mercoledì 23 settembre 2020

La neverending lotta di classe di Confindustria

 

La lettera che il neopresidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha inviato ai presidenti delle associazioni confederate ha fatto capolino sulle pagine dei giornali, attirando l’attenzione anche dei sindacati, per il provocatorio riferimento ai “nuovi contratti rivoluzionari” che gli industriali vorrebbero firmare.

L’espressione ha fatto giustamente scalpore, ma una lettura complessiva della lettera fa emergere, in maniera ancora più limpida, la visione di Confindustria nella sua interezza, e ci suggerisce quali saranno i temi su cui lottare nel prossimo futuro e quali i fortini da difendere.

L’armamentario retorico padronale, infatti, emerge in tutta la sua limpidezza – condito dalle parole d’ordine dell’antistatalismo e del parassitismo, che da sempre contraddistinguono il capitalismo italiano – ma è sulle relazioni sociali e sulla struttura istituzionale del mercato del lavoro che Bonomi indugia con particolare interesse.

Cogliendo l’occasione di criticare il blocco dei licenziamenti e l’estensione della Cassa Integrazione, strumenti di tutela dei lavoratori invisi ai capitalisti e ai loro portavoce politici, Bonomi richiede un’accelerazione della riforma degli ammortizzatori sociali.

Richiede dunque, il completo passaggio – in buona parte, a dire il vero, già compiuto dal governo Renzi – da un sistema di ammortizzatori sociali cosiddetto in costanza di rapporto di lavoro ad un sistema basato interamente sulle politiche attive e sulla ricerca di un nuovo lavoro da parte del disoccupato.

Fare un po’ di ordine ci servirà non solo a scopo esplicativo, ma anche al fine di segnalare quali sono gli interessi che si vogliono intaccare dietro la retorica edulcorata del “riformismo” del mercato del lavoro.

Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato su forme di trasferimento – cassa integrazione guadagni (CIG) e indennità di mobilità – non condizionate alla ricerca del lavoro, e che mantenevano comunque il lavoratore in prossimità del proprio posto di lavoro.

Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act che, con la NASPI, ha introdotto clausole stringenti per cui si perde il diritto al sussidio e ha spezzato il legame tra lavoratore e posto di lavoro. Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato, oltre che sulla cassa integrazione guadagni, sull’indennità di mobilità per i lavoratori licenziati.

L’indennità di mobilità non era condizionata alla ricerca di un’occupazione e manteneva comunque in vita la possibilità del reintegro nel rapporto di lavoro, in quanto per i primi sei mesi dalla cessazione i lavoratori avevano una sorta di “diritto di prelazione”, avendo l’azienda l’obbligo, in caso di nuove assunzioni, di assumere prima i lavoratori in mobilità.

Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act, che con la NASPI, oltre ad aver eliminato il diritto di prelazione, ha introdotto clausole stringenti, in base alle quali se il lavoratore non accetta determinate offerte di lavoro, perde il diritto al sussidio. In tal modo, la riforma ha contribuito a rendere più labile il legame tra lavoratore e posto di lavoro.

Inoltre, sono state introdotte condizionalità anche per i beneficiari di CIG con una sospensione o riduzione superiore dell’orario di lavoro superiore al 50%.

Ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione, così come le tutele contro il licenziamento e i contratti a tempo indeterminato, sono da anni sotto costante attacco da parte delle Istituzioni internazionali ed europee e dunque dei governi nazionali.

Unitamente alla riduzione delle tutele sul licenziamento, sussidi e ammortizzatori hanno subìto uno drastico ridimensionamento (nelle eligibilità e nelle prestazioni) poiché si ritiene, in accordo con la teoria economica dominante, che sussidi troppo generosi possano indurre il lavoratore a permanere nello stato di disoccupazione.

Emerge quell’odioso approccio al problema della disoccupazione la cui “colpa” ricadrebbe interamente sul lavoratore. Secondo questa logica, dunque, ridurre la durata del sussidio, accompagnarlo a clausole di condizionalità e alla ricerca ‘attiva’ di una nuova occupazione ridurrebbe l’azzardo morale del lavoratore e lo incentiverebbe a trovare un nuovo lavoro – indipendentemente dal fatto che tale lavoro ci sia o meno.

Proprio le clausole di condizionalità, vale a dire l’obbligo di partecipare alla formazione professionale e di non rifiutare un’offerta di lavoro ‘congrua’ (che spesso e volentieri non è affatto adeguata al percorso professionale e alle legittime aspirazioni dei lavoratori), rappresentano un vero e potente strumento di indebolimento del potere contrattuale del lavoratore.

Il rischio di perdere il sussidio, infatti, impedirà di continuare la ricerca di un impiego meglio retribuito costringendolo ad accettare un lavoro indipendentemente dalle proprie aspirazioni.

Il corollario di tali misure – e qui entriamo nel campo dell’inganno semantico – sono le famigerate politiche attive del lavoro a gran voce richieste da Bonomi. Esse, lungi dall’essere la panacea per i mercati del lavoro saturi di disoccupati, rappresentano il modo in cui la fiscalità generale si fa carico della formazione professionale dei lavoratori secondo l’interesse delle imprese, nella vana speranza che ciò serva a creare posti di lavoro, quando invece non si fa altro che fornire manodopera formata con soldi pubblici al servizio dei profitti privati.

Su di esse fa particolare affidamento proprio chi dà una spiegazione della disoccupazione dal lato dell’offerta, vale a dire chi ritiene che la disoccupazione dipenda dalle caratteristiche proprie del disoccupato, e che basterebbe dunque avere caratteristiche in linea con la domanda di lavoro per essere occupati.

Ma quando la domanda di lavoro stagna a causa di una domanda aggregata azzoppata dalle rigide regole di bilancio e dal contenimento dei salari, langue, non vi è speranza di aumentare l’occupazione.

Il mondo padronale naturalmente stravede per queste misure e, per voce di Bonomi, ne richiede addirittura un’ulteriore modifica affinché, si legge, venga nettamente distinta una parte del suo importo di natura assicurativa e una parte strettamente condizionata all’attività formativa.

