venerdì 5 novembre 2021

La manovra di Draghi: l’emergenza non passa, l’austerità resta

 Il Consiglio dei Ministri del 28 ottobre scorso ha approvato il disegno di legge di bilancio (DLB) per il 2022, il più importante atto di politica economica di un Governo. Dopo mesi di elucubrazioni sulla “vera natura” di una compagine governativa che unisce praticamente tutto l’arco parlamentare, da LeU alla Lega, guidata da una equipe di cosiddetti tecnici siamo alla prova dei fatti.

La legge di bilancio, infatti, ci dice, senza possibilità di equivoci, quale sarà la posizione del Governo nei principali campi dell’organizzazione sociale ed economica del Paese per il prossimo anno.

Studiare una legge di bilancio significa concentrare l’attenzione su due aspetti dell’intervento pubblico in economia: da un lato, l’ammontare delle risorse stanziate; dall’altro, come e dove queste sono allocate.

Il primo aspetto si studia attraverso la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) e il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), che stabiliscono il perimetro della manovra – il DLB – in termini di saldi di bilancio pubblico.

Il secondo aspetto, il contenuto della manovra, si evince dalla legge di bilancio, un provvedimento appena definito nei suoi aspetti salienti (con il relativo disegno di legge, per l’appunto), ma che sarà oggetto di numerose revisioni da qui alla fine dell’anno nel suo iter parlamentare.

Il primo aspetto da analizzare è dunque il suo peso specifico: a prescindere dal contenuto delle misure fiscali, il Governo decide di spendere molto o poco? Rispondendo a questa domanda, saremo in grado di valutarne, a grandi linee, l’impatto macroeconomico, cioè il suo effetto sulle grandezze aggregate dell’economia, in primis il PIL e l’occupazione.

Il contesto entro cui si decide l’attuale manovra è quello della lenta ma progressiva fuoriuscita dall’emergenza pandemica, con il PIL che è caduto all’incirca del 10% nel 2020 e si risolleva del 6% nell’anno in corso, nonostante la precedente legge di bilancio (2021) avesse attutito il colpo, realizzando un disavanzo del 9,6% del PIL.

Ciò significa che il crollo del PIL del 2020 è stato così profondo da non essere stato recuperato nonostante un ricorso alla spesa pubblica maggiore di quanto sia stato sottratto all’economia attraverso le tasse.

Come abbiamo avuto modo di ripetere, persino la manovra del 2021 è stata inadeguata rispetto alla gravità della crisi pandemica, come dimostra ampiamente il crollo del 10% dell’occupazione (espressa in termini di unità lavorative annue), spia di un drastico abbassamento dei livelli di attività e della capacità di spesa del settore privato.

In parole povere, lo sforzo fiscale si è rivelato insufficiente a recuperare i livelli di attività pre-crisi.

Bene, e cosa programma il Governo Draghi per il 2022? Ovviamente, riduce il deficit pubblico drasticamente, portandolo da quel 9,6% al 5,6%: il Governo decide di dimezzare uno sforzo già insufficiente, riportando il Paese sulla via dell’austerità, ossia verso il rispetto di quei vincoli di bilancio che hanno messo in ginocchio l’intera periferia d’Europa.

Questo è il primo dato da considerare nella nostra analisi: la NADEF prima e il DPB dopo sanciscono un sensibile contenimento del disavanzo pubblico, dunque un minore stimolo pubblico alla domanda interna.

Sappiamo poi che la variabile più utile a soppesare l’impatto della manovra di bilancio su PIL e occupazione è il saldo primario di bilancio, che considera il disavanzo al netto della spesa per interessi sul debito pubblico (una spesa che va direttamente ad alimentare i profitti finanziari di grandi banche e ben difficilmente può stimolare l’economia reale).

Se ci concentriamo sul saldo primario di bilancio, scopriamo che il Governo Draghi lo porta dal -6% del 2021 al -2,7% per il 2022: anche questo viene più che dimezzato. Nel contesto pandemico, ciò rappresenta una vera e propria misura di austerità che va nella direzione di riportare l’Italia verso la rigida disciplina di bilancio, nonostante la drammatica situazione economica e sociale in cui versa il Paese.

Questo dato stride fortemente con tutta la retorica sul Recovery Fund e sulla sua articolazione italiana, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): mentre disoccupazione, povertà e precarietà devastano il tessuto sociale, lo Stato riduce il suo sostegno all’economia, senza che questo arretramento del settore pubblico trovi una qualche compensazione nelle politiche europee.

Difatti, la Tabella III.1-16 del DPB mette nero su bianco che le sovvenzioni del Recovery Plan (l’unica componente che non va ad alimentare il debito pubblico, e dunque l’unica che non entra nel computo del disavanzo di bilancio) peseranno nel 2022 per lo 0,7% del PIL: nulla, davanti alla riduzione del disavanzo primario del 3,3% (dal 6% al 2,7%) decisa dal Governo Draghi rispetto alla scorsa finanziaria.

Una riduzione di risorse che potrebbe andare a finanziare sanità, istruzione, spesa sociale e previdenziale e tutte quelle emergenze che lavoratori e disoccupati sperimentano quotidianamente sulla propria pelle. Senza dimenticare la lunga lista di condizioni capestro che il Recovery Fund si porta appresso.

