domenica 30 novembre 2014

L’Italia alla corte del diabolico Qatar

Per il ministro allo Sviluppo tedesco, Gerd Mueller, il Qatar è il “bancomat dell’Isil”, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che ha lanciato la guerra santa all’Occidente. Ancora più duro l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, che sul New York Times ha definito l’emirato il “Club Med dei terroristi” internazionali. Ciononostante, ministri, militari, industriali e faccendieri italiani fanno a gara per ingraziarsi i favori del piccolo ma potente stato mediorientale. Il 26 novembre, ad esempio, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in visita ufficiale a Doha per incontrare i ministri qatarini generale Hamad Bin Ali Al Attiyah (difesa) e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah (esteri). “Al centro dei colloqui, improntati alla massima cordialità, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. “Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell'addestramento del personale militare”. Temi centrali degli incontri, la controffensiva internazionale anti-Isis e gli “sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. Durante il breve tour in Italia, il Capo delle forze armate qatarine è stato pure ospite dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli (Capo di Stato maggiore della Difesa) e del Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare, l’unico ente di consulenza della Difesa per le prove in volo dei velivoli e dei sistemi d’arma, l’addestramento e la sperimentazione nel settore della medicina aeronautica e spaziale, ecc.

Il 3 novembre era stato il viceministro Lapo Pistelli a raggiungere Doha per incontrare con il ministro degli Esteri Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.

Italia e Qatar sono legate da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc. L’ultima grande esercitazione bilaterale risale alla primavera 2014: gli uomini del Gruppo Operativo Incursori (il reparto d’eccellenza della Marina militare di stanza a La Spezia) hanno realizzato un’intensa campagna addestrativa a favore del team di pronto intervento della guardia dell’Emiro, conducendo “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi”. L’attività, pianificata e coordinata dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, è stata svolta in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e nelle aree addestrative liguri del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. “A sottolineare l’importanza degli accordi bilaterali italo-qatarini, alle esercitazioni hanno assistito il Capo ufficio generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Donato Marzano, il Comandante del COFS, generale Maurizio Fioravanti, il Comandante di Comsubin, contrammiraglio Francesco Chionna e una delegazione di autorità militari qatarine”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana.

È soprattutto il complesso militare-industriale-finanziario nazionale a essere interessato al rafforzamento della partnership con il Qatar, uno dei maggiori acquirenti di sistemi di guerra a livello mondiale. Alla mostra internazionale riservata alle aziende del settore bellico “DIMDEX 2014”, svoltasi a marzo a Doha, le forze armate dell’emirato hanno firmato contratti per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari, facendo razzia di carri armati “Leopard”, blindati obici semoventi, sistemi antimissile “Patriot”, elicotteri d’attacco “Apache”, cacciabombardieri di ultima generazione, velivoli “Boeing 737” per la sorveglianza aerea, navi veloci per il controllo costiero, missili “Hellfire”. Una delle commesse più rilevanti (2 miliardi di euro) ha riguardato l’acquisto di 22 elicotteri da combattimento NH90 prodotti dal consorzio NHIndustries costituito da Airbus’Eurocopter (62,5%), dall’olandese Stork Fokker (5,5%) e dall’italo-britannica AgustaWestland (32%), gruppo Finmeccanica. Al salone “DIMDEX”, presente il vicesegretario della Direzione nazionale degli armamenti, ammiraglio Valter Girardelli, un’altra azienda partecipata di Finmeccanica, MBDA Missile Systems, ha presentato il nuovo sistema di difesa costiera MCDS (Marte Coastal Defence System) basato sui missili antinave “Marte MK2/N” e “Marte ER”, anch’essi di produzione MBDA, ricevendo favorevole accoglienza da parte dei militari del Qatar e di altri Paesi del Golfo Persico. Il “lancio” del sistema missilistico a Doha era stato preceduto dalla visita in Italia di una delegazione della Marina qatarina, interessata ad acquisire i missili “Marte” per armare gli elicotteri NH-90. Relativamente al business delle armi made in Italy, va pure segnalato che tra il 2012 e il 2013 AgustaWestland aveva consegnato alle forze armate del Qatar 21 elicotteri AW139, assicurando contestualmente l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio (valore complessivo della commessa 260 milioni di euro).