Non solo superare completamente quel “retaggio novecentesco” rappresentato dalla CIG ma aggravare le condizionalità che gravano sulle spalle dei lavoratori.

Come gran parte della letteratura accademica di stampo liberista e del suo corollario politico, Bonomi chiede esplicitamente di rifarsi alle riforme Hartz, che tra il 2002 e il 2005 misero prepotentemente mano al mercato del lavoro tedesco.

Oltre a favorire la diffusione dei mini-job (lavori ultraprecari, mal pagati e privi di qualsiasi tutela previdenziale), l’obiettivo di tali riforme è stato quello di ridurre il costo del lavoro tedesco per favorire la competitività delle merci: uno dei metodi attraverso cui ciò è stato perseguito è stato la riduzione delle prestazioni dei sussidi e l’aggravamento delle clausole di condizionalità, logica pedissequamente seguita nel 2014 dal governo Renzi.

Mentre l’evidenza ha ormai smentito l’utilità di tali riforme nel determinare un miglioramento delle dinamiche occupazionali, è ben chiaro cosa esse abbiano prodotto in termini di distribuzione del reddito e di dinamica salariale. La quota salari tedesca, vale a dire la parte del prodotto nazionale che va al lavoro, è diminuita nei primi anni successivi alla riforma, tra il 2002 e il 2008, di ben 4 punti percentuali e ha recuperato il livello del 2001 solo nel 2018, segnando da allora un nuovo trend di decrescita.

Una dinamica speculare è stata seguita dal costo del lavoro per unità di prodotto (Il rapporto tra il costo e la produttività del lavoro) diminuito di 6 punti percentuali fino al 2008 e tornato ai livelli precedenti soltanto nel 2018.

È la logica della deflazione salariale che le politiche europee vogliono estendere a tutta Europa, che il Jobs Act ha decisamente implementato in Italia e che Bonomi invoca prepotentemente. Invocazione che viene condita dalle lagnanze di chi si lamenta per un Paese bloccato poiché i padroni non sono liberi di implementare la “riorganizzazione industriale” (tradotto, licenziare) né di effettuare investimenti.

È il ben noto scambio tra riduzione delle tutele e aumento degli investimenti, da sempre promesso, ma, come è logico aspettarsi, verificatosi solo in una direzione: quella della precarizzazione del lavoro.

Tutto al contrario, il volano della crescita economica e occupazionale del Paese è una vigorosa ripresa della spesa pubblica, al di fuori della logica dei vincoli europei, e la ripresa di una grande stagione di contrattazione salariale che restituisca ai lavoratori il potere di acquisto e i diritti perduti e rimetta in discussione la distribuzione del reddito tra salari e profitti.

A ricordarci quanto ciò sia cruciale del resto è proprio Bonomi. Quella sua roboante, ma in fondo laconica richiesta di contratti rivoluzionari slegati dalla logica novecentesca salario-orario di lavoro, suona come un avvertimento ai lavoratori e ai sindacati: dopo più di un decennio di blocco sostanziale della contrattazione, per cui tra il 2005 e il 2018 le retribuzioni reali sono cresciute di circa il 2%, non illudetevi di vedere aumenti significativi nei vostri salari. Confindustria è pronta e decisa a non consentirlo, e anzi, continua a chiedere al Governo sgravi e sussidi, oltreché il famigerato taglio del cuneo fiscale.

Una posizione emersa con ancora più chiarezza nell’incontro con i sindacati confederali della settimana scorsa in cui il presidente di Confindustria ha chiuso a qualsiasi ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro e ha rilanciato una vecchia battaglia: coniugare aumenti salariali e produttività. Come se quest’ultima dipendesse dai lavoratori e non dalla dinamica economica del Paese e dunque dagli investimenti delle imprese.

La lettera di Bonomi, dunque, ci indica a suo modo la via, ricordandoci che i padroni non hanno mai deposto le armi della lotta di classe e indicandoci quali siano i nostri interessi da difendere: tutela contro i licenziamenti, contrattazione salariale e tutela del reddito dei disoccupati.

Allo stesso modo ci chiarisce anche il quadro economico istituzionale in cui queste battaglie troveranno terreno più fertile: un quadro in cui lo Stato riprenda in mano le fila dell’azione economica e si impegni in politiche pubbliche per la piena occupazione. Un quadro senza dubbio inconciliabile con quello attuale.

venerdì 18 settembre 2020

Storie da colonna infame. Renziani e salviniani a difesa di Confindustria

 

“In caso di accertamento di infezione da Covid-19 in occasione di lavoro, il datore di lavoro è escluso da ogni responsabilità, civile e penale, anche ai fini dell’adempimento dell’obbligo di cui all’articolo 2087 del Codice civile”. E’ questa la sostanza dell’emendamento che Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italia Viva presentano al “decreto agosto”  che dovrebbe diventare legge entro il mese prossimo.

Questa “brillante” idea, già accennata ai tempi del piano Colao su forte “suggerimento” di Confindustria, si fa strada oggi tra le fila dell’opposizione e definisce le posizioni del partito di Renzi, in aperta opposizione alle forze di governo.

Se fino ad oggi il governo era riuscito in un qualche modo a frenare questa istanza, rimettendosi a pareri inconcludenti dell’INAIL, oggi, grazie anche alla presa di posizione dei renziani, ci sono tutte le condizioni per cui venga introdotto il principio di deresponsabilizzazione delle imprese nei confronti della gestione della prevenzione al contagio, lasciando i lavoratori privi di ogni garanzia.

L’emendamento, in sostanza, inverte l’approccio alla responsabilità dell’imprenditore, che secondo il codice civile dovrebbe garantire e tutelare “l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”, ma che potrebbe invece ora liberare il padronato da ogni responsabilità, fatto salvo il caso di “gravi violazioni” delle norme sulla prevenzione.

Quale sia poi il limite tra la “grave violazione” e la sostanza delle condizioni di lavoro di migliaia di lavoratori, soprattutto nei settori meno tutelati e, guarda caso, più colpiti dal contagio, non è dato sapere.

