lunedì 9 maggio 2016

UCRAINA, ECCO CHI FINANZIA LA TV ANTI-PUTIN

La guerra moderna non si combatte più solamente con le armi, ma anche a suon di informazioni, soprattutto false, confezionate per screditare un avversario oppure per avvalorare una tesi che, in realtà, non corrisponde minimamente ai fatti. Prendiamo per esempio il recente caso dei Panama Papers, confezionati – con ogni probabilità – per screditare il Cremlino. Doveva essere il caso mediatico dell’anno. Prime pagine sui giornali per qualche giorno, poi basta. Tutto finito nel dimenticatoio. Ma come è possibile tutto questo? In gergo, si chiama “character assassination“, ovvero il tentativo di diffamare una persona al fine di distruggere la fiducia del pubblico nei suoi confronti.
La rivoluzione in Ucraina è un altro esempio di “character assassination”. Pensiamo alle prime pagine dei giornali di febbraio 2014. Chi manifestava a Maidan lo faceva in nome della libertà e contro un regime corrotto. Viktor Yanukovich era oggettivamente finito, questo va detto, ma non possiamo credere alla storia delle rivolte spontanee.

domenica 8 maggio 2016

L'olio di palma contiene sostanze cancerogene: allerta per i bambini

L'Efsa mette in guardia sui possibili rischi per la salute derivanti da alcune sostanze contenute nell'olio di palma
L'olio di palma contiene 3 sostanze contaminanti tossiche (di cui una classificata come genotossica e cancerogena), che si formano nel processo di raffinazione ad alte temperature (200°C). Per questo il consumo di prodotti alimentari con discrete quantità di olio di palma viene sconsigliato in particolare a bambini e adolescenti. Il verdetto arriva dall'Efsa, Autorità per la sicurezza alimentare europea.
Le sostanze in questione sono l’estere glicidico degli acidi grassi (GE), 3-monocloropropandiolo (3-MCPD) e 2-monocloropropandiolo (2-MCPD). Il problema riguarda anche altri oli vegetali e margarine, ma l’olio di palma ne contiene da 6 a 10 volte di più. Gli alimenti sotto accusa sono: merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate, prodotti da forno e cibi per l’infanzia preparati con il grasso tropicale.
“La situazione è seria – denuncia Il Fatto Alimentare - Basta dire che per l’estere glicidico degli acidi grassi (GE), non è stata stabilita una soglia perché trattandosi di una sostanza cancerogena e genotossica non deve essere presente negli alimenti (proprio come succede per il colorante Sudan, la cui presenza anche in dosi minime è motivo di ritiro del prodotto). I GE sono un potenziale problema di salute soprattutto per i bambini e i giovani, e per tutte quelle persone che assumono cibi ricchi di acidi grassi di palma”.
“L’Efsa riferisce che la quantità di GE negli oli e grassi di palma è stata dimezzata negli ultimi 5 anni grazie a modifiche del processo produttivo. In Italia però il consumo di olio di palma negli ultimi 5 anni è quadruplicato per cui il miglioramento è stato vanificato (le importazioni sono passate da 274 mila tonnellate del 2011, a 821 mila tonnellate del 2015 – Istat)”.
L’Efsa ha invece fissato una dose giornaliera tollerabile (DGT) di 0,8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno per il 3-MCPD, mentre non si hanno abbastanza dati tossicologici per stabilire un livello di sicurezza per il 2-MCPD. Anche in questo caso l’apporto più significativo deriva dall’olio di palma e il parere dell’Efsa è altrettanto severo “le quantità per i bambini e gli adolescenti (fino a 18 anni) superano la dose giornaliera tollerabile e costituiscono un potenziale rischio per la salute”.
In Italia il consumo di olio di palma in Italia ha raggiunto livelli record: in Europa siamo i principali utilizzatori e i consumi sono da record 12 grammi al giorno pro capite.

