mercoledì 27 luglio 2016

Da Charlie a Nizza: un anno di bugie

Il 18 giugno 2015, infatti, è calato il segreto di Stato sulla strage al settimanale satirico. Molti giudici hanno protestato apertamente chiedendo la possibilità di investigare sul passato dei fratelli Kouachi e, soprattutto, su quello di Amedy Coulibaly. Non possono più. Tutto è stato coperto dal segreto di Stato.
Ad agosto 2015,la Voix du Nord, quotidiano di Calais, scopre che Coulibaly, l’attentatore dell’Hyper Cacher, sarebbe riuscito ad ottenere le armi per compiere la strage al supermercato ebraico grazie a Claude Hermant, 52 anni, un passato da paracadutista e da mercenario in Africa. Hermant è stato anche un attivista del Front National. Ma non solo: dal 2013 è l’uomo che si occupa, per i servizi segreti francesi, di investigare sul traffico d’armi che entrano ed escono dalla Francia. Un infiltrato, insomma. Che però, non si sa se per interessi personali oppure per coprire chi lo dirige, fa un gioco che non è chiaro. Interrogato, Hermant dice di non voler fare la fine di Marc Fievet. Una allusione fin troppo chiara – scrive la Voix du Nord – “all’ex ispettore doganale francese arrestato dalle autorità canadesi e abbandonato dai suoi superiori”. Se questa pista dovesse rivelarsi vera, dovremmo supporre che, seppur indirettamente, il governo francese ha armato le mani di chi poi ha colpito Parigi. Ma sul traffico di armi che ha permesso la carneficina al settimanale satirico non si potrà più investigare. Segreto di Stato.
Nel luglio del 2016 si è registrato – quasi in concomitanza con la strage di Nizza – l’ennesimo scivolone del governo Valls. La polizia avrebbe taciuto – non si sa ancora su ordine di chi – sui crimini degli attentatori al teatro Bataclan (13 novembre 2015). La notizia viene data dal Daily Mail del 16 luglio 2016, quindi otto mesi dopo la strage in cui è morta la nostra connazionale Valeria Solesin. Il quotidiano inglese pubblica parte del rapporto della Commission Fenech-Pietrasanta, ovvero l’organo parlamentare competente in materia di terrorismo islamico e prevenzione di nuovi attacchi.
Sono pagine durissime in cui si parla apertamente di “torture abominevoli” compiute dai terroristi. Non solo: vengono anche mostrati gli errori compiuti dall’intelligence francese, completamente impreparata davanti ad un attacco simile.
Come riporta il Daily Mail, un poliziotto della brigade anti-criminalité (Bac), intervenuto sul luogo del massacro, ha raccontato: “Dopo la strage ero al passage Saint-Pierre-Amelot (nei pressi del teatro NdA) con i colleghi quando ho visto uno di loro piangere e vomitare, mi ha raccontato quello che aveva visto al secondo piano del Bataclan”.
E cosa aveva visto quel poliziotto? I segni di tortura avvenuti al secondo piano del teatro, dove i terroristi avrebbero decapitato e sventrato a proprio piacimento i malcapitati. Il padre di una delle vittime, chiamato a riconoscere il cadavere del figlio, ha affermato di aver fatto fatica a riconoscerlo perché “gli hanno perforato l’occhio destro e rimosso mezzo volto”. Di tutto questo non si è parlato per otto mesi. Tutto insabbiato, ancora una volta.

martedì 26 luglio 2016

Lo specchio infranto dell'ansia perenne

Le notizie su attacchi omicidi-suicidi rimbalzano da una parte del pianeta all'altra. L’assuefazione collabora silenziosamente dentro di noi con una rassegnazione angosciosa, creando uno stato psichico stuporoso, terreno fertile per le interpretazioni schematiche e sbrigative.
Il rischio più pernicioso che corriamo è l’adesione inconsapevole (la più acritica e forte) a un pensiero di massa che legge la realtà in modo altrettanto folle e irresponsabile di quello degli attentatori.
Si fa presto a dire che l’imperversante violenza nichilista favorisca le «emozioni di pancia». Le emozioni sono vere, autentiche, quanto più sono viscerali. Hanno la loro radice nel corpo, nel punto in cui il vissuto corporeo diventa vissuto psichico, affettivo. Assumono leggibilità e configurazione comunicabile mescolandosi con il pensiero.
Legate al pensiero onirico (dove i confini tra noi e l’altro sono più aperti), assumono una forma più elaborata e precisa (che le rende più complesse e significative) se hanno il tempo necessario per essere sedimentate e connesse a un pensiero condiviso. Se tutto va per il verso giusto le nostre emozioni diventano il luogo in cui la nostra particolarità incontra la fraternità universale.
Fino a che punto siamo consapevoli della necessità politica di riappropriarsi come cittadini del nostro spazio onirico (l’immaginazione che incontra l’inconsueto) e del nostro tempo (quello necessario per la sedimentazione, la sperimentazione dei nostri vissuti e per il godimento che rispetta il suo oggetto)?
Il vivere in una dimensione di perenne urgenza (che trasforma l’inefficienza dell’amministrazione degli interessi collettivi in un efficace macchina di potere) porta la gestione delle nostre emozioni verso due direzioni ugualmente disastrose. Nella prima direzione le emozioni si dissociano dal pensiero, diventando un ammasso indistinto, un accumulo di tensione che può essere solo scaricato.
Nella direzione opposta il pensiero si dissocia dalle emozioni e, perdendo il suo fondamento nei sensi, nel sogno-immaginazione e nel gesto, misura la realtà con schemi astratti in cui il disimpegno sposa l’arbitrio e diventa dogma costrittivo.
Ci devasta il fenomeno impressionante della moltiplicazione incontrollabile di distruttori folli. Tuttavia sono solo schegge impazzite di un processo di identificazione di massa (che la comunicazione digitale accelera fortemente) con un processo di liberazione dalle nostre impasse emotive che trova il suo strumento più efficace in un agire violento (psichico o fisico).
La violenza scarica bruscamente le emozioni e al tempo stesso si sbarazza della sensibilità che le genera. Nulla è più contagioso di questa evacuazione dell’imbarazzo a vivere, in cui si sta riducendo la nostra esistenza, che trova nel pensiero automatico il suo più grande alleato.
Tra coloro che uccidono, pedine impersonali della forma più insensata della forza distruttiva, e coloro che reagiscono invocando il rigetto altrettanto violento dello «xenos», si è stabilita una completa simmetria.