Il governo Conte si troverà presto quindi di fronte a una scelta politica di campo: cercare di insabbiare la discussione, ricorrendo alla fiducia, o emendare il decreto a favore di Confindustria, come già successo in piena pandemia, quando il braccio Conte-Confindustria si tradusse in una chiusura non-chiusura delle aziende, con tutte le conseguenze che ben ricordiamo sulla diffusione del virus.

Ma al di là della battaglia interna ai partiti dell’imbroglio, che da Lega a M5S al PD collaborano su vari fronti ad un piano antipopolare contro gli interessi della popolazione, il dato che emerge dalla politica di palazzo in questo Paese, è che ancora una volta la salute dei lavoratori e dei cittadini viene messa in ultimo piano rispetto ai privilegi riservati alle classi imprenditoriali.

Bisogna produrre, se crepate non fa niente…

giovedì 10 settembre 2020

Su Roma 2021 l’ipoteca del “Patto all’amatriciana”

 

L’eurodeputato ed ex vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, in una intervista a Il Tempo, quotidiano storico della destra romana, è tornato ad evocare un “Patto per Roma” in vista delle elezioni comunali del prossimo anno.

Un patto con la destra e il M5S, che dovrebbe riguardare “risorse, governance dell’area metropolitana, autonomia dei Municipi e poteri legislativi”.

Per capire di cosa stiamo parlando e della inquietante ipoteca che evoca sul destino della Capitale, è necessario, soprattutto per i non romani, dare qualche informazione in più.

La storia politica di Massimiliano Smeriglio inizia nella “Pantera”, cresce nei centri sociali, passa per Rifondazione Comunista, poi Sel/Sinistra italiana, vicepresidente della Regione Lazio con Zingaretti ed ora eurodeputato indipendente eletto nel PD al parlamento di Strasburgo.

Nel tempo è stato parlamentare (con Prc e Sel), presidente di municipio, assessore della Provincia, vicepresidente e assessore alla Regione, ideatore di progetti e organismi per “l’incontro di domanda e offerta nel mercato del lavoro” come Porta Futuro, Torno Subito, Fondo Futuro. Un deus ex machina di molti passaggi e svolte nella politica della “sinistra” a Roma.

La metafora del “Patto dell’amatriciana” che evochiamo nel valutare la proposta di Smeriglio sulle prossime comunali a Roma, ha anch’esso una storia politica della città.

Sono noti infatti “Il Patto della Coda alla Vaccinara”, stipulato nel 2008 dall’assessore regionale Di Carlo (ambientalista nel centro-sinistra, recentemente deceduto) con l’affarista Cerroni sulla gestione dei rifiuti a Roma (una gallina dalle uova d’oro).

Venne poi il “Patto della Carbonara” siglato nel 2012 tra la destra di Alemanno, in quel momento al governo della città, e il PD romano, per una gestione non conflittuale di alcuni passaggi istituzionali ma che ebbe ricadute anche su alcuni settori economici, a cominciare dal cambio di gestione della “Città dell’altra economia” fino all’affarismo trasversale emerso nell’inchiesta su Mafia Capitale.

Veniamo così a quello che si profila come un nuovo patto trasversale per la gestione delle risorse di Roma Capitale. Conseguentemente alla storia politico/gastronomica romana, lo abbiamo definito come “Patto dell’Amatriciana”, che ancora non si è consumato ma solo evocato.

Il senso del patto veniva indicato da Massimiliano Smeriglio già a maggio del 2017, sempre sulle pagine de Il Tempo, in previsione delle elezioni regionali dell’anno successivo. Smeriglio scriveva che “chiunque si candiderà alla premiership del Paese e alla presidenza della Regione Lazio sottoscriva un ‘Patto’ per rimettere al centro la ‘questione romana’. Chiunque avrà nei prossimi anni ruoli di governo apicale dovrà assumere impegni precisi sul destino della città”.

Adesso il nostro torna a rinverdire quellì’ipotesi, nuovamente attraverso le pagine de “Il Tempo”, riportato sulla sua pagina facebook affinché il messaggio arrivi chiaro e forte agli interlocutori del patto per Roma, ovvero la famelica “destra de panza e de governo” della Capitale.

“Esistono tre-quattro temi su cui non si capisce perché non si possa stipulare un patto tra le diverse coalizioni. Dovremmo dire e mettere per iscritto che su alcune cose si lavora insieme per il bene di Roma. Su queste cose chi perde sostiene convintamente il vincitore”, sostiene Smeriglio nell’intervista.

Ma questa ricostruzione ci serve solo per contestualizzare il segno di questa proposta, a nostro avviso irricevibile, che richiede una replica immediata e la concretizzazione di una alternativa politica, visibile e credibile, da parte dei movimenti sociali e delle forze popolari della sinistra romana.

Come è noto, in molti ambiti in questi mesi c’è un silenzioso ma frenetico lavorìo per capire ed eventualmente intercettare il fiume di finanziamenti europei che dovrebbero arrivare nei prossimi mesi.

Governo, regioni e amministrazioni delle città metropolitane dovranno concordare come spartirli, su quali progetti investire e come cogestirli con il variegato e vorace mondo delle imprese private.

Roma Capitale non può che essere uno degli snodi di questo flusso di finanziamenti e investimenti e, ad occhio, potrebbero essercene per tutti. Quindi perché farsi la guerra? Meglio una concertazione preventiva – un patto, appunto – che consenta a vinti e vincitori delle elezioni comunali di portare comunque qualcosa a casa e dare riscontro della propria “utilità politica” ai propri interessi sociali di riferimento.

Una prima mappatura degli interessi sociali da concertare nel Patto dell’Amatriciana porta a dire che le imprese guardano alla destra e alla Meloni, i piccoli imprenditori nei servizi guardano al M5S, l’accresciuto terzo settore delle imprese no profit, delle cooperative e dell’associazionismo, ecc, guarda al Pd e alle sue strutture collaterali.

Quindi infrastrutture, servizi alle imprese e welfare privatizzato si configurano come i segmenti ai quali dare priorità negli investimenti su Roma Capitale.

