mercoledì 18 maggio 2016

LA MAGGIORANZA DEI GIOVANI AMERICANI OGGI RIFIUTA IL CAPITALISMO

In ciò che appare come un rifiuto dei principi fondamentali dell’economia americana, un recente sondaggio mostra che la maggior parte dei giovani rifiuta il capitalismo.
Il sondaggio, condotto dall’Università di Harvard, è stato condotto sui giovani dai 18 ai 29 anni di età, e ha trovato che il 51 percento degli intervistati è contrario al capitalismo. Solo il 42 percento è a favore.
Non è tuttavia chiaro in che misura i giovani intervistati preferiscano un certo sistema alternativo. Solo il 33 percento dice di essere a favore del socialismo. Il sondaggio ha un margine di errore del 2,4 percento.
I risultati del sondaggio sono difficili da interpretare, hanno notato gli esperti. Il capitalismo può significare cose diverse per persone diverse, e la generazione dei più giovani, in generale, è certamente delusa dalla situazione attuale.
In altri termini, dire che la maggioranza dei giovani intervistati nel sondaggio dell’Università di Harvard non è favore del capitalismo significa dire che i giovani elettori di oggi sono più attenti ai difetti del libero mercato.
“La parola ‘capitalismo’ non significa più la stessa cosa di un tempo“, ha detto Zach Lustbader, dell’Università di Harvard e tra i ricercatori coinvolti nel sondaggio pubblicato questo lunedì. Per coloro che sono nati durante la Guerra Fredda, il capitalismo significava libertà dall’Unione Sovietica e da altri regimi totalitari. Per coloro che sono nati più recentemente, il capitalismo ha significato la crisi finanziaria, dalla quale l’economia globale non si è ancora completamente ripresa.
Un successivo sondaggio condotto su persone di tutte le età, ha trovato che anche gli americani più anziani sono in una certa misura scettici rispetto al capitalismo. Solamente tra gli intervistati con 50 anni o più si trova che la maggioranza è a favore del capitalismo.
Sebbene i risultati siano sorprendenti, i risultati del sondaggio dell’Università di Harvard sono in linea con altre ricerche recenti che mostrano ciò che gli americani pensano del capitalismo e del socialismo. Nel 2011, per esempio, il Pew Research Center già riportava che, in generale, i giovani tra i 18 e i 29 erano delusi e frustrati dal sistema del libero mercato.
In quel sondaggio, il 46 percento degli intervistati aveva un’idea positiva del capitalismo, ma il 47 percento aveva un’idea negativa — la domanda era posta in termini più ampi rispetto a quelli del sondaggio dell’Università di Harvard, nel quale si chiedeva invece esplicitamente se gli intervistati fossero a favore o meno del sistema. Riguardo il socialismo, il 49 percento dei giovani del sondaggio condotto dal Pew Research Center aveva un’idea positiva, e solo il 43 percento aveva un’idea negativa.
Lustbader, giovane di 22 anni, dice che l’incupirsi dell’idea del capitalismo si vede dal modo in cui i politici parlano dell’economia. Quando i Repubblicani — un tempo i paladini della libera impresa — usano la parola “capitalismo” oggi, di solito è per lamentarsi del capitalismo clientelare, dice Lustbader.
“Oggi non si sentono più le persone di destra difendere le loro politiche economiche usando quella parola“, ha aggiunto.
Resta da capire se gli atteggiamenti dei giovani verso il socialismo e il capitalismo implichino che essi stanno rifiutando il libero mercato per principio o se esprimano più semplicemente un’ampio senso di delusione verso un sistema economico nel quale i redditi delle famiglie sono in calo da 15 anni.
Sulla domanda specifica su quale sia il miglior modo di organizzare l’economia, per esempio, le idee dei giovani sembrano contrastanti. Solo il 27 percento crede che il governo debba svolgere un ruolo maggiore nella regolazione dell’economia, secondo quanto riportato dal sondaggio di Harvard, e solo il 30 percento ritiene che il governo debba intervenire maggiormente per ridurre le disuguaglianze di reddito. Inoltre, solo il 26 percento ritiene che la spesa pubblica sia un metodo efficace per aumentare la crescita economica.
Ad ogni modo, il 48 percento degli intervistati ritiene che “la copertura sanitaria di base deve essere un diritto garantito ad ogni cittadino“. Il 47 percento è d’accordo con l’affermazione che “le necessità fondamentali, come l’alimentazione e l’alloggio, sono un diritto che il governo dovrebbe garantire a chi non è in grado di pagarseli da solo“.
“I giovani stanno dicendo che ci sono problemi e contraddizioni nel capitalismo“, ha detto Frank Newport, caporedattore di Gallup, quando gli abbiamo chiesto di commentare i dati. “Di certo non ho idea di cosa gli passi per la testa“.
John Della Volpe, capo sondaggista ad Harvard, è andato personalmente a intervistare un piccolo gruppo di giovani per capire più a fondo la loro opinione verso il capitalismo. Gli hanno risposto che il capitalismo è ingiusto ed esclude le persone anche quando queste si impegnano e lavorano duramente.
“Non stanno rifiutando il concetto,” ha detto Della Volpe. “Ciò che rifiutano è il modo in cui il capitalismo viene oggi praticato, è questo che non vogliono“.

