lunedì 12 febbraio 2018

La crisi delle banche è finita?

Sbilanciamo le elezioni/Il sistema bancario ha bisogno di smaltire i crediti deteriorati il più rapidamente possibile e deve essere compito dei pubblici poteri aiutare in tutti i modi possibili tale processo. Con le necessarie contropartite
Come è noto, la crisi dei mutui subprime ha visto il sistema bancario come un protagonista fondamentale del gioco. Dopo lo scoppio delle difficoltà, nonostante le promesse fatte a suo tempo dal mondo politico al di qua e al di la dell’Atlantico, le riforme del sistema sono state complessivamente insufficienti e ora, almeno negli Stati Uniti, assistiamo alla volontà di Trump di cancellare gran parte di quello che era stato comunque fatto nel paese.
Alcuni studiosi e persone di buona volontà a questo punto rincarano la dose per quanto riguarda le ipotesi di riforma del sistema e propongono una ristrutturazione radicale dello stesso. Intanto avanza rapidamente e parallelamente l’innovazione tecnologica, che sta di fatto rivoluzionando il settore finanziario come quello dei veicoli, della grande distribuzione e così via.
In tutto questo turbinio, il caso italiano appare possedere delle caratteristiche molto specifiche.
Dopo che la crisi del 2008 aveva, tra l’altro, fatto rilevare la pessima situazione del sistema bancario di molti paesi, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Germania, le nostre classi dirigenti, sostanzialmente compatte, avevano ripetuto a lungo che il nostro sistema finanziario era invece sano e non aveva problemi. Poi, col procedere delle difficoltà nel tempo, ma anche con l’arrivo della vigilanza della Bce al posto di quella più benevola della Banca d’Italia, almeno per quanto riguardava le grandi strutture, la musica è cominciata a cambiare e, di nuovo unanimemente, l’establishment ha cominciato a dirci che la colpa era tutta della crisi. Ma lo scoppio di molti scandali, dal nord al sud del paese, ha mostrato come, accanto indubbiamente al problema relativo al fatto che molte imprese erano andate in difficoltà e che, ad esempio, almeno il 20% del nostro sistema industriale è stato spazzato via in poco tempo dalla crisi, sono venuti fuori prepotentemente, oltre all’inaffidabilità della nostra classe dirigente, anche alcuni mali storici del nostro sistema bancario, ben precedenti la crisi. Si tratta, da una parte, della sua scarsa efficienza e capacità gestionale, dall’altra della presenza di una corruzione diffusa e di rapporti di tipo clientelare/familiare presenti tra i vari attori del gioco; infine un sistema di supervisione che presenta molti problemi.
Tali mali sono in effetti endemici al nostro sistema, ma nel periodo delle vacche grasse i pessimi risultati economici risultanti da tali condotte erano per la gran parte annegati nelle pieghe dei bilanci.
L’analisi in particolare di un caso, quello del Monte dei Paschi di Siena, il più noto di tutti ed anche il più rilevante come dimensione tra quelli di cui si è discusso, ha messo in rilievo un altro grande problema del nostro paese, quello dell’esistenza di un livello di complicità diffusa e pervasiva sostanzialmente tra tutti i molti protagonisti della scena.
Nel caso citato nessuno ha visto e sentito niente di quello che stava succedendo, pur in presenza di eventi eclatanti. Gli amministratori e il management tutto, il collegio sindacale, gli azionisti, a partire dalla Fondazione che possedeva il pacchetto di controllo della banca, il Comune, la Provincia, la Regione, i giornali locali e nazionali, i partiti di destra e di sinistra, il Parlamento, l’Abi, le altre banche, la Borsa, la Banca d’Italia, la Consob, dovunque silenzio piatto.
Un altro problema storico del nostro sistema, che vogliamo ancora ricordare, riguarda i rapporti malsani con la politica. La gestione Profumo ha prodotto danni rilevanti all’Unicredit per un volume molto grande di miliardi di euro. Eppure il manager è stato messo a capo della Finmeccanica/Leonardo, tra l’altro un’azienda operante in un settore molto particolare e ben lontano da quello di origine del suddetto, probabilmente soltanto perché si dice che egli sia amico di un politico molto importante. Il caso Etruria ha messo poi di nuovo il dito sulla piaga, mostrando dei rapporti non proprio trasparenti tra un politico del Pd, il padre, il sistema bancario.
Con la crisi, le banche hanno ridotto fortemente gli affidamenti all’economia. Le cifre della Banca d’Italia ci dicono che dall’inizio del 2012 ad oggi il livello del credito per le sole imprese è diminuito di circa 110 miliardi di euro.
E questo nonostante che negli ultimi anni le banche abbiano ricevuto dalla BCE un fiume di denaro a tassi bassissimi, che apparentemente quindi non è stato girato alle imprese, me è stato sostanzialmente utilizzato dagli istituti per rimpinguare i loro profitti.
Ma le banche hanno comunque privilegiato nelle loro politiche di affidamento le grandi imprese, che hanno ricevuto più credito e a costi nettamente inferiori rispetto alle piccole e medie; ma le prime le hanno ripagate con una molto più alto livello di sofferenze.