Non ci siamo ancora addentrati nei contenuti della manovra, eppure già inizia ad affiorare chiaramente il profilo di politica economica scelto dal Governo Draghi: una drastica riduzione dell’intervento pubblico emergenziale messo in campo per fronteggiare la pandemia.

Draghi deve ricondurre il Paese entro quei vincoli di bilancio che assicurano la progressiva distruzione dello stato sociale ed il parallelo ampliamento dei margini di sfruttamento dei lavoratori italiani: eccola, la “vera natura” dell’attuale esecutivo.

Passiamo ora ad analizzare il disegno di legge di bilancio (DLB), che contiene maggiori dettagli sulle specifiche misure varate dal Governo per il prossimo anno. La cosiddetta “manovra”, ovvero la differenza tra le spese e le entrate già previste per il 2022 dai governi passati e le nuove spese ed entrate introdotte dal Governo in carica, ammonta (tra maggiori spese e minori entrate) a circa 24 miliardi di euro.

La voce più consistente è quella che va ad incidere sul fronte delle imposte e delle tasse. Il DLB stanzia 6 miliardi di euro per una vaga riforma fiscale, che si vanno ad aggiungere ai 2 già previsti sul medesimo capitolo: un investimento consistente, che secondo l’art. 2 dovrebbe incidere in particolare su IRPEF e IRAP.

Tuttavia, nulla viene specificato in merito alla suddivisione di quelle risorse tra quelle destinate alla riduzione delle imposte sulle persone fisiche (IRPEF), che gravano principalmente sui redditi da lavoro, e quelle destinate alla riduzione dell’IRAP, l’unica imposta che si riesce ancora a far pagare alle imprese dato che il sistema di tassazione dei redditi da capitale offre milioni di possibilità di elusione.

La battaglia per le risorse destinate alla riforma fiscale è appena iniziata, con Confindustria che martella quotidianamente sulla riduzione dei contributi a carico delle imprese, puntando a fare il pieno di queste risorse: se così fosse, ai lavoratori non rimarrebbe davvero nulla di quei 6 miliardi.

Inoltre, nel paragrafo del DLB dedicato alla riduzione dell’IRPEF si parla sia dell’opportunità di ridurre alcune aliquote marginali.

L’ipotesi più in voga è un’aggiustatina al ribasso della terza aliquota (misura che andrebbe a vantaggio dei redditi medi, in quanto coinvolgerebbe i redditi dai 28.000 euro annui in su), sia di una revisione del sistema delle detrazioni: il rischio è di togliere con la mano sinistra, riducendo le detrazioni, quello che si dà con la mano destra, abbassando una o più aliquote.

Il capitolo della manovra dedicato al fisco prevede anche 2 miliardi di euro per contenere l’aumento dei costi di energia.

Secondo quanto recita l’art. 134 del DLB, il meccanismo dovrebbe sortire l’effetto desiderato, ossia calmierare l’aumento delle bollette, attraverso una riduzione degli “oneri generali” da parte dell’Autorità per la regolazione di reti, energia e ambiente (ARERA).

Ciò significa che, mentre il mercato elettrico sta aumentando i suoi margini di profitto attraverso l’aumento dei prezzi delle forniture, lo Stato, anziché impedirlo regolando il prezzo dell’energia e ponendo dei paletti ai profitti delle multinazionali del settore, si fa carico di una parte di questo aumento.

Sebbene questo possa, nell’immediato, alleviare il costo sociale dei rincari, nel medio termine questa misura non può funzionare, in quanto significa assecondare gli aumenti dei prezzi delle forniture da parte delle multinazionali, finanziando così l’aumento dei profitti privati a discapito della gestione e della manutenzione dell’infrastruttura (pubblica) della rete elettrica.

Infine, vengono stanziati 650 milioni per rinviare ulteriormente l’introduzione di due imposte, la sugar tax e la plastic tax (finalizzate a disincentivare l’abuso di materie prime inquinanti e dannose per la salute), il cui peso dovrebbe gravare interamente sulle imprese; dovrebbe, perché lo Stato continua a rimandare l’entrata in vigore della misura.

La seconda voce più consistente della manovra, dopo il capitolo fisco, è quella esplicitamente destinata a sovvenzionare le imprese private: ben 4,1 miliardi di euro dedicati a finanziare l’internazionalizzazione delle imprese, i contratti di sviluppo (soldi alle imprese, anche estere, che realizzano grandi investimenti in Italia), gli acquisti di beni strumentali (costi delle imprese che vengono trasferiti allo Stato) ed un fondo per la liquidità alle piccole e medie imprese.

Una pioggia di denaro che viene messa a servizio del profitto privato: questo è dunque il capitolo di spesa più rilevante della manovra Draghi, un regalo alle imprese che vale più del doppio dei 2 miliardi di euro destinati al Fondo Sanitario Nazionale.

Per questo Governo, i profitti privati vengono prima dell’investimento in sanità, con buona pace di tutta la retorica governativa sull’emergenza pandemica.

L’ultimo, rilevante tassello di questo DLB è quello dedicato al Reddito di Cittadinanza (RdC). Sebbene con l’art. 19 la misura sia marginalmente rifinanziata, con uno stanziamento di 1 miliardo per il 2022 che garantisce per quell’anno il raggiungimento delle stesse risorse del 2021 (circa 8,8 miliardi), il Governo provvede ad un’importante “riforma” dello strumento.

