martedì 13 gennaio 2015

Grecia, il Governo prepara il dossier sui debiti di guerra della Germania: 11 miliardi

La Germania deve alla Grecia l'impressionante cifra di 11 miliardi di euro derivata esclusivamente dal finanziamento forzato imposto ad Atene dagli occupanti nazisti durante la seconda guerra mondiale e che sino ad oggi non è stata restituita. A rimettere al centro la questione dei debiti di guerra è stato ieri il quotidiano To Vima citando quanto rivelato da un rapporto ufficiale consegnato in questi giorni al ministero delle Finanze. Nonostante il rapporto, però, Berlino insiste a non riconoscere il debito. Il portavoce del ministro delle Finanze tedesco Martin Jaeger oggi rispondendo in conferenza stampa a una domanda sul dossier ha detto che Berlino ritiene che non vi sia ragione per la rivendicazione di altri 11 miliardi di euro, da parte della Grecia, come riparazioni di guerra. Le richieste sono già state “complessivamente regolate”. A 70 anni dalla fine della guerra, richieste ulteriori da parte di Atene non trovano giustificazione.
Secondo il giornale, il rapporto (redatto in segreto) è stato finalmente consegnato alla Ragioneria Generale dello Stato ed al vice ministro delle Finanze Christos Staikouras al termine di tre mesi di ricerche approfondite svolte da una speciale commissione presieduta dall'ex direttore generale del Tesoro, Panagiotis Karakousis.
Da quanto sostiene il rapporto, il debito della Germania nei confronti della Greciaè di almeno 11 miliardi di euro. Come sottolinea To Vima, la commissione inquirente ha preso in considerazione le stime più prudenti per quanto riguarda il debito tedesco, mentre da parte sua Karakousis ha dichiarato che tale cifra non ha nulla a che fare con le riparazioni di guerra per i danni subiti dalla Grecia durante l'occupazione tedesca dal 1941 al 1944 che potrebbero raggiungere le decine di miliardi di euro.
Staikouras, da parte sua, trasmetterà ora il rapporto al ministro degli Esteri Evangelos Venizelos il quale lo invierà all'Avvocatura di Stato. In base alla Costituzione ellenica, una speciale Commissione legale dovrà riunirsi per esaminare la questione e consigliare al governo il modo migliore per gestirla

domenica 11 gennaio 2015

Energia, i bonus non decollano. Solo un terzo delle famiglie chiede il sostegno per pagare acqua e luce.