venerdì 6 maggio 2016

TTIP ovvero il via libera alla dittatura del mercato

Erano anni che il “TotoTTIP” formulava ipotesi e considerazioni sui potenziali contenuti delle contrattazioni in corso tra Unione Europea e Stati Uniti sulla partnership transatlantica su investimenti e barriere tariffarie al commercio bilaterale, ponendo le basi per la realizzazione dell’area di libero scambio più grande del mondo, che coinvolgerebbe quasi la metà del PIL mondiale. Oggi pochi dubbi restano circa la direzione intrapresa tra i contraenti su una vasta gamma di tematiche che andranno direttamente ad intaccare la vita dei cittadini di ambo le parti. Ciò perché fino ad ora i media convenzionali non si sono mai interessati a discutere dell’argomento, lasciando tale onere a tutti quegli organi indipendenti che per mesi si sono battuti per portare il grande pubblico a fare chiarezza a riguardo. Ora che però il colosso ambientalista Greenpeace ha pubblicato sul canale olandese del suo sito una serie di trascrizioni (quindi non si tratta dei documenti in originale) che fanno riferimento alle innumerevoli clausole su cui i mandatari delle due parti in causa stanno discutendo da diversi anni. Si tratta di 248 pagine di articoli, clausole e appendici nei quali si riportano i termini sui quali già si è raggiunto un accordo, così come tutti quelli sui quali Bruxelles e Washington sono ancora lontani dal convergere.
Il linguaggio utilizzato è estremamente tecnico, lontano da un registro accessibile ai più, e richiede una disamina molto attenta per riuscire a comprenderne il senso di radicale mutamento che esso contiene. Tra i punti di principale interesse, infatti, ritroviamo la questione delle misure sanitarie e fitosanitarie che le merci scambiate tra le due zone devono soddisfare e – si legge – in quale modo si debba procedere affinché la loro difformità non costituisca ostacolo o danno per il Paese esportatore nei confronti del mercato di destinazione delle stesse. Si tratta sostanzialmente di una uniformazione dei regolamenti in seno alle norme di carattere commerciale, che va ad intaccare il settore agricolo e dell’allevamento. Si sa che nel Vecchio Continente si sia sempre lavorato affinché si garantisse una maggiore tutela della salute pubblica applicando degli standard qualitativi sensibilmente più elevati rispetto al bacino d’utenza americano, dove invece le aziende non sono tenute a riportare sull’etichetta informazioni relative all’utilizzo di antibiotici o ormoni steroidei sulle carni da macello, così come di determinati pesticidi e fertilizzanti nella coltivazione di frutta e ortaggi. La seconda questione rilevante interessa le procedure di risoluzione delle controversie in ambito di conflitto di interessi tra stati e investitori privati in un paese straniero, tramite l’istituzione di tribunali speciali ISDS – presenti in ogni trattato di libero scambio ad oggi stipulato. Tale prassi prevede che, qualora la legge di uno stato vada a sfavorire – quindi a creare un danno economico – un investitore straniero, quest’ultimo ha il diritto di presentare ricorso a questa corte (che, per inciso, non ha una sede fisica e i giudici sono generalmente degli avvocati nominati di volta in volta), domandando al governo un risarcimento pecuniario. Lo storico di tali procedure mostra come, nella realtà dei fatti, in oltre due terzi delle centinaia di controversie istruite, si sia giunti ad un accordo economico di compromesso o favorevole al privato. Il significato politico di questa congiuntura – con un pizzico di provocazione – consta di un “depotenziamento” dello strumento di governo, che si ritrova condizionato agli interessi dei gruppi di pressione della sfera economica privata.
In un senso puramente etico, anch’esso posto nero su bianco durante i 12 round di contrattazione, ciò che svilisce il senso di protezione civica e sociale che le istituzioni dovrebbero adottare è proprio la tendenza business-oriented che questo trattato tende a rimarcare. Nei vari capitoli del Trattato, infatti, la preoccupazione principale messa sul tavolo dal team di Dan Mullaney (rappresentante della parte americana), riguarda la rimozione di tutti gli ostacoli normativi che possano andare ad intaccare il corretto svolgimento delle attività commerciali, incluse quelle di carattere sanitario e ambientale, ponendo quindi in secondo piano le questioni potenzialmente dannose per la salute pubblica in senso lato. Inoltre, il significato sul piano geopolitico di questo accordo si colloca in un contesto molto più ampio di assoggettamento del mercato globale alle direttive di matrice statunitense. In parallelo, infatti, Washington si era prodigato per la ratifica – già avvenuta – di un omologo trattato di libero scambio sulla West Coast, il TPP, che vede coinvolti i principali partner commerciali americani dell’area del Pacifico, Australia e Giappone in primis. Va da sé che una strategia di questo genere va ad inserirsi in un piano di arginamento delle principali potenze concorrenti in ambito politico e commerciale, cioè Russia e Cina, entrambe mal viste dalle parti di Washington per le più disparate ragioni. Il disegno politico di Putin prevedeva la creazione di una vasta area economico finanziaria in seno all’heartland europeo, l’Unione Economica Eurasiatica, arenatasi in malo modo in seguito al degenerare degli eventi che hanno prodotto attrito tra Bruxelles e Mosca in territorio ucraino, innescando il meccanismo di sanzioni per il quale tuttora paghiamo dazio. Il fronte cinese, invece, non ha necessitato dell’utilizzo di strumenti di hard power, complice anche la lieve e propagandata frenata della crescita economica cinese, di cui attendiamo ulteriori sviluppi nel breve-medio periodo.
Negare conseguenze dolorose per l’Europa qualora questa barbarie normativa venisse approvata sarebbe indubbiamente ipocrita, vista anche la clandestinità che ha contrassegnato fino allo scorso anno i contenuti delle contrattazioni e la totale assenza della copertura mediatica di un accordo negoziato privatamente, sebbene si tratti di materie di interesse pubblico, andando ad intaccare la vita ciascun privato cittadino. Manlio Dinucci ha paragonato il TTIP ad una “NATO economica”, come una sorta di chiusura di un cerchio che stringe la sua presa sull’Europa in maniera sempre più asfissiante. Il 7 maggio, a Roma, si terrà la prima manifestazione italiana contro il TTIP: se anche questo Paese si è svegliato, lo sapremo presto.