L’art. 20 incide in maniera significativa sul funzionamento del RdC, che rende particolarmente stringenti le condizioni per il suo accesso e mantenimento.

In primo luogo, i soggetti potenzialmente occupabili vedranno ridursi il reddito di 5 euro al mese a partire dal sesto mese, a prescindere dalla ricezione o meno di offerte di lavoro. E se qualche offerta di lavoro dovesse arrivare, peggiorano molto le condizioni che il percettore di RdC è costretto ad accettare: non potrà rifiutare più di due offerte di lavoro (fino ad oggi erano tre), che potrebbero essere a tempo determinato fino a 80 km dalla residenza, o in somministrazione, o part-time.

Se dovessero essere a tempo indeterminato, potrebbero essere in tutta Italia a partire dalla seconda offerta. Se rifiuti, perdi il beneficio.

Inoltre, quello stesso beneficio, che prima era trasferito al datore di lavoro che assumeva il percettore di RdC a tempo indeterminato, gli verrà ora trasferito anche se assume part-time, a tempo determinato e addirittura in apprendistato.

Il Governo pensa anche ad oliare la macchina: il 20% del beneficio verrà trasferito, in caso di occupazione, alle agenzie di collocamento private, che hanno così tutto l’interesse a gettare il percettore di RdC in pasto alle fasce più basse del mercato del lavoro, con offerte di occupazione a condizioni misere che potranno essere rifiutate solo a costo di perdere il sussidio.

In questo modo, il Reddito di Cittadinanza si trasforma progressivamente in un moltiplicatore di precarietà, che rischia di amplificare la tendenza delle imprese a sostituire lavoratori stabili con lavoratori precari: tale effetto moltiplicativo appare infatti direttamente proporzionale alle risorse che il Governo promette alle imprese capaci di occupare percettori di RdC.

La manovra, analizzata per sommi capi, indica chiaramente la via scelta dall’esecutivo per uscire dalla crisi pandemica: una difesa a tutto campo del profitto privato portata avanti estendendo l’area dello sfruttamento del lavoro ed erodendo ulteriori margini di stato sociale.

Ci sono dentro tutte le richieste di Confindustria e tutte le pretese delle istituzioni europee: l’Italia riprende la via dell’austerità, ed i pochi soldi a disposizione vengono indirizzati alle imprese.

Questa perfetta sintesi tra gli interessi del capitale nazionale e quelli del capitale europeo è forse la più chiara rappresentazione del compito politico affidato a Draghi, “mirabilmente” svolto con la sua prima manovra finanziaria.

mercoledì 3 novembre 2021

Contestato Bolsonaro

 Bolsonaro è stato eletto presidente del Brasile nel 2018, in un’elezione falsata dall’arresto e dall’esclusione illegittima dell’ex-presidente Lula, e da allora rappresenta una minaccia per la democrazia brasiliana e per tutte le forze politiche progressiste e i movimenti sociali che la animano.

Non si è mai preoccupato di nascondere il suo apprezzamento verso la dittatura militare che dal 1964 al 1985 ha governato il paese grazie a tortura e repressione, ha attaccato la comunità LGBTQI+ (le indagini sull’omicidio dell’attivista e consigliera comunale di Rio de Janeiro Marielle Franco sono arrivate a coinvolgerlo), ha promosso politiche neoliberiste contro i lavoratori e le lavoratrici e le classi popolari del Brasile, ha portato avanti la distruzione di terre e aree della foresta pluviale amazzonica scagliandosi contro i popoli indigeni, incoraggiando furti, attacchi alle comunità e uccisioni, e sostenendo il mondo dell’agribusiness, gestito da multinazionali che per produrre ed esportare cibo (soia e carne in primis) distruggono senza alcuno scrupolo le basi materiali della vita di milioni contadini ed interi ecosistemi

Senza contare che il modo in cui Bolsonaro e il suo governo hanno gestito la pandemia ha portato il Brasile a contare oltre 20 milioni di contagi e ad essere il secondo paese al mondo per decessi (oltre 600.000).

Proprio pochi giorni fa, mentre la sindaca di Anguillara preparava la cerimonia di lunedì 1 novembre, una commissione del Senato brasiliano presentava un rapporto in cui si afferma che Jair Bolsonaro deve essere accusato di crimini contro l’umanità per la risposta all’epidemia di Covid che ha provocato uno stratosferico numero di decessi, oltre che per uso illegale di fondi pubblici, falsificazione di documenti e promozione di false cure.

Già un anno fa, nel settembre 2020, questa situazione aveva prodotto una mobilitazione internazionale, promossa da numerose organizzazioni politiche, sindacali e sociali brasiliane con lo slogan “Fora Bolsonaro!

martedì 26 ottobre 2021

Il Governo programma il ritorno alla legge Fornero

 Il Governo Draghi si conferma il Governo della Restaurazione, e quale campo migliore per confermarlo se non quello della previdenza sociale? A riprova di ciò, le cronache di questi giorni ci parlano con insistenza della prossima modifica alla legislazione sulle pensioni che anima i dibattiti nella maggioranza.