Le aziende, per quanto hanno potuto, hanno reagito alla carenza di credito bancario aumentando un poco i mezzi propri, accedendo di più a fonti alternative (obbligazioni, anche mini, venture capital, private equity, pir, crowfunding, ecc.), nonché razionalizzando la loro gestione finanziaria e sono quindi diventate un po’ meno dipendenti dal credito bancario, ciò che comunque è un bene; ma tutto questo non è certo bastato a colmare il buco.
Solo negli ultimi mesi si tende a registrare una qualche timidissima ripresa dei finanziamenti, ma di nuovo concentrati sulle grandi imprese.
Di nuovo oggi ci vorrebbero far credere che la bufera è ormai passata. Tutto questo perché le crisi più importanti sono state alla fine in qualche modo governate, sia pure con molta fatica e sotto l’occhio rigido delle autorità europee, che hanno mostrato di non risparmiarci nulla, mentre il livello dei crediti deteriorati è stato in qualche misura ridotto. Esso in effetti è stato ridimensionato di circa 60 miliardi nel corso del 2017. Ma ricordiamo che ancora oggi il livello dei “non performing loans” delle nostre banche è di gran lunga quello più elevato tra i paesi occidentali di una certa dimensione, che il livello di redditività dei nostri istituti è tra i più bassi e che quello dei mezzi propri appare di nuovo tra i più deboli.
Ma si preoccupano di ricordarcelo ogni giorno le autorità internazionali. Peraltro il quadro nazionale si inserisce in quello complessivo di un sistema bancario europeo che presenta risultati in genere peggiori di quelli statunitensi; inoltre tali risultati appaiono ancora minacciati nel nostro continente dalla presenza di troppa capacità produttiva in eccesso e di costi troppo elevati.
A fronte di tale situazione, una serie di progetti di riforma che stanno andando avanti per il settore a livello europeo e internazionale può portare a nuove difficoltà per le nostre banche, visto anche il debolissimo peso politico del nostro paese nel continente, anche per una serie di nostri errori passati.
Per fortuna un prima problema è stato superato senza gravi danni. In effetti il comitato di Basilea ha finalmente emesso le nuove regole per quanto riguarda l’esigenza di un livello adeguato dei mezzi propri degli istituti dei vari paesi e ne siamo usciti forse con solo qualche scalfittura.
Ma il peggio deve ancora venire. Intanto aleggia ancora, mentre in particolare i tedeschi non mollano in proposito la presa, la questione dei titoli di stato presenti nei bilanci delle banche. È prevista nei progetti europei l’introduzione di una soglia pari al 33% del patrimonio di base di una banca entro la quale deve essere limitata l’esposizione verso i titoli pubblici di un paese. Inoltre, potrebbe essere assegnato un livello di rischio adeguato a tali titoli, rischio oggi valutato come pari a zero. Esso, per paesi come l’Italia, dovrebbe essere considerato elevato e prevedere quindi accantonamenti di rilievo. O almeno, le autorità ci imporranno in alternativa di diversificare il portafoglio dei titoli pubblici, vendendo una quota di quelli nazionali e comprando quelli di altri paesi, misura che sarebbe per noi ancora parecchio penalizzante. Ricordiamo che attualmente il livello dei titoli nazionali nei bilanci delle nostre banche è pari a circa 320 miliardi.
Ancora, da qualche tempo Danièle Nouy, responsabile della vigilanza della BCE, ha cominciato ad insistere, a partire da un suo documento noto ormai come “addendum”, che, a fronte dei nuovi prestiti deteriorati presenti nei bilanci delle banche, bisognerà appostare dei fondi di riserva più elevati di quelli attuali. In particolare, viene proposto che tali crediti, nel caso non siano già garantiti, siano svalutati al 100% dopo due anni, mentre quelli garantiti lo siano entro sette. Non appare chiaro cosa succederà invece ai crediti in difficoltà passati.
A poco, rispetto a tale progetto, sono valse le proteste del governo italiano, dell’Abi che ha paventato una riduzione conseguente nei prestiti alle imprese, del parlamento Europeo, che ha decretato che la responsabile della vigilanza, nel fissare le nuove regole, andava al di là del suo mandato. Le proteste sono servite soltanto a far rimandare di qualche mese una decisione orami considerata inevitabile. Restano peraltro da definire importanti dettagli.
Si può solo cercare di lavorare da parte delle nostre autorità per cercare di limitare i danni.
Incidentalmente, sta arrivando anche il nuovo principio contabile Ifrs9 ( i principi contabili internazionali sono emessi secondo un sistema complesso de un certo numero di organismi internazionali e vengono poi recepiti secondo una procedura standard dall’Unione Europea e poi dai singoli Stati nazionali) che cambierà i criteri di classificazione dei crediti deteriorati e spingerà ad una loro valutazione più tempestiva.