Nulla sembra imbarazzare il governo, le forze armate e gli industriali italiani. Neanche il fatto che il Qatar sia considerato da alcuni nostri alleati Nato ed extra-Nato come il paese che più di tutti ha fornito sostegno finanziario, armi, protezione e copertura internazionale a numerosi gruppi dell’estremismo islamico attivi in Africa e Medio oriente. Diplomatici e studiosi indipendenti hanno rilevato come l’emirato sia un sostenitore della discussa organizzazione della Fratellanza musulmana, particolarmente attiva in Egitto e Gaza. “Pur continuando a presentarsi come un prezioso interlocutore e partner economico per gli Stati Uniti e i Paesi europei, il Qatar ha coltivato rapporti con leader e realtà salafite attive nella regione”, afferma Gianmarco Volpe, autore di uno studio sulle politiche dell’emirato, pubblicato a marzo dal CeSI - Centro Studi Internazionali. “Va sottolineato, inoltre, il forte legame stretto dalla leadership qatariota con i vertici della Fratellanza musulmana. Fondata su solidi rapporti interpersonali (in particolare quelli che legano l’ex Emiro Hamad bin Jassim bin Jaber al‐Thani allo sceicco Yusuf al‐Qaradawi, esponente di spicco della Fratellanza in Qatar, l’alleanza tra Doha ed i Fratelli musulmani si è concretizzata dopo la rottura del movimento con l’Arabia saudita, avvenuta dopo la Prima Guerra del Golfo”. Il Qatar ha utilizzato i Fratelli musulmani per rafforzare il proprio ruolo politico-economico nel mondo arabo; contestualmente i Fratelli musulmani hanno trovato un rifugio sicuro a Doha e nella rete radiotelevisiva al‐Jazeera una voce autorevole per amplificare la propria visione politico-religiosa.

Da più parti il Qatar viene accusato di tenere relazioni sin troppo ambigue con gruppi e fazioni pro-Isis, organizzazione che ha proclamato la rinascita del Califfato nei territori controllati. L’emirato è stato uno dei primi paesi ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Attualmente, il Qatar sostiene apertamente il Free Syrian Army, espressione militare dei gruppi vicini alla Fratellanza musulmana, mentre ha messo a disposizione di alcuni diversi gruppi di ribelli una vasta area d’addestramento nel deserto, al confine con l’Arabia saudita. Il “campo”, dove operano formatori e “consiglieri” qatarini e statunitensi, sorge nei pressi della grande base di Al Adeid, utilizzata insieme a quelle di Assaliyah e Doha dalle forze aeree Usa per sferrare gli attacchi contro le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria. Contemporaneamente, però, le autorità governative e le forze armate lasciano libertà di movimento in Qatar ai finanziatori di gruppi jihadisti alcuni dei quali apertamente schierati con l’Isis o come il Fronte al-Nusra che dal dicembre 2013 è classificato tra le “organizzazioni terroristiche” dal Dipartimento di Stato.

“L’approccio spregiudicato del Qatar e la sua quantità di relazioni (spesse volte, tra di esse, apparentemente inconciliabili) sono frutto di una politica nella quale è del tutto assente qualunque limitazione ideologica”, aggiunge lo studioso del CeSi, Gianmarco Volpe. “La politica estera qatariota non si fa portatrice di alcuna particolare idea, né di alcun particolare disegno strategico. A essere veicolato è un indefinito messaggio di cambiamento, funzionale alle ambizioni di crescita internazionale dell’Emirato”.

Il diabolico comportamento del Qatar sta avendo effetti indesiderati nel conflitto iracheno e siriano. Missili antiaerei di fabbricazione cinese, fornite dal Qatar ai ribelli siriani, vengono utilizzati dai miliziani del Califfato islamico contro gli elicotteri e gli aerei dell’esercito nazionale dell’Iraq. “Si tratta in particolare dei missili portatili cinesi FN-6, che il Qatar aveva consegnato alle milizie legate ai Fratelli musulmani”, denuncia Analisi difesa. “Queste brigate sono confluite in gran parte nello Stato Islamico o nei qaedisti del Fronte al-Nusra, come hanno fatto la gran parte delle unità combattenti dell’Esercito Siriano Libero”. La rivista specializzata Jane’s Defense Weekly ha documentato come gli FN-6 siano stati utilizzati lo scorso anno per colpire in Siria elicotteri MI-8, aerei da trasporto e almeno un Mig-21, mentre negli ultimi mesi hanno abbattuto in Iraq elicotteri multiruolo MI-17, MI-35 da attacco e Bell 407 “Scout”.

Altrettanto gravi le responsabilità qatarine nei sempre più drammatici scenari di guerra in Libia. A metà settembre, il primo ministro libico Abdullah al-Thinni ha affermato che tre aerei militari del Qatar, pieni di armi pesanti, erano atterrati nell’aeroporto di Tripoli, al momento sotto il controllo di una fazione armata “ribelle”. Nel 2011, prima che la coalizione multinazionale a guida Nato avviasse la campagna di bombardamento in Libia, l’emirato aveva fornito armi e munizioni alle milizie anti-Gheddafi. L’Aeronautica militare del Qatar ha successivamente partecipato ai bombardamenti grazie a 6 cacciabombardieri Mirage 2000 rischierati nella base greca di Souda Bay.

venerdì 28 novembre 2014

Piano Juncker. Promesse, fiducia, speranze, niente soldi

Chiacchiere e distintivo. La funzione “positiva” del governo europeo – la Commissione, affidata alla guida di Jen-Claude Juncker, lussemburghese sotto tiro per aver favorito l'evsione fiscale di ben 550 multinazionali globali – è ridotta a ben poca cosa.