Se il Patto dell’Amatriciana evocato da Smeriglio riuscisse ad assicurare ad ognuno di questi settori una parte dei finanziamenti europei in arrivo, agirebbe anche sul piano locale quella stessa logica che sta puntando a sostituire Conte con Draghi in nome di una “unità di scopo”, per gestire i soldi in arrivo senza troppi conflitti.

Da questa prima ed ancora approssimativa – ma non improbabile – radiografia, appare evidente come dal Patto su Roma evocato, resteranno ancora una volta esclusi lavoratori, servizi pubblici e da ripubblicizzare, periferie, settori popolari e ceti impoveriti prima dall’austerity e poi dall’emergenza Covid.

Ad essi pare destinato solo l’eventuale “effetto sgocciolamento”: diamo i soldi in alto e qualcosa, prima o poi, arriverà anche in basso. Una concezione pienamente liberista, e devastante, alla luce delle conseguenze sociali che ha prodotto.

Roma va riscattata socialmente e culturalmente in alternativa a un modello imprenditoriale vorace e di visione corta, che agisce in alto ma anche in basso, ormai e troppo spesso anche in alcuni settori della “compagneria”.


E’ anche per questa ragione, e magari per mandare di traverso l’Amatriciana al patto tra imprese private e imprenditori “sociali” del no profit e delle cooperative sociali, riteniamo che la sfida sulle elezioni di comunali di Roma, ma anche in altre aree metropolitane come Milano, Torino, Napoli, Bologna, non potrà che puntare sulla rottura e l’alternativa verso questa nefasta eredità sul piano economico, sociale ed ideologico.

Potere al Popolo è nato e sta crescendo anche per dare concretezza a questa aspettativa.

lunedì 7 settembre 2020

Il futuro del Giappone dopo l’uscita di scena di Abe

 

Yoshihide Suga sarà con ogni probabilità il successore di Shinzo Abe, il premier giapponese dimessosi a fine agosto per motivi di salute, che ha aperto un “vuoto” significativo nella direzione complessiva della politica giapponese.

Il 71enne Suga è stato una figura rilevante durante gli otto anni della leadership di Abe, come Capo di Gabinetto.

Sul nome del successore convergono quattro su cinque delle frazioni del Partito Liberale, e tale nomina avverrà con il 18 settembre.

Suga ha già abbondantemente dichiarato che a livello economico si muoverà nel solco del suo predecessore – la cosiddetta Abenomics -, e non modificherà gli accordi esistenti tra governo e Banca del Giappone.

L’ex primo ministro Abe ha guidato il Giappone dal 2012, dopo che si erano succeduti 6 primi ministri in sei anni, dando stabilità di governo ed un profilo internazionale più marcato, ma ha notevolmente mancato gli obiettivi economici che si era preposto, tra cui il portare l’inflazione al 2%.

L’emergenza pandemica e il rinvio delle Olimpiadi previste a Tokyo quest’anno hanno ulteriormente complicato la fase politica, caratterizzata da una rinnovata volontà del Giappone di tornare ad essere un soggetto economico di spicco e allo stesso tempo un soggetto geopolitico influente a livello regionale.

L’invecchiamento della popolazione mina alla base qualsiasi progetto di rilancio, sia economico che politico, mentre lo sviluppo di altri attori rilevanti nel quadrante Asia-Pacifico ha limitato le sue ambizioni.

Ci è sembrato utile, nel quadro di estrema incertezza che caratterizza il Paese – nonostante per ora l’establishment politico-economico abbia optato per la continuità in mancanza di una altra valida ipotesi sul tappeto – tradurre questa analisi di Gideon Rachman, pubblicata dal Financial Times, che fa un bilancio della politica estera di Abe.

L’ex primo ministro non è riuscito – più per fattori esterni che per resistenze interne – ad imprimere una decisa accelerazione alla politica internazionale del Giappone stravolgendo gli assunti contenuti nella Costituzione “pacifista”, nonostante abbia fatto riemergere prepotentemente la matrice nazionalista.

L’analisi ha come asse principale del ragionamento il rapporto tra Giappone e Cina e la relazione tra il premier nipponico uscente e Xi Jinping; non ha caso si intitola: “Shinzo Abe and his Struggle with Xi Jinping”.

Una lotta che, anche per la differente gestione dell’emergenza pandemica e dei suoi riflessi economici ci sentiamo di affermare, è stata persa da Abe e vinta da Xi, o meglio persa da un sistema politico-sociale e vinta da un altro; anche per il fatto che un Paese una visione strategica avanzata. l’altro no.

“Abe ha fatto molte mosse strategiche per il suo paese, ma lascia l’incarico senza sapere se i suoi sforzi saranno alla fine coronati dal successo. Rispondere all’ascesa della Cina è una sfida generazionale per il Giappone” afferma l’autore.

martedì 1 settembre 2020

Scuola e Trasporti: un nodo decisivo per la riapertura

 

L’imminente riapertura delle scuole mette in subbuglio l’intera organizzazione della società.  Un nodo decisivo riguarda certamente i trasporti. È evidente che approntare un complesso sistema di monitoraggio, distanziamento e messa in sicurezza delle scuole – ammesso e per nulla concesso che si stia facendo – per poi non avere altrettanta cura e attenzione nell’organizzazione del trasporto pubblico locale, grazie al quale si muove una parte consistente dell’utenza scolastica almeno dalla secondaria di primo grado in su, oltre che una percentuale  importante del personale lavorativo delle scuole, significa non avere veramente a cuore la salute e la sicurezza della popolazione di questo Paese.

Usb Scuola e Usb Trasporti intendono lanciare una campagna su questi temi e ragionare su forme comuni di mobilitazione, perché studenti e lavoratori non sono carne da macello e per loro, come per tutti, dobbiamo pretendere diritti e sicurezza.

A pochi giorni dalla riapertura delle scuole, le varie aziende di TPL non hanno strategie e mezzi per poter garantire le misure di sicurezza necessarie. Le stime dimostrano che servirebbero circa 20 mila autobus in più per poter rispondere alle esigenze minime di sicurezza anti-contagio a bordo dei mezzi pubblici.  