Ricordiamo per completezza che in particolare i tedeschi continuano ad opporsi all’istituzione della garanzia comune sui depositi, il terzo ed ultimo pilastro dell’Unione Bancaria, dopo la vigilanza unica sul sistema bancario (che peraltro, grazie sempre alle pressioni tedesche è stato limitato alle banche più grandi) e le regole comuni sui salvataggi. E questo, secondo i tedeschi, proprio in ragione del troppo alto livello dei crediti deteriorati rilevabili nei bilanci nelle banche del Sud Europa e dei troppi titoli pubblici presenti in quelli delle banche italiane. Nessuno a livello europeo parla invece del problema dell’alto livello di derivati e di asset illiquidi che gonfiano i bilanci delle banche tedesche.
Intanto avanza rapidamente l’innovazione tecnologica anche in tale settore. In particolare i grandi protagonisti del web, i grandi gruppi cinesi e statunitensi in particolare, da Alibaba a Google, insieme anche a molte start-up di molti paesi, stanno dando l’assalto al settore bancario come a quello della grande distribuzione e dei veicoli, costringendo sulle difensiva le banche tradizionali. Basti pensare al fatto che una filiale di Alibaba, la Ant Financial, è in grado ormai da qualche tempo di rispondere alle richieste di prestiti in un tempo molto rapido. In tre minuti ed un secondo il richiedente, se considerato meritevole, si troverà i soldi nel conto. Questo grazie alla presenza di gigantesche banche dati relative a molte centinaia di milioni di persone e ai programmi di intelligenza artificiale che si possono mettere in campo. Da considerare poi anche la specifica introduzione della tecnologia del blockchain che potrebbe contribuire a cambiare fortemente il quadro operativo.
Una conseguenza di tale assalto è quello della necessità, per gli istituti, di investire grandi somme nel settore delle tecnologie digitali, nel front come nel back office, mentre l’innovazione tende a falcidiare l’occupazione, con la chiusura della gran parte delle filiali e la riduzione degli spazi per le attività lavorative anche nel back office.
I vari governi che si sono succeduti nel tempo nel nostro paese non hanno mai mostrato di avere una visione adeguata del settore finanziario. Quelli più recenti, di fronte alla crisi bancarie, si sono fatti per la gran parte sorprendere dagli eventi, trovando alla fine delle vie confuse e pasticciate per uscire dai guai.
L’esecutivo attuale e il partito di maggioranza si sono tra l’altro impelagati in una sciagurata commissione d’inchiesta sul sistema bancario e sul problema del rinnovo della carica a Visco con un impegno degno di miglior causa. Certo la commissione avrebbe in teoria dovuto verificare l’adeguatezza delle disposizioni legislative e regolamentari nazionali ed europee sul sistema bancario e su quello di governo e sorveglianza dello stesso; è noto come, ad esempio, siano emerse durante le audizioni della commissione delle rilevanti mancanze di coordinamento tra Banca d’Italia e Consob, così come dei problemi di governance dei vari istituti e la constatazione ormai palese dell’impossibilità di tutelare come una volta gli investitori, così come le carenze nella gestione dei crediti deteriorati da parte di tutto il sistema; ma nulla di tutto questo sarà probabilmente recepito dalla politica, interessata visibilmente soltanto a cercare di guadagnare qualche voto a scapito degli avversari.
Che fare?
A questo punto possiamo tentare di individuare alcuni punti di una possibile riforma del sistema italiano.
  • Pensiamo intanto che il sistema bancario abbia bisogno di smaltire i crediti deteriorati il più rapidamente possibile anche per presentarsi in maniera credibile sulla scena internazionale e che, comunque, esso debba cercare in tutti i modi di spingere per l’aumento del livello dei mezzi propri del nostro sistema bancario in misura rilevante, probabilmente nell’ordine di almeno qualche decina di miliardi di euro.
Deve essere compito dei pubblici poteri aiutare in tutti i modi possibili tale processo, anche con l’intervento finanziario, laddove necessario. Così come essi devono più in generale spingere in direzione del mutamento delle norme e procedure di supervisione e controllo del sistema, anche a livello europeo, nonché di facilitare l’innovazione tecnologica e la tutela del lavoro nel settore.
2) Parallelamente, deve essere compito dei pubblici poteri quello di cercare di indirizzare il sistema bancario in direzione di un maggiore livello di finanziamento dell’economia, dirigendo peraltro lo sforzo più di prima verso la piccola e media impresa ed accompagnando il necessario processo di ristrutturazione della nostra economia in direzione di un maggior livello tecnologico, di una crescita degli investimenti, dello sviluppo di un’economia sostenibile e maggiormente creatrice di lavoro stabile.
3) A questo fine appare poi importante utilizzare il Monte dei Paschi di Siena ormai a controllo pubblico nella direzione di sostenere questo processo, gestendo la banca in modo attivo e non lasciandola semplicemente nelle mani di un management solo tecnico senza fornirgli degli input adeguati.

