sabato 9 aprile 2016

New York, la resa dei conti

A poco più di una settimana dal voto del 19 aprile che coinvolgerà i contendenti alle nomination presidenziale dei due principali partiti statunitensi nello Stato di New York, l’attesa è già alle stelle. Per la prima volta dopo numerose tornate, la strada per Washington passerà obbligatoriamente per la Grande Mela, a causa del ruolo capitale che giocherà lo Stato in cui si trova la principale città degli USA nel decidere le condizioni con cui il Partito Democratico e il Partito Repubblicano arriveranno alle loro convention estive, nelle quali dovranno ufficializzare i candidati per le elezioni di novembre, tra i quali numerosi esponenti sono proprio strettamente legati alla città di New York. Di quest’ultima sono infatti nativi i due personaggi politici che maggiormente hanno fatto parlare di sé, sebbene per ragioni tra loro completamente antitetiche, nei primi mesi delle primarie, ovverosia il democratico Bernie Sanders e il repubblicano Donald Trump, mentre Hillary Clinton ha rappresentato lo Stato come senatrice tra il 2001 e il 2009. È dal 1945, anno della morte di Franklin Delano Roosevelt, che lo Stato di New York non risultava tanto coinvolto nella campagna per l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca, e da ciò ne consegue un ulteriore incremento di significatività per l’imminente voto delle primarie. Il posizionamento tradizionale del caucus newyorkese lo ha reso, in numerosi casi, ininfluente ai fini del risultato finale della contesa interpartitica. In questo frangente, al contrario, esso potrà fornire indicazioni preziose tanto per comprendere i nomi degli sfidanti di novembre quanto per analizzare la distribuzione dei rapporti di forza tra le diverse correnti e le varie formazioni.
Sul fronte democratico bisognerà tastare l’effettivo impatto dello slancio che in queste ultime settimane ha caratterizzato l’arzillo Bernie Sanders, uscito vincitore in ben sei tornate su sette a partire dal 22 marzo, e la tenuta del candidato maggiormente progressista della corsa presidenziale dinnanzi all’elettorato liberal dello Stato di New York, tradizionale roccaforte dei Clinton il cui elettorato è composto in misura considerevole da individui appartenenti a fasce della popolazione che altrove hanno dimostrato maggior feeling con Sanders; inoltre, il caucus newyorkese sarà la vera e propria prova del nove per la futura campagna del Partito Democratico in vista di novembre: l’appoggio popolare all’ascesa di Sanders sta spostando notevolmente l’equilibrio interno del partito e, anche nel caso in cui la Convention Democratica di luglio votasse a maggioranza per la candidatura della Clinton, esso potrebbe risultare decisiva per l’impostazione di un programma partitico maggiormente progressista, al cui interno posizioni largamente propagandate da Sanders come la necessità di una copertura sanitaria universale e di una radicale riforma di Wall Street potrebbero rientrare a pieno diritto. Se New York esprimerà un giudizio favorevole a Sanders, permettendogli di erodere ulteriormente il vantaggio della Clinton, è possibile che queste proposte, presupposto per l’edificazione di un Future to belive in, come recita lo slogan della campagna di Sanders, risulteranno investite di un’autorevolezza ancora maggiore. Questo sarà il senso principale della campagna del Senatore del Vermont nelle prossime settimane: egli infatti ha già vinto la sua sfida personale, riuscendo a dimostrare l’effettiva costruibilità di una piattaforma politica realmente riformista in uno dei grandi partiti statunitensi, ora si tratta di costruire architetture stabili al di sopra delle fondamenta gettate. In ogni caso il divario tra Sanders e la Clinton resta consistente, anche alla luce del divario conseguito tra Sanders e l’ex first lady nelle preferenze dei membri del Comitato Nazionale Democratico: i componenti di quest’organo, di cui fanno parte anche i governatori e i membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato espressi dal Partito Democratico, hanno sino ad ora espresso 472 preferenze per la Clinton contro le sole 32 raccolte da Sanders. Da ciò ne consegue quanto sia di capitale importanza per l’ala progressista conseguire un successo importante in uno Stato chiave come New York per poter rilanciare ulteriormente le proprie ambizioni.
Nel Grand Old Party continua invece, più caotica che mai, la grande bagarre tra gli sfidanti che aspirano alla nomination di una formazione ogni giorno sempre più divisa, scombussolata dal passaggio del ciclone Trump, la cui ascesa ha portato i vertici tradizionali del partito a cercare più volte un candidato capace di arginare la corsa del magnate newyorkese. Fallita ignominiosamente la campagna di Jeb Bush e tramutatasi in un nulla di fatto anche quella di Marco Rubio, oramai l’establishment repubblicano ha iniziato a giocare di rimessa, puntando al massimo risultato che i suoi rappresentanti possono permettersi di raggiungere da qui all’estate, ovverosia impedire a Trump di conquistare la maggioranza assoluta dei delegati. L’istrionico outsider tramutatosi in frontrunner ha sino ad ora raccolto nella sua corsa alla nomination 749 delegati su 1237 necessari per centrare la maggioranza assoluta, e nel contempo il suo principale sfidante Ted Cruz è stato investito del ruolo di “argine” contro il dilagare impetuoso di Trump. Sebbene siano tramontate oramai le sue chances di sopravanzare in ultima istanza il suo avversario, Cruz sta ricevendo negli ultimi giorni il sostegno da diversi membri del Grand Old Party, evidentemente ansiosi di mantenere la sua nave il più possibile in linea di galleggiamento, impedendole di colare a picco di fronte ai colpi inferti da Donald Trump, che riesce a prevalere su Cruz tanto dal punto di vista della pervasività delle sue posizioni quanto nella sfida retorica a distanza che quotidianamente si manifesta attraverso comizi, interviste e conferenze stampa trasmesse in diretta televisiva. Cruz è riuscito a superare Trump nel recente caucus del Wyoming, e ora un suo successo a New York sarebbe decisamente funzionale agli obiettivi degli oppositori del tycoon, desiderosi di vedere il Partito Repubblicano arrivare alla sua Convention in una situazione di incertezza e stallo, con una maggioranza di delegati non definita, al fine di poter imporre un candidato “di unità” che saldi tra loro tutti i rappresentanti del partito ostili a Trump. La figura in questione, dopo il declino dell’ex sindaco di New York Bloomberg, potrebbe essere scelto attraverso la “via istituzionale” dell’investitura di Paul Ryan, attualmente presidente della Camera dei Rappresentanti.
Il piano degli oppositori di Trump è tuttavia quantomeno rischioso: esso si basa sul presupposto, tutto da dimostrare, che al momento della verità la “disciplina di partito” imponga a tutti i delegati della Convention non favorevoli a quest’ultimo di convergere verso un’unità di intenti che oggigiorno è a dir poco ottimistico vagheggiare come possibile. La frattura tra le numerose anime del Grand Old Party ha rappresentato infatti una causa dell’ascesa di Trump, non un suo effetto: e l’idea di curare la malattia dell’organismo celandone forzatamente il sintomo appare in partenza a dir poco peregrina. Il gioco è decisamente rischioso, e le conseguenze per il Grand Old Party potrebbero essere disastrose se, ad esempio, un Trump messo in minoranza decidesse di correre ugualmente per la Casa Bianca da candidato indipendente, portando di conseguenza a un’emorragia di suffragi per il Partito Repubblicano. New York è investita dunque del ruolo di campo di battaglia decisivo per constatare l’effettiva attuabilità di tale stratagemma. Il caucus repubblicano del 19 aprile promette scintille, e potrebbe rivelarsi un vero e proprio punto di svolta per i destini del partito in prospettiva delle elezioni presidenziali di novembre. La più grande e simbolica città degli USA sarà a breve investita di un significato politico di importanza paragonabile alla decisiva influenza esercitata da quest’ultima e dal suo Stato sulla vita dell’intera nazione. Sebbene dopo l’appuntamento del 19 aprile restino ancora numerosi caucus di primaria importanza (fra cui quello californiano, che assegnerà il maggior numero di delegati), è chiaro che le implicazioni politiche e sociali del voto newyorkese sarà passibile di influenzare il futuro delle primarie: tutti i programmi dei candidati presidenti presuppongono per la loro realizzazione un risultato positivo in questo cruciale appuntamento. La strada per la Casa Bianca passa obbligatoriamente dalla Grande Mela, in corrispondenza della quale si intravede una chiara strettoia: solo chi riuscirà a passare indenne dalle Forche Caudine del voto dello Stato di New York potrà ragionevolmente pensare di poter ancora ambire alla massima carica della nazione americana.