martedì 17 maggio 2016

Medio Oriente. Cent'anni di Sykes-Picot

Cento anni fa, oggi, la Gran Bretagna e la Francia tracciavano una linea attraverso il Medio Oriente che sarebbe diventata il confine tra Siria e Iraq, con un nodo alla fine di essa che sarebbe diventato Israele. Si può quasi respirare il senso di fiducia ventilata dietro al cosiddetto accordo Sykes-Picot dal verbale della riunione in cui è stata discussa l’idea:
“Che tipo di accordo ti piacerebbe avere con il francese?” Arthur Balfour, il ministro degli Esteri, chiese a Sir Mark Sykes, un colonnello brillante ma incostante, appena tornato da un tour della regione. “Vorrei tracciare una linea dalla ‘a’ di Acri fino all’ultima ‘k’ di Kirkuk”, rispose Sykes. Così il destino di milioni di persone è stato modellato dal modo in cui una stampante aveva organizzato alcuni nomi di località su una mappa.
Non è stato il primo incontro sfortunato che Sykes ha avuto con una mappa. Nel gennaio del 1915 scrisse una lettera fatidica a Winston Churchill invitandolo a prendere Costantinopoli (oggi Istanbul). Sykes sottolineava che se la Gran Bretagna e la Francia avessero preso la principale città dell’Impero Ottomano, questo sarebbe crollato, e l’influenza tedesca in Oriente sarebbe cessata. Non solo: sarebbe stato possibile invadere la Germania attraverso i Balcani.
“Entro giugno potreste combattere verso Vienna,” Sykes consigliò, “e potreste mettere il vostro coltello vicino agli organi vitali del mostro e, forse, potreste raggiungere la linea Mulhausen – Monaco – Vienna – Cracovia prima dell’inverno”. Vale la pena scorrere questa linea – Sykes era molto appassionato di linee – con il dito. Per arrivarci, la Gran Bretagna avrebbe dovuto sottomettere l’intera regione balcanica. Per cominciare, si sarebbero dovute sconfiggere le truppe ottomane in Turchia, in un luogo chiamato Gallipoli. “Non è così chimerica come può sembrare,” Sykes scrisse a Churchill. Quaranta mila soldati morirono cercando di dargli ragione, ma non ci riuscirono.
Quando lo Stato islamico ha fatto esplodere i posti di frontiera tra l’Iraq e la Siria nel 2014 ha dichiarato la “fine all’era Sykes-Picot”. Ma non c’è bisogno di essere un terrorista per opporsi alla mentalità imperiale che ha spinto all’accordo. Il disegno arbitrario dei confini a dispetto della geografia, dell’etnia e del senso comune è diventato il segno distintivo dell’imperialismo nel XIX e all’inizio del XX secolo.
Se, oggi, i curdi stanno cacciando l’Isis dal nord della Siria, con le donne comuniste a capo scoperto in prima linea, è – in parte – a seguito dell’eredità di Sykes. Nel 1915, Sykes assicurò al governo britannico che “a est del Tigri i curdi sono pro-arabi”. Il Kurdistan venne inglobato all’interno di una zona di controllo francese e, nel momento in cui l’ordine del dopoguerra veniva suggellato a Versailles nel 1919, i curdi erano diventati non-persone.
La famosa corsa in matita di Sykes attraverso il mondo arabo, in combinazione con il suo entusiastico sostegno della dichiarazione di Balfour del 1917 in favore di uno stato ebraico in Palestina, lo rendono uno dei pochi personaggi britannici ad aver esercitato un’influenza strategica nel ventesimo secolo. Influenza strategica nata dalla conoscenza di prima mano e dall’esperienza. Sykes era cresciuto nel mondo arabo. La sua garanzia al primo ministro Herbert Asquith che il “fuoco spirituale” del panarabismo si trovasse in Arabia Saudita, mentre il suo “potere organizzativo intellettuale” si trovasse in Siria, Palestina e Beirut era ben intuita.