Prima l’ipotesi di ‘quota 102’ estesa ai prossimi anni; poi l’allargamento dell’APE sociale ad una platea più vasta ma pur sempre limitata di lavoratori; ora si torna al balletto delle quote: ‘quota 102’ per il 2022, ‘quota 104’ dal 2023, e poi situazione da valutare per l’anno successivo con sicuro ritorno alla norma dei 67 anni.

Numeri e numeretti dietro i quali si cela ormai palesemente la chiara volontà di tornare alla legge Fornero dichiarando però di non volerci tornare. Un giochino ideologico sin troppo plateale per essere creduto anche dai più distratti e dai meno inclini a fare le somme.

Il ritorno alla legge Fornero, infatti, è scritto nelle cifre del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato a Bruxelles che il Governo non intende smentire. Tali cifre sono talmente esigue (600 milioni per il 2022; circa 500 per i successivi due anni) da mettere nero su bianco che si tratterà dell’ennesima toppa e non di una riforma onnicomprensiva. Il problema, come al solito, è che la toppa è peggio del buco. Vediamo perché.

Quota 102 significa poter andare in pensione con la combinazione di 64 anni e 38 di contributi. Ovvero uno scatto di due anni anagrafici rispetto a quota 100 a parità di età contributiva. Quota 104 che scatterebbe, nell’ipotesi tracciata dal Ministro dell’Economia Michele Franco, dal 2023, si tradurrebbe nel binomio 66 anni di età e 38 di contribuzione come doppio requisito di accesso alla pensione.

Lo status quo stabilito dalla legge Fornero, invece, che tornerebbe a valere in caso di abolizione sic et simpliciter di quota 100, porterebbe già dal 2022 l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), ferma restando la possibilità della cosiddetta “pensione anticipata”, ovvero la possibilità di accedere al pensionamento con 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza requisiti anagrafici.

Insomma, con quota 104 a regime, ovvero tra soli 14 mesi, si tornerebbe ad un solo anno di distanza da quei requisiti rigidissimi che le leggi pensionistiche del periodo 2011-2012 avevano definito per gli anni a venire prevedendo peraltro aumenti automatici dell’età pensionabile legati all’aumento della vita media attesa.

E dal 2024 il probabile ritorno diretto allo status quo delle leggi Sacconi-Fornero, ovvero a quella normalità tanto raccomandata da tutte le linee guida europee, dall’OCSE e da tutta la corte di economisti esperti al servizio permanente dello smantellamento dello stato sociale.

Una presa in giro così sonora che tutto il mondo sindacale confederale, in genere poco incline ad opporsi con decisione al destino ineluttabile delle riforme neoliberiste del mercato del lavoro e dello stato sociale, ha dovuto mostrare il suo pieno disappunto fino a definire la misura un vero e proprio sfottò ai danni dei lavoratori.

Del resto, il livello di derisione della misura viene mostrato con chiarezza dalla platea ristrettissima di potenziali beneficiari di quota 102, e ancor di più di quota 104. Si parla di circa 10.000 lavoratori coinvolti (8.524 nel 2022 e 1.924 nel 2023). Una cifra che definire “esigua” è riduttivo.

Se si considera che i beneficiari potenziali di quota 100 nel 2019 erano più di 300.000 lavoratori, si capisce molto bene l’impatto restrittivo del passaggio, che ha peraltro l’esplicito obiettivo di tornare nel giro di due anni massimo alle durezze della legge Fornero, ovvero ad un numero pari a 0 di beneficiari di misure di flessibilità in uscita.

Alla beffa generale si aggiunge la volontà di abolire ‘Opzione donna’, quella misura che consentiva alle donne (particolarmente penalizzate dalla misura del 2012, in cui si equiparò l’età pensionabile maschile e femminile provocando di fatto uno scalone improvviso per le donne) di andare in pensione con 58 anni di età e almeno 35 di contributi calcolando però la pensione con il solo computo contributivo anche per la residua quota retributiva (dunque con forte penalizzazione sull’assegno previdenziale).

Si abolirebbero così tutte le residuali forme di flessibilità in uscita ad oggi ancora esistenti.

Nell’arco politico di sostegno al Governo delle larghissime intese di Mario Draghi, solo la Lega con timidezza e palese velleitarismo si dichiara “contraria” al meccanismo proposto; ma si tratta, come sempre, di pure dichiarazioni di intenzioni.

Ricordiamo a chi avesse la memoria corta che fu proprio la Lega a volere la misura di quota 100 come un mero esperimento a termine di carattere triennale, ben sapendo che ciò avrebbe significato nel volgere di pochissimo tempo il ritorno alla ‘tanto odiata’ legge Fornero, senza per altro averne mai stravolto la logica.

Peraltro, il presunto alter ego della Lega nella maggioranza di Governo – il PD di Enrico Letta, che pure si dichiara contrario ai meccanismi proposti – lo fa in una maniera altrettanto odiosa.

Le parole di Letta, infatti, chiariscono quale sia l’obiettivo. Non solo tenere in piedi la legge Fornero, ma riattivarla il prima possibile, già dal 2022, pur mantenendo alcune opzioni di flessibilità, tra cui Opzione donna, che verrebbero tuttavia spazzate dall’introduzione di Quota 102 prima e Quota 104 poi.