Promesse, speranze, fiducia, futuro, giovani... Parole che avevano un senso e che vengono svuotate giorno dopo giorno da un uso compulsivo, distraente, truffaldino. Non solo dal guitto di Pontassieve o dal suo indiscusso maestro arcoriano, ma persino da questo grigio fiscalista la cui unica capacità riconosciuta si esprime nell'arte del galleggiamento tra navi ben più potenti (Germania e Francia, da sempre).

La promessa con cui si era presentato era a suo modo forte: 300 miliardi per investimenti da effettuare in tutta l'Unione Europea, per rilanciare la crescita economica e assorbire alemno in parte la devastante disoccupazione. Un programma semi-keynesiano, avevano detto molti; una “ocsa di sinistra”, aveva twitteggiato Renzi, dicendo di vole prenotare 40 di quei miliardi.

Col passare dei giorni la bolla delle aspettative salvifiche si è andata sgonfiando. Molte indiscrezioni riducevano a molto meno la cifra disponibile pronta cassa (30 miliardi appena, giuravano le fonti di Bruxelles), il resto da trovare attivando la “leva finanziaria” e incrociando le dita.

Ieri, infine, la presentazione ufficiale del piano di investimenti davanti al Parlamento di Strasburgo. Chiacchiere e distintivo, panna montata e speranze. Persino il confindustriale Sole24Ore ha avuto un moto d'orrore, o comunque di stizza, davanti alla solare presa per i fondelli (al contrario dei media “progressisti”, a partire dal Tg3, gli industriali sanno distinguere tra soldi e parole).

Neanche 30 miliardi, ma appena 21. Anzi. Neanche quelli, solo 5. Ce li mette la Banca Europea degli Investimenti (la Bei, che proprio questo dovrebbe fare, ma non fa, comportandosi come una banca qualsiasi), per “non perdere la tripla A” assegnata fin qui dalle agenzie di rating (tutte statunitensi). Se ne mettesse di più i suoi bilanci andrebbero sotto gli standard.

Gli altri 16 non sono soldi veri, ma “garanzie” fornite dagli stati membri dell'Unione. Questa briciola messa sul piatto davanti a quasi mezzo miliardo di cittadini continentali, alle prese con la crisi più lunga della storia moderna, dovrebbe magicamente mobilitare risorse private e pubbliche levitando così fino a 315 miliardi. E in base a quale meccanismo economico dovrebbe mettersi in moto una leva finanziaria nella proporzione di 15 a 1? La “fiducia”.

È quasi divertente vedere come l'armamentario teorico che supporta le decisioni di politica economica e finanziaria, che viene presentato al pubblico come una “verità scientifica senza alternative”, si riduca alla fin fine in una paroletta da sciamani o da Scientology. Chi dovrebbe emanare questo clima di “fiducia”? Non la Commissione, che non ha soldi da investire e chiede siano altri a farlo; non la Bei, non gli imprenditori privati (l'avrebbero già fatto), non gli stati nazionali obbligati al pareggio di bilancio e alla riduzione del debito pubblico.

Anche questi ultimi, infatti, restano ammanettati alla logica dell'”austerità”. Da un lato la Commissione promette che gli eventuali investimenti produttivi inseriti nel “piano Juncker” non verrano computati ai fini delle manovre correttive; dall'altro la Merkel, ancora ieri, a pochi minuti di distanza e nella stessa aula, pur dicendosi “d'accordo il linea di principio”, fissava paletti invalicabili: «la Commissione e Jean Claude Juncker [devono proseguire] nella verifica severa dei piani di bilancio degli Stati membri». Perché «L'affidabilità delle regole comuni del patto di crescita è di grande significato per la fiducia nell'eurozona». La traduzione è semplice: non cedete soldi a noi, che ne abbiamo, ma tagliate le vostre spese pubbliche e sperate che il mercato vi premi. Punto.

Non è difficile prevedere un futuro gramo per questo piano. Che oltretutto parte mettendo al centro delle “priorità” due settori come energia e trasporti. Certamente strategici, specie il primo, visto che l'Europa dipende per oltre il 60% del suo fabbisogno energetico dalle importazioni. Ma si tratta anche di due settori in cui il fattore occupazionale è quasi marginale.

Anche qui “si spera” in una sorta di effetto leva? E in quanti anni si potrebbe realizzare la magia di trasformare 5 miliardi in 315, sviluppando settori a bassa intensità di lavoro che a loro volta mettono in moto settori meno strategici e competitivi ma ad alta intensità di manodopera? Silenzio, ovviamente. O meglio: chiacchiere. Il distintivo potrebbe venir sostituito dal manganello.

giovedì 27 novembre 2014

L'Europa è ben altro che "UE" e "occidente"

Ha fotocopiato il modello produttivo e sociale di coloro che distrussero dai cieli sessantasei delle sue maggiori città. L'Europa è spenta, non è più centro di elaborazione e irradiazione di criteri normativi adottati nel resto del mondo. Da essa non si irradiano più culture e linee di forza capaci di sedimentare e stabilizzare aree tgeografiche e sociali. E' imitazione, copia sfocata, incapacità di improntarsi alla sua specificità storica. Abiura e rinnega, in nome e per conto d'un universalismo trapiantato e importato, che è solo sudditanza ai neofiti dell'usura riattualizzata.