I dati sul disagio sociale e la povertà in Italia parlano chiaro. Il 29.2 per cento della popolazione è, secondo l'Istat, a rischio di povertà ed esclusione sociale con un disagio rilevante per gli anziani soli, le famiglie monoreddito, e quelle con almeno tre minori. Per queste famiglie è difficile potersi assicurare un pasto adeguato ogni due giorni, riscaldare adeguatamente l'abitazione e pagare le bollette di energia e gas. Quasi due milioni di famiglie, per un totale di circa 5 milioni di persone, risultano in condizioni di povertà assoluta, e 3 milioni e mezzo di famiglie, pari a quasi 10 milioni di individui, in povertà relativa. Eppure in questo quadro allarmante qualcosa si muove, anche se lentamente e con contraddizioni: l'aiuto alle famiglie attraverso i bonus per l'energia elettrica e il gas ci sono, ma non decollano. E non per mancanza di fondi stanziati, ma per mancanza di richieste. Sarebbero difatti secondo l' Authority dell'energia e del gas quasi 5 milioni le famiglie bisognose che ne hanno diritto (2,9 milioni le famiglie potenzialmente interessate dal bonus l'elettricità e 2,3 milioni quelle che potrebbero ottenerlo per il gas). Tuttavia, questo diritto non è esercitato e solo un terzo delle famiglie riceve il bonus per l'elettricità e poco più di un quarto per il gas. Il mancato successo del bonus è determinato dai soliti problemi endemici delle nostre amministrazioni: una procedura di richiesta ed erogazione dei bonus estremamente farraginosa che vede operare insieme soggetti pubblici e privati, i Comuni, i Caf, le Asl, i distributori di energia elettrica e gas, i venditori, le Poste italiane e l'Inps. Da cui risulta un incidenza complessiva del costo di gestione pari al 7% del bonus complessivamente erogato sul periodo 2008-2012, e un valore dei bonus distribuiti alle famiglie di poco superiore al 50% del miliardo di euro accantonati (poco più di 376 milioni per l'elettricità e poco più di 178 milioni per il gas.)
Come superare questa en passe ? L'associazione Bruno Trentin, centro studi della CGIL, ha qualche idea in proposito e l'ha presentata in un dossier sulla Povertà Energetica: il primo passo è semplificare le procedure per rendere più snello il processo di richiesta dei bonus , ridurre i costi di gestione, semplificando l'iter amministrativo, e allargare la platea dei beneficiari. L'associazione Bruno Trentin condivide questo punto di vista con l' Authority la quale ha rilevato come il numero delle famiglie potenzialmente beneficiarie dei bonus è comunque inferiore a quello delle famiglie identificate dall'Istat come a rischio di povertà, e di poco inferiore a quello delle famiglie che nel 2013 versavano in condizioni di povertà assoluta.
Ma quali sono le azioni correttive proposte dal centro studi CGIL? Nel rapporto si chiede di semplificare la complessità della procedura di domanda, e di rivedere le fasce ISEE di reddito istituendo un'ulteriore fascia da 7.500 a 10.000 euro, con uno sconto differenziato rispetto alla prima fascia, e istituendo un meccanismo di rivalutazione automatica annuale delle soglie minime applicabili. E' ipotizzato il coordinamento accentrato delle procedure attribuendo la responsabilità all'Acquirente Unico, ossia all'organo pubblico che acquista all'ingrosso l'elettricità per chi ha contratti di maggior tutela. Si fa inoltre l'ipotesi di aumentare fino a 3 volte il costo del finanziamento in bolletta, senza eccessivo aggravio per l'utente medio, che dovrebbe sostenere sull'intero anno una spesa non superiore ai 2 euro per l'elettricità, e a 5 euro per il gas. Non ultimo, l'estensione del bonus anche alle utenze che impiegano gas diversi da quello naturale, distribuito sulle reti urbane e gli utenti del servizio di teleriscaldamento; e infine, supportata in ciò anche dall' Authority , il calcolo del bonus al lordo delle imposte, invece che al netto come accade ora, consentendo una rivalutazione dell’ammontare del bonus del + 15% per la bolletta elettrica e del + 30% per il bonus del gas. Insomma, una serie di interventi strutturali che consentirebbero di razionalizzare e accrescere l'efficienza del sistema bonus , aiutando milioni di famiglie in condizioni di crescente disagio economico e sociale.

venerdì 9 gennaio 2015

Il presidente Hollande riconosce che la Francia ha armato le milizie anti siriane che collaboravano strettamente con i terroristi dell’ISIS