È evidente come le sorti delle lavoratrici e dei lavoratori non hanno speranza di migliorare, qualsiasi opzioni passi; è altrettanto palese come la vecchia tecnica di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sia ancora viva e vegeta.

Checché ne dicano Letta o Bonomi, infatti, non vi è modo di attribuire alle varie forme previste di anticipazione dell’età pensionabile la colpa di “penalizzare giovani e donne”.

Il problema è l’esatto opposto: le misure di austerità, di cui l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenta una faccia odiosissima, condannano giovani e donne alla disoccupazione e a stipendi da fame, rendendo altresì un miraggio il raggiungimento di una pensione dignitosa.

Pur senza nominarla mai, dunque, il ritorno alla legge Fornero è accettato da tutti.

Non dirlo esplicitamente rappresenta solo diversivo ideologico per non mostrarsi troppo allineati a quella che è diventata nel tempo un vero e proprio simbolo della carneficina pensionistica del fu governo Monti.

A parole sono tutti o quasi tutti (si distingue forse Italia Viva per fedeltà ideologica al liberismo ostentato) per superare lo scalone che il ritorno allo status quo pre-Quota 100 implicherebbe dal 1° gennaio 2022.

Nei fatti, le proposte per superare lo scalone, lungi dal prevedere una stabilizzazione duratura di meccanismi di uscita flessibile, ambiscono a trasformare lo scalone in un paio di scalini che porteranno punto e daccapo alla legge Fornero dal 2024.

Insomma, tutti spingono per tornare alla legge Fornero, ma cercano il modo più presentabile di farcelo sapere e il modo meno traumatico di farlo digerire a milioni di lavoratori cornuti e mazziati. L’eterna lezione del Gattopardo che non muore mai.

Il sistema pensionistico e l’intero corpus ferito e moribondo del nostro stato sociale meritano invece ben altro: una rivisitazione radicale della logica di computo delle pensioni che superi le angustie del sistema contributivo, riportando le pensioni ad un livello dignitoso per tutti e, contestualmente, garantendo meccanismi non penalizzanti di ampia flessibilità di uscita.

venerdì 22 ottobre 2021

La rappresentanza politica e il gioco dell’oca

 Certamente le elezioni svolte in questi giorni essendo “locali” potrebbero non essere significative sul piano nazionale, ma il fatto che si siano svolte nelle più importanti aree metropolitane del paese e che abbiano riscontrato una sostanziale omogeneità dei risultati sia nei grandi che nei piccoli centri,  forniscono indizi politici interessanti e realistici.

Non è la prima volta che accade di trovarsi di fronte ad un tracollo della partecipazione elettorale dove la disaffezione politica arriva ad “acuti” che si ripetono periodicamente. E’ sufficiente osservare il periodo precedente, quello che va dalle elezioni del 2008, dove vinse Berlusconi, a quelle del 2013, le quali produssero una profonda modifica del quadro istituzionale con l’affermazione del M5S, inattesa per la sua dimensione.

Quello che portò ad una vera e propria rottura del quadro precedente, fu l’incapacità/impossibilità del governo dell’epoca di sostenere gli effetti della dilagante crisi finanziaria sotto la pressione della UE a sostegno dell’austerity, una politica che pochi anni dopo avrebbe fatto deflagrare anche la Grecia di Tsipras.

Tale situazione si protrasse fino alla defenestrazione di Berlusconi nel 2011 con l’intervento diretto della BCE con la lettera di Trichet-Draghi che imponeva tagli e sacrifici sociali, aprendo un periodo di confusione politica e istituzionale che si risolse solo con il varo del governo Monti-Napolitano fedeli attuatori dei diktat Europei.

Un primo segnale di “disaffezione” si era già manifestato con la scadenza elettorale del 2010 tenutasi nei 2/3 delle regioni italiane, quando l’astensione raggiunse il 40%, ben oltre la media usuale, ma decisivo fu il quadro indecente che emergeva da tutte le forze presenti in parlamento e dalle politiche antipopolari di Monti, a cominciare dalla famigerata riforma Fornero sulle pensioni.

In quel frangente storico esplose la crisi della rappresentanza, latente fino a quel momento e che aveva già portato all’esclusione del PRC dal parlamento, una crisi che fece avere al M5S il 25% dei voti. Tale situazione si è protratta fino al 2018, periodo in cui si sono affermate le forze cosiddette “populiste e sovraniste”, certamente inconsistenti sul piano programmatico ma che hanno raccolto l’adesione della maggior parte degli elettori e del montante malessere sociale.

Il M5S prima e la Lega poi, hanno cavalcato per quasi un decennio questo spazio vuoto della rappresentanza senza nessuna capacità progettuale, uno spazio vuoto che oggi si ripresenta senza ambiguità con un livello di astensionismo che arriva al 60%.

Irrilevante e ridicolo è il balletto che oggi viene fatto sulle TV e sulla comunicazione mainstream tra vinti e vincitori, in quanto la realtà sancisce senza infingimenti  che interi pezzi della società è e si sente fuori e senza rappresentanza dopo l’imbroglio dei movimenti cosiddetti “antisistema”.