I tristi saltimbanchi, privi di bussola e mappe genuine della psicogeografia dell'Europa reale, persistono nell'apologetica. accecati su un vagone rimorchiato. Piombato dai nuovi barbari che -mentre saccheggiano senza ritegno- hanno plasmato la mentalità adatta a riprodurre la servitù volontaria. Incassano i benefici di una estesa interiorizzazione del senso di colpa, spinta fino alla negazione di sè stessi e all'imitazione di chiunque altro (“dobbiamo fare come in Germania” o "in america" ecc). E' venuta a galla una identità mimimalista da limes lontano dell'impero.

Impazzano i funzionari neocoloniali, quelli dall'inamovibile "erre-moscia" sempre attualizzata agli odierni centri esterni della dominazione; gli entusiasti d'una Italia ridivenuta “espressione geografica” che spazza via ogni retaggio della storia e del suo divenire nel territorio. Ladri di storia e di geografia al servizio della geopolitica anglosax, arroganti quando occultano il decisivo e storico apporto antinazista della Russia. Infine, è il breve carnevale dei psicolabili che esibiscono la maschera dell'Europa sfumata nella nube di un “occidente” ad estensione variabile.

Dal “modernismo” esibito con pose caricaturali, scaturiscono controfigure plasmate alla temperie morale proprie di una neocolonia. Subordinata, inchiodata ad assorbire “cultura” seriale, stilemi grotteschi, slogan e i diktat apologetici dell'autonomia del denaro. L'introiezione dei caratteri dell'epoca della carestia (per ceti bassi e plebe) si fonda sulla supremazia assoluta dell'individualismo, assunto come unico fattore positivo e lecito. Chi osa resistere ai settari che si compiacciono del ruolo di liberali immaginari, viene scaraventato nella bolgia dei reazionari o populisti. Si auto-rappresentano sempre come progresso ed efficienza in lotta epica contro l'arretratezza; oppure come riformatori e partito del "cambio" contrapposti ai conservatori e biechi difensori del passato.

L'individualismo vorrebbe dissolvere ogni altra identità e valore: classe, famiglia, nazione, popolo, comunità, solidarietà, spiritualità e dignità. Predicano la bontà di una identità sessuale indifferenziata ed equivalente, però con predilezione per l'infecondità e la sterilità. L'atomizzazione sociale deve accelerare la decomposizione e la solitudine più estrema, e troncare radici, rami, foglie e i frutti, per l'avvento definitivo dei grossisti del denaro. Incombe l'incubo del millenarismo mediatico dei nuovi padroni della natura e degli umani. E' l'agguato proditorio di una sopravvivenza -spacciata come destino!- che si nutre di paura e angoscia permanente. Si varano e proteggono regimi para-terroristi, utilizzatori intensivi di droni, committenti di guerre privatizzate appaltate a "mercenari con patologie politiche indotte o criminalità pseudoreligiosa di avariata origine".

E' in corso uno scontro epocale tra le forze stanziali, legate ai vincoli unani, territoriali e affettivi della produzione concreta e l'elite con la sua struttura di potere reale. Fondata sul nomadismo della finanza che impone regole draconiane per istaurare la magia del denaro generato direttamente dal denaro. La necessità, o meno, di passare attraverso il lavoro e la produzione prima che il denaro possa accrescersi, è l'oggetto del contendere attuale su scala mondiale. Nessuno “scontro di civiltà”, piuttosto uno urto “biblico” tra il nuovo auge delle religioni dell'usura e le maggioranze operose, che sono complementari solo con il policentrismo. Sono entrati in collisione la comunità e il dominio reale del capitale, la coperazione come alternativa alla concorrenza, l'iper-individualismo dell'elite totalitaria e la superstite socialità umana.

E' belligeranza asimettrica tra i fabbricanti di valori coniati dai templi liberisti e quanti si battono per mantenerli fuori e separati dal potere politico. Mercato ed economia sono un frammento del sociale, importante ma non preponderante. Sono parte non il tutto. Pertanto la visione dell'economia come cosa integralmente autonoma, svincolata e superiore
ad ogni altro valore e struttura sociale, si rivela un fondamentalismo da contrastare con crescente fermezza. Questi strambi liberali, in realtà, sono nemici giurati di ogni sovranità geopolitica, culturale ed economica, come pure di ogni identità che non deriva o non si subordina al primato dell'economia.