venerdì 9 febbraio 2018

Braccialetto elettronico? Le aziende italiane hanno “bruciato” Amazon

Il bracciale elettronico brevettato da Amazon non è nulla di nuovo. Forse il simbolismo che lo associa a quello dei carcerati fa paura, ma le cassiere dei supermercati un braccialetto simile – anche se non visibile – lo subiscono da una vita.
Già, perché il sistema di elaborazione elettronica delle aziende della GDO da tempo si concentra sul calcolo della produttività oraria di una cassiera: quanti prodotti all’ora passa sullo scanner, quant’è lo scontrino medio, quante promozioni e così via.
E la testimonianza di Alessia, una delle tante cassiere di supermercato che ci ha segnalato le sue difficoltà, sta lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio: “Ebbene sì. Ieri mi è stata controllata la media cassa a fine turno. La responsabile sostiene che dobbiamo avere una media superiore ai 27 articoli battuti al minuto. La mia ieri è stata di poco superiore ai 29. Sono nella media insomma.
Poco importa se sono prima cassa dalle 8.00 alle 13.30 o dalle 14.15 alle 20. Poco importa di come vengono calcolati i “tempi morti” rispetto ad una collega seconda cassa che viene chiamata a smaltire all’occorrenza e pertanto, in proporzione, “si fa” un numero nettamente inferiore di clienti e matematicamente ha quindi meno “tempi morti” che pesano sulla media. Più stai in cassa, infatti, più ci sono tempi “morti” da smaltire. È palese. È inopinabile. Chi afferma il contrario mente spudoratamente. Mente perché è ignorante o perché è probabilmente in malafede.
Con i tempi morti intendo storni e annulli da effettuare, codici EAN da digitare a mano, frutta e verdura da pesare, le etichette del pane sempre sbiadite con numeri poco chiari, clienti che mentre guardano lo schermo si accorgono che il prezzo non corrisponde a quello esposto, clienti che ad un tratto si ricordano del bicarbonato, della carta fedeltà, del bancomat o del compleanno della prozia alla quale regalare i biscotti in latta… E se tu, prima cassa, non sei abbastanza celere da stoppare lo scontrino con il tastino #enter, la media si abbassa inesorabilmente.
Perché nel frattempo ti urlano che vanno in sconto del 30% i pomodorini, o il cliente ti interroga sulla differenza degli assorbenti con le ali o senza e, contemporaneamente una cliente ti riempie di zucchero il nastro cassa e il sapientone del momento tiene lezioni di economia urlando allo scandalo perché deve pagare il sacchettino dell’ortofrutta. E l’azzeccagarbugli, anche lui in coda, mette il carico da undici sostenendo che è illegale far pagare le shoppers poiché, essendoci stampato il logo del supermercato, trattasi di pubblicità.
I minuti passano e la tua media articoli scende. Quindi tu, cassa fissa, ricordati sempre di guardare negli occhi i clienti, di chiedere e proporre la fidelity card, di proporre il prodotto civetta, di accertarti della coda che si forma, di verificare il numero esatto delle shoppers, di prestare attenzione al Mistery Client, di non chiamare mai, anche perché in cassaforte non c’è il cambiamonete.
E poi sorridi, sorridi, sorridi e sii sempre gentile con la clientela. Infine, se la tua supercollega pseudo responsabile entra in cassa per sbaglio 15 minuti e da una media di rapporto chiusura lei sfiora addirittura anche i 40 pezzi al minuto, tu continua a sorridere. Sorrisi falsi per tutti. Disagio vero per molti.”
Ecco, il bracciale elettronico esisteva già, prima del brevetto Amazon. Non si vedeva, ma c’era. E si allacciava stretto in quella zona grigia che viaggia ai confini della legalità. Bastava saperlo vedere…

