. Coloro che hanno approvato questa normativa si sono chiesti se era attuabile in Italia? La Germania ha preteso e ottenuto di tenere le Casse locali, una forza nell'economia del paese, sostanzialmente fuori dalle regole europee; l'Italia invece ha approvato senza fiatare e senza riflettere adeguatamente sulle proprie diversità".
"Il Governo se n'è accorto? - continua Grandi - Francamente non sembra visto che ad ogni piè sospinto continua a dire che ogni intervento è bloccato dalle norme europee, il che non è neppure vero perché un intervento pubblico di salvataggio non è affatto vietato, deve solo avvenire con regole concordate. E certo è difficile che possa farlo un Presidente del Consiglio che ha consigliato a più riprese di acquistare bond bancari che sono regolarmente precipitati in borsa».
"Il governo - aggiunge Grandi - ha sbagliato gravemente sia con la legge di trasformazione delle popolari in Spa, facendo un regalo a chi brama di conquistarne il controllo, sia con le modalità del commissariamento delle 4 banche in difficoltà (Banca Etruria in testa): fissando per legge il livello delle percentuali di sofferenza ha creato un potenziale affare per finanziarie speculative, come Algebris, e un effetto domino su altre banche che hanno sofferenze nel campo dell'esigibilità. Il governo quindi ha agito come un dilettante allo sbaraglio, ha messo sull'avviso la speculazione sulle banche e rinviando tutto a dopo il referendum ha creato ad arte l'impressione che dal suo esito dipenda il futuro delle banche, il che è una vera balla".
Il ragionamento non sembra così peregrino. E non lo è se appena appena si osserva che c'è un "attore economico" fortemente interessato al fatto che quantità considerevoli di capitali si spostino nella sua direzione togliendosi dai titoli italiani di banche e Governo. E questok attore economico si chiama Germania.