venerdì 8 aprile 2016

L’ITALIA E MALTA HANNO DAVVERO SCAMBIATO DIRITTI PETROLIFERI CON RIFUGIATI?

Mentre la crisi dei rifugiati siriani è arrivata a un’impasse, sia in termine di sicurezza Europea sia di diritti umani dei rifugiati, Bruxelles si trova a dover negare accuse di un patto segreto tra Malta e l’Italia per scambiare rifugiati con diritti di esplorazione petrolifera.
Il leader dell’opposizione di Malta sostiene che Malta e l’Italia hanno stretto un accordo segreto in cui Malta rinuncia ai diritti di esplorazione petrolifera su un’area offshore oggetto di disputa con l’Italia, in cambio dell’assegnazione all’Italia della quota di migranti recuperati in mare che spetterebbe a Malta.
A fine marzo, all’apice della crisi dei rifugiati siriani, la Commissione Europea è stata costretta a rispondere a queste accuse, negandole, ma la situazione è complessa.
Il leader dell’opposizione maltese, Simon Busuttil del Partito Nazionalista, e membro del Parlamento Europeo fino al 2013, alla fine dello scorso anno ha accusato il governo maltese di aver permesso al governo italiano di trivellare in cerca di olio in acque maltesi, nell’ambito di uno scambio poco pulito tra petrolio e migranti.
Le sue accuse sono state amplificate del report di un quotidiano italiano, Il Giornale, secondo cui il premier italiano Matteo Renzi ha stretto tale accordo con il premier maltese Joseph Muscat.
Lo scorso settembre, il ministro maltese degli affari interni Carmelo Abela ha dichiarato che Malta aveva un accordo informale con l’Italia perché questa si accollasse dei migranti irregolari provenienti da Malta, ma il ministro aveva corretto in seguito la sua dichiarazione facendo riferimento a una situazione di “stretta collaborazione” tra l’Italia e Malta, secondo il report del giornale italiano.
Anche se Malta ha ammesso la collaborazione stretta, i funzionari del paese sostengono che non c’è un accordo che lega il discorso migranti alle esplorazioni petrolifere.
Ora la Commissione deve prepararsi.
Malta è il membro dell’UE più vicino alle coste libiche. Considerato questo, il parlamentare di centrodestra Elisabetta Gardini ha recentemente chiesto alla Commissione Europea di spiegare come mai ci sono così pochi arrivi di migranti a Malta.
La domanda era impegnativa.
Dal 2015, delle 142.000 persone che hanno lasciato le loro case per dirigersi in Europa, lasciando le coste nordafricane, solo un centinaio circa sono arrivate a Malta. E’ un dato molto strano nel mezzo di un’acuta crisi di rifugiati.
Nel 2013, gli ufficiali maltesi avevano registrato 2.008 sbarchi. Nello stesso periodo, l’Italia aveva accolto 150.000 rifugiati. L’ipotesi che non esista alcun accordo suggerirebbe che i rifugiati semplicemente non desiderano provare a raggiungere Malta.
Alla fine del mese scorso, la Commissione Europea ha finalmente risposto alle accuse: il commissario europeo agli affari interni e alla migrazione Dimitris Avramopoulos ha detto di “non essere al corrente di alcun accordo bilaterale… tra le autorità italiane e maltesi riguardo le operazioni di “Search and Rescue” (SAR) nel mare Mediterraneo”.
Il fatto di “non essere al corrente” non risolve la questione.
Ciò detto, come riporta “the Independent” la Commissione ha notato che guarda caso l’area di esplorazione petrolifera in questione si sovrappone alle aree di recupero dei migranti.
La Commissione ha detto che, anche se non è al corrente di alcun accordo, se tale accordo fosse in essere, sarebbe in linea con i normali accordi di gestione dei confini.
“Quando si parla del meccanismo di rilocazione di emergenza, la Commissione lo considera un atto per istituire misure concrete di solidarietà e contribuire ad un’equa condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, in linea con l’articolo 80 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea,” secondo la Commissione.
Di cosa stiamo parlando in termini petroliferi? Di un grosso affare, potenzialmente. Secondo una fonte indipendente, Malta dispone di un potenziale di 260 milioni di barili. Ma Malta e l’Italia sono bloccati dalla disputa sulle zone di esplorazione offshore e sulle zone di recupero migranti.
Il nocciolo della questione è una legge italiana del 2012 che di fatto raddoppiava la zona marittima italiana in direzione sudest rispetto alla Sicilia e in direzione della costa libica. Malta aveva protestato per la sovrapposizione con aree che ritiene sue. Alla fine del 2015, Malta e l’Italia hanno raggiunto un accordo informale di sospensione delle trivellazioni esplorative in quell’area.
Una domanda aperta potrebbe essere questa: l’accordo UE-Turchia in essere – che vedrà la Turchia riprendersi i rifugiati sbarcati in Grecia (in cambio di qualche favore da parte della UE e qualche aiuto finanziario) – essenzialmente eliminerà la rotta dei migranti attraverso il mare Egeo. Questo potrebbe risvegliare l’interesse dei migranti nella rotta attraverso la Libia. Se Malta si è davvero liberata della sua zona di recupero, significa grossi problemi per l’Italia, che dovrà accollarseli tutti.