È necessario un incremento del 70% nel servizio urbano e del 42% di quello extraurbano, e questo è un primo grosso problema.

Altro problema, ancora più incisivo, riguarda il distanziamento sociale a bordo dei mezzi con le percentuali massime di carico stabiliti dai protocolli sicurezza. Chi controlla e verifica il rispetto di questi limiti? I conducenti non hanno autorità e possibilità di limitare l’accesso a bordo dei mezzi.

È necessario un intervento politico su questi temi, che preveda nel primo caso, in via emergenziale, il coinvolgimento di numerose aziende private presenti sul territorio nazionale a supporto del TPL e l’assunzione di personale che controlli e sensibilizzi l’utenza al rispetto delle capienze massime.

Questi interventi sono assolutamente indispensabili e necessari per affrontare concretamente il problema.

Chiediamo a gran voce un rapido intervento su queste questioni, che sono in concreto quello che potrà arginare l’enorme disagio, il caos sociale e il contagio virale che si prospetta nell’imminente futuro.

Se a tutto questo non ci saranno risposte, USB non escluderà iniziative di protesta nazionali congiunte di due settori di servizi essenziali come Scuola e Trasporti, e ribadisce la necessità dei due giorni di sciopero della scuola del 24 e del 25 settembre.

lunedì 31 agosto 2020

Riapertura delle scuole: i problemi vengono da lontano

 

A due settimane dalla riapertura delle scuole si susseguono le riunioni ministeriali, i vertici stato-regioni, le audizioni parlamentari su come si potrà ritornare negli istituti. Da tutta questa enorme congerie di riunioni, contatti e comunicati, in cui si parla di distanze, mascherine e banchi a rotelle, emerge un solo dato chiaro.

L’unico provvedimento che avrebbe diminuito significativamente i rischi di contagio e al contempo aumentato la qualità dell’insegnamento, cioè la riduzione del numero di alunni per classe, non è stato preso.

Questo perché il Ministero non ha voluto assumere un numero di insegnanti sufficiente, pasticciando con i concorsi e inventandosi una nuova categoria di supplenti – quelli a gettone – che saranno licenziati in caso di ritorno alla didattica a distanza.

A oggi si calcola che manchino circa 250.000 insegnanti per la ripresa in sicurezza della scuola, ma senza contare la diminuzione necessaria degli alunni per classe e a fronte, tra l’altro, della richiesta di molti insegnanti di non essere esposti ai rischi della pandemia, per età o perché affetti da patologie croniche.

Vedendo la questione della ripresa scolastica in una prospettiva ampia, ci si rende facilmente conto che tale scadenza sta portando al pettine, nella nuova situazione di emergenza, i nodi di scelte politiche compiute negli ultimi decenni, indifferentemente da governi di centro-destra o centro sinistra che fossero e che non riguardano strettamente la sola scuola.

Anzitutto, la riduzione degli organici nella scuola e la non risoluzione del problema del precariato Ciò si collega all’aumento del numero degli alunni per classe e all’abbattimento di molti vincoli, tra i quali, per esempio, quello di avere un solo alunno disabile per classe.

Una scelta che ha impoverito la qualità didattica e aumentato il carico di lavoro di un corpo insegnante sempre più anziano. Infatti, l’aumento dell’età pensionabile, avvenuto a più riprese, iniziando con il governo D’Alema sino alla legge Fornero, è alla base del fatto che oggi i lavoratori della scuola sono, mediamente, i più “vecchi” d’Europa, con un abbondante 40% sopra i 55 anni.

Ne consegue che molti di questi anziani insegnanti abbiano oggi timore di esporsi a condizioni di lavoro non sicure e chiedano di essere destinati ad altri incarichi. Questi lavoratori, ma non solo loro, sono talvolta anche portatori di patologie croniche che li pongono particolarmente “a rischio”.

Un elemento di grave incertezza che incombe sulla ripresa è quello della medicina preventiva. Si parla di medici che, dalla rispettiva ASL, dovranno vigilare sulle scuole, mediamente 23 per ciascuno di loro, una quantità impossibile per garantire un servizio reale.

Non dimentichiamo che un tempo esistevano i medici scolastici, regolarmente presenti nelle scuole e affiancati da infermieri che gestivano le “sale mediche”. Un altro dei servizi sacrificati sull’altare della riduzione della spesa pubblica nonostante la sua importanza nell’ambito della prevenzione sul territorio.

Anni di politiche di tagli hanno ridotto il patrimonio edilizio delle scuole in condizioni disastrose. E’ noto che in Italia esistono scuole che non hanno nemmeno la certificazione di agibilità. Impossibile in pochi mesi non solo rimediare a questa situazione e persino organizzare nuovi spazi per la didattica.

Nei diversi vertici in cui si consuma la guerriglia elettorale tra il governo e le repubblichine regionali più o meno autonome, queste ultime hanno insistito affinché si consentisse di far viaggiare i mezzi pubblici con capienze superiori a quelle indicate dal CTS della Presidenza del Consiglio.

Da anni i lavoratori e i pendolari denunciano di dover andare al lavoro in condizioni disumane, ammassati all’inverosimile in mezzi pericolosi e lenti. Pensare oggi di diminuire la capienza dei mezzi appare impossibile; anche il sindaco della città più “europea” d’Italia, il milanese Sala, ha dichiarato che non ci sono mezzi e personale per garantire un potenziamento delle corse.

Questo è l’esito della politica che ha privilegiato per decenni la capienza dei mezzi sulla loro frequenza, per ridurre il personale e il numero dei mezzi in circolazione.

Peraltro, come si può oggi pensare di limitare la capienza dei mezzi al 75-80% (cifra già molto alta per garantire la sicurezza) quando c’è un solo agente a bordo, cioè l’autista, che deve pensare a guidare e non a contare i passeggeri?

Questi sono solo alcuni dei problemi che, connessi alla ripresa della scuola, fanno comprendere che per affrontare efficacemente l’emergenza Covid si sarebbe dovuto intervenire cambiando la direzione a 180 gradi rispetto al passato, cosa che né il MIUR e il governo nel suo insieme, né le varie regioni hanno la minima volontà di fare.