Da un lato c'è l'oligarchia con il suo epansionismoe egemonico e dall'altro l'arco di forze che si richiamano alle tradizioni e alla giustizia, ed hanno bisogno dello Stato come pilota collettivo che stabilisce le mete di fondo del bene comune. Lo scontro reale in atto è quello che oppone elite e società, oligarchia e popoli. Per l'equità è indispensabile la separazione assoluta tra potere politico e potere economico, tra l'egoismo onnivoro dei manipoli oscuri e la minacciata socialità delle maggioranze.

mercoledì 26 novembre 2014

Jobs Act, con un pulsante cancellano decenni di storia di conflitto sociale

Il Jobs Act è pas­sato anche alla Camera. Tor­nerà per l’approvazione defi­ni­tiva al Senato, ma non si atten­dono sor­prese. Renzi può por­tare a Bru­xel­les lo scalpo dell’articolo 18, anzi di tutto l’impianto dello Sta­tuto dei diritti dei lavo­ra­tori, per­ché senza tutela reale ogni altro diritto è di per sé inde­bo­lito se non annul­lato. Hanno votato in 316 a favore del dise­gno di legge del governo. La mag­gio­ranza asso­luta, per un voto, di una camera di nomi­nati già poli­ti­ca­mente dele­git­ti­mata dalla boc­cia­tura del por­cel­lum da parte della Corte Costi­tu­zio­nale. Mal­grado ciò quella mag­gio­ranza si è assunta la respon­sa­bi­lità di can­cel­lare con un pul­sante decenni di sto­ria del con­flitto sociale che ave­vano creato il “caso ita­liano” durante i “trenta anni glo­riosi” del capi­ta­li­smo occidentale.
Eppure que­sta volta per Renzi non è stato un trionfo. E’ forse esa­ge­rato dire che si è trat­tato di una vit­to­ria di Pirro, ma per la prima volta Renzi ha dovuto incas­sare il dis­senso aperto della mino­ranza del suo par­tito.
Civati ha votato no, men­tre Fas­sina e Cuperlo hanno tra­sci­nato fuori dall’Aula una tren­tina di depu­tati, assieme a quelli di Sel, dei Pen­ta­stel­lati e delle oppo­si­zioni di destra. A sua volta Ber­sani ha votato un sì per pura disci­plina e palese nulla con­vin­zione. E così sarà stato pro­ba­bil­mente per diversi altri. La pre­sunta media­zione sul testo non ha tenuto né nel merito né poli­ti­ca­mente. Il dis­senso non è rien­trato, è esploso.

Del resto è dav­vero dif­fi­cile con­si­de­rare un miglio­ra­mento quanto è stato pre­ci­sato alla Camera rispetto al Senato. Per i licen­zia­menti per motivi eco­no­mici non c’è alcun rein­te­gro, solo l’indennizzo rap­por­tato alla anzia­nità di ser­vi­zio. Il rein­te­gro com­pare solo per i licen­zia­menti chia­ra­mente discri­mi­na­tori e per quelli disci­pli­nari risul­tati privi di fon­da­mento alcuno, secondo tipi­ciz­za­zioni ulte­riori riman­date ai decreti dele­gati.
Chi mai volendo licen­ziare potrebbe impe­go­larsi in que­ste tipo­lo­gie potendo ada­giarsi sull’andamento eco­no­mico dell’impresa? Qui si col­pi­sce non solo il diritto al lavoro del licen­ziato, ma anche il ruolo della magi­stra­tura nell’ inter­vento per rein­te­grare tale diritto. Due pic­cioni con una fava. Nean­che il nemico per eccel­lenza dei giu­dici, Ber­lu­sconi, avrebbe potuto tanto.

Nel frat­tempo Squinzi può sognare, si stro­pic­cia gli occhi, ottiene più di quanto pre­ten­deva e spe­rava. Non ha nep­pure avuto biso­gno di chie­derlo. Anzi, Squinzi aveva com­bat­tuto per la pre­si­denza della Con­fin­du­stria con­tro Bom­bas­sei, dichia­rando pro­prio che l’articolo 18 non era una priorità.

Intanto Pier Carlo Padoan aveva già scritto la sua let­tera alla Com­mis­sione affin­ché fosse indul­gente nel valu­tare i conti della legge di sta­bi­lità. Il giu­di­zio defi­ni­tivo sarà a marzo, ma intanto il governo si salva, anche gra­zie alla appro­va­zione del Jobs Act che, secondo il nostro mini­stro dell’economia, garan­tirà una ripresa dell’economia e il soste­gno al sistema pen­sio­ni­stico. Come ciò possa avve­nire a colpi di pre­ca­riato, che il decreto Poletti e il Jobs Act stesso ampliano a dismi­sura, è un mistero da riman­dare al mittente.