giovedì 7 aprile 2016

Jobs Act, il più costoso flop di Renzi ha sbancato il bilancio statale

Lavoro. Gli effetti degli incentivi a pioggia e la droga dei bonus di Renzi. Il "FlopsAct" può costare tra i 14 e i 22 miliardi e produrrà occupazione precaria e a termine. Il costo per ogni nuovo occupato può arrivare anche a 50 mila euro a testa. Uno studio di Marta Fana e Michele Raitano su «Etica ed Economia»
Cari e inutili. Sono gli sgravi contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato con i quali il governo Renzi ha pensato, inutilmente, di aumentare l’occupazione. In una nuova analisi sui costi e i benefici di questa dispendiossisima misura, pubblicata online sul «Menabò di Etica ed Economia, da Marta Fana e Michele Raitano emerge una nuova stima sul costo lordo per il bilancio pubblico nel triennio 2015-2017 che oscillerà, a seconda delle ipotesi, tra i 22,6 e i 14 miliardi. Non più dunque 11,8 miliardi ma undici in più nel caso in cui i contratti attivati nel 2015 dureranno 36 mesi, l’intero periodo della corresponsione dell’«esonero» contributivo alle imprese. Fana e Raitano formulano un secondo scenario più realistico, sulla base dei dati del ministero del Lavoro riguardanti i contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato tra il 2012 e il 2014 e cessati entro il terzo anno.
marta fana raitano
Fana e Raitano formulano un secondo scenario più realistico, sulla base dei dati del ministero del Lavoro riguardanti la durata dei contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato tra il 2012 e il 2014 e cessati entro il terzo anno. Nello specifico, il 13% dei contratti trasformati cessano mediamente entro il primo anno, il 17,7% entro il secondo, il 10,3% entro il terzo anno. Quindi in base all’evidenza storica il 41% dei contratti trasformati dura meno di 3 anni. Scadenza naturale perché, al 37esimo mese ci sarebbe l’obbligo di assumere il lavoratore, come stabilito da una direttiva europea, sostanzialmente neutralizzata dal «decreto Poletti» sui contratti a termine approvato prima del Jobs Act. Gli studiosi delineano anche un terzo scenario e avanzano l’ipotesi per cui il 20% delle assunzioni a tempo indeterminato duri 18 mesi, mentre il restante 80% raggiunga i 36 mesi. In questo caso l’onere lordo per le casse dello Stato sarebbe pari a 14,6 miliardi.
Una prospettiva che conferma la stima avanzata dai consulenti del lavoro secondo i quali mancano all’appello 3 miliardi. Il governo sarebbe paradossalmente vittima del suo successo: ha generato una richiesta di lavoro a termine finanziato dai contribuenti che non riesce a coprire. È tuttavia probabile che, al termine del triennio, l’impatto degli incentivi sul bilancio pubblico sarà inferiore visto che i contratti sono precari e prevedono una retribuzione al lavoratore inferiore alla media. Inoltre, a partire dal 2016, lo sgravio è diminuito da 8.060 a 3.250 euro per ogni assunzione a tempo indeterminato o trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. La nuova decontribuzione durerà 24 mesi e non 36 mesi. Una decisione necessaria anche per diminuire l’impatto degli incentivi sul bilancio.
Arriviamo ai risultati conosciuti della politica dei bonus sull’occupazione. Deludenti. Nel ricco dossier su «Etica ed Economia» si ripercorre il fallimento del Jobs Act, al netto della propaganda renziana finita anche sugli autobus delle principali città italiane in vista delle elezioni amministrative. Per l’Istat, nel 2015, i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato sono aumentati di 114 mila unità circa rispetto al 2014. Parliamo di meno dell’8% dei contratti finanziati dal governo. Prospettiva confermata dal bollettino di Bankitalia a gennaio: nel prossimo triennio, gli sgravi contributivi genereranno una nuova occupazione pari a circa 0,3 punti percentuali.
Undici miliardi di euro potrebbero portare a questo risultato a dir poco modesto. In questo scenario, il «contratto a tutele crescenti», pilastro del Jobs Act, contribuirà solo per l’1 per cento sull’occupazione complessiva. Tutto il resto lo faranno gli incentivi. Nel 2015, ricordano Fana e Raitano, i contratti che hanno beneficiato degli sgravi – incluse le trasformazioni dei rapporti a termine che sono la maggioranza e riguardano gli over 50 più dei giovani – sono 1.547.935 di cui solo un quarto (379.243) a dicembre 2015, quando le imprese hanno fatto una corsa per accaparrarsi il bonus renziano. Non è ancora chiaro quali saranno gli effetti della «droga» usata dal governo per gonfiare il mercato del lavoro quando gli incentivi si esauriranno. Quello che, al momento si sa, che ogni occupato in più costerà al contribuente tra i 25 mila e i 50 mila euro. Queste persone rischiano di tornare disoccupate nel 2018.
«Gli economisti che progettano sgravi e incentivi hanno una visione “naive” dell’impresa e una concezione dell’economia superata» si legge in una notadel dossier online. Le politiche degli incentivi, quelli a pioggia e quelli condizionati ai nuovi assunti, non funzionano. Renzi sta disperdendo preziose risorse pubbliche per un generico sostegno alla domanda aggregata. «Questa è una politica di stampo vetero-keynesiano». Anche Michele Tiraboschi, alla guida di Adapt, converge sulla stessa valutazione: «Il Jobs Act è il più costoso dei flop» ha scritto ieri sul bollettino del centro studi.

mercoledì 6 aprile 2016

Sulle orme della precarietà: la tracciabilità dei voucher e la logica dell’ombrellino