lunedì 25 luglio 2016

Porte girevoli a Bruxelles

La credibilità del sistema politico è messa ogni giorno alla berlina al punto da minare non solo l’autorevolezza ma la stessa sopravvivenza di strutture e livelli amministrativi che ormai i cittadini avvertono nella loro natura oppressiva, non come espressioni ma come ostacoli ad un esercizio democratico del potere. Quello che emerge è un’insofferenza sempre maggiore nei confronti dei partiti e delle figure politiche tradizionali, formazioni che assumono varie declinazioni nelle singole realtà statuali ma che si possono facilmente riconoscere nella tendenza bipolare degli ultimi trent’anni, forze divise su tutto tranne su quello che più conta cioè nel sostegno acritico alle politiche economiche neoliberiste.
Tutto questo ha prodotto una crescita di forze che sotto l’astratta e poco utile definizione di populismo coagulano un consenso che variegate leggi elettorali, larghe intese, appelli alla responsabilità non sembrano in grado di contenere. Anche se è lecito nutrire dubbi sulla loro capacità di produrre modifiche strutturali data la carenza o ambiguità delle loro analisi, il desiderio di cambiamento che le sostiene preoccupa chi ha interesse nel mantenere l’attuale stato di cose. Un’onda lunga che in un modo o nell’altro sembra destinata a modificare l’assetto politico degli ultimi trent’anni rischia di far cadere la fragile costruzione europea già sul bordo di un precipizio nel momento in cui uno o più di questi partiti dovesse prendere il potere, ipotesi sempre più probabile ad ogni tornata elettorale. Particolarmente critica risulta essere la legittimazione degli organismi europei che svolgono un ruolo sempre maggiore nello stabilire e indirizzare le politiche dei singoli stati nazionali. La grande coalizione messa in campo al Parlamento Europeo per fermare le cosiddette forze euro-scettiche, che comprende socialisti, popolari e liberali rende trasparente l’illusione di una competizione democratica che, data la totale interscambiabilità delle politiche proposte, rende a sua volta superfluo ogni esercizio elettorale.
Palesare l’evidenza di come la scelta elettorale non vada a influenzare la sostanza del processo decisionale mina la sostanza stessa della democrazia e con essa la legittimazione del sistema, anche perché questa conclusione apre al legittimo interrogativo di stabilire a chi rispondono le logiche politiche ed economiche messe in atto dall’Unione Europea. La facile risposta ce la può suggerire la nomina nelle scorse settimane dell’ex presidente della Commissione Europea José Barroso a presidente della banca d’affari Goldman Sachs. La reazione imbarazzata dello stesso J.C. Junker, uomo che non ha certo un passato da educanda sull’opportunità di tale nomina, è rivelatrice degli intrecci tra potere politico ed economico. L’affrettarsi a formulare una condanna unanime da parte di parlamentari e membri della commissione, nonostante non siano state violate le regole di quel codice di condotta che loro stessi hanno contribuito a scrivere, ovvero la pratica delle porte girevoli tra politica ed economia, di cui Barroso è solo l’ultimo di una lunga serie, è una reazione sospetta. Quello che preoccupa i parlamentari non è tanto l’inaccettabile sostanza di un rapporto dove il conflitto d’interessi è tale da fare apparire Berlusconi un paladino della trasparenza, ma il fatto che il palesarsi di queste dinamiche tende a rafforzare i partiti euro-scettici all’interno dell’opinione pubblica. Non si comprende in altro modo una reazione così veemente quando la lista di personaggi inseriti in questo sistema definito a porte girevoli sarebbe talmente lunga da occupare il resto di quest’articolo. Per limitarci alle italiche glorie che direttamente sono collegati alla sola banca sopracitata ricordiamo Romano Prodi, Mario Draghi, Mario Monti, Gianni Letta e la lista potrebbe facilmente allungarsi allargando le maglie della ricerca a collegamenti appena meno espliciti o ad altre banche. Non si può servire contemporaneamente Dio e Mammona e la scelta delle élite europee sembra chiara nei fatti e poco valore hanno dichiarazioni retoriche al di là della falsa coscienza dei singoli parlamentari.
La costruzione europea rimane un processo d’integrazione spesso portato avanti ignorando volontà dei cittadini dei singoli stati e condotto sotto la guida di grandi interessi economici prima che delle persone. Per la sua fragile sopravvivenza nelle forme e nei modi come la conosciamo, in cui il controllo delle politiche messe in atto non è determinato da una legittimazione democratica ma risponde a interessi ristretti, è necessaria quella redistribuzione di ricchezza premessa implicita o esplicita a tutti i processi comunitari. Nel momento in cui nemmeno questa può essere garantita e non può essere garantita perché l’Unione non è stata pensata con questa funzione, emergono con tutta la loro forza dirompente le crepe causate dalle contraddizioni di una struttura costruita sulla testa dei popoli nell’interesse del grande capitale e nel solco dell’ideologia neoliberista che esso sostiene.