Ma la sua “competenza” fa sorgere una domanda: come può una persona tanto ben informata sbagliare così? A leggere i documenti di Sykes oggi, si osserva la tragedia di un intelletto incatenato da manie di superiorità. Sykes ha lavorato sul presupposto, al centro di tutti gli imperialismi, che i popoli assoggettati si comportano solo in base alle loro “caratteristiche” etniche o nazionali, mentre le potenti nazioni bianche agiscono in base al libero arbitrio.
Paradossalmente, per qualcuno il cui nome è stato odiato da generazioni di arabi, Sykes idolatrava la cultura araba. In primo luogo perché credeva che non fosse rivoluzionaria, in contrasto con il nazionalismo di Turchia e India, dove il problema erano “un sacco di poveri che hanno ottenuto un po’ di educazione e maggiori ambizioni”. In secondo luogo, perché credeva che potesse comprendere entrambe le ali dell’Islam, oltre al cristianesimo, e tollerare gli ebrei.
L’unica caratteristica nazionale di cui Sykes e la sua generazione sembravano non accorgersi era la propria. L’imperialismo li aveva trasformati in stupidi ottusi che pensavano che, disegnando linee, avrebbero potuto controllare la storia. Quello che non sono riusciti a immaginare è che, in primo luogo, la Turchia avrebbe sviluppato una coscienza nazionale laica e moderna. Ciò significa che la loro scommessa a senso unico contro l’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale si è rivelata inutile. Il nazionalismo turco laico avrebbe modellato la regione così come il panarabismo nei 100 anni a venire.
In secondo luogo, anche se hanno capito bene l’Islam, Sykes e la sua generazione lo hanno considerato come del tutto secondario a etnia, lingua e tradizione politica.
In terzo luogo, non sono riusciti ad anticipare l’emergere dell’anti-imperialismo: nel momento in cui gli “uomini molto poveri” avessero avuto un’istruzione, e fossero stati inseriti nelle città e nelle fabbriche, sarebbero stati loro a costruire la storia e la classe degli ufficiali bianchi sarebbe stata a guardare.
In quarto luogo, non sono riusciti a immaginare che, un anno dopo Sykes-Picot, una rivoluzione operaia in Russia, diffondendosi al Caucaso, avrebbe liberato gran parte del mondo esotico e remoto di cui erano ossessionati: non solo dall’imperialismo, ma anche dal capitalismo.
Oggi, la lezione più facile da imparare da Sykes-Picot è: non disegnare linee arbitrarie su una mappa. Popoli e nazioni devono avere il diritto all’autodeterminazione. Questo è stato il principio che il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson aveva illustrato quando l’America era entrata in guerra, e che ha obbligato i governi britannico e francese a nascondere l’esistenza della mappa di Sykes a Washington.
La lezione più difficile da imparare è: mai fare affidamento su stereotipi nazionali; mai ridurre i conflitti del mondo solo all’etnia. Ci sono anche classe, sesso, religione, politica e storia: attributi che Sykes ha dato per scontati mentre cercava di prevedere come i sottogruppi del Medio Oriente avrebbe reagito alla politica britannica.
La lezione finale è: accettare la responsabilità. L’accordo Sykes-Picot è stato concepito nella stessa stanza in cui David Cameron si trova ora. Il passare del tempo non deve assolverci dall’impegnarci con le situazioni che abbiamo incasinato.