mercoledì 30 novembre 2016

Appello dei Giuristi Democratici per il NO al Referendum costituzionale

«In gioco non c'é un maggior efficientismo dello Stato, né la battaglia politica tra centrosinistra renziano e centrodestra, ma l’assetto istituzionale della nostra Repubblica e il rispetto di quella corretta ripartizione dei poteri dello Stato che hanno consentito sino ad ora lo svolgimento di una civile convivenza, pur tra posizioni politiche ed ideologiche divergenti». Rifondazione,online 28 novembre 2016 (c.m.c.)
La Costituzione italiana è legge sovraordinata alla legge ordinaria.
La Costituzione è destinata a regolare i rapporti di civile convivenza tra i cittadini e per tale ragione è destinata a durare nel tempo.
La Costituzione contiene norme di carattere generale, cioè riferentisi ad ogni tipo di cittadini, di carattere astratto, cioè a prescindere dalle singole situazioni.
La Costituzione deve essere comprensibile per tutti i cittadini e pertanto deve essere scritta in maniera chiara e sintetica.
La Costituzione italiana è costituzione rigida quanto ai suoi principi, ma non immutabile; può essere modificata nel tempo, ma sempre al fine di realizzare e rispettare i principi fondamentali stabiliti nella prima parte della Costituzione stessa.
La Costituzione può essere modificata nei modi e nei termini previsti dall’art. 138 e le modifiche devono ricercare la più ampia convergenza di opinioni tra le forze politiche.
La Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza. La riforma della Costituzione dovrebbe fiorire da un dibattito collettivo, ad impulso esclusivo del Parlamento, senza intromissione alcuna del Governo.
Queste sono le caratteristiche di una Costituzione e questi sono i criteri per modificarla.
Ed invece:
La nuova formulazione della Costituzione è stata approvata alla Camera dalla sola maggioranza, con 360 voti su 630 deputati: alla Costituente il testo fu approvato da 458 parlamentari con soli 62 voti contrari.
Il linguaggio usato è prolisso, controverso, ai limiti della incomprensibilità.
Non è vero che sia stato soppresso il bicameralismo perfetto; semplicemente, esso è stato trasformato in un bicameralismo confuso, perché la permanenza del Senato e i nuovi percorsi di formazione delle leggi, nonostante le minori competenze dello stesso Senato, renderanno confuso e ugualmente complesso il percorso di approvazione di una legge, con il rischio di una moltiplicazione dei ricorsi alla Corte Costituzionale per conflitti tra le due Camere.
Non è vero che il bicameralismo perfetto abbia prodotto tempi di approvazione delle leggi superiori alla media dei paesi democratici europei, così come non è vero che sia così diffuso il fenomeno della cosiddetta “navetta” delle leggi tra le due Camere, fenomeno che, in realtà, risulta limitato al 3% delle leggi varate.
La scelta di non far eleggere i senatori dai cittadini incrina il concetto di rappresentatività dei cittadini stessi, sostituendolo con una nomina di natura politica, che nasce all’interno dei gruppi dei Consigli regionali.
La nuova norma costituzionale rischia di escludere la rappresentanza delle Regioni a Statuto Speciale che prevedono l’incompatibilità tra il ruolo di consigliere regionale e quello di senatore, obbligando, pertanto, l’eletto in Senato a rassegnare le sue dimissioni dal Consiglio Regionale e restando, così, privo di qualsiasi compenso per la sua attività.
Non è vero che le modifiche alla seconda parte della Costituzione, relativa all’organizzazione della Repubblica, non abbiano incidenza sulla prima parte, che stabilisce i principi fondanti dello Stato e della convivenza civile.
La nuova Costituzione introduce una progressiva sopravalutazione del potere esecutivo nei confronti di quello legislativo, istituendo una sorta di democrazia esecutiva.
La nuova Costituzione istituisce un ridimensionamento del ruolo della Camera anche in tema di ordine dei lavori, consentendo al Governo di imporre alla Camera di esaminare le leggi ritenute essenziali per il programma governativo entro 70 giorni: è un’umiliazione del ruolo del Parlamento mai visto dall’epoca fascista.
Non è vero che non esista uno stretto rapporto tra riforma costituzionale e legge elettorale: l’Italicum garantisce al partito vincitore delle elezioni al ballottaggio, magari anche solo con una percentuale del 25%, l’attribuzione del 55% dei seggi della Camera con la riduzione delle opposizioni ad un ruolo di mera, impotente tribuna: si pensi solo alla dichiarazione dello stato di guerra, deliberato dalla maggioranza, precostituita ed immodificabile, della sola Camera. Stante, dunque, la rilevanza della legge elettorale ai fini della valutazione dell’impatto della riforma costituzionale sugli assetti istituzionali, sarebbe stato assai utile che la Corte Costituzionale si pronunciasse sulla legittimità o meno di quella legge; incomprensibile appare il rinvio a data da destinarsi di quel giudizio.
La volontà della maggioranza di ridurre il ruolo delle opposizioni è emblematicamente rappresentato dall’introduzione all’art. 64 di uno Statuto delle Opposizioni, il cui regolamento sarà deciso dalla maggioranza, in salda mano del partito vincitore delle elezioni, della Camera.
Il quesito referendario appare formulato in maniera manipolatoria e tale, dunque, dall’invitare i cittadini all’approvazione della legge; in particolare, il riferimento alla riduzione dei costi della politica non rientra direttamente tra le modifiche costituzionali, ma ne potrebbe essere esclusivamente una indiretta conseguenza.
Queste sono solo alcune delle criticità della riforma costituzionale; in alcuni casi si tratta di questioni molto tecniche sulle quali, ovviamente, il cittadino medio non è in grado di esprimere un’opinione fondata su un’effettiva conoscenza del problema; fondamentale, comunque, è cercare di fare un’operazione quanto più completa possibile di informazione, ma ciò che soprattutto deve essere chiaro è che i cittadini devono essere ben consci dell’importanza della loro scelta ed ergersi a difensori di quel ruolo di unione del popolo italiano che la Carta Costituzionale ha pienamente rappresentato in questi 70 anni.
OCCORRE, DUNQUE, VOTARE NO NEL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE.
Come giuristi, da sempre impegnati nella difesa dei diritti dei cittadini, in particolare di quelli meno tutelati, sentiamo il dovere di dare il nostro contributo di informazione ai cittadini, nella convinzione profonda che in gioco non ci sia né un maggior efficientismo dello Stato, né la battaglia politica tra centrosinistra renziano e centrodestra, ma l’assetto istituzionale della nostra Repubblica e, dunque, in definitiva, il rispetto di quella corretta ripartizione dei poteri dello Stato che hanno consentito lo svolgimento di una civile convivenza, pur tra posizioni politiche ed ideologiche divergenti

martedì 29 novembre 2016

Referendum, la campagna del no punta su JP Morgan: loro hanno chiesto la riforma, ecco come