giovedì 8 febbraio 2018

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.

mercoledì 7 febbraio 2018

"Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di ineguaglianza."

La sinistra e gli antiliberisti in genere dovrebbe smetterla di definire la realtà e la società con le categorie imposte dal neocapitalismo e dai suoi media; perché a usare il linguaggio dell’avversario se ne assorbe l’ideologia e si diventa come lui. L’ideologia della crisi, per esempio: secondo la quale la ragione per cui si sta peggio è che l’economia non tira. Balle.


Il PIL del mondo continua a crescere e non c’è nessuna crisi per i ricchi e i benestanti: qualsiasi statistica dimostra che praticamente ovunque, dai paesi più sviluppati a quelli più poveri, la classe dirigente si è enormemente arricchita negli ultimi tre decenni, ossia dalla svolta liberista e globalista imposta da Reagan e Thatcher e diventata egemonica dopo il crollo dell’Unione Sovietica.


Mai nella Storia i benestanti e i loro portavoce e pretoriani hanno avuto tanto denaro e tanti privilegi. La crisi riguarda solo i lavoratori e le classi più deboli.


In sostanza essa non è altro che una scusa per giustificare lo stesso sfruttamento e la stessa oppressione che un tempo venivano fatti risalire alla scarsità di risorse, insufficienti per tutti. Oggi sarebbero ampiamente sufficienti per tutti e non lo sono solo perché una parte della popolazione vuole molto di più degli altri e pensa di meritarselo. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di ineguaglianza.


Perché negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Italia, le pensioni vengono tagliate, i servizi pubblici resi inefficienti, le infrastrutture lasciate in abbandono?


Per un solo motivo: perché i ricchi e le multinazionali non vogliono pagare tasse in proporzione ai loro profitti, come se per realizzarli non usassero risorse naturali e sociali che loro non hanno creato ma solo depredato. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di lotta di classe. Per la maggioranza della gente la crisi finirà, istantaneamente, quando in tutto il mondo ad andare in crisi fossero i miliardari e i milionari, quando venissero costretti a tornare persone normali, magari dieci o venti volte più abbienti del cittadino medio, non cento o mille volte di più – o un milione di volte, come Mark Zuckerberg a trent’anni, il mito di tanti italiani che si accontentano di sognare di diventare come lui piuttosto che impegnarsi un minimo per non sprofondare nella miseria maledicendo la crisi.

martedì 6 febbraio 2018

Camminare con lo smartphone, così diventiamo gobbi, sbilenchi e più lenti

DANNI POSTURA SMARTPHONE

Più lenti, sbilenchi e con la gobba. Siamo noi, prigionieri dello smartphone anche quando camminiamo. E questi sono i principali danni per la nostra salute causati da una cattiva abitudine che sta modificando, in peggio, i nostri stili di vita.
Molte persone, mentre camminano, hanno gli occhi incollati agli schermi. C’è chi telefona, chi controlla i social, chi manda mail e messaggi. Addirittura c’è anche chi gioca ai videogame.
Chi cammina normalmente senza utilizzo dello smartphone, tende ad avere un’andatura più spedita fino a raggiungere una certa velocità, con passi lunghi, gambe distese e senza sbilanciamenti del corpo.
Chi, invece, avanza per strada con una camminata definita “zombie walk“, ovvero usando lo smartphone, si limita a fare passi corti, evitando di guardare avanti a sè e mantenendo una postura “sbilenca“.