lunedì 16 maggio 2016

Lobby senza regole

Quarant’anni, oltre 50 proposte di legge (18 di questi nell’ultimo anno), nessun risultato. Questo il triste bilancio della normativa italiana per regolamentare i rapporti tra gruppi d’interesse e decisori politici. L’effetto è un immenso vuoto legislativo, complice anche l’assenza di una legge sul conflitto interessi, che, sostanzialmente, confina il lavoro del lobbista in un territorio semiclandestino. Non ci sono regole d’ingaggio, non ci sono “carte d’identità” dei portatori d’interesse. Così chi – legittimamente – vuole porre all’attenzione dei palazzi della politica alcuni argomenti, deve necessariamente fare leva su amicizie, rapporti personali e, in qualche caso, sotterfugi poco puliti.
L’ultimo tentativo di colmare questo vuoto è una proposta di legge che ha come primo firmatario l’ex parlamentare del Movimento 5 stelle, oggi gruppo Misto, Luis Orellana. Da due anni attende di arrivare in aula. “Ora è ferma alla Commissione affari istituzionali al Senato, sono stati depositate almeno 350 proposte di emendamento. Siamo in attesa che si passi alla fase di discussione, sempre in Commissione”, spiega a Radio Popolare Federico Anghelè, coordinatore di Riparte il futuro, la campagna anticorruzione promossa da Libera. Tra i dati significativi che avrebbe questa proposta di legge, nel caso di approvazione, è l’introduzione di un Registro dei lobbisti. “I riferimenti principali sono gli stessi di altre leggi sulle lobby approvate in altri Paesi – aggiunge Anghelè -. Sarebbe uno strumento fondamentale”.
I tempi per uscire dal pantano, però, sono ancora molto lunghi. Non c’è un orizzonte preciso. E le contrarietà che rallentano sono soprattutto da parte della politica, più che da quella dei lobbisti. Per loro infatti legge potrebbe essere il viatico per uscire dalla “clandestinità” e per sfidarsi tra loro ad armi pari. Altrimenti per le lobby più grandi sarà sempre più facile.
Al momento la proposta di legge è sproporzionata contro i lobbisti, secondo gli osservatori di Riparte il futuro. Infatti le pene più significative sono contro di loro: dai 20 mila fino ai 200 mila euro, più la cancellazione dal Registro. Per i politici? Nulla. Sarebbero sanzionati tutti gli incontri “fuori programma” in cui si finisce a parlare di affari. Ma a stabilire la liceità o meno di un incontro sarebbe un Comitato di Garanzia, formato da politici, che risponde solo al segretario generale della Presidenza del Consiglio. Il rischio, quindi, è che controllato e controllore coincidano.
Rispetto ad altre legislature, comunque si è fatto un enorme passo avanti. Il 26 aprile alla Camera la Giunta per il Regolamento della Camera dei Deputati ha introdotto un Regolamento sperimentale. Positivo certamente, ma non abbastanza. Le criticità sollevate da Riparte il futuro sono le stesse della proposta di legge. Servirebbe prima di tutto un organismo garante terzo (come potrebbe essere l‘ANAC di Raffaele Cantone); servirebbe una proporzionalità delle sanzioni anche sui politici; non prevede che i lobbisti presentino le voci di spesa per le loro attività.
La strada per la trasparenza è ancora complicata.