La novità tanto sban­die­rata è il famoso con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti. Le moda­lità della arti­co­la­zione di que­ste tutele sono ancora ignote, per­ché riman­date al testo di decreti dele­gati che even­tual­mente pas­se­ranno solo dalle com­mis­sioni par­la­men­tari — ma non dall’aula — per un parere non vin­co­lante. Tut­ta­via è fin d’ora scar­sa­mente cre­di­bile che un padrone assuma con que­sta forma, quando può uti­liz­zare, gra­zie al decreto Poletti, con­tratti a ter­mine uno in fila all’altro senza doverne moti­vare la ragione. Para­dos­sal­mente, ma non troppo, pro­prio il con­tratto inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti spin­gerà ancora di più l’acceleratore sulla totale pre­ca­riz­za­zione dei rap­porti di lavoro per i nuovi assunti.

Fare sin­da­cato e costruire una nuova coa­li­zione sociale per una nuova sini­stra sarà più dif­fi­cile, ma ancora più neces­sa­rio ed urgente. Una dimen­sione euro­pea è indi­spen­sa­bile poi­ché il sistema non sop­porta legi­sla­zioni nazio­nali pro­tet­tive dei diritti e forme con­trat­tuali che vadano al di là del sin­golo gruppo o azienda. Jobs, più che voler dire lavori, è un acro­nimo: Jump­start Our Busi­nes­ses (come l’omonimo ame­ri­cano del 2012) cioè «met­tiamo in moto le nostre imprese». Di con­tro, quel popolo di sini­stra orfano di una vera sini­stra popo­lare ritro­va­tosi in piazza il 25 otto­bre e nelle occa­sioni suc­ces­sive, si rimette in moto per uno scio­pero gene­rale, dopo tanti anni. Que­sta sarà la risposta.

martedì 25 novembre 2014

Sfruttamento di minori e paghe da fame, scoperto un giro di lavoro nero tra alberghi e ristoranti

Oltre 2.700 studenti, alcuni minorenni, di scuole alberghiere sono stati irregolarmente impiegati in alberghi e ristoranti, grazie alla formula dell'alternanza scuola-lavoro prevista dai programmi di studi. L’ultima inchiesta della Guardia di Finanza ha portato alla luce un giro spaventoso di lavoro nero e sfruttamento nel settore turistico a livello nazionale, ed anche di intermediazione di manodopera. Su richiesta dei ristoratori e albergatori, veniva fatta sottoscrivere agli studenti una "lettera di incarico", nella quale veniva definito l'impiego, per un periodo determinato, di un numero di studenti occorrenti alle strutture di ristorazione e alberghiere, al costo di 60 euro per studente a settimana lavorativa. Ristoratori e albergatori potevano impiegare per le proprie necessità (soprattutto nei periodi di maggiore concentrazione di cerimonie) una forza lavoro a basso costo, senza oneri contributivi, con la conseguente illecita concorrenza a danno degli altri operatori del settore.
A capo della piramide due società fittiziamente residenti a San Marino e in Svizzera, con una evasione fiscale per un milione di euro.Coinvolti decine tra istituti scolastici in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Lazio, e ristoranti e alberghi di Trentino A.A., Veneto, Puglia, Sicilia, Umbria, Abruzzo, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Sardegna. Le due società, secondo le indagini, di fatto hanno svolto attività di intermediazione interponendosi illecitamente tra studenti e alberghi. Per la somministrazione fraudolenta di manodopera è prevista la sanzione pari a 70 euro per giorno d'impiego per studente e, considerato che ciascun studente è stato impiegato in media per quindici giorni, la sanzione potrà arrivare sino ad un massimo di 2,6 milioni.
Ovviamente non è la prima volta che vengono scoperte realtà del genere. Finora i controlli, però, erano stati tutti locali. Questa estate sulla riviera romagnola furono portate alla luce realtà di lavoro con minorenni sfruttati per 16 ore al giorno, lavoratori e lavoratrici costretti a turni estenuanti e fatti dormire nei bagni, cibo scaduto servito ai clienti.
L’Istituto Nazionale di Statistica quantifica il valore aggiunto prodotto dal sommerso economico compreso tra i 217 e i 228 miliardi di euro, tra il 18,2 e il 19,1% del Pil. Ed è proprio nel settore “alberghi, bar, ristoranti e pubblici esercizi che si raggiunge il top. Gli ultimi dati di questo settore, del 2005, annunciano che in questo settore l’economia sommersa è del 56,8%.

lunedì 24 novembre 2014

Più di due miliardi di persone nel mondo non hanno servizi igienici ed acqua

La defecazione all'aperto coinvolge un miliardo di persone al giorno. Storie drammatiche e pericolose di donne e bambini

Più di due miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a servizi igienici adeguati. I più colpiti sono donne e bambini che spesso non hanno neanche l'acqua. È difficile da concepire per molti di noi, abituati ad avere diversi bagni a disposizione durante il giorno, a casa, a lavoro, e addirittura alcuni ad avere più servizi nella stessa abitazione.