Ripubblichiamo un nostro precedente articolo (pubblicato il 23 Agosto c.a.) che mette in risalto le complicità del governo francese con i gruppi terroristi takfiri che operano in Siria, gli stessi a cui appartengono i terroristi, quelli franco algerini che si sono resi protagonisti dell’ultimo attacco verificatosi a Parigi.
…Il leader francese Hollande ha rilasciato dichiarazioni lo scorso Giovedi (20 Agosto 2014), riconoscendo che il governo di Parigi aveva fornito le armi ai terroristi Takfiri in Siria “qualche mese fa,” ed ha inoltre sottolineato che, secondo lui, “Non dobbiamo smettere di sostenere i militanti anti-Damasco”.
Hollande , nel corso dell’intervista, ha anche invitato gli altri paesi, a partire da Stati Uniti ed Unione Europea ad aderire alla campagna e ha sostenuto che la Francia non può “fare da sola”.
In un’intervista con il giornale francese Le Monde dello stesso giorno, pubblicato successivamente, il presidente francese ha detto che la comunità internazionale deve assumersi una “grande responsabilità” per quanto riguarda le turbolenze in Siria, che si sono anche riversate nel vicino Iraq.
Egli ha anche detto che i militanti Takfiri dell’ISIL non sarebbero mai apparsi come un esercito se la crisi in Siria fosse stata messa a termine, aggiungendo che gli altri miliziani armati che operano nel paese “meritano tutto il nostro sostegno.”
La Francia è stata tra le maggiori potenze sostenitrici degli estremisti Takfiri operanti in Siria per rovesciare il governo del presidente siriano Bashar al-Assad dal marzo 2011.
Nel mese di gennaio, Hollande aveva dichiarato che circa 700 cittadini francesi risulta che abbiano preso parte alla guerra contro il governo di Damasco, aggiungendo che Parigi deve mettere in guardia i giovani contro l’arruolamento nella rete dei gruppi estremisti nel paese arabo.
Secondo alcune fonti, più di 180.000 persone sono state finora uccise e milioni di altre persone sfollate a causa della violenza alimentata da militanti occidentali-basati in Siria


Uno degli uomini chiave degli Stati Uniti in Siria, il “Syrian Army libero” (FSA) Col. Abdel Jabbar al-Okaidi, che operavano per lo più nella zona della Grande Aleppo, dichiara che era abituato ad una comunicazione quotidiana e alla collaborazione con i gruppi jihadisti estremisti dello “Stato islamico in Iraq e Levante “(ISIL) e il ramo ufficiale di al-Qaeda in Siria, Jabhat al-Nusra. Egli si riferisce a questi combattenti come” fratelli”. In un filmato dopo la cattura del ribelle Menagh, nella base aerea militare, lo stesso era anche apparso in piedi accanto a un jihadista egiziano dell’ ISIL, Abu Jandal, mentre lui e il suo gruppo lo ringraziavano per il suo contributo. E’ risaputo che gli Stati Uniti hanno inviato aiuti militare ad al-Okaidi ed agli altri del FSA durante l’ultimo paio di anni.
Nota:
Questi sono i leaders occidentali che adesso lanciano l’allarme circa l’aggressione e le atrocità commesse dagli estremisti islamici dell’ISIL in Iraq, sono gli stessi che da circa tre anni hanno armato e sostenuto i vari movimenti estremisti takfiri dei miliziani che combattevano in Siria per rovesciare il governo di Basahar al-Assad. Sono gli Hollande, i Cameron, assieme a Barak Obama, gli stessi che adesso si ergono a “paladini” nella lotta ai “barbari islamisti”. Qualcuno può dare ancora credibilità a simili personaggi?