venerdì 13 maggio 2016

Fenomenologia di Maria Elena Boschi

A cinquantacinque anni dalla celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco, maturano i tempi per una Fenomenologia di Maria Elena Boschi. Magari in modo che non venga accolta come l’originale: come una sorta di pietra miliare dell’accusa di arroganza intellettuale contro il sapere comune. Del resto l’accusa di arroganza, oggetto contundente usato alla meglio nei confronti della critica, è l’ultima arma di chi vuol sottrarsi all’analisi dei propri comportamenti. Questa accusa è stata infatti rispolverata da Matteo Renzi, il mentore politico del ministro Boschi, nei confronti di tutto il sapere giuridico che ha messo a critica la sua riforma costituzionale low cost–low concept. Infatti, si sa, Renzi ama sfuggire ai giudizi articolati. L’epiteto di “parrucconi”, verso i giuscostituzionalisti, che tra l’altro credevamo scomparso dalla fine degli anni ’60, se può essere quindi usato da Renzi figuriamoci dalla ministro Boschi. Il punto è che la ministro Maria Elena, oltre a promuovere le “riforme”, si adatta già benissimo ad una delle considerazioni che Eco faceva sulla tv dei primi quiz e che torna comoda anche nella politica: siamo in una situzione in cui è l’annunciatrice la vera star piuttosto che la persona annunciata o lo spettacolo stesso. Ci si faccia, infatti, caso: grazie ad una comunicazione a reti unificate, che insiste sul primato della comunicazione di governo, lo spettacolo è Boschi che annuncia una polemica, un personaggio, un passaggio parlamentare. Non vi è mai un rapporto rovesciato.
Certo si dirà: il processo dove oggetto e contenuto scompaiono in tv, a favore del primato dell’annunciatrice è patriarcale, prepolitico e prefemminista prima, con Mike Bongiorno, e patriarcale, postpolitco e postfemminista poi con Berlusconi (un tempo socio di Mike Bongiorno, tra l’altro). Renzi e il suo casting semmai vengono dopo. Non è propriamente così. Nella Boschi, come in tutto il renzismo, scompaiono i tratti sovraordinari dei personaggi televisivi. Vince, come nella Fenomenologia di Mike Bongiorno, l’ordinario ed è quello che fa spettacolo. L’ordinario di una Italia graziosa, ordinata, sveglia e compita che la Boschi interpreta come annunciatrice, quindi personaggio tra i principali, del renzismo (malattia senile, e provinciale, del liberalismo ma qui si andrebbe lontani). Il confronto tra la Boschi e la Carfagna, sul ruolo di annuciatrice protagonista dello spettacolo del politico, è infatti pienamente della prima, mentre alla seconda tocca solo quello del modello tutto da sgrezzare. Alla sua nomina da ministro Mara Carfagna aveva tutto un passato da arrivista della politica il cui percorso, dalla lap-dance ai vertici di Forza Italia, ne impediva l’identificazione come beata angelica dei percorsi istituzionali. Identificazione invece pienamente riuscita con la Boschi la quale non è però beata angelica perché santa ma perché graziosa, ordinata, sveglia e compita. Un modello, prefemminista e da epoca Mike, che ha ancora efficacia comunicativa, presa popolare –presso l’elettorato anziano e chi giovane si rispecchia, oggi, in questa tipologia- che rende possibile il pieno funzionamento di Maria Elena Boschi nel personaggio (sovrano) dell’annunciatrice.
Maria Elena Boschi, come il Mike Bongiorno di Eco, accetta tutti i miti della società e tutte le convenzioni sociali. Rispetta tutti per poter parlare con una semplicità che non deve apparire banalità. Ma come un qualcosa che sta al di sopra delle parti, con serenità olimpica e sovrana. Ed è a quel punto che tutta la banalità del linguaggio della Boschi –sempre educato, rispettoso e civile- rivela la sua forza velenosa. Quella che le permette di emettere sentenze, cortesi quanto condensate al curaro, contro gli avversari politici. Cuperlo? Ha il diritto di fare quello che vuole (cortesia) ma sta votando come Casa Pound (curaro). Le riforme? Le abbiamo discusse tutti assieme (cortesia) e adesso chi è contrario blocca il paese (curaro). Il sindaco di Livorno? Ha il diritto di comportarsi come vuole (cortesia) ma se fosse stato un sindaco Pd i 5 stelle per lui avrebbero chiesto le dimissioni (curaro). Le nuove leggi sulle intercettazioni? Nessuno vuole bloccare la magistratura (cortesia) ma servono leggi migliori (curaro, del genere sottile). Si potrebbe proseguire fino all’infinito, o partire dal giorno della nomina della Boschi, o mettere in campo le categorie della retorica per analizzare meglio le modalità di argomentazione del ministro delle riforme. E’ forse però meglio ricordare che, in questo modo di argomentare, la Boschi è degna figlia di un bancario: svolge una serie di partite doppie (mettendo sempre in ogni precisa voce quanto dovuto) per saldare sempre positivamente il bilancio a proprio favore. Il saldo consiste nelle quote di veleno da distribuire agli avversari, spettacolarizzate dai media, che la esaltano nel ruolo di annunciatrice. Certo, per i risparmiatori di Banca Etruria non c’è stata nè cortesia nè curaro, solo indifferenza, solo la difesa del padre ma, si sa, anche le annunciatrici hanno una famiglia. E’ un tratto che completa la loro umanità tricolore e popolare.
Corradino Mineo, senatore fuoriuscito dal Pd, al momento di staccarsi dal partito disse, alludendo ai rapporti tra Boschi e Renzi nel consiglio dei ministri: “so quanto Renzi è subalterno a una donna bella e decisa”. Se questa fonte venisse confermata l’anima politica del renzismo reale si rivelerebbe per come é: una forma dello spettacolo la cui centralità è tutta schiacciata sull’annunciatrice. Per mettere in secondo piano le banalità che dice (e gli orrori di una società italiana alla paralisi). Del resto come per Mike il vero successo dei quiz è stato l’uso disinvolto e cortese delle banalità, per la Boschi questo genere di successo traghetta in politica. Con l’aggiunta di quelle dosi di veleno usate da chi sa che la politica spettacolo è solo un gioco di trame di corte compiuto con altri mezzi. Quelli della diretta.