mercoledì 4 maggio 2016

America, basta guerre: e così Trump rischia di vincere

Fino all’altro ieri Donald Trump era considerato soltanto una macchietta, un personaggio colorito salito alla ribalta solo grazie al momentaneo vuoto che si è creato ai vertici della classe dirigente del partito repubblicano. Al massimo – si diceva – vincerà la nomination dei repubblicani, ma poi Hillary Clinton lo schiaccerà come una lucertola sull’asfalto. La convinzione più diffusa a livello mainstream infatti era che Trump, con le sue posizioni estremiste, xenofobe e razziste, non sarebbe comunque mai riuscito a conquistare quella famosa fetta intermedia di elettori americani – i cosiddetti “indecisi”, collocati al centro dello schieramento elettorale – che di solito rappresentano l’ago della bilancia nelle elezioni presidenziali. Ma da qualche giorno le cose sono radicalmente cambiate, perché Donald Trump ha finalmente fatto il suo primo discorso sulla politica estera, e ha spiazzato tutti: invece del solito sproloquio vuoto e delirante, Trump ha messo insieme un discorso sensato, equilibrato e assolutamente ragionevole, che sembra aver fatto presa sul grande pubblico.
In sintesi, ha detto Trump, gli Stati Uniti devono mettere fine alla loro politica interventista nel mondo, e ritrovare un equilibrio con le grandi potenze straniere, basato sul reciproco rispetto delle esigenze di ciascuno (grande festa ovviamente a Mosca, dove Donald TrumpDonald Trump suscita decisamente maggiori simpatie della Clinton). Talmente “pericoloso” si è rivelato questo discorso per la politica dei guerrafondai americani (di cui la Clinton si propone come leader indiscussa) che tutte le grandi testate, dalla “Cnn” al “New York Times”, hanno dato contro al discorso di Trump, cercando di ridicolizzarlo e di minimizzarne la portata politica. Ma il discorso di Trump ormai ha lasciato il segno, e indietro non si può tornare: l’uomo dal ciuffo impossibile evidentemente si è circondato di persone che sanno consigliarlo, e una cosa ormai in America è chiara a tutti: se mai Hillary Clinton diventerà presidente, la sua non sarà certo una passeggiata.
Non solo Trump le darà del filo da torcere, nei dibattiti presidenziali del prossimo autunno, ma ha anche dimostrato una grande dote camaleontica, nel trasformare con facilità il suo populismo da baraccone in una strategia politica solida e credibile. E come sappiamo, agli americani basta poco: un uomo deciso, che parla fuori dai denti e promette al suo popolo di restaurare l’antica grandezza della sua nazione, è più che sufficiente perché questo popolo gli metta incondizionatamente in mano il bastone del comando. Certo che sarebbe divertente vedere la guerrafondaia Hillary Clinton battuta per la seconda volta consecutiva in una corsa alla presidenza che l’aveva data, in ambedue i casi, come scontata vincitrice: come a dire che sì, è tutto deciso dall’alto, ma anche dai lati può arrivare ogni tanto qualche sorpresa inaspettata.