POSTURA DA SMARTPHONE

Lo ha rilevato una ricerca scientifica dell’Università britannica Anglia Ruskin: ormai lo smartphone sta modificando il nostro modo di camminare e di guardare quello che abbiamo intorno.
Lo studio condotto ha rilevato anche come l’uso del telefono influisce sul modo in cui le persone guardano e su come evitano un ostacolo per terra lungo il loro percorso.
Per arrivare a tale conclusione gli studiosi britannici hanno analizzato alcune persone con tracciatori oculari e sensori di analisi del movimento, mettendole di fronte ad ostacoli. Dai risultati è emerso che, quando si utilizzava il telefono, si tendeva a guardare per terra meno spesso e per meno tempo.
In particolare, il tempo di osservazione del suolo risultava diminuita fino al 61%. Non solo: la ricerca ha evidenziato che quando le persone analizzate erano intente a scrivere un messaggio, il piede “guida” era più alto del 18% e il 40% più lento.

lunedì 5 febbraio 2018

Abolire riforma Fornero? Ecco quanto costerebbe secondo Boeri

Uno dei cavalli di battaglia dei partiti politici alle prese con la campagna elettorale 2018 è il tema previdenziale e soprattutto la cancellazione della tanto discussa riforma Fornero che nel 2011 ha allungato l’età pensionabile per donne e uomini.

“L’abolizione della pensione anticipata e il ritorno all’anzianità con 40 anni di contributi o con il meccanismo delle quote avrebbe un costo aggiuntivo attorno ai 15 miliardi l’anno, con un’incidenza sul debito pensionistico implicito di 85 miliardi, vale a dire cinque punti di Pil, che finirebbero sulle spalle delle generazioni più giovani”.
In sostanza il ritorno ai requisiti pre-Fornero con l’abbandono dell’attuale meccanismo dell anticipo provocherebbe un maggiore numero di pensioni per 5-600mila unità nei primi anni per il complesso delle gestioni. Per fare un esempio concreto, il numero uno dell’Istituto nazionale di previdenza sociale – già sottoaccusa per il rosso accertato dalla Corte dei Conti di 6 miliardi nella gestione 2017 –  ha indicato il potenziale di costo di una pensione di mille euro per le casalinghe d’età compresa tra i 60 e i 65 anni che nei primi cinque anni provocherebbero un costo di circa 10 miliardi.
Qualche giorno fa anche l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, che oggi dirige il nuovo Osservatorio sui conti pubblici messo in piedi all’Università Cattolica di Milano, aveva stimato che la cancellazione della riforma Fornero, per quanto fattibile, sarebbe stata costosa.
“Si parte da qualche miliardo per salire a 10-15 miliardi con punte di 1,5 punti di Pil. Nell’intero periodo in termini cumulati sono 20 punti percentuali di Pil. Per un paese già con debito al 130% non è una cosa da niente”

giovedì 1 febbraio 2018

La politica estera in sei regole principali

Prima regola della politica estera: "Mai fare la guerra in Afghanistan" diceva il ministro esteri britannico Anthony Eden. La guerra in Afghanistan ha eliminato un regime radicale sunnita ostile all’Iran e fatto del Paese la calamita del jihadismo, prima di al Qaida  e dei talebani oggi anche dell'Isis

Seconda regola: mai fare la guerra in Iraq. La guerra in Iraq nel 2003 ha consegnato al regime sciita di Teheran l’influenza sulla Mesopotamia che pure è stata occupata per quasi un decennio dalle forze armate americane. La resistenza anti-americana e anti-sciita ha fatto dell’Iraq un Paese devastato dal terrorismo prima di Al Qaida e poi da quello dell’Isis nato da una sua costola e dagli accordi con ex ufficiali baathisti.
 