giovedì 12 maggio 2016

Il referendum di ottobre è un passaggio cruciale

Ci serve ancora una Costituzione? Stando alla strategia del governo Renzi, alle affermazioni degli opinionisti di giornali come il Corriere della sera e la Repubblica, alla distrazione e al disinteresse di molti cittadini, parrebbe di no. Il messaggio non è tanto quello di “semplificare” l’architettura delle istituzioni, quanto quello di tagliarne buona parte, lasciando al governo tutto il potere. La mentalità dominante è plasmata dalla madre di tutte le semplificazioni, la più volgare: la società è mercato, la modernità è mercato, l’efficienza è mercato, il progresso è mercato. Il resto non serve. Perciò Costituzione, Parlamento, Corte Costituzionale, magistratura, Statuto dei lavoratori, sindacati, scuola e università (intese come istituzioni in senso educativo e non come batterie di polli per il mercato) sono residui del passato. Matteo Renzi si è dato l’incarico di “riformare” l’assetto della Repubblica secondo i criteri di tale mentalità veteroliberista all’italiana.
Il partito di cui è capo si presenta come alfiere delle “riforme”. Come ha fatto il Partito Democratico a scendere così in basso? Rinnegando le radici morali e culturali dei due partiti da cui è nato, valorizzando l’incompetenza, erigendo a verità le banalità di un’economia per sentito dire, lasciando spazio ai rampanti. Da questo punto di vista, se si considera la nazione italiana solo dal versante dei suoi difetti peggiori (opportunismo, qualunquismo, conformismo, poca confidenza con lo studio e la cultura, scarso senso delle regole, esangue coscienza etica) il Partito Democratico è già a pieno titolo il Partito della Nazione.
La strategia “riformatrice” del governo sta demolendo i fondamenti della democrazia. Così si prepara un futuro rispetto al quale persino la situazione della vita pubblica nell’Italia liberale precedente al fascismo ci sembrerà una condizione preferibile. La “riforma” del senato, nell’incrocio con quella elettorale, sancisce un processo di concentrazione del potere nelle mani di un solo partito, toglie la possibilità che le classi popolari e le idee più avanzate abbiano rappresentanza, riduce gli spazi democratici a partire dalle prerogative del Parlamento.
Se si contestualizza tale tendenza ricordando la crescente distanza da qualsiasi forma di partecipazione politica di gran parte della popolazione, emerge l’immagine di una piramide nel deserto. Il deserto è quello della democrazia polverizzata, la piramide è quella della concentrazione dei poteri. Al suo vertice, però, non c’è veramente il presidente del Consiglio, perché l’“editore di riferimento” -direbbe uno come Bruno Vespa- resta il potere finanziario internazionale, quello che decide cosa fare dell’Italia a seconda dei suoi interessi. Per salvarsi da questa rovina possiamo fare molto. Bisogna anzitutto riaffermare che sono indispensabili una Costituzione integra, un Parlamento vero, una Corte Costituzionale e una magistratura indipendente, lo Statuto dei lavoratori e un sindacato di tutela dei diritti, una scuola e una università al servizio delle nuove generazioni. In tale prospettiva il referendum di ottobre sulla “riforma” costituzionale è un passaggio cruciale. Non per dire che si ama o si odia Renzi, come egli stesso ha detto dando prova del consueto senso di centralità della propria persona, ma per scegliere di riprendere la via della democrazia. Quelli che desiderano un’economia umana, una società più giusta, un’Italia in cui i giovani possano restare e tutti possano vivere decentemente devono impegnarsi sin da subito per questo appuntamento. Bisogna uscire di casa e incontrarsi, internet serve ma non basta. Nelle piazze, nelle fabbriche, nelle università, nei consigli comunali e regionali si tratta di confrontarsi, di informare, di motivare, di prepararsi al referendum. E di prendere la parola per chiarire che la via intrapresa dal Partito della Nazione, detto “Democratico”, non ha niente a che vedere con la rinascita etica e civile ed economica del Paese.

mercoledì 11 maggio 2016

L'Italia "ripudia" la guerra ma guadagna su quelle degli altri

Di coerenza la politica italiana non ne vuole proprio sentir parlare, se poi la cosa riguarda la vendita di armi negli altri paesi, allora avanti tutta! I guadagni in questo settore sono talmente alti che si fa di tutto per evitare qualsiasi limite, anche quello imposto dalla legge 185 del 1990, che vieta la vendita l’esportazione e il transito di armamenti verso i Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia ripudia la guerra in casa, per il resto vale tutto, tanto che la vendita di armamenti a visto un aumento del 200% nel 2015, a fronte dei 2,6 miliardi di euro del 2014 si è arrivati ai 7,9 miliardi dello scorso anno.
La maggior parte delle aziende italiane coinvolte in questo tipo di mercato (Alenia Aermacchi, GE AVIO, Oto Melara, Piaggio Aero Industries e Industrie Bitossi oltre a ricavare profitto basandosi su vendite prodotte dalle guerre, sono di proprietà o partecipate dal Gruppo Finmeccanica. Il principale azionista è il Ministero dell’Economia e delle finanze, che grazie a più del 30% contro i residui 1/2 punti percentuali degli altri azionisti, di fatto determina l’andamento delle scelte economiche e politiche del Gruppo.
Il ricavato maggiore di queste aziende proviene dalla vendita di: l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica), la cantieristica navale ed i sistemi d’arma (missili, artiglierie).