mercoledì 7 gennaio 2015

Quasi un milione di italiani in difficoltà

Rispetto al terzo trimestre del 2013 il dato è aumentato del 5,3%. Disoccupati +5,8%.
mensa-poveriCresce di quasi mezzo milione il numero degli italiani che non ce la fa. Secondo i calcoli del Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, il totale del’area di disagio sociale comprendeva 9,21 milioni di persone nel terzo trimestre del 2014. Rispetto al terzo trimestre del 2013, risulta un aumento del 5,3%.
Ai 3 milioni di persone disoccupate, Unimpresa somma i lavoratori con contratti a tempo determinato, sia quelli part time (677mila persone) sia quelli a orario pieno (1,74 milioni); quindi i lavoratori autonomi part time (813mila), i collaboratori (375mila) e quelli con contratti a tempo indeterminato part time (2,5 milioni). Questo gruppo di persone occupate – ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute – ammonta complessivamente a 6,2 milioni di unità.
DISAGIO SOCIALE PER 466MILA PERSONE. Secondo Unimpresa, in un anno 466mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale. Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Nel terzo trimestre dello scorso anno i disoccupati erano in totale 2,84 milioni: 1,48 milioni di ex occupati, 596mila ex inattivi e 763mila in cerca di prima occupazione.
DISOCCUPATI IN AUMENTO DEL 5,8% A settembre 2014 i disoccupati risultano in aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente (+166mila persone). In calo gli inattivi: -19mila unita’ (-3,2%) da 596mila a 577mila. In aumento di 51mila unità gli ex occupati da 1,48 milioni a 1,53 milioni (+3,4%). Salgono anche le persone in cerca di prima occupazione, in aumento di 134mila unita’ da 763mila a 897mila (+17,6%).
In forte aumento anche il dato degli occupati in difficoltà: erano 5,9 milioni a settembre 2013 e sono risultati 6,2 milioni a settembre scorso.
AUMENTANO I CONTRATTI PART TIME. I contratti a temine part time sono aumentati di 60mila unità da 617mila a 677mila (+9,7%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 92mila unità da 1,65 milioni a 1,74 milioni (+5,6%). Salgono anche i contratti di collaborazione (+18mila unità) da 357mila a 375mila (+5,0%).
Risultano in aumento anche i contratti a tempo indeterminato part time (+4,.%) da 2,49 milioni a 2,59 milioni (+99mila) e gli autonomi part time (+4,0%) da 782mila a 813mila (+31mila). «Il 2014 è stato durissimo e non possiamo permetterci un altro anno senza ripresa” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Piu’ di 9 milioni di persone sono in difficolta’ e questo vuol dire che spenderanno meno, tireranno la cinghia per cercare di arrivare a fine mese. Tutto ciò con effetti negativi sui consumi, quindi sulla produzione e sui conti delle imprese». Secondo il presidente di Unimpresa “serve maggiore attenzione proprio alla famiglia da parte del governo».

lunedì 5 gennaio 2015

Fisco, stop alla norma salva-Berlusconi.

Il fuoco incrociato su Renzi per la norma, contenuta nella riforma fiscale, e approvata in Consiglio dei ministri che avrebbe salvato Silvio Berlusconi, ha prodotto il passo indietro. Così da Palazzo Chigi trapelano alcune voci che sottolineano che “Di tutto abbiamo bisogno tranne che dell’ennesimo dibattito sul futuro di un cittadino, specie in un momento come questo dove qualcuno teorizza strampalate ipotesi di scambi politici-giudiziari, anche alla luce del delicato momento istituzionale che il Paese si appresta a vivere”. Proprio per queste ragioni il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha chiesto agli uffici di non procedere, almeno per ora, alla formale trasmissione alla Camera del testo approvato in Consiglio dei Ministri. La proposta tornerà prima in Consiglio dei Ministri, poi alle Commissioni, quindi di nuovo in Consiglio per l’approvazione definitiva entro i termini stabiliti dal Parlamento e cioè entro marzo 2015.
La norma, già ribattezzata salva Berlusconi, si racchiude in poche righe, relativa ai reati tributari con le novità introdotte nel decreto approvato alla vigilia di Natale dal Consiglio dei ministri; all’articolo 19 bis, prevede l’esclusione della punibilità “quando l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato o l’importo dell’imposta sul valore aggiunto evasa non è superiore al 3% dell’imposta sul valore aggiunto dichiarato”. Se nulla cambiasse a Berlusconi potrebbe essere cancellata la condanna a quattro anni nel processo Mediaset. E quindi la depenalizzazione gli consentirebbe di ricandidarsi. Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione (tre condonati) e a due anni di interdizione dai pubblici uffici per una frode fiscale di 7 milioni di euro, pari a meno del 2% dell’imponibile.