Tutti i problemi che oggi sono sul tappeto e che si pongono con drammatica urgenza, peraltro, erano noti da mesi. Probabilmente si sarebbe potuto fare di più, certamente di meglio, ma il MIUR si è trastullato in iniziative inutili, quali la costituzione della Commissione di esperti per la riapertura della scuola presieduta da Patrizio Bianchi che ha costituito solo una perdita di tempo.

Ancora, ci si è concentrati sulla questione dei banchi a rotelle, non certo prioritaria e che ha assorbito una mole di fondi che potevano essere spesi meglio. Tra l’altro, appare un’ irritante presa in giro che la prima consegna dei nuovi banchi sia stata effettuata nelle scuole di Codogno, primo comune colpito dalla pandemia, ma soprattutto ad Alzano e a Nembro, centri della Val Seriana dove la mancata dichiarazione di “zona rossa” ha provocato una strage, quasi si volesse risarcire ciò che risarcibile non è oppure dimostrare un’attenzione ormai troppo tardiva.

Le scuole riapriranno, dunque, in una situazione preoccupante, rispetto alla quale possiamo solo sperare che si levi forte la voce dei lavoratori per cercare di trovare vie d’uscita più degne di quelle proposte da un Ministero che sinora non li ha voluti ascoltare, con un atteggiamento di un autoritarismo intollerabile.

giovedì 20 agosto 2020

Bielorussia. “Se nulla è chiaro, fai un’analisi di classe”

 

Nei giorni in cui ricorre il 29° anniversario di quel tardivo, goffo e verticistico tentativo di scongiurare la fine dell’URSS, attuato da “gli otto del GKČP” (Gosudarstvennyj Komitet po Črezvyčajnomu Položeniju: Comitato statale per lo stato d’emergenza) per prevenire la firma dell’accordo che doveva stravolgere l’URSS, la cosiddetta “vittima” per antonomasia di quel Comitato, Mikhail Gorbačëv, ha detto che l’errore fondamentale di Aleksandr Lukašenko è stato quello di aver fatto appello troppo tardi agli operai.

“Da che pulpito viene la predica”, si potrebbe dire; anche se, in questo caso, difficile dare torto all’ex primo e ultimo Presidente dell’URSS. In ogni caso, questa è solo una parte della “verità” e non la principale.

Se non si vuol ripetere la storiella diffusa a piene mani a destra e a (certa) sinistra del dittatore da una parte e di tutto un popolo dall’altra, si dovrebbe innanzitutto analizzare chi rappresenti Lukašenko: quale classe o quali settori di classe, quantomeno quali strati sociali siano espressi nella figura de “l’ultimo dittatore d’Europa”.

Si dovrebbero indagare (non è questo il luogo per farlo e le capacità di chi scrive non arrivano a tanto) i movimenti passati e attuali nella società bielorussa. Troppo facile e troppo comodo ripetere: “là c’è un dittatore e di qua ci sono i milioni che subiscono la dittatura di quel singolo despota”.

Il minimo che i leninisti sono tenuti a fare, è chiedersi sempre quali siano le classi in lotta nella data situazione, come siano strutturate tali classi, da chi siano rappresentate e, subito dopo, domandarsi quali direzioni possano assumere i diversi movimenti delle diverse classi, a quali risultati, quali conseguenze possano portare queste o quelle azioni.

Ricordate la polemica di Lenin con Kautsky, a proposito del fatto se, per dittatura, debba intendersi il potere assoluto di un singolo, o se invece una classe sociale intera possa esercitare, e eserciti, nei fatti, la propria dittatura?

O ancora, chiedersi: quali forze stiano dietro alle azioni di determinate “masse”; di chi facciano il gioco quelle azioni: vanno nell’interesse delle “masse” che le intraprendono, oppure delle forze che le spingono? Ricorderemmo Kronštadt; ma è troppo lontana; così come ci è lontana anche solo l’idea di voler vestire bats’ka dei panni del “comunista” e dipingere l’opposizione bielorussa come una massa che chiede “i soviet senza i comunisti”, secondo gli slogan dell’emigrazione bianca che incitava i marinai del Baltico – in quel momento, per lo più piccoli contadini e piccola borghesia – nel marzo del ’21.

Non è necessario andare così indietro nel tempo. Sarebbero forse sufficienti, per dire, proprio quei 29 anni che ci separano dall’agosto 1991, da quelle tre (proprio come i manifestanti bielorussi) vittime sacrificali – Ilja Kričevskij, Dmitrij Komar, Vladimir Usov – nelle strade di Mosca. Ricordiamo benissimo le centinaia di migliaia di persone che accompagnarono i loro funerali; ci ricordiamo benissimo le decine e decine di migliaia di persone che, sempre a Mosca, pochi mesi prima, manifestavano “per la libertà, la democrazia, contro i comunisti”…

C’erano anche allora, da una parte, le masse che “anelavano alla libertà” e, dall’altra, una “dittatura” che privava i cittadini delle delizie del libero mercato?

Ricordiamo chi appoggiasse quelle migliaia di “oppositori” per la libertà (quantunque, ciò in parte contraddicesse con il plauso per il “beniamino dell’Occidente”: era ancora al potere Gorbačëv) e li spronasse ad andare avanti.

Nel giro di due anni di “libertà e democrazia” e “contro i comunisti” (c’era ormai così tanto poco di comunista negli epigoni di quel periodo in Russia, quanto poco ce n’è in quel che resta della “più prospera tra le ex Repubbliche sovietiche” per istruzione, sanità, industria, ecc., targata Lukašenko), invece dei tre morti, ce ne furono decine alla torre della televisione il 3 ottobre del ’93 e centinaia di fucilati il 4 ottobre dietro il Parlamento, dopo essersi arresi agli sgherri eltsiniani.

Fu la prima delle tante “majdan” del dopo URSS.

Ogni volta che si parla di lotta della “opposizione” contro “un dittatore”, sembra che si dimentichi (intenzionalmente o meno) cosa abbiano significato i risultati di quella lotta, in termini di lutti, di contrapposizioni, di conflitti, e poi di disoccupazione, miseria, distruzione anche degli ultimi rimasugli delle realizzazioni sociali del periodo sovietico.