Nella seconda Giornata Mondiale dei Servizi Igienici (riconosciuta solo l’anno scorso con il supporto delle Nazioni Unite), che si è celebrata il 19 novembre scorso, oltre ad affrontare i temi dell’uguaglianza e della dignità, si è illustrata la campagna UN-Water, per porre fine alla defecazione all'aperto, un argomento in precedenza innominabile, che coinvolge un miliardo di persone al giorno. Ne ha parlato l'Independent. Il World Toilet Day è stato creato dalla World Toilet Organisation nel 2001 con 15 membri e oggi è costituita da 151 organizzazioni in 53 paesi che lavorano per eliminare i tabù che circondano questo argomento e per fornire servizi igienico-sanitari sostenibili.

In India circa 818 milioni di persone defecano in pubblico. In Congo circa il 72% della popolazione non ha accesso a una toilette interna, così come l'80% degli etiopi, circa 71 milioni di persone.

A livello globale, 526 milioni di donne sono costrette ad andare in bagno all’aperto, spesso facendo fronte a minacce fisiche e violenze dal momento che devono aspettare fino a dopo il tramonto prima di lasciare le loro case. Come è stato già crudamente raccontato dalle cronache del maggio scorso, quando due ragazze indiane sono state brutalmente violentate e impiccate dopo essersi allontanate dalle loro case per usare la toilette nei campi vicini.
Accanto alle minacce che molte donne si trovano ad affrontare ogni volta che vanno in bagno, la mancanza di servizi igienici di base significa che le malattie facilmente prevenibili dilagano e possono addirittura uccidere.

Bangladesh
Rubina, 38, ha vissuto a Mollar Bosti nei bassifondi di Dhaka per 3 anni. Si è trasferita dalla campagna quando il marito ha trovato lavoro a Dhaka. Lei usa una toilette in comune che si trova a 20 metri da casa. Dice che una volta, nel bel mezzo della notte, è andata in bagno e qualcuno ha bussato alla porta del bagno così forte che pensava che la stesse buttando giù. Ha avuto paura da allora ad usare il bagno dopo 09:00.

Haiti
Martine ha 27 anni. Vive vicino al fiume a Cayimithe. "Non ho una toilette chiusa. Il mio bagno è un buco nel terreno di casa mia, che ora è pieno ed è diventato veramente pericoloso. Lo uso solo di notte, quando posso avere un po’ di privacy. Durante il giorno, uso un gabinetto condiviso con la comunità che si trova a circa 15 minuti da casa mia.

Belgio
Rosalia, 9, va a scuola a Bruxelles. "Nella mia scuola abbiamo servizi igienici separati per ragazze e ragazzi su ogni piano. La mia classe è al 3 ° piano. Abbiamo 22 servizi igienici, che sono condivisi tra 230 allievi e 20 adulti. Gli insegnanti a scuola vanno in bagno ogni volta che ne hanno bisogno".

India
Saritadevi vive nel villaggio Ittava a Uttar Pradesh. Lei non ha accesso ai servizi igienici a casa sua e quindi utilizza un campo locale. Lei soffre per la mancanza di dignità e privacy. Dice che è umiliata dagli uomini, lanciano pietre contro di lei, urlando insulti, gesti volgari e cantano canzoni offensive.

Australia
Renee è un'artista che ha lasciato la sua ex casa nei sobborghi densamente popolati di Sydney per vivere una vita più tranquilla ad un'ora a nord della città. Ha costruito un capannone su dieci ettari di terreno e ha incluso un bagno esterno e un bagno interno. Ironia della sorte, Renee è in grado di godere di totale privacy all'aperto dal momento che è circondata dalla foresta, lontano dalle altre abitazioni.

Ghana
Ima, 47, è un'assistente di un bagno pubblico di Kumasi, la seconda città più grande del Ghana. Vive in una stanza in affitto con il marito e quattro bambini di età compresa tra i 14 e i 22. Non ha un bagno in casa. Durante il giorno, lei usa il bagno pubblico dove lavora, ma di notte è costretta a utilizzare sacchetti di plastica in quanto non è sicuro camminare lunghe le strade al buio.

Mozambico
Assucena, 14, è una studentessa che ama studiare e giocare a calcio. Vive con la madre, la nonna, la sorella e due cugini. Assucena condivide un bagno con altre 30 persone di diverse famiglie. "Quando piove, la toilette si allaga. C'è davvero una puzza terribile".

Brasile
Lorena, 16, è una studentessa. Si è appena trasferita in una delle favelas di Rio de Janeiro. "Non ho una toilette, ma sto lavorando duramente per cercare di costruirne una. Nel frattempo, devo usare quella di mia madre. Abbiamo acqua solo il giovedì e la domenica, quando i rubinetti sono aperti. Un giorno mi piacerebbe avere un bagno con acqua corrente. Sono molto vanitosa, mi piace curare capelli e unghie e utilizzare il profumo. Alcune persone qui sono in cattive condizioni di salute, a causa della situazione di scarsa igiene nella zona".