Da qualche giorno in Italia è allarme voucher! Sembra che INPS e ministero del Lavoro si siano accorti del problema posto dall’utilizzo smisurato dei voucher, i «buoni» nati per regolare i rapporti di lavoro accessorio, ma diventati ormai la nuova frontiera del lavoro precario. Entrati sulla scena come strumenti limitati a poche tipologie di lavoro (quello domestico in primis), a colpi di piccole modifiche normative, dalla Fornero in avanti sono diventati gli indiscussi protagonisti della precarizzazione. Flessibili e discrezionali, i voucher sono il sogno del padrone della nuova era. Il voucher è il nudo faccia a faccia col padrone. Niente contratto, niente assunzione, nessun limite di orario, nessun controllo: il datore di lavoro ha la totale discrezionalità e l’ultima parola su tutto, tempi e modalità di chiamata.
Perciò con il Jobs Act si è deciso di investire sui voucher, facendo salire il tetto massimo di guadagno annuale da 5000 a 7000 euro. Ora, preso da improvviso rimorso, il governo scopre che l’utilizzo dei voucher apre le porte a tutta una serie di abusi. I buoni lavoro, non è certo un mistero, sono infatti una sorta di zona grigia del lavoro, una perfetta copertura legale del lavoro nero. Veniamo ai dati incriminati che spingerebbero all’azione i nostri zelanti enti di controllo: la maggior parte dei lavoratori-voucher ha percepito nel 2015 un salario annuo che va dai 500 ai 700 euro, per la maggior parte si tratta di lavoratrici, di giovani sotto i 25 anni e di pensionati e solo una minima percentuale del totale è riuscita a percepire almeno 5000 euro. D’altra parte, la maggior parte dei lavoratori voucher risulta non avere un altro impiego. A parte i casi, come quello dei pensionati, in cui il lavoro- voucher può valere come integrazione di una miserrima pensione, non è difficile comprendere, posto che non si campa d’aria, che una parte della retribuzione viene elargita in nero. In caso di ispezione o di infortunio basta attivare il voucher per quell’ora e tutto come per magia torna a essere regolare. La regolarità nell’era precaria è una questione formale che viene risolta in modo informale, a spese dei lavoratori.
Per contrastare questo abuso, la nuova misura introdotta dal governo è la tracciabilità dei voucher, attraverso la telematizzazione nominale e tramite la comunicazione dei dati relativi a luogo e data al momento dell’attivazione. In altre parole, all’attivazione dei voucher il datore deve comunicare il nome di chi lavorerà per lui, dove e in che giorno. Poletti ha affermato che è necessario stringere i bulloni della macchina voucher, ma qui più stringi e più si allenta, considerando che i diritti dei lavoratori, che creavano il necessario attrito, sono stati trasformati in mere tutele da concedere al lavoratore in condizioni estreme. È come se, mentre scaliamo a mani nude e senza imbracature la parete liscia della precarietà, qualcuno dall’alto ci lanciasse un caschetto o peggio un ombrellino. La tracciabilità dei voucher rientra nella logica dell’ombrellino: gli enti di controllo esistenti difficilmente possono rendere effettiva la tracciabilità, è una precauzione puramente formale perché inattuabile concretamente. L’ente dovrebbe infatti esercitare un continuo controllo in loco per verificare il rapporto tra voucher venduti e ore di lavoro effettive e non sembra essere uno scenario verosimile. Anche perché, una volta inseriti davvero controlli di questo tipo, la convenienza del voucher verrebbe meno: uno dei pilastri del Jobs Act distrutto così da qualche zelante controllore?
D’altra parte, a chiamare l’ispezione potrebbe essere direttamente il lavoratore-voucher. Se lo facesse, però, non verrebbe più chiamato e saremmo al punto di partenza. In un contesto di elevatissima mobilità, ricattabilità e maltrattamenti di vario genere la chiamatina all’ispettore per segnalare il datore di lavoro, in effetti, potrebbe pure dare qualche soddisfazione, ma non scalfirebbe in ogni caso il principio secondo cui si può essere comprati e buttati quando serve, che non ha niente a che fare con gli abusi dei voucher, ma con il loro normalissimo e legalissimo funzionamento. Questo fatto sfugge comprensibilmente al governo: il voucher legalizza un meccanismo per cui il lavoratore deve essere disponibile just in time, quando serve, assecondando i picchi e i cali di produzione o il corso delle stagioni, come nel settore dell’agricoltura in cui l’utilizzo dei voucher è elevatissimo.
Nell’inesausto tentativo di proporre modelli di ricomposizione sociale c’è chi ha parlato di un nuovo «popolo dei voucher» che merita di essere riconosciuto. Il mondo dei voucher però non è un mondo di facili ricomposizioni. Di certo è un fenomeno di massa e c’è sì una misura comune, uno scambio tempo-denaro che va oltre le distinzioni tra tipi di lavoro, categorie, qualificazione. Eppure le condizioni di lavoro e salariali dipendono dal rapporto compiutamente individuale e informale tra datore di lavoro e lavoratore. La corrispondenza tra un’ora di lavoro e un voucher, che pure viene riaffermata a parole con la nuova tracciabilità, è nei fatti consegnata alla discrezionalità del datore di lavoro. La mobilità da un lavoro-voucher a un altro, mentre può significare il prendersi la possibilità di non stare a certe condizioni, non consente di lavorare a lungo con gli stessi colleghi, per cui è difficile organizzarsi e anche solo riconoscersi. Ciò che dovrebbe unire questo presunto «popolo», una modalità di reclutamento e pagamento del lavoro, non può bastare a fronteggiare quei rapporti di forza che dettano legge al di sotto delle normative e al di là delle forme di retribuzione. Per organizzarsi e per riconquistare potere, si tratta di capire come sia possibile trasformare quella mobilità in una pratica di insubordinazione di massa, affinché non resti solo una risorsa individuale di sottrazione allo sfruttamento.