Gli otto miliardi di euro provenienti dall’indotto guerrafondaio, coinvolge diversi stati: gli Emirati sono al comando della classifica con 304 milioni.
Invece verso l’Arabia Saudita il “made in Italy” autorizzato nel 2015 è salito a 257 milioni dai 163 milioni del 2014. Un aumento del 58% figlio in gran parte delle tonnellate di bombe aeree prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovas della Rwm Italia S.p.a. e spedite via aerea e navale da Cagliari tra molte le proteste e denunce – anche alla magistratura – di pacifisti e parlamentari. L’elenco parla 600 bombe Paveway da 500 libbre (per 8,1 milioni di euro), 564 bombe Mk82 da 500 e 2000 libre (3,6 milioni), 50 bombe Blu109 da 2000 libre (3,6 milioni) e cento chili di esplosivo da carica Pbxn-109 (50mila euro).
A questo si aggiunge il forte incremento del valore delle esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita che rientrano tra i programmi intergovernativi di cooperazione militare, saliti nel 2015 a 212 milioni dai 172 milioni del 2014. Il principale programma riguarda i cacciabombardieri Eurofighter ( iniziata alcuni anni fa) usati ogni giorno dalla Royal Saudi Air Force nei suoi raid in Yemen.
Segue il Bahrein con una curva crescente da 24 a 54 milioni e subito dopo il Qatar che è passato da 1,6 a 35 milioni, mentre il Kuwait si è aggiudicato 28 cacciabombardieri prodotti direttamente da Finmeccanica.
Lunga è la lista dei clienti internazionali. Uno dei clienti più importanti entrato a far parte degli acquirenti è l’Iraq, che avanza ben 14 milioni di euro per l’acquisto di armi leggere e munizioni firmate Beretta. La Russia accredita armi per un valore di 25 milioni di euro solo nel 2015, che nonostante il continuo embargo post-Ucraina riceve blindati lince dalla Fiat-Iveco. Il Pakistan che solo nel 2014 investiva 16 milioni è arrivato a bruciare 120 milioni all’anno. Anche gli egiziani ringraziano l’Italia e a quest’economia di morte per avergli fornito armi per il valore di 37 milioni di euro.
Ultima ma non meno importante è l’India che solo nel 2015 ha dichiarato un acquisto per 85 milioni di euro utilizzati soprattutto per reprimere la ribellione contadina naxalita.
La Turchia merita un’attenzione maggiore poiché l’investimento di 129 milioni di euro nel 2015, sta di fatto determinando la continua persecuzione del popolo curdo poiché esso viene costantemente bombardato dagli stessi elicotteri T129 costruiti su licenza Finmeccanica.
Si evince infatti un forte conflitto di interessi politici ed economici intrinsechi a questa terribile vicenda. Da un lato l’Europa “sostiene” di intervenire a solo scopo di mediazione del conflitto portando però solo ulteriore guerra e morte, dall’altro l’Italia contribuisce allo sviluppo del conflitto armando la Turchia.
Gli intermediari finanziari che intervengono per tali acquisizioni sono le banche e per quanto le più influenti rimangano per il momento quelle straniere quali Crédit Agricole e Deutsche Bank, l’affermazione di quelle italiane è importante. Intesa Sanpaolo (dal 2 al 7,4%), Unicredit (dal 9 al 12%). A seguire con percentuali inferiori Bnl, Ubi ed un ampio numero di popolari tra cui l’Etruria, addirittura le Poste Italiane. Degna di menzione la Banca Ubae, controllata dalla Libyan Foreign Bank (specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia) dove tra gli azionisti figurano Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi ed Eni. Un esempio questo di una trasversalità di interessi, dalle armi al petrolio.
Le decisioni prese dal Governo Renzi sono tutt’altro che di pace e di risoluzione dei conflitti, nonostante vengano spesso sbandierati sia da lui che dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quest’ultimo nel ruolo di Ministro della Difesa aveva duramente denunciato lo svuotamento della legge 185/1990, durante il mandato del ’99 dell’allora governo Dalema-Amato, proprio in merito a questo tipo di accordi intergovernativi stipulati nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma che permettono di raggirare la legge. Consentendo così il continuo bombardamento da parte del regime saudita ai danni dello Yemen: ospedali, scuole e città (tremila vittime di cui un quarto di bambini).