Si dimenticano le decine di milioni di morti (finanche per miseria, per non essere in grado di alimentarsi a sufficienza, o di potersi pagare cure non più gratuite), la chiusura e la distruzione materiale dei più grossi impianti, l’accaparramento di terra, miniere, risorse naturali svendute ai privati, le “riforme” dettate dal FMI, gli aumenti di prezzi e tariffe: in Ucraina, in Russia, ovunque nello spazio ex sovietico, l’emigrazione in cerca di occupazioni meno che dignitose, l’istruzione divenuta, come volevasi, solo d’élite e la conseguente “fuga di cervelli”.

Troppo facile parlare di “un dittatore”: aiuta molto bene a nascondere l’essenza di classe della questione, ma non dice nulla su quali forze si muovano sulla scena e dietro le quinte. Da un lato della barricata c’è “il dittatore” e dall’altro ci sono le masse: ovvio che si debba stare dalla parte delle masse. Tanto più se quel “dittatore” manda ancora qualche lontano olezzo di “statalismo”.

E dunque: “Lukašenko vattene!” è lo slogan urlato a destra e a (certa) “sinistra”. Certo che bats’ka se ne dovrà andare prima o poi; ma non certo per i motivi cari a Bruxelles, Varsavia, Washington. Non certo perché sia “l’ultimo dittatore” fatto passare per “comunista”.

Dunque, è il caso di chiedersi dove andrebbe non la “Bielorussia senza Lukašenko”, ma la Bielorussia della “opposizione democratica”, di cui sono noti programmi e linee; anche se bats’ka stesso ha già da tempo messo mano alle stesse“riforme”.

Stabilito questo, è ovviamente il caso di discutere quale sia una politica che, senza bats’ka, metta al primo posto le esigenze sociali dei lavoratori bielorussi e non quelle della borghesia “compradora”, legata, a seconda dei casi, o al grosso capitale occidentale o a quello russo.

Il nodo, chiaramente, è la debolezza delle organizzazioni sociali comuniste o di sinistra, che, oltretutto, non sono state trattate esattamente coi guanti di velluto da bats’ka negli ultimi anni. Nei giorni scorsi, Aleksandr Buzgalin si chiedeva se a protestare davvero in Bielorussia siano le masse, oppure chi sta dietro di esse e invia loro istruzioni via internet da Lituania, Polonia, Ucraina, Repubblica Ceca, Ungheria, Gran Bretagna, ecc. e auspicava che nelle piazze si avanzino non solo astratti slogan su “nuove elezioni”, ma si lavori concretamente per un dialogo tra potere e società civile, su temi sociali ed economici.

In caso contrario, il rischio è quello dell’ennesima “rivoluzione arancione”, già tentata negli anni scorsi e ora ripresa con più forza, più mezzi e con più esperienza.

Anche perché, ciò che sta accadendo oggi in Bielorussia, si è verificato due anni fa anche in Armenia, scrive il leader del partito “Adekvad” Artur Danieljan: stesse “tecniche, stessa propaganda, idee, utilizzate oggi in Bielorussia. Ovviamente, c’era insoddisfazione, ma questa era alimentata da strutture ben determinate, anche con l’aiuto dei media”.

Dopo il cambio di potere, “non è successo niente di buono: gli oligarchi si stanno arricchendo a spese della popolazione. Fratelli bielorussi, debbo deludervi: indipendentemente dall’esito delle proteste, vi attende un periodo in cui tutti gli indicatori cadranno, dato che la radice dei vostri e nostri problemi è che stiamo giocando un gioco, le cui regole sono scritte oltreoceano”.

Appelli arrivano anche da Kiev: su realtribune.ru, l’attivista ucraino per i diritti umani Volodymyr Čemeris ammonisce a non fidarsi della borghesia compradora bielorussa, legata all’Occidente e alla Russia; “i programmi dei concorrenti di Lukašenko includono privatizzazioni, vendite di terreni, riforme neoliberiste, decomunistizzazione. Sia che Lukašenko cada, sia che rimanga, quei programmi saranno portati avanti nel prossimo futuro. Questo è l’interesse del capitale transnazionale, per il quale la Bielorussia, come l’Ucraina, non è altro che un’appendice di materie prime, un mercato di vendita, un serbatoio di manodopera a basso costo. Le riforme sociali non verranno attuate né in Bielorussia né in Ucraina”.

Oltretutto, “non esiste un movimento sociale di sinistra con un programma sociale che possa prendere il potere e attuare riforme nell’interesse della classe operaia… Alle manifestazioni dei lavoratori, non si odono quasi per niente richieste sociali serie, tranne, forse, alcune generali e amorfe“.

Il 17 agosto, il canale televisivo di stato Belarus 1 ha trasmesso un servizio sul programma dell’opposizione “Pacchetto di riforme di rianimazione per la Bielorussia”. Il politologo Andrei Mančuk ha notato che quel programma è una copia di quello ucraino apparso nel 2014 dopo majdan: “Questo è un programma per la rinascita economica di una futura Bielorussia libera… La coalizione che lo promuove è un clone del Pacchetto di riforme di rianimazione ucraina: nemmeno i nomi sono stati cambiati. Questa è la struttura che fornisce al governo ucraino riformatori ed esperti neoliberisti – con un’enfasi sulla privatizzazione, la denazionalizzazione dell’economia, la promozione degli interessi delle strutture finanziarie internazionali e delle società transnazionali”.

D’altra parte, scrive la direttrice dell’Istituto di strategie russe, Elena Panina su iarex.ru, “Lukašenko è come caduto in uno stato di sindrome di Stoccolma. Vede l’Occidente, che lo ha attanagliato, non come un occupante, ma come un liberatore. La penetrazione occidentale nella classe politica bielorussa è già piuttosto ampia, ma finora manca la cosa principale: il controllo sulle istituzioni”.