martedì 3 maggio 2016

E il Presidente inaugurò il crollo

A volte mi vien fatto di chiedermi quando ha avuto inizio tutto questo, se c’è un giorno destinato alla damnatio memoriae, nel quale abbiamo cominciato a permettere che dal nostro vocabolario di popolo scomparissero tante parole: dignità, libertà, riscatto, lavoro, diritti, conquiste, garanzie, rispetto. Quando abbiamo consentito che un presidente del Consiglio, molto più sfrontatamente di tanti esempi illustri del passato, Gaspari, Ferrari Aggradi, Viglianesi, Tanassi, Prandini, molto più arrogantemente dei suoi padri putativi, Craxi, Berlusconi, e senza essere additato al ludibrio e ancora di più al ridicolo, possa a recarsi in zone del Paese affette da infame marginalità, condannate a miserie antiche e nuove, per percorrere una passerella da soubrette del varietà, “inaugurando” il viadotto sull’autostrada tra Catania e Palermo, “finalmente aperto al traffico”. Recatosi là a tagliare il fatidico nastro, riappeso, come era stato fatto già nel 1975, sul tratto di strada mai franato e riaperto dopo i controlli di sicurezza, mentre quello clamorosamente crollato l’anno scorso per quella malattia del cemento fatta di corruzione, cattivi materiali, carenza di controlli di sicurezza, appalti opachi, continua ad essere chiuso, con la prospettiva “ottimistica” e remota di una nuova consacrazione nel 2018.
Si dirà che tanta insolente spudoratezza è particolarmente dedicata al Sud, dove il Pd o nemmeno si candida come a Cosenza, o presenta inveterati impresentabili, propaggine molesta cui è uso rinfacciare ritardi e indolenze, fucina di svariate mafie sulla cui attività di export di costumi e di marketing del brand all’operoso Nord o nella pingue Emilia all’ombra della carismatica figura di influenti ministri, si tace, come è avvolto da riserbo la rete di alleanze di una criminalità organizzata nata e allevata nel Mezzogiorno, con un ceto politico di tutte le latitudini. E siccome si tratta di leader, ministri, rappresentanti particolarmente infami e dediti all’accanimento voluttuoso sui più deboli, sarà anche così, ci sarà un piacere aggiuntivo nel prendere per i fondelli i terroni.
In realtà travalica i confini geografici e i muri virtuali su e giù del Po la pervicace attività di sfottere il popolo, di imbambolarlo di bugie, di ingannarlo con maquillage a coprire ferite e rughe, con ripetizione di cerimonie, come in questo caso, con il camouflage per mascherare ritardi e voragini corruttive dell’Expo. O di raccontare che un referendum era costoso e inutile perché cinque dei sei quesiti predisposti dalle regioni avevano trovato una risposta positiva da parte del governo, omettendo che se non si fosse manifestata una mobilitazione in grado di modificare l’agenda politica del governo, il misfatto ai danni di ambiente e sicurezza sarebbe stato compiuto. O di voler convertire un altro referendum, destinato a sancire il definitivo passaggio dalla democrazia all’oligarchia, in un plebiscito, un pronunciamento in suo favore e a sigillare, ponendo una artificiosa questione di “fiducia, l’egemonia dell’esecutivo e la cancellazione della rappresentanza e della partecipazione.
Perché è questo l’unico tipo di voto che gli interessa, avendo già instaurato un regime di controllo totale e dall’alto, del partito e delle istituzioni, mortificando il sindacato, sferzando flebili opposizioni, ricattando il Parlamento, promuovendo una legge elettorale, Porcellum o Italicum che sia, che consegna nelle sue mani di segretario del partito unico, la selezione dei candidati sulla base di un rapporto di fedeltà personale. Gli altri voti non li vuole e i pronunciamenti li viola con allegra e disinvolta slealtà, come nel caso del referendum sull’acqua grazie a emendamenti opportunamente presentati da parlamentari del Pd, che, abrogando l’articolo della legge, rimasta per anni a sonnecchiare e che prevedeva modi e tempi per il ritorno alla gestione pubblica di ogni situazione territoriale oggi in mano ai privati, accoglie lo “spirito” del Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015, prefiggendosi di garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati, ottenendo in una volta sola il risultato di fregarsene le parere della maggioranza del paese in merito all’inviolabilità di un bene comune che non deve e non può essere alienato, e di assestare un sonoro schiaffone all’idea stessa di democrazia.
Non so quando sia cominciato, non so quando qualcuno ha pensato di poterci sfidare così, non so quando gli abbiamo concesso di ridere di noi, non so quando gli abbiamo permesso di dimostrare con ogni suo gesto che siamo delle pecore, dei citrulli, delle vittime rassegnate.