venerdì 22 luglio 2016

ITALIA. ALLA POVERTÀ PENSIAMO DOMANI

Ogni anno il rapporto Istat sulla povertà in Italia ricorda ai media che una parte non trascurabile della popolazione si trova al di sotto della soglia minima di sussistenza. L’edizione 2016, pubblicata il 14 luglio, rivela un dato sconfortante: più di un milione e mezzo di famiglie, per un totale di oltre quattro milioni e mezzo di individui, in condizione di povertà assoluta nel 2015.
Come osserva lo stesso RAPPORTO, si tratta del dato più alto dal 2005, espressione di un fenomeno in crescita da anni. Già nel 2010 Poveri, noi di Marco Revelli, docente presso l’Università del Piemonte Orientale, riprendeva i dati Istat per denunciare il progressivo impoverimento dell’Italia, con un milione 126mila famiglie al di sotto della soglia della povertà assoluta e una diffusa vulnerabilità sociale. Le conseguenze di tale impoverimento e dell’emarginazione e frustrazione che ne conseguono sono sotto gli occhi di tutti, riportate con dolorosa regolarità dalla cronaca e dalle analisi di più ampio respiro.
I DATI PIÙ INTERESSANTI PRESENTATI DALL’ISTAT SI TROVANO BEN SINTETIZZATI NEL RIASSUNTO IN PRIMA PAGINA.
L’aumento della povertà assoluta – ossia di coloro che non riescono a coprire le spese minime per la sussistenza (soglia diversa dal cosiddetto “dollaro al giorno” delle analisi internazionali, essendo basata su criteri definiti domesticamente) – riguarda in particolare le famiglie con due figli (da 5,9 a 8,6%), con una significativa incidenza fra le famiglie di stranieri, tendenzialmente più numerose (da 23,4% a 28,3%). Le famiglie in condizione di povertà assoluta sono in crescita sia al Sud (da 8,6% al 9,1%) sia al Nord (da 4,2% a 5%), soprattutto nelle aree urbane (da 5,3% a 7,2%). Infine, a essere più colpite da questa erosione delle condizioni di vita sono le famiglie con una sola persona di riferimento occupata, in particolare se operaio (da 9,7% a 11,7%).
Anche alla luce di una rassegna sommaria, questo quadro di esclusione mostra con una certa chiarezza come le famiglie e gli individui più vulnerabili siano i perdenti delle dinamiche economiche degli ultimi decenni, dallo sgretolamento del tessuto produttivo italiano a un sistema di welfare e di ridistribuzione che ha abdicato al suo ruolo di garante della giustizia sociale e della dignità. Scelte politiche prima ancora che economiche che non hanno saputo fare fronte in modo adeguato alle sfide di questo mondo sempre più globalizzato, finanziarizzato e concentrato sui soli servizi ad alto valore aggiunto, dimentico delle condizioni di chi in questi settori non trova posto.
L’URGENZA DEL FENOMENO NON È COMUNQUE PIÙ TRASCURABILE, STIMOLANDO NEGLI ULTIMI ANNI UN DIBATTITO SULLE POSSIBILI MISURE DI RISPOSTA DA METTERE IN ATTO.
È stato in particolare il Movimento Cinque Stelle a insistere sulla questione, facendo del cosiddetto “REDDITO DI CITTADINANZA” una delle sue principali battaglie politiche, rispetto alla quale numerose sono state per altro le polemiche riguardanti la copertura finanziaria e il rischio di incoraggiare “comportamenti parassitari” a danno della produttività del Paese.
Dall’altra parte, ritenendo le disposizioni previste largamente insufficienti, il Movimento Cinque Stelle si è astenuto con altri esponenti dell’opposizione dalla votazione che alla Camera dei Deputati han sancito l’approvazione del disegno di legge sul contrasto alla povertà, votazione che han avuto luogo lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto Istat.