martedì 5 aprile 2016

L'Italia, i brevetti e la necessità di nuove politiche industriali

L'EPO (European Patent Office) ha presentato il 6 marzo 2016 il suo rapporto annuale sui brevetti depositati presso il suo istituto. Sebbene i brevetti siano solo parzialmente un indicatore della propensione all'innovazione di un Paese, indiscutibilmente fotografano l'atteggiamento delle imprese rispetto agli investimenti nella ricerca e alla loro tutela.
Nonostante la crescita complessiva del 6,1% dei brevetti depositati tra il 2014 e il 2015, la quota percentuale sul totale vede l'Italia su un modesto 2%, contro valori dell'11% della Cina, del 6% della Corea, dell'11% della Germania, del 18% del Giappone, per arrivare al 24% degli Stati Uniti. In termini di domande di brevetti per milione di abitanti, ci troviamo a livello mondiale al diciottesimo posto e nessuna nostra impresa compare tra le prime 25.
L'Italia continua a spendere una piccola frazione di ciò che spendono gli altri Paesi in ricerca e sviluppo, gli ultimi dati parlano di un modesto 1,3%, e ciò in parte spiega perché il PIL è crollato del 10% durante il periodo della lunga recessione (2007-2014). Infatti, la ripartizione internazionale dei brevetti è proporzionale agli sforzi fatti dai Paesi e dalle imprese in questa direzione. Se poi guardiamo ai singoli campi "economici" dei brevetti – comunicazione digitale, computer, macchinari elettrici e apparati, misurazione, chimica organica, motori e turbine, biotecnologia, farmaceutica – possiamo quasi toccare con mano il ritardo (arretramento) dell'Italia. Solo nella farmaceutica e nei motori e turbine raggiungiamo il 3% dei brevetti totali. Nella farmaceutica ci collochiamo dietro a Germania (9%), Francia (7%), Svizzera (7%), Giappone (5%) e gli inarrivabili Stati Uniti (38%). Nei motori e turbine siamo dietro a Germania (23%), Stati Uniti (33%) Giappone (14%) e Francia (5%). Nei settori emergenti come la biotecnologia l'Italia rappresenta addirittura un misero 1% del totale dei brevetti, e questa sono evidentemente tecnologie che cambieranno non poco il futuro industriale dei Paesi. Per tutti gli altri settori l'Italia rappresenta un modesto 2%, collocandosi spesso dietro ai paesi emergenti.
Anche se consideriamo la meccanica strumentale – uno dei settori storicamente di forza del nostro sistema industriale – dove abbiamo registrato un crollo della produzione del 22% a seguito della crisi generale, le cose non vanno meglio. In questo settore l'Italia intercetta sempre il 2% del totale dei brevetti EPO, contro il 18% della Germania e degli Stati Uniti, il 21% del Giappone.
Come la buona stampa riesca a ricavare elementi di soddisfazione da questo quadro è un interrogativo che solleva ulteriori domande sul tema dell'informazione, che richiede altre analisi, certamente non positive per giudicare la situazione politica-culturale del nostro Paese.
In questa occasione è sufficiente ricordare come l'andamento dei brevetti del nostro paese conferma un declino che trova origine nel ritardo della nostra cultura industriale. Una questione complessa e che ha origini lontane. Certo è che l'accumulo dei ritardi ha prodotto effetti strutturali non rimediabili con i tradizionali interventi degli incentivi finanziari per le imprese. Infatti, le nostre imprese inseguono un modello di specializzazione produttiva che è stato occupato progressivamente da paesi ormai competitivi anche sul piano tecnologico, oltre che su quello del costo del lavoro. Per superare questi limiti strutturali e per guardare oltre agli attuali vincoli tecnologici, occorrono ampi investimenti a sostegno della ricerca delle imprese, ma non a pioggia e non finalizzato alla "semplice" resistenza nell'esistente. Occorrono capacità e strumenti tali da avviare i necessari cambiamenti tecnologici e strutturali. A questo fine è necessaria una azione politica di respiro molto ampio, incominciando da un intervento massiccio nella ricerca pubblica e da una politica industriale articolata e programmata.