domenica 4 gennaio 2015

La polizia è stata creata per controllare i lavoratori e i poveri

Nella maggior parte delle discussioni liberali sulle recenti uccisioni di neri disarmati da parte della polizia c’è l’idea implicita che la polizia debba proteggere e servire la popolazione. Ciò è, dopotutto, ciò per cui è stata creata. Se soltanto si potessero ristabilire relazioni normali, oneste tra la polizia e la comunità, il problema potrebbe essere risolto. I poveri, in generale, sono più soggetti di ogni altro a essere vittime della criminalità, questo è il ragionamento, e perciò si trovano in una situazione di maggior bisogno, rispetto a chiunque altro, della protezione della polizia. Forse ci sono poche mele marce, ma se soltanto la polizia non fosse così razzista, o non attuasse politiche quali quella dei fermi e delle perquisizioni, o non avesse tanta paura dei neri o sparasse meno contro persone disarmate, potrebbe rendere l’utile servizio di cui tutti abbiamo bisogno.
Questo modo liberale di considerare il problema si basa su un malinteso a proposito delle origini della polizia e di quali siano i fini per cui è stata creata. La polizia non è stata creata per proteggere e servire la popolazione. Non è stata creata per impedire i crimini, almeno non nel senso inteso dalla maggior parte delle persone. E certamente non è stata creata per promuovere la giustizia. E’ stata creata per proteggere dalla minaccia posta dal frutto di tale sistema, la classe operaia, la nuova forma del capitalismo del lavoro salariato emersa dalla metà alla fine del diciannovesimo secolo.
Questo è un modo rude di affermare una verità piena di sfumature, ma a volte le sfumature servono solo a confondere.
Prima del diciannovesimo secolo non c’erano, in nessuna parte del mondo, forze di polizia che riconosceremmo per tali. Nel nord degli Stati Uniti c’era un sistema di poliziotti e sceriffi eletti, molto più responsabili, in modo molto diretto, nei confronti della popolazione di quanto lo sia la polizia odierna. Al sud la cosa più simile a una forza di polizia erano i guardiani di schiavi. Poi, col crescere delle città settentrionali e il loro riempirsi di lavoratori salariati immigrati, separati fisicamente e socialmente dalla classe dominante, l’élite ricca che gestiva le varie amministrazioni comunali assunse centinaia, e poi migliaia, di uomini armati per imporre l’ordine nei nuovi quartieri della classe operaia.
Conflitti di classe turbarono città statunitensi della fine del diciannovesimo secolo, come Chicago che visse grandi scioperi e rivolte nel 1867, 1877, 1886 e 1894. In ciascuna di queste sollevazioni la polizia attaccò i dimostranti con estrema violenza, anche se nel 1877 e nel 1894 fu l’esercito statunitense a svolgere un ruolo maggiore nel reprimere definitivamente la classe operaia. Sulla scia di questi movimenti la polizia si presentò sempre più come una sottile linea blu [thin blue line – espressione colloquiale per indicare le forze dell’ordine – n.d.t.] a protezione della civiltà, intesa come civiltà borghese, dal disordine della classe operaia. Questa ideologia dell’ordine, sviluppatasi alla fine del diciannovesimo secolo, echeggia sino ai giorni nostri, salvo che oggi la minaccia principale è costituita dai poveri neri e latinoamericani, anziché dai lavoratori immigrati.
Naturalmente la classe dominante non ottenne tutto ciò che voleva e dovette cedere su molti punti agli immigrati che cercava di controllare. E’ per questo, ad esempio, che le amministrazioni comunali abbandonarono il tentativo di vietare l’alcool la domenica e assunsero molti agenti di polizia immigrati, specialmente irlandesi. Ma nonostante queste concessioni, gli uomini d’affari si organizzarono per garantirsi che la polizia fosse sempre più isolata dal controllo democratico e crearono proprie gerarchie, sistemi di governo e regole di comportamento. La polizia si distinse sempre più dalla popolazione indossando uniformi, stabilendo regole proprie per le assunzioni, le promozioni e i licenziamenti e lavorando alla creazione di uno spirito unico di corpo, identificandosi con l’ordine. E nonostante le denunce di corruzione e inefficienza, ottenne un sostegno sempre maggiore dalla classe dominante, fino al punto che, per esempio, a Chicago gli uomini d’affari donarono di tasca propria fondi per acquistare fucili, artiglieria, mitragliatrici a canne rotanti, edifici e denaro per creare fondi pensione per la polizia.
Non c’è mai stato un periodo in cui la polizia delle grandi città abbia fatto valere neutralmente “la legge” o sia arrivata in prossimità di tale ideale (quanto a questo, la legge stessa non è mai stata neutrale). Per tutto il diciannovesimo secolo al nord arrestava prevalentemente le persone per “crimini” mal definiti, come comportamento molesto e vagabondaggio. Ciò significava che la polizia poteva arrestare chiunque considerasse una minaccia all’”ordine”. Nel sud post-bellico imponeva la supremazia bianca e in larga misura arrestava i neri su accuse inventate per alimentare i sistemi di lavoro coatto.