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Il PROVVEDIMENTO, presentato dal Partito Democratico, prevede l’introduzione di un “reddito di inclusione sociale”, ossia – citando il testo del ddl – “un’unica misura di nazionale di contrasto alla povertà, consistente in un sostegno economico condizionato all’adesione a un progetto personalizzato di attrazione e inclusione sociale e lavorativa volto all’affrancamento dalla condizione di povertà, inclusivo di una componente di servizi alla persona […]”.
L’idea, semplificando, è quella di corrispondere una somma di denaro che permetta all’individuo o alla famiglia – di nazionalità italiana o straniera ma con residenza in Italia da alcuni anni – di ottenere le risorse necessarie – o integrare quelle già a disposizione – per poter raggiungere la soglia della sussistenza. Per chi è in età lavorativa, sarà richiesto di inserirsi in un percorso di formazione o riqualificazione che renda possibile l’ingresso o il reintegro nel mondo del lavoro. I dettagli verranno definiti dal Ministero del Lavoro se il ddl sarà approvato anche in Senato e non è al momento possibile scendere più nel dettaglio nell’analisi.
Le critiche mosse dal Movimento Cinque Stelle e da Sinistra Italia – che invece ha votato contro l’approvazione del ddl – considerano il reddito di inclusione sociale (REIS) una brutta copia del reddito di cittadinanza, simile alla social card, introdotta nel 2012, che si limitava all’elargizione di modesti contributi economici per sostenere i consumi delle fasce più vulnerabili della popolazione. Una misura pertanto insufficiente a fare fronte ai reali problemi di queste famiglie e di questi individui e accompagnarli in un percorso di effettiva re-inclusione nella società.
È BENE PRECISARE A QUESTO PUNTO QUANTO CONFUSO SIA SPESSO IL DIBATTITO SU REDDITO MINIMO GARANTITO E REDDITO DI BASE O DI CITTADINANZA.
Il primo, di cui il REIS rappresenta un esempio, prevede che a cittadini o residenti (a seconda delle disposizioni di legge) al di sotto di una determinata soglia considerata “minima” per una vita dignitosa venga assicurato un reddito che permetta loro di raggiungere tale soglia. Il secondo implica che tutti i cittadini o residenti – indipendentemente dal livello di reddito e dal patrimonio e in modo illimitato nel tempo – percepiscano un reddito minimo sufficiente per la sussistenza, in modo da garantire uno standard di vita minimo a tutti. Chi vorrà (e potrà), integrerà tale reddito di base con altre entrate.
Nonostante il suo nome, la proposta del Movimento Cinque è più simile al reddito minimo garantito che non a un reddito di cittadinanza. Quanto suggerito dal MOVIMENTO CINQUE STELLE è più ambizioso rispetto al REIS, perché la soglia di riferimento è calcolata, seguendo criteri dell’Unione europea, a 6/10 del reddito mediano (ossia la soglia tra il primo 50% della popolazione, classificata per livelli crescenti di reddito, dal secondo 50%) per la categoria di riferimento. Riprendendo per amor di chiarezza l’esempio portato dalla proposta del Movimento, il reddito mediano per un singolo individuo è di 9.360 euro annui e 780 euro mensili. Tale cifra non solo garantisce al suddetto individuo di assicurarsi la sussistenza, ma contribuisce parzialmente a livellare le disuguaglianze in termini di spesa tra le diverse categorie di reddito.
Non si tratta tuttavia di un reddito di cittadinanza perché non universale: a poterne beneficiare sono infatti solo gli individui e le famiglie i cui redditi sono al di sotto di questa soglia. Inoltre, la misura concerne i cittadini dell’Unione Europea e gli stranieri provenienti da Paesi che hanno stipulato accordi di reciprocità sulla sicurezza sociale, escludendo di fatto molte situazioni di vulnerabilità ed emarginazione fra diverse categorie di migranti economici (che, come evidenzia il rapporto Istat, sono invece particolarmente a rischio).
Non si tratta nemmeno di una contribuzione elargita in modo incondizionato, perché ai beneficiari potenziali in età lavorativa viene richiesto di seguire dei programmi di formazione o riqualificazione professionale e di cercare attivamente un posto di lavoro (il terzo rifiuto a una proposta lavorativa implica la perdita del reddito di cittadinanza); una disposizione sostanzialmente simile a quella prevista nel quadro delle iniziative per il REIS.