lunedì 4 aprile 2016

LA LEZIONE GRECA

L’Unione Europea si è dimostrata incapace di affrontare la crisi politica ed economica – ma è tutt’altro che priva di potere. L’esperienza di governo di Syriza lo ha mostrato chiaramente.
La sconfitta ad opera dei capitali transnazionali – incarnati nelle istituzioni europee – ha richiamato alla memoria le difficoltà affrontate dalla sinistra francese negli anni ’80 e altri tentativi di governi di sinistra. Sembra che la moderna sinistra europea abbia solo 2 possibilità: piegarsi al neoliberismo – e abbandonare la maggior parte dei suoi obiettivi – o ingaggiare battaglie senza speranza contro l’Unione Europea.
Questa è una situazione in cui non esiste possibilità di vittoria, situazione che stiamo cercando di cambiare con Iniciativa za Demokratični Socializem (Iniziativa per un Socialismo Democratico), membro della coalizione parlamentare Združena levica (Sinistra Unita) in Slovenia. Abbiamo cominciato un’ampia discussione tra i nostri membri riguardo il Piano B – un piano per uscire dall’eurozona. L’esperienza greca è stata discussa e paragonata alla nostra in Slovenia, portandoci alla conclusione che c’è bisogno di un nuovo approccio.
Non si tratta di un approccio totalmente nuovo. Un tentativo di riformare le istituzioni dell’UE rimane parte integrante del programma. Ciò evidenzia importanti differenze tra la situazione greca e quella slovena. Syriza ha vinto le elezioni in un paese che era insolvente, gravato da debiti insostenibili, completamente dipendente dalle finanze della troika, ingabbiata non solo dalla struttura monetaria dell’eurozona, ma anche da un insieme paralizzante di memorandum di austerità.
In Slovenia, la situazione è diversa. Il debito è gestibile, le banche sono ricapitalizzate, il paese ha un buon surplus commerciale, la crescita economica è ripartita e vi è uno dei più alti tassi di proprietà statale in Europa. Pertanto sarebbe più facile per un potenziale governo a sinistra raggiungere i suoi obiettivi: lotta contro la povertà, ridistribuzione della ricchezza, supporto all’autogestione dei lavoratori ed espansione del welfare.
Ma l’appartenenza dell’eurozona sarebbe ancora un ostacolo all’implementazione di politiche industriali e di sviluppo e al controllo dei flussi di capitale. Inoltre è fondamentale avere in mente che la situazione, soprattutto in tempi turbolenti come oggi, può deteriorarsi rapidamente.
Pertanto, abbiamo concordato che dovremmo lavorare su un piano per riprenderci immediatamente la sovranità monetaria — se necessario. Quello che segue è stato elaborato e adottato da “Iniciativa za Demokratični Socializem” all’inizio di questo mese.
L’anno 2015 si rivelerà decisivo nella storia dell’integrazione europea. L’Unione Europea ha rivelato la sua vera natura di baluardo del capitale nel quale la solidarietà internazionale e la vita umana non hanno alcun valore.
L’UE ha dimostrato che le sue istituzioni non soffrono semplicemente di un deficit democratico, ma sono profondamente antidemocratiche. La narrazione ideologica della coesistenza pacifica delle Nazioni europee e la convergenza economica alimentata dal libero mercato, è stata sostituita da ideologie razziste su cicale greche e altre popolazioni meridionali che vivono alle spalle dei lavoratori degli stati del nord, più competitivi e industriosi.
In parallelo, gli attacchi terroristi di Parigi all’inizio e alla fine del 2015 hanno fatto aumentare l’islamofobia e la xenofobia, mentre centinaia di migliaia di rifugiati arrivavano da Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria e altri paesi dopo aver sofferto per anni, se non decenni, devastazioni, in genere innescate o permesse dall’Occidente.
L’unico beneficiario della decisione delle Nazioni europee e delle loro istituzioni comuni contro una soluzione efficace ed umanitaria alla crisi dei rifugiati è stata la destra politica estrema, che ha già messo le mani sul potere in un terzo dell’Europa.
Mentre la crisi dei rifugiati ha esposto la falsità dei grandi discorsi sui diritti umani e la libera circolazione delle persone, l’esempio greco ha dimostrato che il processo di integrazione europea è privo di qualsiasi solidarietà tra gli Stati membri. Il divieto di accettare come collaterale i bond nazionali al fine di mantenere la liquidità emessa dalla Banca Centrale Europea alle banche greche appena una settimana dopo le elezioni di gennaio, è stato l’inizio della resa dei conti tra la troika e il governo di Tsipras.
Donald Tusk, il Presidente del Consiglio Europeo, ha ammesso tranquillamente al Financial Times che l’UE teme il “contagio politico” molto più delle conseguenze finanziarie della crisi greca. In altre parole, le élite politiche europee hanno fatto tutto quanto era in loro potere per impedire alla sinistra vittorie elettorali come quella greca. È il momento di abbandonare i sogni romantici di un’illusoria “Europa unita” e riconoscere che si tratta di una malcelata battaglia del capitale dichiarata ai lavoratori.
Gli esiti di questa battaglia sono ben noto anche ora. A seguito del referendum di luglio 2015 in Grecia dove il 61% dei voti sono stati espressi contro la continuazione delle misure di austerità, che hanno creato un abisso sociale ed economico di proporzioni storiche, il governo di Syriza ha dovuto affrontare proprio il dilemma che cercava di evitare fin da principio durante i negoziati con la troika.
Da una parte, firmare il terzo memorandum avrebbe significato il tradimento sia dell’”oxi” (no) del referendum sia dello stesso programma di Syriza. Dall’altra parte, tuttavia, alla luce dell’asfissia bancaria iniziata la settimana prima del referendum, che aveva causato la chiusura del sistema bancario e l’imposizione di controlli sui capitali, la Grecia sarebbe stata costretta ad una uscita caotica dall’eurozona e ad una frettolosa reintroduzione della dracma.