Certamente va fatta una analisi dei caratteri di questo tipo di astensione, non omogenea al suo interno, ma certo è che, come nel gioco dell’Oca, siamo tornati al punto di partenza di un decennio fa.

Ovviamente le condizioni complessive della società, anche a causa della pandemia, sono ben peggiori di quelle di un decennio fa, ed è pure ridotta la capacità del paese di poter decidere i propri destini come il governo Draghi, lo stesso che non casualmente ha “tagliato la testa” a Berlusconi, sta a dimostrare.

Il governo Draghi ci fa vedere nitidamente come il “superstato” europeo sia ormai in grado di dirigere in modo centralizzato un progetto continentale peraltro favorito anche dall’insorgere della pandemia. Non a caso Prodi ha sempre sostenuto che l’Unione Europea si costruisce proprio tramite le crisi e già si presenta la prossima “opportunità” nel confronto con la Polonia che vuol mantenere le sue prerogative sovraniste.

L’uscita dalla pandemia, l’operazione sul Recovery Fund, l’affermazione della UE come soggetto immerso nella “ipercompetizione”, come ci ha ben ricordato la Von Der Leyen, sono tutti elementi che non possono che peggiorare la situazione sociale e di classe. Su questo non ci dilunghiamo nell’analisi, ma i processi di ristrutturazione ed i licenziamenti che dilagano stanno li a mostrarci quali sono le prospettive per il mondo del lavoro e la società nel suo complesso.

Possiamo dire che si sta aggiungendo un altro tassello alla crisi di egemonia che procede da tempo, in quanto pur avendo i centri di potere sussunto le forze cosiddette “antisistema” – depotenziandole e trasformandole da “antieuropeiste” ad “europeiste” – riesplode la questione della crisi della rappresentanza politica dei settori di classe e sociali penalizzati, e questo può rappresentare un importante punto di ripresa di iniziativa ed organizzazione.

Certamente non ci sarà un effetto automatico e molto sarà determinato dalla soggettività organizzata che sarà messa in campo, ma si stanno ricreando le condizioni per dare un ruolo a quelle forze che hanno un carattere di classe e che hanno avuto la strada sbarrata sulla rappresentanza proprio dai cosiddetti populisti che il “sistema” ha saputo magistralmente manipolare.

Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, i parziali ma pure importanti risultati elettorali avuti da Potere al Popolo nelle aree metropolitane e non solo, il crescere della conflittualità in molte fabbriche colpite dalla crisi, sono tutti segnali che vanno nella giusta direzione e che sono da rafforzare e consolidare.

Per questo la necessità di una totale indipendenza politica dal quadro istituzionale, la costruzione di un radicamento di classe organizzato, la lotta contro l’Unione Europea dentro un orizzonte di rottura socialista, sono tutte questioni che possono ritrovare forza in questo passaggio storico di crisi del capitalismo a condizione di una ritrovata e rinnovata soggettività di classe ed organizzata

giovedì 14 ottobre 2021

No green pass, le percentuali tra i lavoratori

 Tra i portuali il 40% non sarebbe vaccinato e il 30% tra gli autotrasportatori. Situazione analoga nel settore agricolo, dove un terzo dei 390mila addetti non ha ricevuto il vaccino anti-Covid.

In definitiva, i lavoratori non vaccinati sarebbero 2,5 milioni, di cui oltre 2,2 lavorano nel privato.

mercoledì 6 ottobre 2021

CIA e Mossad

 La relazione di amore-odio esistente fra i servizi segreti israeliani (Mossad) e l’intelligence statunitense (CIA e FBI) è costellata di episodi più o meno eclatanti, ma che danno l’esatta dimensione dell’intensa attività di spionaggio e controspionaggio che avviene soprattutto in territorio americano.

Uno dei motivi di tensione più famosi, forse il più eclatante, fra i due Paesi fu quello che vide come attore principale Jonathan Jay Pollard, nato Jonathan Polanski (cittadino statunitense ebreo), diplomato in scienze politiche a Stanford e fin dal 1979 assiduo candidato presso tutti i centri di intelligence americani. Pollard venne inizialmente selezionato per un colloquio dalla CIA che lo scartò per aver ammesso di aver fatto uso di droghe illegali durante gli anni dell’università; successivamente fu assunto dal Navy Field Operational Intelligence Office. Nella marina militare statunitense, fra varie vicende e alterne fortune, riuscì a sottrarre importantissimi documenti riservati su componenti dei servizi, controspionaggio, armamenti e piani militari e a consegnarli agli agenti del Mossad, inviati dal governo israeliano. Pollard venne quindi scoperto, arrestato e condannato all’ergastolo per spionaggio, primo caso di un cittadino americano condannato per aver agito contro il proprio Paese a favore di uno Stato alleato. In carcere chiese e ottenne la cittadinanza israeliana e dopo aver ottenuto la libertà condizionale, volò a Gerusalemme dove al suo arrivo fu accolto come un eroe dall’allora premier Benjamin Netanyahu.