Terza regola: mai fare la guerra in Siria se non sai contro chi la fai e con chi la fai. La guerra in Siria, dopo una legittima rivolta popolare contro un regime dittatoriale, si è quasi subito trasformata in una guerra per procura contro lo storico alleato dell’Iran. Come è andata a finire? La Russia è intervenuta nel settembre 2015 e ora è un attore ineludibile in Medio Oriente, l’Iran ha aumentato la sua influenza regionale e la Turchia, storico membro della Nato, ha cambiato campo alleandosi con Mosca e Teheran. Per la verità il cambio di campo della Turchia era prevedibile. Ankara si era già opposta nel 2003 alla guerra in Iraq e il problema curdo costituisce per la Turchia un nodo irrisolto da quattro decenni.
 
Quarta regola: mai fare la guerra a un regime senza avere una soluzione di ricambio. La Libia di Gheddafi era un Paese isolato nel mondo arabo che aveva dovuto proiettarsi nel Sahel dove era diventato il guardiano del deserto. La sua caduta ha fatto crollare i confini di qualche migliaio di chilometri dentro al continente africano con gli effetti che sappiamo in termini di anarchia, migrazioni e traffici criminali di ogni genere. Anche qui le potenze sunnite concorrenti tra loro hanno provato a esercitare la loro influenza con i risultati pessimi che sappiamo e la Libia costituisce oggi invece di una risorsa un problema per il Nordafrica e una proiezione delle rivalità del Medio Oriente. Con la Russia, la Francia e l'Egitto che sostengono il generale Khalifa Haftar, mentre l'Italia appoggia il governo riconosciuto dall'Onu di Al Sarraj a Tripoli

Quinta regola: in politica estera diffidate delle regole, sono state fatte per essere ignorate.
Prendete il caso dei curdi siriani. Oggi sono nel mirino dell'esercito turco eppure si sono alleati con gli Usa contro l'Isis. La Turchia appare quasi come uno stato fuorilegge. Ma chi ha illuso Ankara? Proprio gli americani che hanno dato il via libera a Erdogan alla guerra per procura contro Assad nel 2011: il 6 luglio di quell'anno l'ambasciatore Usa Ford passeggiava in mezzo ai ribelli di Hama e il segretario di stato Hillary Clinton diede la sua approvazione al passaggio dei jihadisti dalla Turchia alla Siria. Ecco perché Erdogan ha cambiato campo e si è schierato con Mosca quando ha capito che gli americani non avrebbero abbattuto Assad e ai suoi confini stava per nascere una zona curda autonoma. E l'Italia che ci sta a fare in mezzo al Mediterraneo? Perché non interviene con decisione e viene regolarmente sbeffeggiata dai suoi stessi alleati come è accaduto in Libia?

Sesta regola: mai fare la guerra se ne hai già persa una ed era la seconda guerra mondiale. Continuiamo a fare missioni militari inutili nella speranza di trarne qualche vantaggio, come se fossimo ancora ai tempi della guerra di Crimea a metà Ottocento. Ma quali sono stati i vantaggi di mandare soldati in Afghanistan e in Iraq al seguito degli americani? Hanno difeso i nostri interessi in Libia? Hanno costretto gli europei ad aiutarci di fronte alle ondate migratorie? Non sembra. Adesso inviamo soldati anche in Niger, cioè a casa della Francia di Macron. Cosa speriamo di ottenere? Il controllo dei flussi dei migranti? I francesi prima faranno i loro interessi e dei loro clienti africani poi, forse, anche i nostri. La Germania non manda soldati quasi da nessuna parte ma pensa invece a farsi la sua difesa nel cuore dell'Europa. 

Nel 2011 dopo un mese ci siamo accodati ai bombardamenti sulla Libia ma avremmo invece dovuto negare le basi a Usa, Gran Bretagna e Francia. Sei mesi prima avevamo firmato accordi miliardari con Gheddafi e poi ci siamo messi a tirargli bombe e missili. Non sono comportamenti che passano inosservati: non solo avevamo abbandonato il nostro più importante alleato sulla Sponda Sud ma abbiamo contribuito a dargli il colpo di grazia. Sono cose che si notano, anche nel pur flessibile mondo arabo.

Le regole servono e non servono: ma della dignità e dell'indipendenza nazionale non si parla mai se non con vaghi discorsi retorici che oscillano tra il multilateralismo spinto e la nostalgia per il fascismo che la seconda guerra mondiale ci ha fatto perdere. “Gli Stati non hanno amici ma solo interessi”, diceva il generale Charles de Gaulle. E questa, forse, è la sola regola aurea.