lunedì 2 maggio 2016

Un'arma a doppio taglio: "Le sanzioni degli Stati Uniti sono un fallimento"

Ultimamente la politica di sanzion adottata da Washington fa più male agli Stati Uniti che agli Stati che dovrebbero 'soffrire' per queste restrizioni, scrivono David Francis e Lara Jakes su 'Foreign Policy ' .
L'amministrazione del presidente Barack Obama ha da tempo adottato le sanzioni come strumento di contenimento da usare contro i potenziali rivali come l'Iran o la Russia. Tuttavia, dicono i giornalisti, l'anno scorso è stato dimostrato che questi metodi non solo sono inefficace, ma sono dannosi per gli Usa e i loro alleati
L'effetto boomerang delle sanzioni
Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Jack Lew, ha avvertito lo scorso marzo al Congresso che le transazioni finanziarie possono cominciare a eludere le istituzioni americane, se le sanzioni "trasformano il settore delle negoziazioni in un campo più complicato e imprevedibile."
Recenti studi del Cato Institute e del Center for a New American Security (CNAS) diimostrano l'impatto negativo delle sanzioni e seminano qualche dubbio sulla loro efficacia.
Ad esempio, Emma Ashton del Cato Institute, ha descritto le sanzioni anti-russe come un "fallimento assoluto" e ha detto che contraddicono gli interessi economici e geopolitici.

L'introduzione di sanzioni è stata accompagnata da tensioni con gran parte degli alleati europei degli Stati Uniti, che sono stati già affetti da problemi economici.
Il 28 aprile l'Assemblea Nazionale di Francia ha votato per annullare le sanzioni contro la Russia. Lo scorso febbraio la deputata italiana, segretario della delegazione italiana all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europal Deborah Bergamini, ha dichiarato che l'Italia ha perso circa 1,2 miliardi di euro, come risultato delle sanzioni. "L'Europa paga un prezzo troppo alto ed è il momento di riconoscerlo. Le sanzioni sono un fallimento ", ha dichiarato la Bergamini
Il movimento a favore della cancellazione delle sanzioni sta acquistando forza, scrive 'Foreign Policy'. Il Ministro dell'Economia e dell'Energia della Germania, Sigmar Gabriel, ha esortato affinchè l'Unione europea sollevi le sanzioni contro la Russia questa estate.
Secondo le stime della Commissione europea, a causa delle sanzioni l'UE ha perso lo 0,3% del PIL l'anno scorso, e se le restrizioni dovessero restare in vigore per i prossimi anni, le perdite dell'economia europea sarebbero pari a 92 miliardi di euro euro, secondo l'Austrian Institute of Economic Research.