Marc Rich, invece, era un miliardario ebreo americano che venne incriminato con 65 capi d’accusa dall’allora procuratore federale degli USA Rudolph Giuliani. Convinto che sarebbe stato condannato, Rich fuggì in Svizzera con l’aiuto di agenti del Mossad e non fece più ritorno negli USA, nemmeno per il funerale della figlia. Nonostante fosse nell’elenco dei dieci fuggitivi più ricercati d’America, tutti i tentativi di catturarlo risultarono vani e Rich continuò a fare affari con mezzo mondo e soprattutto con Israele, dove godeva di fama e rispetto. Il rapporto speciale con Gerusalemme nacque subito dopo la rivoluzione komeinista in Iran, dove Rich divenne uno dei principali trafficanti di petrolio che forniva con assiduità proprio i serbatoi di Israele. Divenne quindi finanziatore del Mossad e offrì i propri uffici sparsi per il mondo quali basi per le attività dei servizi segreti. Ottenne in cambio cittadinanza, protezione e la grazia concessa dall’allora presidente americano Clinton. L’FBI indagò anche su quest’ultimo aspetto della vicenda, ma ogni tentativo di scoprire un coinvolgimento fra Mossad e membri della Casa Bianca venne insabbiato a tempo di record.

Circa vent’anni fa, un’indagine dell’emittente televisiva Fox News ed in particolare del giornalista Marc Cameron portò alla luce documenti federali che raccontavano dell’arresto di ben 140 agenti segreti israeliani tra il 2000 e il 2001 nell’ambito di una inchiesta sullo spionaggio contro gli Stati Uniti. I documenti citati parlavano di centinaia di “incidenti” in varie città del Paese, causati dalle attività degli arrestati. Si sottolineava, come riportato da Fox News, che il Mossad fosse penetrato con facilità all’interno di numerose basi militari, della DEA (Drug Enforcement Administration), dell’FBI stessa e di decine di altre strutture governative. L’inchiesta, dettagliata e realmente ben realizzata dal punto di vista giornalistico, rimase online fino al 12 dicembre del 2001, poi sparì nel nulla.

In Israele, il membro della Knesset Yuval Steinitz istituì, nel 2004, il “Comitato investigativo per l’intelligence israeliana” e ne divenne presidente. Dopo numerose indagini e interrogatori, venne redatto un rapporto che criticava pesantemente il Mossad per i rapporti inviati, non solo al Governo israeliano, ma soprattutto ai servizi dei Paesi alleati. Questi report, assolutamente fuorvianti, ingigantivano il potenziale bellico dei soliti nemici noti (Iraq, Iran e Siria) e furono spesso utilizzati dai governi amici di Gerusalemme (Stati Uniti in primis) in maniera acritica e poco analitica per giustificare attacchi o embarghi.

Recentemente l’FBI, in un clima interno reso più favorevole dai fallimenti in Medio Oriente, ha intensificato le indagini e aumentato il proprio raggio d’azione, monitorando non solo i cittadini israeliani e i diplomatici sul territorio, ma soprattutto quelle associazioni di sostenitori dell’esercito israeliano di stampo prettamente sionista. Effettivamente, da sempre, gli agenti del Mossad hanno libero accesso a tutte le organizzazioni ebraiche presenti sul territorio americano e di questo i vertici militari americani hanno consapevolezza e timore. Davvero numerose, negli ultimi due decenni, sono state le segnalazioni di CIA e FBI al proprio Congresso sull’aggressività delle operazioni degli agenti israeliani e sul loro famelico appetito di informazioni di carattere militare, politico e industriale. Insomma, la partita dell’intelligence è sempre aperta, chi vincerà è la vera incognita.

mercoledì 21 luglio 2021

Confindustria parla di green pass

 

In preda alla foia da licenziamento, Confindustria si appropria anche dell’idea del greeen pass per gli immunizzati rispetto al Covid-19.

Con una mail – ormai si licenzia così, “all’americana”, quindi vale lo stesso anche per le “proposte” da sottoporre al governo – la direttrice generale del “sindacato” degli industriali, Francesca Mariotti, ha annunciato ai direttori del sistema industriale come si intende rivedere il regolamento interno.

Confindustria sta infatti “lavorando” con governo e istituzioni per rivedere il protocollo di sicurezza sui luoghi di lavoro. E l’ideona partorita dai seguaci di Carlo Bonomi è semplice: green pass obbligatorio successivo al vaccino somministrato in azienda per poter continuare a lavorare

I lavoratori che non si vaccinano potrebbero perdere lo stipendio e il posto di lavoro.

La prima reazione – nostra, lo ammettiamo – è altrettanto semplice: ma, scusate, Confindustria non è quell’organizzazione criminale che, a marzo 2020, rifiutò di accettare l’istituzione di una “zona rossa” in Val Seriana imponendo di mantenere aperte le fabbriche, il trasporto pubblico e la relativa logistica?

Non è proprio Confindustria a scendere continuamente in campo – insieme alle consorelle Confcommercio, Confesercenti, ecc – contro ogni ipotesi di lockdown anche minimo per gli esercizi commerciali e le discoteche?

Non era un presidente locale di Confindustria quello che, in un discorso ufficiale, è arrivato a dire “Non bisogna chiudere, bisogna far andare avanti gli affari “e pazienza se qualcuno morirà”?

Com’è possibile, insomma, che ora siano così preoccupati per la salute pubblica da chiedere il licenziamento per i non immunizzati?