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Tornando a quest’ultimo, le polemiche sul suo contenuto non hanno riguardato unicamente il dibattito con il Movimento Cinque Stelle. L’economista Tito Boeri, presidente dell’INPS, ha espresso negli ultimi mesi alcune perplessità sulla struttura del provvedimento, basato risorse troppo modeste rappresentate dal miliardo di euro stanziato dalla Legge di Stabilità 2016 per il Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale che sarò attivo dal prossimo anno (e con una dotazione prevista di un miliardo all’anno). Un miliardo di euro per quasi quattro milioni e seicentomila individui sotto la soglia della sussistenza (potenziali beneficiari delle misure di lotta alla povertà) e i calcoli sono presto fatti ed evidenti nella loro insufficienza.
Al momento, infatti, si prevede che a beneficiare del REIS saranno circa un milione di persone, cosa che pone il rischio – espresso anche da Boeri – di creare “poveri di serie A e serie B”. Lo stesso tipo di perplessità sono state mosse dall’ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ (rete di oltre sessanta associazioni, create nel 2013 e molto spesasi per il reddito di inclusione sociale), la quale ritiene che siano necessari almeno 7 miliardi all’anno per attuare dei dispositivi realmente efficaci. Sette volte di più.
La questione della disponibilità delle risorse è indubbiamente cruciale (il Movimento Cinque Stelle calcola addirittura 17 miliardi necessari per il primo anno) e pone complesse questioni di finanza pubblica, teoria economica e priorità macroeconomiche nell’era della globalizzazione e del Fiscal Compact europeo. Al di là delle misure per alleviare le situazioni di povertà, rimane cruciale interrogarsi sulle cause di questa e sulle relazioni che la legano a modelli economici, crescita e disuguaglianza.
NEGLI ULTIMI ANNI IL MONDO DELLA RICERCA HA ELABORATO SEMPRE PIÙ RAFFINATE METODOLOGIE PER MISURARE CON PRECISIONE QUESTO FENOMENO: SOGLIE, COEFFICIENTI, FORMULE, ETC. MA LA RIFLESSIONE SULLE CAUSE È RIMASTA INDIETRO, LIQUIDATA A TONI CHE STRIZZANO L’OCCHIO A UN PIETISMO OTTOCENTESCO SEMPRE LATENTE, IN ITALIA SPECIALMENTE.
Si è poveri perché non si trova lavoro, perché non si riesce a trovare un altro impiego, perché la propria occupazione è malpagata e priva di garanzie, perché il welfare non fa il suo dovere, percepito con fastidio come un erogatore di privilegi per fannulloni e non come il cuore pulsante di un sistema che promuove la giustizia sociale. Si è poveri perché una società diventa più diseguale e una società diseguale – lo sostengono persino FMI e OCSE – non cresce, avvitandosi in un circolo vizioso in cui impoverimento porta ad altro impoverimento.
Nessun assegno di sostegno al reddito potrà arrestare questo circolo vizioso da sé e per quante famiglie e quanti individui si possano aiutare a raggiungere la soglia fissata, altri ancora saranno lasciati indietro.
Il reddito minimo garantito – in qualunque sua forma – a poco serve se non inserito in un profondo ripensamento della distribuzione di redditi e ricchezza all’interno di una società, del modello produttivo su cui questa si basa e della sua dipendenza dalle dinamiche internazionali. Per quanto apprezzabile, la (ri)qualificazione professionale non serve a niente se non ci si mobilita per creare opportunità di impiego dignitoso.
In una situazione economica così intricata e difficile il REIS previsto dal ddl era il massimo che si poteva offrire? Purtroppo, di questi tempi, sembra che l’unico percorso possibile – addirittura ritenuto l’unico ragionevole – sia quello di accontentarsi, non di impegnarsi per chiedere e realizzare obiettivi più ambiziosi. Per esempio una distribuzione più giusta e la dignità del lavoro.
Invece si sono scelte modeste misure fondate su magre risorse, meglio questo anziché niente ci diciamo. Teniamolo a mente per l’estate prossima quando verrà pubblicato il nuovo rapporto Istat sulla povertà, per ricordarci – tutti inclusi: semplici cittadini, società civile, partiti politici, giornalisti, accademici e imprenditori – che anche questa volta abbiamo perso un’occasione per domandarci in che tipo di mondo e società scegliamo di vivere. E con quali conseguenze.

giovedì 21 luglio 2016

Scuola Diaz, Italia condannata per la ‘macelleria messicana’