La violenza messa in atto dalla polizia e la sua separazione morale da quelli che sorvegliava non furono la conseguenza della brutalità di singoli agenti bensì la conseguenza di attente politiche intese a plasmare la polizia in una forza che poteva usare la violenza per gestire i problemi sociali che accompagnavano lo sviluppo dell’economia del lavoro salariato. Ad esempio nella breve e dura depressione della metà degli anni ’80 del 1800 Chicago era piena di prostitute che lavoravano in strada. Molti poliziotti riconoscevano che queste prostitute erano in generale donne impoverite che cercavano un modo per sopravvivere e agli inizi ne tollerarono il comportamento. Ma la gerarchia della polizia insisteva che gli uomini di pattuglia facessero il loro dovere, indipendentemente dai loro sentimenti, e arrestassero queste donne, infliggessero multe e le cacciassero dalle strade mandandole nei bordelli, dove potevano essere ignorate da alcuni membri dell’élite e controllate da altri. Analogamente, nel 1885, quando Chicago cominciò a sperimentare un’ondata di scioperi, alcuni poliziotti simpatizzarono con gli scioperanti. Ma una volta che la gerarchia poliziesca e il sindaco decisero di sconfiggere gli scioperi, i poliziotti che si rifiutarono di rispettare gli ordini furono licenziati. In questo e in un migliaio di modi simili la polizia fu plasmata in una forza che avrebbe imposto l’ordine alla classe operaia e ai poveri, quali che fossero i sentimenti singoli degli agenti coinvolti.
Anche se alcuni agenti di pattuglia cercavano di essere gentili e altri erano apertamente brutali, la violenza poliziesca degli anni ’80 del 1800 non fu una questione di poche mele marce, né lo è ora.
Molto è cambiato dalla creazione della polizia: in misura più importante, l’afflusso dei neri nelle città settentrionali, il movimento dei neri della metà del ventesimo secolo e la creazione dell’attuale sistema d’incarcerazione di massa, in parte come reazione a tale movimento. Ma questi cambiamenti non hanno determinato una svolta fondamentale nell’attività di controllo. Hanno condotto a nuove politiche mirate a preservare continuità fondamentali. La polizia è stata creata per usare la violenza per conciliare la democrazia elettorale con il capitalismo industriale. Oggi è solo una parte del sistema della “giustizia penale” che continua a svolgere lo stesso ruolo. Il suo compito fondamentale consiste nell’imporre l’ordine a quelli che hanno ragioni maggiori per non sopportare il sistema, quelli che nella nostra società sono in misura sproporzionata neri poveri.
E’ possibile immaginare un sistema democratico di polizia, un sistema in cui i poliziotti siano eletti da quelli che controllano e siano tenuti a rispondere loro. Ma non è questo il sistema che abbiamo. E non è per questo che il sistema attuale è stato creato.
Se c’è una lezione positiva da ricavare dalla storia delle origini della polizia è che quando i lavoratori si sono organizzati, quando hanno rifiutato di sottomettersi o di collaborare e hanno causato problemi alle amministrazioni cittadine, hanno potuto far retrocedere la polizia dalle sue attività più insopportabili. Uccidere singoli agenti di polizia, come successe a Chicago il 3 maggio 1886 e più recentemente a New York il 20 dicembre 2014, ha solo reso più forti quelli che sollecitano una repressione dura, una reazione che già stiamo cominciando a costatare. Ma la resistenza su grande scala potrebbe costringere la polizia a esitare. Questo successe a Chicago nei primi anni ’80 del 1800, quando la polizia si ritirò dal reprimere gli scioperi, assunse agenti immigrati e cercò di ripristinare una certa credibilità presso la classe operaia dopo il suo ruolo nella repressione della ribellione del 1877.
La polizia potrebbe essere respinta di nuovo se continuasse la reazione alle uccisioni di Eric Garner, Michael Brown, Tamir Rice e innumerevoli altri. Se così fosse, sarebbe una vittoria di quelli che oggi si mobilitano e salverebbe delle vite, anche se, fintanto che sopravvivrà questo sistema che necessita della violenza poliziesca per controllare una grande fetta della propria popolazione, qualsiasi cambiamento nella politica poliziesca sarà mirato a tenere più efficacemente al loro posto i poveri.
Non dovremmo attenderci che la polizia sia qualcosa che non è. Da storici dovremmo sapere che le origini contano e la polizia fu creata dalla classe dominante per controllare i lavoratori e i poveri, non per aiutarli. Da allora ha continuato a svolgere tale ruolo.