Dal momento che il governo Tsipras era impreparato tecnicamente, finanziariamente e in qualsiasi altro senso all’uscita, la capitolazione è stata l’unica scelta possibile. La sconfitta di Syriza è stata quindi il risultato non solo del dover cedere a un attore esterno molto potente, ma anche a una cecità strategica derivante da una mancanza di democrazia interna del partito, e all’aver rinunciato al proprio programma.
Nell’IDS siamo convinti che le vicende della Grecia e dei rifugiati impongono un cambiamento di strategia alla sinistra europea. Dopo il 2015, perfino i più creduloni rispetto all’idea dell’”Europa unita” non possono più negare il fatto che l’Europa come è fatta ora è quanto di più lontano da una comunità di Nazioni uguali; al contrario, è una struttura che sostiene la classe di politici e capitalisti i cui interessi si sono fusi.
Questa classe, con la scusa dell’integrazione europea, ha creato uno spazio comune all’interno del quale essi avanzano e impongono le politiche economiche che preferiscono e che non potrebbero essere accettate all’interno dei singoli Stati membri a causa delle limitazioni democratiche. Una volta che riconosciamo l’integrazione europea come il “Comitato di controllo degli affari comuni della borghesia tutta,” come Marx ed Engels descrissero lo stato capitalistico nel Manifesto comunista, diventa chiaro che l’approccio adottato dal governo Tsipras richiede una modifica e un miglioramento radicale, se vogliamo cambiare la natura di queste integrazioni.
L’aggiornamento della strategia della sinistra e, per estensione, della strategia dell’IDS per dare nuova linfa all’integrazione europea dovrebbe essere duplice. In primo luogo, qualsiasi governo guidato da un partito di sinistra impegnato in discussioni e trattative con le istituzioni dell’UE (piano A) non dovrà fare affidamento esclusivamente sulla forza dei suoi argomenti, ma dovrà fortificare questi ultimi con il potere politico, il solo che può farli valere. Una sfida internazionale chiede una forza internazionale: una coalizione pan-europea di organizzazioni progressive e collettivi che chiederanno il cambiamento ad ogni livello sociale, non solo nelle sale riunioni e nelle conferenze stampa.
In secondo luogo, tale governo non deve finire nella trappola tesa a Syriza, ma deve essere preparato per la seconda eventualità: l’uscita dalla zona euro e l’introduzione di una moneta nazionale (piano B). Il suo potere negoziale aumenterebbe e avrebbe una reale linea di condotta alternativa nel caso dovessero fallire le trattative con le istituzioni dell’UE. Stabilirebbe anche una sincera cooperazione internazionale verso un ordine europeo a favore dei lavoratori.
Il piano B libererebbe lo Stato della sua gabbia economica, l’eurozona, e ripristinerebbe la sovranità monetaria. Tuttavia, la lezione greca va intesa nella sua interezza. Il confronto con le istituzioni dell’UE e con i mercati finanziari internazionali, come pure i loro compari domestici, provocherebbe senza dubbio terribili ritorsioni.
Un governo guidato da un partito di sinistra avrebbe quindi bisogno di sostenere il piano B con una legittimazione democratica di primissimo ordine, per mezzo di un dibattito pubblico sulla sua strategia prima delle elezioni e con un referendum. I lavoratori dovrebbero essere dettagliatamente e onestamente informati su tutti gli aspetti del piano B, nonostante il possibile prezzo economico e sociale.
È della massima importanza convincere la gente che uscire dall’eurozona significa l’inizio di un rinnovamento controllato e democratico dello stato e dell’economia a beneficio del popolo. Così, il piano B è la condizione per lo svolgimento del programma di sinistra e viceversa — il piano B non può essere attuato senza mettere in atto tale programma.
Poiché l’euro è una cinghia della camicia di forza del neoliberismo — l’altro sono le regole fiscali restrittive — l’introduzione di una valuta nazionale e, quindi, la sovranità monetaria, sono uno degli aspetti chiave del piano B. Sciogliere queste cinghie incontrerebbe senza dubbio la resistenza da parte del capitale internazionale e dei suoi rappresentanti politici sotto forma di attacchi economici, come la Grecia ha già sperimentato.
Per difendersi da loro, ci sono alcune possibili misure come: il controlli sui capitali, la cancellazione unilaterale del debito, il sequestro delle proprietà e il controllo della gestione del sistema bancario , politiche industriali e di investimento, e il rafforzamento dell’economia sociale.
Queste ultime, tuttavia, non possono essere fatte in un giorno. Pertanto i preparativi per eseguire il piano B, politici e non, sono di fondamentale importanza e includono almeno: l’esecuzione simultanea del piano A, la costituzione di relazioni politiche ed economiche internazionali alternative e la ricerca di alleati di fuori e di là del centro capitalistico.
Di primaria importanza è anche connettersi con la sinistra, i lavoratori e gli altri movimenti progressisti all’estero, costruire legami di solidarietà che facciano da bastioni contro gli attacchi del capitale. Il piano B deve svolgersi nell’ambito della lotta internazionale — e internazionalista —per un mondo diverso.
Molti potrebbero pensare che la mera contemplazione di un piano B sia radicale, figuriamoci la convinzione che esso sia una parte indispensabile della strategia di sinistra per l’Europa. Ma, nelle parole di Bertolt Brecht, uno deve sempre essere ” radicale come lo è la realtà stessa.”
Nel momento in cui il fascismo è ancora una volta una parte normalizzata dello spazio politico europeo e il filo spinato un modo diffuso per segnare i confini dello stato, una ricerca di modi alternativi per il cambiamento sociale è, dal punto di vista delle strategie di sinistra, l’unico approccio che può far fronte alla realtà.