Mi sdraio sul pavimento in legno e dopo qualche minuto dormo come un bambino, stanco della giornata. Alle 23.30 sento un baccano infernale provenire dalla porta che si sfonda dopo poco, vedo entrare panchine. Penso ai Black Block, ad un gruppo di fascisti. Era la nostra Polizia. Si è scatenato l’inferno mentre cantavano Faccetta Nera”.
Così Arnaldo Cestaro, che all’epoca dei fatti aveva già 62 anni ed era un pensionato militante, ha raccontato in passato la terribile esperienza della violenta irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001. Ed è in base al suo ricorso che nei giorni scorsi la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per tortura.
I giudici della Corte europea hanno stabilito all’unanimità pochi giorni fa che l’Italia violò l’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo, che vieta la tortura. L’Italia dovrà versare a Cestaro un risarcimento di 45mila euro.
Il bilancio del pestaggio da “macelleria messicana” operato dalle forze dell’ordine, come venne definito dal vicequestore Michelangelo Fournier, condannato in primo grado e poi prescritto, fu pesante: 82 attivisti feriti, 4 dei quali finiti in ospedale in prognosi riservata.
La notte del 21 luglio, dopo due giorni di proteste di centinaia di migliaia di manifestanti contro il g8 in corso in una Genova blindata e militarizzata, centinaia di poliziotti fecero irruzione con la forza nell’edificio scolastico dove era stato allestito il dormitorio del Genoa Social Forum e aggredirono gli attivisti e i giornalisti che trovarono al suo interno, la maggior parte dei quali stavano già dormendo. Durante il violentissimo blitz, furono fermati 93 manifestanti provenienti da varie città italiane e dall’estero. Tra gli attivisti arrestati, 63 furono trasferiti in ospedale e una ventina furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto, dove vennero sottoposti ad ulteriori violenze e torture. Ragazze denunciarono molestie sessuali e in molti raccontarono che i poliziotti cantavano inni fascisti.
Tra i feriti più gravi, il giornalista inglese Mark Covell, che finì in coma dopo essere stato assalito e picchiato dagli agenti. Per giustificare la mattanza, alcuni dei responsabili delle forze dell’ordine decisero di portare all’interno della scuola Diaz delle bottiglie molotov trovate in città durante gli scontri e degli attrezzi da lavoro recuperati in una cantiere vicino, per utilizzarli come prove della presenza di numerosi black block nell’edificio.
Un poliziotto, Massimo Nucera, affermò anche di essere stato aggredito con un coltello da uno degli ospiti della struttura, mostrando un taglio sul proprio giubbotto antiproiettile ma la sua versione si rivelò falsa e fu successivamente accusato di calunnia. Alla fine Nucera se l’è cavata con una piccola e insultante multa.
Complessivamente furono 125 i poliziotti finiti sotto accusa per il violento blitz. Il processo penale per i fatti della Diaz si è concluso con la sentenza della Cassazione che ha confermato in via definitiva le condanne per falso aggravato: 4 anni per Francesco Gratteri, capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia; 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8; 3 anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo. Condannato in via definitiva anche il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e convalidata in parte anche la condanna per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. Condanne poco più che simboliche, mentre alcuni dei massimi responsabili di quelle violenze da parte degli uomini in divisa sono stati nel frattempo addirittura promossi ad incarichi di prestigio negli apparati statali e di sicurezza.