giovedì 1 gennaio 2015

IL 2015, UN ANNO CRITICO E TURBOLENTO

Il 2014 termina con la decisione di Barack Obama di ristabilire le relazioni con Cuba, dopo di mezzo secolo di blocco economico e di attacchi contro la sovranità dell’isola. L’allegria che suscita la notizia deve però presto sfumare. L’avvicinamento si produce nel momento in cui gli Stati Uniti dimostrano una netta tendenza nel provocare conflitti e guerre, come parte della loro strategia di creare il caos sistematico per continuare il loro dominio.
L’anno che volge al termine è stato uno dei più intensi, già che la Casa Bianca ha dispiegato un insieme di iniziative che possono portare alla guerra tra i paesi che possiedono le armi atomiche. Il caso più critico è quello dell’Ucraina. Washington ha predisposto un colpo di Stato alle frontiere con la Russia, con l’intenzione di trasformare l’Ucraina in una piattaforma per la destabilizzazione e, eventualmente, per l’aggressione militare contro la Russia. La strategia statunitense è orientata a stabilire un accerchiamento militare, economico e politico alla Federazione Russa, per impedire ogni avvicinamento di questa con l’Unione Europea.
Tra i fatti più gravi del 2014, dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per impedire i bombardamenti indiscriminati di Israele sulla Striscia di Gaza. La politica della Casa Bianca in Medio Oriente è di una ipocrisia allarmante. Gli USA hanno avallato delle elezioni più che dubbie in Egitto, dopo un colpo di Stato contro il primo governo democratico, che hanno portato al loro incondizionato alleato, Albdelfatah Al-Sisi, al potere.
La situazione caotica di conflitti ,che attraversano attualmente la Siria, il Sudan, l’Iraq e la Libia, è una chiara dimostrazione che si è progettata una strategia del caos, come vengono denunciando vari analisti internazionali, come sistema per ridisegnare le relazioni di potere a proprio favore. Continua ad essere un mistero di come le poderose forze militari occidentali non possano abbattere lo Stato Islamico, facendo crescere molti sospetti che l’organizzazione terrorista lavori in realtà sulla stessa strategia che muove il Pentagono e sia quindi una loro creatura.
In America Latina, richiama l’attenzione il silenzio della Amministrazione Obama circa i massacri che avvengono in Messico. Per molto meno, i funzionari del governo del Venezuela vengono adesso denunciati e messi sotto sanzioni dalla Casa Bianca.
Non smette di suscitare attenzione il fatto che la nuova escalation di misure contro il Governo di Nicolas Maduro risulti simultanea con l’avvicinamento a Cuba. Sembra d’obbligo domandarsi: quali vere intenzioni si annidano negli USA per questa nuova politica verso l’Isola?
Sembra evidente che non c’è una politica statunitense verso il Venezuela ed un altra verso Cuba, o verso il Messico. L’obiettivo è il medesimo: continuare a dominare l’area del Caribe, in Centro America, in Messico ed in tutto il Nord del Sud America, l’area dove gli Stati Uniti non ammettono sfide al loro dominio.
Per evitarlo tutto può andare bene. La guerra conto i settori popolari in Messico (con la scusa dei Narco) fu progettata per impedire una sollevazione popolare, che era possibile nei primi anni del nuovo secolo.