Mentre Matteo Renzi punta quasi tutta la sua campagna per il sì al referendum costituzionale sul messaggio dei tagli ai costi della politica e mentre si prepara a indire la consultazione in due giorni (oggi in consiglio dei ministri), anche i vari comitati per il no affilano le armi e scelgono il loro cavallo di battaglia. Un nome: J. P. Morgan, la società finanziaria ritenuta responsabile della crisi dei mutui subprime del 2008, secondo l’inchiesta della procura di New York. Ebbene i costituzionalisti del comitato No Triv, parte attiva anche nella campagna per il no al referendum di ottobre, hanno ripreso un documento di J. P. Morgan del giugno 2013 sull’area Euro (‘The Euro area adjustment: about halfway there’). E concludono: “Sono loro che chiedono le riforme, le stesse istituzioni finanziarie che hanno provocato la crisi del 2008. Non le chiedono gli italiani. E non è vero ciò che dice Renzi e cioè che ‘le facciamo per noi, non perché ce le chiede Berlino o Bruxelles…’”.
Il documento di J. P. Morgan in parte riprende le argomentazioni della lettera della Bce al governo Berlusconi nell’estate del 2011, sostiene la necessità di una unione bancaria e anche l’opportunità di creare ‘Eurobond’ per la zona euro. Pur ammettendo che: “Secondo noi, è improbabile che la Germania accetti gli eurobond senza cambi significativi nelle costituzioni politiche nei paesi periferici”. Una discussione molto attuale se si pensa al ‘migration compact’, la proposta italiana sull’immigrazione che prevede eurobond per l’Africa.
Ma il passaggio sul quale i referendari per il no si soffermano è il seguente:
“I sistemi politici nelle periferie sono nati dopo le dittature e sono stati definiti con l’esperienza delle dittature. Le Costituzioni mostrano una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra hanno guadagnato con la sconfitta del fascismo. I sistemi politici nelle periferie mostrano parecchie delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; stato centrale debole nei rapporti con le regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di consensi basati sul clientelismo; e contemplano il diritto alla protesta contro i cambiamenti allo status quo politico. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.
Quindi la conclusione:
“Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.
Dimostrare che sono le istituzioni finanziarie colpevoli della crisi di sei anni fa, ancora tutt’altro che risolta, sarà il cavallo di battaglia dei vari fronti per il no al referendum di ottobre, tanti e diversi ma con un unico obiettivo in questa battaglia contro Renzi.