mercoledì 20 luglio 2016

La fabbrica Fiat in Serbia e il senso per gli affari di Sergio Marchionne

Una Fiat Punto percorre in retromarcia il ponte che collega la città serba di Kragujevac -170mila abitanti, 140 chilometri a Sud della capitale Belgrado-, allo stabilimento della “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”. Dal finestrino abbassato spunta un uomo, sorriso di circostanza e polo a marchio Fiat; l’invito è quello di non fare altre fotografie alla facciata dove c’è un’enorme “500L” -la monovolume compatta che la multinazionale dell’auto con la sede centrale in Olanda (Fiat Chrysler Automobiles NV) produce qui in Serbia- la cui sagoma è rappresentata dalle figure di tanti suoi colleghi. Accanto agli operai verniciati c’è una scritta: “Mi smo ono što stvaramo”, siamo quello che produciamo.
L’atteggiamento dell’uomo sul ponte è prassi quando si guarda alla “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”, controllata al 67% circa dall’italiana FCA Italy Spa e per il resto dal governo serbo. Da Torino, l’ufficio stampa ha negato la possibilità di un sopralluogo in quella che dal 2008 è una zona franca, consegnata senza oneri dal governo guidato all’epoca da Boris Tadic all’allora e attuale amministratore delegato di Fiat (poi FCA), Sergio Marchionne. Oltre ad incentivi economici per ogni operaio assunto, l’accordo prevedeva l’azzeramento delle imposte o dei dazi doganali fino al 2018.
Un trafiletto uscito sul Corriere della Sera nel settembre di otto anni fa illustrava le prospettive di partenza: “Nel 2010 dovranno uscire 200mila auto, destinate a diventare 300mila l’anno successivo”. I modelli sulle linee sarebbero dovuti essere tre: Punto, 500 e una “nuova city car che Fiat sta progettando”. L’entusiasmo aveva contagiato anche Il Sole 24 Ore, che nel luglio 2010 titolava “Fiat in Serbia: 30mila posti”.
“Come è andata finire?”, è la domanda scontata che l’interprete ripropone in serbo a Zoran Markovic, segretario generale del sindacato Samostalni nonché vice-segretario della Fiom serba. Rispetto all’indotto, e cioè quei 30mila posti promessi dall’Agenzia serba per gli investimenti citata dal Sole, Markovic è sarcastico: “Si tratta di un errore, forse è scappato uno zero in più”. Sommando i dipendenti dei sette fornitori di FCA da queste parti, infatti, si superano di poco le 1.500 unità.
Il sindacato di Markovic è il più rappresentativo nello stabilimento di FCA, con 1.850 iscritti su 3.200 lavoratori. “È in base a questa forza che abbiamo firmato il contratto collettivo con la Fiat e conduciamo tutte le trattative nell’interesse degli operai”, spiega intorno al tavolo di una sala del Samostalni -la porta d’ingresso è foderata e un calendario è fermo al 2004-, nella vecchia palazzina cadente, tinteggiata all’esterno d’azzurro, dove un tempo batteva il cuore della contrattazione della Zastava, la storica fabbrica di automobili e armamenti di Kragujevac, bombardata dalla NATO neanche vent’anni fa, durante la guerra.
Qui, oggi, salvo la branca della Zastava Kamioni e altre filiere minori, non si produce più nulla. Il polo industriale adiacente alla ferrovia, che corre senza barriere, è diventato un grande parcheggio a pagamento a pochi passi dalle vetrine del centro, tra aiuole abbandonate, immensi spazi coperti lasciati al degrado, scritte e due cannoni incrostati che vegliano un ingresso buio.
Anche Markovic ha la polo d’ordinanza, ma lo spirito aziendalista si è affievolito rispetto a qualche anno fa. Precisamente da tre anni, da quando cioè i salari sono stati congelati. Lo sanno bene i rappresentanti dell’associazione italiana “Mir Sada” di Lecco, che ogni anno, da quindici anni, tornano da queste parti in giugno e in ottobre per consegnare oltre 70 adozioni ad altrettante famiglie in condizioni di necessità.
Siedo con loro mentre il sindacalista ordina le tessere dell’attuale mosaico: “Dal luglio 2012, Fiat produce qui la 500L nelle sue tre versioni: classic, living e trekking. Lavoriamo su tre turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6, per cinque giorni alla settimana esclusi sabato e domenica”. I numeri del 2008 sono lontani. Le 300mila auto prodotte promesse per il 2011 sono state in realtà 91.769 nel 2015. “A causa della richiesta diminuita nel mercato europeo e mondiale lo scorso anno abbiamo avuto 85 giorni non lavorativi e quest’anno se ne prevedono oltre 100” spiega Markovic. E quando gli operai vanno in cassa integrazione il salario percepito è il 65% di quello base, che a seconda del mansionario è compreso tra i 270 e i 320 euro al mese.
Il livello dei salari -che non è al di sotto della media nazionale serba- spiega perché non sia affatto semplice incontrare una 500L per le strade di Kragujevac, a parte nella versione taxi, fucsia. “Il potere d’acquisto è così basso -prosegue Markovic- che il prezzo attuale in dinari del modello con motore a benzina, pur con tutte le sovvenzioni, non scende sotto ai 10mila euro. Quindi per un cittadino serbo è del tutto inimmaginabile acquistarlo”. Immaginabile, invece, che i salari restino inchiodati.
Nella relazione al bilancio 2015 di FCA Italy Spa -la controllante principale della succursale serba- c’è un paragrafo dedicato alla “Contrattazione collettiva”. “In Serbia -si legge-, è stata raggiunta un’intesa che riconosce la mancanza degli elementi di contesto e aziendali per procedere ad aumenti collettivi dei salari mentre è stata definita l’entità del ‘Premio di Natale’, il cui importo è stato riconosciuto in funzione dell’effettiva prestazione lavorativa dei dipendenti interessati”. Markovic ascolta la traduzione guardando l’interprete -Rajka Veljovic, il punto di riferimento del Samostalni per tutte le associazioni di volontariato che fanno adozioni a distanza-, poi torna a sorridere e si limita a un’annotazione: “Il ‘Premio di Natale’ è la vostra tredicesima”.
Gli “elementi di contesto” non sono altro che i 100 giorni non lavorativi messi in conto quest’anno. “Eravamo a un bivio -racconta Markovic-: accettare i licenziamenti oppure mantenere gli operai, rinunciando però agli aumenti”.
Il compromesso al ribasso (per i lavoratori) ha apparentemente retto, al contrario di quanto accaduto nello stabilimento nel maggio di tre anni fa. Allora diversi veicoli uscirono dalle linee con una scritta incisa con dei cacciavite in cui si “invitava” l’ex capo reparto italiano ad andarsene a casa. I lavoratori lamentavano turni massacranti. Rimosso il capo reparto sono stati deposti i cacciavite.
Ma il compromesso è naufragato a fine giugno, quando FCA ha annunciato -e già avviato- nuovi tagli all'organico.
Nonostante i risultati sotto le attese, però, la filiale serba di FCA -o meglio, una delle sette società che la multinazionale ha domiciliato nel Paese- è stata nominata nel 2015 “Azienda socialmente responsabile dell’anno” dalla “Serbian association of managers”. Un riconoscimento gradito per l’azienda, che qui lo scorso anno ha registrato un fatturato netto di 1,15 miliardi di euro e utili per 19,6 milioni (-3% rispetto al 2014), ma mai quanto il finanziamento pubblico di 500 milioni di euro della Banca europea degli investimenti (BEI) -di cui la multinazionale ha dato conto nell’ultimo “annual report” del Gruppo-. Maturerà nel 2021 e dovrà contribuire alla “modernizzazione ed espansione” dello stabilimento di Kragujevac.
Non è dato sapere se FCA abbia realmente intenzione di portare a Kragujevac la produzione di un nuovo modello -a precisa domanda il Gruppo ha risposto infatti “no comment”-, che pure era stato previsto nell’accordo, secondo Markovic. “Il contratto originario stipulato nel 2008 prevedeva che già nel 2014 dovesse partire la produzione di un nuovo modello -spiega il segretario del sindacato-, che invece non mai è stato realizzato”. Quella del nuovo modello non è l’unica clausola mancata, come dimostra l’elenco schematico formulato dal sindacalista: “La Fiat doveva produrre il 5% dei pezzi di ricambio qui, e non è successo. La Serbia doveva terminare l’autostrada E75, che non è stata realizzata. La Serbia doveva rafforzare la ferrovia, non è stato fatto. La Serbia doveva fare la circonvallazione, non è stata fatta”. È stato fatto un asilo, questo sì, all’interno dello stabilimento, dove la retta non è azzerata ma scontata di un quinto rispetto alla città; sono state organizzate partite di pallone, realizzato un rondò all’ingresso della città dove sorge un enorme ovale deformato e lo stemma Fiat -è il secondo entrando a Kragujevac, dopo quello con la grande croce ortodossa- e un quiz tra gli operai: “Il vincitore andrà a Rio per le Olimpiadi”, racconta Markovic, alzando gli occhi verso il cielo.
Invece la “Nuova Tipo”, la berlina compatta a tre volumi annunciata nel maggio 2015 da Sergio Marchionne, è già andata in Turchia -uno dei 28 Paesi al mondo in cui FCA ha spostato la produzione, dal Venezuela alla Corea del Sud-. Da settembre scorso viene prodotta nello stabilimento Tofas di Bursa, che è in capo alla società Tùrk Otomobil Fabrikasi A.S., di cui FCA Italy Spa detiene il 37,8% in joint venture con il Gruppo Koc. Lì, FCA produce anche Fiat Linea, Fiat Fiorino, Fiat Qubo, RAM Promaster City e Fiat Doblò (oltre a Peugeot Bipper, Citroen Nemo e, per conto di Opel, Vauxhall Combo). Poteva essere la Nuova Tipo il modello promesso alla Serbia? “Lo Stato turco ha investito 1 miliardo di dollari e per questo la Fiat ha deciso di portare lì la Tipo, una berlina che nasce sulla stessa piattaforma della 500L -replica Markovic, a differenza di FCA che anche su questo punto non ha voluto rispondere-. La politica del nostro datore di lavoro, per quanto ne possa capire da sindacalista, e quella di andare laddove le sovvenzioni siano più alte. Qualche tempo fa fu lo stesso Marchionne ad annunciare due nuovi modelli sulla piattaforma di 500L. Disse che c’erano due ‘capacità’, in Polonia (a Tychy FCA ha prodotto nel 2015 303mila veicoli tra Fiat 500, Lancia Ypsilon e Ford Ka, nda) e in Serbia. Era il suo segnale al miglior offerente”.
Tra due anni scadrà il contratto decennale tra FCA e la Serbia. Markovic e il suo sindacato non possono partecipare ad alcuna trattativa. “Nella commissione chiamata a decidere le nuove condizioni siedono cinque italiani e due serbi. Speriamo di riuscire ad esercitare una qualche pressione indiretta”. L’obiettivo principale è il salario.