domenica 3 aprile 2016

Renzi: “Marchionne ha fatto più dei sindacalisti per l’Italia”

Renzi appena ritornato dagli Usa ha pensato bene di lanciare l’ennesimo affondo contro la “sinistra” e chiunque osi contestarlo. Questa volta Renzi ha elogiato Marchionne sostenendo che avrebbe fatto più lui per l’Italia che “certi sindacalisti”. Ma di quale Italia sta parlando il premier ?
Matteo Renzi ormai ci ha già abituato al suo modus operandi secondo cui tutti quelli che osano essere in disaccordo con lui vengono messi alla berlina. Gufi, sfigati, tristi, questo sono quelli che osano ancora oggi criticarlo da sinistra, e non a caso appena tornato dagli Usa, ringalluzzito forse dall’ambiente ammerregano, ha pensato bene di sparare ancora una volta a zero contro i sindacati, divenuti una sorta di capro espiatorio verso cui incanalare rabbia, risentimento, stoccate. Così parlando alla scuola di formazione di politica del Pd, e già questo fa abbastanza sorridere, ha pensato bene di sostenere che per l’Italia abbia fatto più Marchionne “più alcuni imprenditori” che certi sindacalisti. Inutile dire che per Marchionne e questi imprenditori suoi amici i diritti sono una semplice formalità e anche avere un lavoro precario non rappresenta un problema. “Io sto con Marchionne”, ha ribadito, e verrebbe quasi da rispondergli che lo sapevamo perfettamente, non c’era certo bisogno di ribadirlo. Ma ribadirlo in questo contesto significa far capire che il Blair italiano non solo non ha niente a che fare con la storia della sinistra italiana ma vuole persino ultimare la mutazione genetica umiliando quel che ne resta e il concetto stesso di sindacato. “Chi è di sinistra crede negli investimenti come, e sto provocando, chi è di sinistra crea lavoro“, ha detto Renzi, mostrando quindi una ulteriore confusione in quanto un lavoro privo di diritti e di sicurezza non è qualcosa di positivo ma solo schiavitù, servaggio. Manco a dirlo ha poi detto di essere favorevole alle trivelle sul referendum del 17 aprile, ma anche in questo caso non avevamo dubbio alcuno…