lunedì 28 novembre 2016

Caccia alle streghe on-line: delirio neomaccartista, Internet e CIA

La disperazione dei media ufficialisti alle prese con le cinque fasi del dolore, continua a prosperare quanto meno alla base del quarto potere, mentre il Washington Post spaccia la sua storia su “notizie false, colpa dei russi”, quale causa della miserabile fine della candidata prediletta. Citando “due gruppi di ricercatori indipendenti” (sicuramente dal notevole contenzioso per querela per diffamazione) che avrebbero trovato “sempre più sofisticata propaganda della Russia… riecheggiata ed amplificata dai siti di destra su internet, avendo ritratto Clinton come una criminale“, il sito di proprietà di Jeff Bezos indica i siti web Drudge, Zerohedge, The Ron Paul Istitute ed innumerevoli altri siti tra gli “utili idioti” su cui i veri patrioti americani dovrebbero essere cauti. “Il modo in cui tale apparato di propaganda ha supportato Trump ammonta a un’enorme acquisto di media”, secondo un direttore esecutivo della PropOrNot, parlando sotto anonimato con il Post. “E’ stato come se la Russia avviasse un super comitato per la campagna elettorale di Trump“. Dopo le elezioni, notizie false e loro diffusione sui social media sono finite sotto i riflettori, e per i nostri ultimi pensieri su ciò si consulti il nostro “grazie” della notte scorsa. Il presidente Obama ha denunciato l’attenzione raccolta dalle informazioni false, la settimana scorsa, dicendo: “Se non siamo seri sui fatti, su ciò che è vero e ciò che non lo è… se non possiamo discriminare tra argomenti seri e propaganda, avremo problemi”.
E come The Hill riferisce, una sofisticata propaganda russa ha contribuito ad alimentare la diffusione di notizie false durante il ciclo elettorale. Secondo il Washington Post, “Due gruppi di ricercatori indipendenti hanno scoperto che la Russia ha impiegato migliaia di botnet, “troll”, siti web e account sui social media per diffondere falsi contenuti sul discorso politico on-line e amplificare i messaggi dei siti di destra. Vogliono erodere essenzialmente la fiducia nel o gli interessi del governo degli USA”, ha detto Clint Watts, un ricercatore del Foreign Policy Research Institute, co-autore di un rapporto sulla propaganda russa. “Questa era la loro modalità standard durante la guerra fredda. Il problema è che era difficile prima dei social media”. Il Washington Post afferma, senza ironia, che ora ci sono studi scientifici che dimostrano come i russi hanno influenzato l’elezione del 2016… L’alluvione di “notizie false” in questa stagione elettorale ha avuto il supporto della sofisticata propaganda russa che ha creato e diffuso online articoli fuorvianti con l’obiettivo di punire la democratica Hillary Clinton, aiutando il repubblicano Donald Trump e minando la fede nella democrazia statunitense, dicono i ricercatori indipendenti che monitoravano l’operazione. La sempre più sofisticata macchina della propaganda della Russia, tra cui migliaia di botnet, squadre di “troll” e reti di siti web e account sui social-media, riecheggiati ed amplificati dai siti di destra su Internet, ritraeva Clinton come una criminale dai potenzialmente fatali problemi di salute che si preparava a consegnare la nazione a una cricca di oscuri finanzieri globali. Lo sforzo ha anche cercato di aumentare le tensioni internazionali e promuovere la paura di imminenti ostilità con la Russia nucleare. Due gruppi di ricercatori indipendenti hanno scoperto che i russi sfruttavano piattaforme tecnologiche di fabbricazione statunitense per attaccare la democrazia degli Stati Uniti in un momento particolarmente vulnerabile, mentre un neo-candidato sfruttava le ampie lamentele contro la Casa Bianca. La sofisticazione delle tattiche russe complicherebbe gli sforzi di Facebook e Google nel reprimere le “notizie false”, come avevano promesso di fare dopo le ampie lamentele sul problema. La relazione PropOrNot, data al Post, identifica più di 200 siti che abitualmente sostenevano la propaganda russa presso almeno 15 milioni di statunitensi, scoprendo che le storie false diffuse su facebook sono state viste più di 213 milioni di volte. Si può essere sorpresi da alcuni siti nella lista (sembra anche satirici, siti su false notizie, oltre che propagandistici)…”
Quindi, in altre parole, chiunque non sia un drone liberale è solo un’agente russo? McCarthy sarebbe orgoglioso. Come gli “scienziati” spiegano, riferire fatti equivale ad essere un “utile idiota”. “Va notato che i nostri criteri sono comportamentali. Ciò significa che le caratteristiche con cui identifichiamo i siti di propaganda sono le motivazioni agnostiche. Per tale definizione, non importa se i siti elencati siano consapevolmente diretti e pagati da agenti dei servizi segreti russi, o se addirittura sapevano di riecheggiare la propaganda russa: se soddisfano tali criteri, minimo agivano da “utili idioti” dei servizi segreti russi in buona fede, e vanno ulteriormente esaminati”. Ciò ricorda l’impressione data dall’artista @SarcasmRobot sulla disperazione dei dirigenti e dei loro animaletti mediatici.