martedì 19 luglio 2016

Le "purghe" di Erdogan arrivano a 18 mila. E dall'Ue: "Sembra che almeno qualcosa fosse preparato"

Prosegue il contro-colpo di stato di Erdogan. Le cifre delle “purghe” del dittatore assumono livelli incredibili: migliaia di agenti di polizia sono stati rimossi oggi.
Un breve bollettino da Reuters: 9,000 poliziotti, 1500 dipendenti del ministero delle finanze trenta governatori regionali e oltre 50 alti funzionari sono stati licenziati, questo dopo le migliaia di membri delle forze armate e le migliaia di giudici. Totale: oltre a 9 mila soldati, Erdogan ha già arrestato 6,000 militari oltre a 3,000 giudici e procuratori, per un totale di circa 18 mila oppositori purgati poco dopo la conclusione del colpo di stato fallito.
Dall'Europa arrivano le prime reazioni. Il Commissario che affronta la questione dell'adesione della Turchia, Hahn, ha affermato lunedì che le liste di proscrizioni sembravano già preparate. "Sembra che almeno qualcosa fosse preparato. Le liste erano a disposizione. Il che indica che era preparata per essere utilizzata ad un certo momento”.
Di fatto siamo nella situazione che Erdogan sicuramente sperava, tanto che ha definito un “dono di Dio” il colpo di stato.
Il suo obiettivo è ora quello di concentrare in tutte le sue mani il potere e ci potrebbe riuscire.

Altra dichiarazione di rottura contro la Turchia arriva da Volker Kauder, capogruppo al Parlamento tedesco del partito di Angela Merkel, che dichiara che la Turchia deve obbedire allo stato di diritto. “In caso di introduzione della pena di morte cessino immediatamente le negoziazioni con Ankara”, ha dichiarato in un'intervista a ZDF. “Non dovrebbero permettere che non paghi per non rispettare lo stato di diritto”.
Il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz ha ribadito che sarebbe inaccettabile la reintroduzione della pena di morte, abolita nel 2004 come pre-requisito per l'ingresso nell'Unione Europea. Nella Turchia di oggi, quello che è chiaro, scrive correttamente il blog Zero Hedge, è che la legge è quello che Erdogan decide.
I due milioni di profughi siriani sono l'arma fatale che può utilizzare contro l'Europa in qualunque momento.