domenica 1 maggio 2016

Bordate all’eurozona: domenica l’Austria, venerdì la Grecia

Non era difficile prevedere il fatto che già il primo turno delle elezioni austriache provocasse problemi seri all’Italia. E’ esplosa subito la questione Brennero che riguarda sia i profughi che l’economia visto che, con i nuovi controlli alle frontiere, ci sono diverse catene della logistica che rischiano di veder lievitare i costi o di saltare. Diversi osservatori, che in Austria si definiscono neutrali, hanno parlato di una campagna elettorale tutta giocata sull’immigrazione “che ha approfondito ed accellerato le distanze dagli schieramenti” (riportiamo qui una intervista alla Deutsche Welle).
L’Austria è un paese economicamente fermo –chiude la prossima previsione di bilancio con un piccolo avanzo strutturale ma anche, di riflesso, con un tasso di crescita di poco superiore allo zero- che è evidentemente spiazzata dai flussi migratori. Dalla Germania, anzi dalla Baviera, sono già arrivati segnali di malessere rispetto alla chiusura delle frontiere austriache che danneggia diverse catene della logistica che passano tra i due paesi. Vedremo cosa accadrà sapendo che, se salta a catena Schengen, il riflesso su economia e (poi) finanza sarà non trascurabile. Di sicuro quello che sta accadendo è una bordata all’eurozona, non intesa come moneta ma come area dove si intensificano i flussi di traffico. Ma c’è anche il rischio di bordata all’eurozona come moneta. Il crisi bancaria di Hypo, oggi Heta, sta portando la regione Carinzia al fallimento, (previsioni attendibili danno perdite superiori di tre volte al bilancio della stessa regione) ed è evidente come l’Austria rischi di avvitarsi su una crisi politica, legata ai profughi, economica e finanziaria. Tra l’altro, in caso di vittoria della Fpoe al secondo turno delle presidenziali, non è da escludere un conflitto da presidenza e governo (coalizione centrodestra-centrosinistra fino al 2018) che può essere risolto dal presidente della repubblica ma che potrebbe non essere indolore.
In questo scenario c’è il ritorno, sulle scene perchè dietro le quinte non si è mai conclusa, della crisi greca. Lo scontro, tra governo greco e il solito plotone di istituzioni continentali e non, è sulla prossima tranche di finanziamenti al paese ellenico. La Grecia, per l’ennesima volta, rischia la bancarotta tra maggio e settembre. E, per l’ennesima volta, al paese ellenico, in cambio degli “aiuti” vengono chieste misure draconiane per vampirizzare, ancora di più, il paese. Quale è la novità rispetto agli ultimi mesi? Che la Grecia ha ripreso a fare resistenza, rifiutando le clausole di salvaguardia (quelle che l’Italia ha accettato da tempo) a garanzia del debito. Clausole che il governo greco ritiene incostituzionali. Certo, lo scorso anno abbiamo visto, in diretta mondiale, quanto sia, oggettivamente, poco solida la resistenza del governo Tsipras in caso di trattative del genere dentro-o-fuori. Ma la nuova bordata all’eurozona, da una crisi ritenuta sotto controllo, c’è. E le crepe, in questi crisi, non le allarga l’opinione pubblica ma i mercati finanziari. In cerca di crisi, e quindi di volatilità di borsa, per qualche guadagno ribassista su tutta la superficie globale.
Rimane, come notava Varoufakis nella fonte che citiamo, che dall’inizio della fase acuta della crisi, la Grecia ha ricevuto cento miliardi di dollari dalle istituzioni internazionali. Dove sono finiti questi soldi? Girati alle banche francesi e tedesche che avevano fatto della Grecia l’Eldorado della speculazione. Banche che non hanno ancora risolto la crisi del 2008. Come l’austriaca Hypo che “salvata” nel 2009, continua a fare danni anche oggi. Certo bordata oggi, bordata domani, l’eurozona appare poco in salute. Vedremo il suo stato entro la fine dell’estate (tra Austria, Grecia, Brexit e Spagna). Nel frattempo, si conferma la verità dell’ultimo monologo della Grande scommessa: mentre la finanza continua ad esplodere, la gente se la prende con gli immigrati.