Sudafrica
Nombini ha due vasi portatili, che sono utilizzati dalle 12 persone che vivono nella sua casa. La prima volta che si trasferì a Khayelitsha, nel 2005, lei non aveva un bagno, quindi doveva andare nella boscaglia. "È stato terribile nella boscaglia, le auto ci colpivano. Il mio sogno è quello di avere un gabinetto con lo sciacquone".

Zambia
Susan, 46, è la fondatrice di una scuola di comunità per i bambini con disabilità fisiche e mentali. "Mi rende orgogliosa e felice insegnare ai bambini disabili in modo che in futuro possano avere una vita migliore e non solo stare a casa. Usare la toilette è una sfida, soprattutto nella stagione delle piogge, devo strisciare per i servizi igienici con le mie mani".

Romania
Ghita, 48 anni, del villaggio Buzescu, è l'orgogliosa proprietaria di uno dei più grandi bagni del villaggio, di 20 metri quadrati. Nel villaggio non c'è acqua corrente o fognature.

Il Centro per le Malattie degli Stati Uniti stima che circa 2.200 bambini muoiono ogni giorno di diarrea. Più di AIDS, malaria e morbillo messi insieme.
Quasi il 90% dei decessi correlati alla diarrea sono causati da acqua non potabile, igiene insufficiente e inadeguata.
Dove esistono i servizi igienici - ad esempio nelle scuole - sono in numero talvolta così inadeguato da essere quasi inutile.
L'effetto a catena è tale che in Kenya, per esempio, le ragazze che hanno raggiunto la pubertà perde una media di sei settimane di apprendimento, perchè la mancanza di servizi igienici significa che non sono in grado di frequentare la scuola durante i loro periodi.

venerdì 21 novembre 2014

Cancellare le conquiste del popolo: da Pinochet a oggi

Nei momenti di tensione salgono dall’animo parole che non si possono trattenere. Non ci è riuscito neanche un attore consumato come Matteo Renzi. Per reagire al dispetto provato per i ritardi del Senato nell’approvazione del suo Jobs Act, il presidente del consiglio ha dichiarato: «Abbiamo aspettato 20, 30, 40 anni per le riforme, non cambierà con qualche ora in più». Successivamente una velina del suo ufficio stampa ai massmedia di regime li ha indotti a correggere la frase, per cui molti commentatori hanno l’hanno poi riportata fermandosi a venti anni, ma Renzi era arrivato a quraranta. Dunque nel profondo del suo animo il presidente del Consiglio pensa che l’articolo 18 e lo statuto dei diritti dei lavoratori avrebbero dovuto essere aboliti già nel 1974. In quell’anno il no al referendum sull’abrogazione del divorzio aveva travolto la Dc di Amintore Fanfani.

La strage fascista di piazza della Loggia a Brescia aveva ricevuto una risposta popolare enorme che aveva messo in crisi i disegni autoritari di settori degli apparati dello Stato e della eversione nera. Nelle scuole entravano i metalmeccanici che Renziavevano da poco conquistato il diritto a studiare con permessi di 150 ore. Tutta la società italiana, nonostante tensioni e contraddizioni, era in crescita attorno alla crescita dei diritti del lavoro. Chi allora avrebbe potuto aver già in mente che, appena quattro anni dopo il varo della legge 300, si sarebbe dovuto cancellare l’articolo 18? Mi domando davvero come Renzi abbia potuto parlare di quaranta anni di ritardo nelle riforme, e siccome son convinto che non si sia sbagliato, posso arrivare ad una sola conclusione. Che egli faccia proprio lo spirito di vandea capitalista che proprio in quegli anni cominciava a definirsi nelle élites economico finanziarie mondiali.

Nel 1973 il sanguinoso colpo di Stato di Pinochet contro Allende in Cile serviva per la prima volta a sperimentare con la forza di una feroce dittatura le politiche liberiste dei “Chicago boys” di Milton Friedman. Che poi sarebbero dilagate nel mondo. Sempre nel 1973 una organizzazione multinazionale di banchieri e industriali, politici e ricconi guidata dalle élites statunitensi, la Trilaterale, aveva prodotto un manifesto programmatico nel quale si affermava la necessità che il mondo retrocedesse Cremaschidall’eccesso di domanda di democrazia e garanzie sociali che si era diffuso. Quindi è vero che sotto la superficie del progresso generale si annidavano e preparavano le forze che avrebbero avviato quella controriforma liberista che dura da più di trenta anni.

Certo a nessuno nell’Italia del 1974, se non a Licio Gelli, sarebbe venuto in mente di chiedere la cancellazione della reintegra per i licenziamenti ingiusti, e di tornare così alla legge del 1966 che, come l’attuale Jobact, prevedeva solo il risarcimento monetario. Ma nell’Italia di oggi questo invece può essere affermato e presentato come innovazione. Ci sono voluti decenni, ma alla fine lo spirito di rivincita sociale che già elaborava il suo rancore in quegli anni, ha trovato un fiero interprete in Matteo Renzi.