In conclusione la solita immagine del Bel Paese democratico che ripudia la guerra, ma sempre e solo all’interno dei propri territori, perché all’estero invece tutto pare essere lecito: questo è Renzi, questa la parte che gioca insieme al suo entourage.

martedì 10 maggio 2016

Il giorno dimenticato della vittoria

Proprio in questa giornata, 71 anni fa, la Germania nazista firmava ufficialmente la resa con l’Unione sovietica ed è in ricordo della vittoria nella grande guerra patriottica che si svolge la tradizionale nella piazza rossa. Sono passati molti anni, non abbastanza da erodere il ricordo e l’entusiasmo in Russia, quanto basta per aver deformato la memoria degli eventi in Occidente con la sostanziale espulsione dell’Urss da novero dei vincitori del nazismo, sufficienti per non limitarsi alle celebrazioni e cominciare a vedere le cose col senno e l’esperienza di poi.
In realtà la data del 9 maggio è piuttosto stravagante se si pensa che il 30 aprile era morto Hitler, il 2 Berlino era completamente caduta e non esistevano più truppe sufficienti per ritardare in modo significativo l’avanzata dei russi, il 5 il governo provvisorio dell’ammiraglio Doenitz aveva decretato la fine della guerra sottomarina. Ed è in questi giorni che si assiste a un progressivo balletto di rese proprio sul fronte occidentale dove gli alleati angloamericani avanzavano a fatica, in mezzo a rovesci incredibili come quello dell’operazione market garden e dopo che appena tre mesi prima una controffensiva tedesca li aveva quasi circondati: il 2 a Berlino liberata dai russi, i generali Kurt von Tippelskirch e Hasso von Manteuffel, comandanti delle truppe a nord della capitale si arrendono agli americani che non erano ancora giunti sul teatro delle operazioni, anzi erano lontanissimi. Il 4 avviene la resa agli alleati delle truppe di stanza in Olanda Danimarca e Germania nord occidentale, il 5 si ha persino la resa agli americani delle truppe di stanza in Boemia, dove i soldati a stelle e strisce non arriveranno mai . Ma la data chiave è il 6 quando alle 18 si arrende ai russi la fortezza di Breslavia, oggi in Polonia chiave di uno schieramento difensivo che si sperava potesse ancora contenere in qualche modo il grosso delle truppe sovietiche. Un’ora e mezzo dopo la caduta del baluardo il generale Jodl, su indicazione di Doenitz, arriva a Reims, circa duemila chilometri più a ovest per trattare la resa di tutte le truppe tedesche del fronte occidentale con gli emissari di Eisenhower. Dapprincipio il comandante tenta di porre delle condizioni facendo intendere che le stesse truppe dopo la resa agli americani avrebbero potuto essere spostate per continuare ad opporsi ai sovietici.
L’offerta è interessante, è sulla linea di Churchill, ma è ormai inconsistente, poco più di un bluff e così Eisenhower pretende e ottiene una capitolazione totale che gli permette di avanzare a tutto spiano semplicemente minacciando di chiudere le linee occidentali e costringere le truppe tedesche rimanenti ad arrendersi ai russi. Anche questo era un bluff, per nulla al mondo gli americani ancora appena al di là del Reno, salvo che in Bassa Sassonia e in Renania Palatinato, avrebbero permesso che gran parte della Germania fosse presa dai russi. Ma era ormai troppo tardi per trattative che avrebbero avuto un senso ancora pochi mesi prima, così Jodl in tarda notte firmò concordando la cessazione delle ostilità per le 23 dell’8 maggio. Solo il giorno successivo ovvero il 9 il generale Keitel, fedelissimo di Hitler al punto da essere chiamato Lakeitel, cioè lacchè, firmò la resa nelle mani di Zukov.
Tutto questo non per evocare sia pure a volo di uccello gli avvenimenti che hanno portato a una differenza di data nel giorno della vittoria in Europa tra anglosassoni e Russia, ma per mostrare che già nel corso della guerra lo scontro era plurimo, da una parte contro la Germania, dall’altro per contenere la Russia e il possibile contagio comunista. La speranza di una rottura fra gli alleati a cui si aggrappavano, di fronte alla palese sconfitta i gerarchi nazisti nell’ultimo anno, non era poi del tutto insensata visto che in effetti era già in atto una guerra fredda durante la guerra guerreggiata. E oggi il tentativo di escludere completamente il decisivo apporto sovietico alla sconfitta del nazismo, testimonia chiaramente di queste dinamiche.