Però la mail di Mariotti dice proprio che “l’esibizione di un certificato verde valido dovrebbe rientrare tra gli obblighi di diligenza, buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro. In diretta conseguenza di ciò, il datore, ove possibile, potrebbe attribuire al lavoratore mansioni diverse da quelle normalmente esercitate, erogando la relativa retribuzione; qualora ciò non fosse possibile, il datore dovrebbe poter non ammettere il soggetto al lavoro, con sospensione della retribuzione in caso di allontanamento dell’azienda.”

Le due Confindustrie – quella del “tutto aperto, non fermiamo niente, è solo un’influenza” e quella del “senza green pass ti licenzio” – sono però proprio la stessa organizzazione. Criminale.

E’ evidente a chilometri di distanza che della salute della popolazione non gliene può fregare di meno, mentre è altrettanto chiaro che sono presi dalla foia di licenziare (i dipendenti che guadagnano “troppo”, ovvero un salario contrattualizzato, “normale”) per sostituirli con schiavi pagati un tozzo di pane.

Non è una sorpresa. I padroni fanno questo di mestiere: annusano l’aria, cercano di cogliere l’occasione, cercano di trasformare le crisi in “opportunità”, si calpestano volentieri l’uno con l’altro e tutti insieme – aiutati dallo Stato, nelle “democrazie liberali” e nelle dittature fasciste – calpestano chi deve lavorare per sopravvivere.

La sorpresa – assolutamente negativa – è invece per le reazioni “a sinistra”, anche in quella parte che si dice “antagonista”, Se “la rete” è specchio fedele di un orientamento generale, qualche preoccupazione diventa lecita.

C’è chi coglie nella “mossa” di Confindustria la prova di un “complotto vaccinista”. C’è chi rivendica solo e soltanto la “libertà individuale”, senza alcuna considerazione del benessere collettivo, come farebbe un salumiere qualsiasi davanti all’esattore del fisco.

C’è chi riconosce l’evidente uso strumentale delle “certificazioni” come metodo di controllo sociale, da parte del potere, per sostenere non si sa bene cosa. C’è chi si dice contrario alla vaccinazione obbligatoria perché preferisce “il metodo della persuasione”, come se la totalità della popolazione fosse fatta di persone pienamente informate e abituate alle sole scelte razionali (questo è il presupposto del “libero mercato”, ricordiamo).

La domanda che noi, da comunisti semplici, ci e vi poniamo è: come si combatte una pandemia? Come si orienta una popolazione altamente differenziata per collocazione lavorativa, di classe, culturale, consapevolezza, quantità e qualità delle informazioni?

Perché una sola cosa è scientificamente certa: una pandemia non guarda in faccia nessuno e non cambia a seconda delle opinioni individuali.

Più precisamente la domanda è: come si combatte una pandemia ora? Ora che il disastro è stato fatto, che il virus circola per tutto il mondo, e anche qui da noi, in varianti continuamente mutevoli (sembra un secolo fa che ci si preoccupava per la “variante inglese”, ora sostituita dalla “delta”; sono solo 4 o 5 mesi…).

Siamo concreti. All’inizio noi, come altri sostenevamo che si doveva applicare il “modello cinese” (lockdown durissimo ma circoscritto alle aree focolaio, tamponi per tutta la popolazione, isolamento in quarantena dei contagiati, ecc). Era quella la fase in cui il virus poteva e doveva essere “contenuto”.

Ma ci è chiaro che oggi in Italia – a disastro avvenuto – è troppo tardi per applicare quel metodo (che comunque Confindustria e governo Draghi non adotterebbero mai, perché comunque qualche zona industriale andrebbe fermata). Dunque bisogna ragionare su misure adatte a questa nuova condizione, senza farsi abbindolare dalle solite “invenzioni” di politici alla frutta.

Anche il green pass, secondo scienziati come Crisanti, “è uno strumento che facilita la vita delle persone e le attività ricreative, ma dire che è uno strumento che blocca il virus direi di no: ci vogliono ben altre cose per bloccare la trasmissione, un sistema di tracciamento degno di questo nome, bisogna potenziare la capacità di fare tamponi e inserirla in una politica di tracciamento nazionale”.

E dunque la discussione deve vertere – ascoltando anche gli scienziati che non fanno le banderuole al primo stormir di pressioni politiche, come nel Cts e non solo – su quello che bisognerebbe fare per combattere la pandemia, non prendere posizione a seconda di chi dice cosa. Un’alternativa politica seria non spara la prima idea che passa, ma punta a quella efficace, oltre che “socialmente equa”.

Facciamo un esempio. Se dovessimo credere – facciamo finta, è ovvio – a quel che dicono Confindustria e Salvini, dovremmo anche concludere che sono su posizioni opposte. La prima infatti chiede l’obbligo di green pass altrimenti ti licenzia, Salvini pretende che “i ragazzi non siano inseguiti da una siringa” e – anche lui! – preferisce “il metodo della persuasione”.

Siccome vanno d’accordissimo su tutto, ci sembra chiaro che si tratta di mentitori seriali, per abitudine, calcolo e tornaconto.

E noi che facciamo? Prendiamo posizione a favore dell’uno o dell’altro? Ragioniamo da schizofrenici a seconda di chi apre bocca?

Senza capacità autonoma di elaborare soluzioni efficaci, oltre che “eque”, non si va al di là del proprio sterile orto…