Per quello in Messico, gli Stati Uniti possono contare contare con una classe politica finanziata e formata da loro stessi, una classe di politici fedeli, corrotti e sottomessi. Qualche cosa con cui non possono contare in Venezuela, dove l’opposizione non ha ne’ la coesione sociale ne’ la capacità per dirigere il paese (sebbene con i dollari possano comprare molti), molto meno a Cuba, dove i quadri tecnici e politici non sono manipolabili secondo i programma dell’Impero USA.
In Venezuela si sta puntando fortemente sul caos, come si capisce dal tipo di azioni portate a compimento nei primi mesi di quest’anno dai settori più radicalizzati dell’opposizione. E’ probabile che cerchino di portare questa strategia del caos anche a Cuba, con tutto quello che implica: dalla introduzione della cultura capitalista (in particolare consumismo e droga) fino alla forma venale e clientelare della democrazia come è abituale in Occidente.
Come sembra, visto che ancora è presto per capire se la Casa Bianca stia promuovendo un cambiamento nella sua politica estera, esiste l’intenzione di creare una scala di priorità sul ruolo dell’America Latina. L’analisi del “Diario del Pueblo”, è orientata verso questa interpretazione.
La strategia degli USA di esercitare la loro influenza nella zona dell’Asia Pacifico è stata una decisione presa all’improvviso e già si sono resi conto di quella. Adesso gli Stati Uniti muovono le loro pedine verso altre strade. La normalizzazione delle relazioni con Cuba tende ad eliminare un grande ostacolo per la loro attiva partecipazione nelle questioni dell’America Latina, e si cala in un discreto adeguamento della loro fallita strategia di ritorno verso l’Asia -Pacifico.
E’ sicuro che Obama nella sua allocuzione ha fatto riferimento al fatto che la politica verso Cuba abbia distanziato gli USA dalla regione ed ha limitato le possibilità di spingere i cambiamenti nell’isola. Attraverso Cuba, simbolicamente gli USA enfatizzano il loro interesse per la comunità latino americana, conclusione a cui arrivano alcuni analisti.
Se è sicuro che la potenza USA stia puntando le sue batterie verso l’America Latina, ci troveremmo davanti ad una svolta di grandi proporzioni, alla volta che si starebbe rendendo evidente la scarsa consistenza della loro politica estera che, dal 1945 era stata focalizzata sul Medio Oriente e negli ultimi anni si è proposta di pendere verso l’Asia-Pacifico. In ogni caso, i latinoamericani si trovano di fronte a nuovi problemi. Negli ultimi anni il potere morbido degli USA ha provocato due colpi di Stato riusciti (Honduras e Paraguay ), una guerra di alta intensità contro un popolo (Messico), ha messo in scacco la governabilità in vari paesi (Venezuela e, in misura minore, Argentina) ed adesso affronta la maggiore società del Continente (la Petrobas del Brasile). Vedi: El Universal
Di sicuro l’incompetenza di alcuni governi gli facilita il compito.
Tutto fa pensare che il 2015 sarà un anno difficile, in cui le tendenze verso la guerra, la destabilizzazione ed il caos sistemico, probabilmente si accresceranno in forma esponenziale. Questo riguarderà tanto i governo conservatori quanto quelli progressisti, tra i quali ci sono sempre meno differenze.
Per i movimenti che cercano l’indipendenza e la sovranità ci continueremo ad impegnare nel seguirli, con la necessità di imparare a vivere ed a resistere negli scenari di acute tempeste. In quelle dove si temprano i veri naviganti.