In ogni caso, rimane l’obiettivo dell’inserimento della Bielorussia nelle strutture UE e NATO, per stravolgere l’intero equilibrio missilistico nucleare ai confini russi; in fondo, armate di tutto punto Romania, Polonia, Paesi baltici, la Bielorussia rimane l’unico corridoio aperto da cui Mosca può contrapporre a USA e NATO il proprio potenziale missilistico.

Lo scrittore German Sadulaev, in un post su facebook, scrive che “Nella Bielorussia salvata da dio e scelta da dio, i lavoratori delle fabbriche sussidiate dallo stato partecipano a manifestazioni a sostegno della signora Tikhanovskaja, che ha scritto nero su bianco nel programma che, appena arrivata al potere, avrebbe tagliato i sussidi e affidato le imprese non redditizie alle mani di manager efficienti che le avrebbero ottimizzate. Non bisogna mai sottovalutare il grado di idiozia del cosiddetto uomo comune“.

Anche se il punto, commenta Ivan Andreev su svobodnaja pressa, non è solo l’idiozia. Siamo tutti idioti qui. Come dice Sherlock Holmes nell’omonima serie TV cambogiana: “Se nulla è chiaro, fai un’analisi di classe“.

Anche Gautama Buddha, nel X millennio prima della nostra era, disse: “Nel gioco sociale, la classe che sarà in grado di convincere la società che i suoi ristretti interessi di classe sono generali, nazionali o anche umani universali, vince“.

Da allora nulla è cambiato. In Bielorussia, la grande e media borghesia straniera, semi-straniera e compradora è riuscita a convincere una parte significativa della classe operaia e della piccola borghesia che i suoi interessi siano gli interessi dell’intero popolo. E ora “tutto il popolo” va sotto i manganelli della polizia per il bene della propria classe sfruttatrice.

L’economista Elena Veduta, figlia del celebre economista-cibernetico Nikolaj Veduta, dice su realtribune.ru di capire l’insoddisfazione “della gente nei confronti del presidente, ma sorge la domanda: dove viene indirizzata tale insoddisfazione? Sembra che nessuno chieda a bats’ka di cambiare il vettore dello sviluppo economico nell’interesse del miglioramento della vita delle persone. Questo argomento non viene sollevato. Si sono semplicemente stancati di lui, oltre che del modello della sua gestione, credendo ingenuamente che tutta la faccenda consista nel privatizzare le proprietà statali”.

L’oligarchia finanziaria mondiale trova facilmente quegli eletti che sono pronti a servirla per denaro e non sono contrari ad arraffare pezzi di proprietà statale. Questi prescelti sono i coordinatori delle azioni della folla strategicamente non pensante. Perché la folla è per lo più giovane? Alexandr Grigorievič, Lei si è mai preoccupato di ciò che viene loro insegnato? Dia un’occhiata ai loro libri di testo di economia e scienze politiche. Guardi cosa scrivono alcuni dei Suoi insegnanti. Dove condurranno i giovani? In piazza, contro di Lei.

Per troppi anni è stato loro ripetuto il mantra del mercato e sono diventati zombi del mercato. È colpa Sua. Lei si è assunto la piena responsabilità per il futuro del paese; quindi i giovani La incolpano per tutti i problemi del paese.

E, dietro la loro sincera indignazione, ci sono le spade di coloro che sono venuti a distruggere il futuro della Bielorussia, per arricchimento personale: oligarchi tedeschi, polacchi, russi e altri. Non mi sorprende, quindi, che alcuni amministratori di grandi imprese, desiderosi di diventarne i proprietari, oggi La tradiscano, usando cinicamente i loro lavoratori contro di Lei, e domani priveranno questi stessi lavoratori di tutti i diritti. Ecco perché, Alexandr Grigorievič, sono per Lei”.

Non mancano nemmeno gli appelli caustici a una majdan bielorussa, e se ne indicano, fotografie alla mano, i risultati già acquisiti in Russia e Ucraina: “Si dice che alcuni gruppi di lavoratori in Bielorussia sostengano le proteste di destra e stiano cercando di organizzare scioperi di destra nelle loro fabbriche. Benissimo! Lo stabilimento di trattori di Volgograd esprime piena solidarietà e si unisce allo sciopero! Vero è, che già da tempo siamo in sciopero a tempo indeterminato e, forse, per sempre! Anche la fabbrica di autobus di L’vov è dalla vostra parte, fratelli bielorussi di majdan! E anche la compagnia di navigazione del mar Nero è in sciopero! 30 anni fa, era la più grande d’Europa e la seconda al mondo, con quasi 300 navi, senza contare le navi ausiliarie. Ora, di tutto quell’antico splendore, c’è solo questo rimorchiatore adagiato su un fianco sulla spiaggia di Odessa. Ma anche quello sciopera! Urra! Continuate così! Avanti verso l’Europa! Non un passo indietro! Così vinceremo! E alla fine, senza dubbio, le rovine delle fabbriche bielorusse si uniranno presto alle rovine di quelle ucraine e russe. Si dice che anche lo stabilimento di Odessa “Krajan”, famoso produttore di gru industriali, abbia espresso la sua solidarietà agli scioperanti. Forza! Il tiranno deve andarsene!”

Per concludere, sostegno alla “lotta contro il dittatore” è venuto anche dall’Ucraina golpista, dove si arruolano volontari tra veterani dal Donbass e “NatsKorpus” per “compiti al di fuori dei confini ucraini”. Gli oppositori di Lukašenko non dovrebbero ripetere gli errori della majdan ucraina, ha detto Andrey Stempitskij, successore di Dmitro Jaroš a capo del neonazista “Pravyj Sektor”.

“Richiamando l’attenzione sull’imponenza e sul carattere di massa e a lungo termine delle proteste in Bielorussia, ne concludiamo che gli eventi bielorussi hanno molto in comune con la majdan ucraina. Ciò considerato, facciamo appello ai manifestanti a non ripetere gli errori degli ucraini nel 2014! Dopo aver cacciato il dittatore Lukašenko, non lasciate il potere ai liberali e alle persone che sono indifferenti alla Bielorussia e al suo popolo. Gli ucraini sono con voi e sono sempre pronti a prestarvi le proprie spalle”.

È tutto.