Chiunque non mi piaccia è un Hacker Russo. L'emozionante guida per bambini su come evitare le proprie responsabilità per i tuoi crimini.
Chiunque non mi piaccia è un Hacker Russo.
L’emozionante guida per bambini su come evitare le proprie responsabilità per i tuoi crimini.
Sulla definizione di “utili idioti”, Jim Quinn ha scoperto il seguente video di un ex-membro del KGB Jurij Bezmenov, che disertò nel Canuckistan nel 1970. In esso si descrive come i marxisti-leninisti programmarono la conquista dell’occidente dall’interno, senza sparare un colpo. Quanto pensate che il piano funzioni? Al minuto 7:20 G. Edward Griffin chiede a Jurij “Cosa facciamo?” (Per contrastare il cambio di amministrazione) rimanendo sorpresi dalla risposta:
Al momento dell’elezione e anche prima, molti sostenevano l’idea che Trump dovesse concentrarsi su come aggressivamente istruire le persone sui mali che ci circondano… sembra sia l’unico modo per raddrizzare la schiena contro la tirannia del quarto potere. Infine (e senza che ciò sia ilare), ecco come gli scienziati hanno descritto ZeroHedge. “ZH è una cinghia di trasmissione importante della diffusione delle storie dei propagandisti/guerrieri dell’informazione russi presso i consumatori di notizie occidentali. Succede spesso. È un esempio particolarmente eclatante ma la cinghia di trasmissione gira tutti i giorni. ZH è parte della guerra delle informazioni di Putin quanto RT. Se si osserva da vicino, è chiaro come il naso sulla vostra faccia”. Abbastanza chiaro, anzi. Questa farsa va letta (esortiamo lettori a leggerla per vedere cosa sia la disinformazione) come “analisi” da parte di un sito web che, si ricordi, è esso stesso anonimo, per poi concludere: “Zerohedge si qualifica come propaganda “grigia”, ingannando sistematicamente il pubblico a vantaggio di politici stranieri. Gli articoli di Zerohedge sono spesso ripubblicati da altri siti, ma appaiono su Zerohedge per primo; gli autori del sito modulano le storie, non solo vi reagiscono. L’analisi dei modelli di traffico web e dei link lo sostiene: Zerohedge ha un posto di rilievo nella rete di siti di notizie e propaganda pro-Russia. Noi di PropOrNot lo valutiamo: Cinque Ombre”.
Intenzionalmente o meno, queste sono sciocchezze da querela, e possiamo dire tranquillamente che non vi è propaganda “architettata” dai russi in questo sito, a meno che criticare il governo degli Stati Uniti vi equivalga, che già attraggono l’attenzione di gente come Glenn Greenwald e molti altri.
Mentre questo ultimo giro sulla cosiddetta “narrativa” sarà certamente controproducente, e accelererà la fine dei tentativi dei media tradizionali di mantenere credibilità e controllo delle menti degli statunitensi, dolorosamente perduto con le bugie nella campagna presidenziale, per non parlare dell'”occhio di bue” e delle entrate pubblicitarie, rimaniamo affascinati dalle accuse implacabili della cosiddetta “sinistra liberale” su Trump che scatenerà l’assalto della censura alla “stampa libera”, quando essa fa di tutto per sopprimere le voci dissidenti. Infine, possiamo concludere che è un bene che tale “potere” declini ogni giorno che passa.2elcsacIl Washington Post, il suo nuovo proprietario e la CIA
The Sleuth Journal, 25 dicembre 2013
jeff-bezos-cia-washington-postNorman Solomon, scrivendo su Counterpunch, l’ha chiarito: la realizzazione di Cloud online che verrà gestito dalla CIA, per la CIA, è stata assegnata, con un contratto da 600 milioni di dollari, all’Amazon Web Services. Jeff Bezos è il fondatore e CEO di Amazon che ora possiede il Washington Post. 600 milioni di dollari creano un grave conflitto di interessi, quando si tratta d’informare sulla CIA. Naturalmente, il Washington Post e altri media importanti sono già compromessi sulle questioni di sicurezza nazionale e comunità d’intelligence. Gli articoli vengono controllati da CIA, NSA e altre agenzie, prima di essere pubblicati. Ma questa è una ciliegina sulla torta. Una ciliegiona da 600 milioni di dollari. I giornalisti del Post saranno extra-cauti sulla CIA. Idem l’editore. Stampa indipendente? Da ridere. Il WaPo è noto da tempo come megafono che riprende ciò che la CIA propone. Così il nuovo proprietario ed i suoi legami con la CIA saranno solo “affari”. Secondo un articolo del 2012 del Seattle Times, chi conosce Bezos lo descrive libertario. La definizione del termine sarà mutata. Prendere 600 milioni di dollari per progettare i servizi on-line della CIA, un’agenzia clandestina il cui bilancio federale è un segreto, ed è nota per rovesciare i governi all’estero… Questo è un esempio di filosofia libertaria? Forse dovremmo tornare a leggere la Repubblica di Platone e Il Capitale di Marx. Potrebbero rivelarsi capolavori libertari.