domenica 7 giugno 2015

il potere delle multinazionali sulle nostre vite

Nel pressoché totale silenzio dei media, dal 2013 è in corso un negoziato tra Stati Uniti ed Unione Europea finalizzato alla creazione di un’ampia area di libero mercato transatlantico tra le due entità (super-)statuali continentali: TTIP (TransAtlatic Trade & Investment Partnership), ovvero “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Come spesso accade in questi casi, la definizione esprime una sensazione al contempo di grandezza e neutralità, fattori che concorrono a definire come irreversibile il processo in corso. Sulla taglia della nuova definizione giuridico normativa degli scambi c’è poco da contestare – dal momento che Europa e Stati Uniti producono tuttora metà del Pil mondiale e un terzo del commercio mondiale. Sulla supposta neutralità di questi trattati c’è invece molto da eccepire e ne va riconosciuta la natura ideologica e performativa. Abbiamo qui a che fare con la strategia discorsiva propria del Neoliberismo che tende a rappresentare come “naturali” processi di aggiustamento strutturale delle economie e delle regole che le fanno funzionare, tali da produrre cambiamenti significativi nelle vite delle popolazioni coinvolte da queste decisioni.
L’obiettivo dichiarato è l’abbattimento delle protezioni doganali tra le due aree territoriali e la standardizzazione/omologazione delle procedure tecniche che regolamentano la messa sul mercato delle merci. L’agognata “semplificazione” (parola tanto cara a Renzi e ai capitalisti ultra-liberisti di mezzo mondo) si tradurrà inesorabilmente in una perdita secca di controlli sulla qualità(e non nocività) delle merci. La cosa è particolarmente pericolosa per l’agro-alimentare e la farmaceutica, due dei più grossi rami produttivi interessati dalla nuova regolamentazione. Come spesso accade nel capitalismo, la standardizzazione si fa verso il basso, perché essenziale è ridurre i costi dei prodotti, quindi della forza-lavoro e dei controlli sulla qualità. Un attacco ai diritti dei consumatori che si configura piuttosto e più radicalmente come attacco alle condizioni di vita delle classi subalterne. Assisteremo ttip-eu-komission-infografiken_englisch_722px_5_0insomma al prodursi di una sorta di apartheid del consumo alimentare, con una produzione standardizzata e massificata a marchio statunitense – una walmartizzazione dell’Europa – cui farebbe da contraltare una produzione europea di alta qualità destinata ai ricchi. WalMart e Eataly diventano un po’ i modelli fintamente antagonistici di una scelta imposta, immagine appena forzata se si considera peso e ruolo delle multinazionali nella definizione degli accordi in questione (vedi i link a fondo pagina).
Gli accordi prevederebbero inoltre un’accelerazione nella circolazione del flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. Troppo spesso si rimuove l’amara realtà, che questi accordi ci sbattono violentemente in faccia, che nel capitalismo ogni aspetto della vità è merce. Nelle società capitalistiche avanzate, da almeno due decenni i servizi alla persona sono uno dei maggiori ambiti di valorizzazione capitalistica. Gli effetti di un’ulteriore mercificazione di questi servizi, a detrimento delle residuali garanzie in termini di diritti e qualità, lasciano immaginare il futuro che ci aspetta dopo l’applicazione del Partenariato. Altro aspetto non proprio irrilevante, gli accordi prevedono l’introduzione di un arbitrato internazionale (ISDS – Investor-state dispute settlement) che garantirà alle imprese la possibilità di intentare cause per «perdita di profitto» contro i governi dei paesi europei che intendessero promulgare legislazioni potenzialmente ostili alle loro aspettative di profitto. Una bella doccia fredda per chi si ostina a parlare di «sovranità nazionale» e «democrazia».
In costante declino sul piano economico, contestati nella loro pretesa egemonica di unica super-potenza mondiale, gli Stati Uniti non si arrendono ai rivolgimenti storici che ne mettono in discussione la supremazia. All’irrefrenabile interventismo politico-militare ai quattro angoli del globo, fa seguito da diversi decenni l’articolazione di una produzione normativa di leggi e dispositivi economico-politici che impongono al resto del mondo i modi di adeguamento ad un capitalismo di cui vogliono continuare a essere i principali beneficiari: NAFTA, ALCA, TPP (accordo complementare del TTip sul versante Pacifico)… Lungi dall’essere però solo il prodotto delle brame statunitensi, queste proposte trovano il sostegno attivo delle classi dirigenti capitalistiche occidentali, che ne condividono modi, finalità e vantaggi, mentre le élite dei paesi dell’ex Terzo Mondo e dell’ex Patto di Varsavia ne contestano piuttosto l’articolazione gerarchica, meno i contenuto capitalistici di fondo (vedi l’orientamento iper-estrattivista dei paesi del Brics).

sabato 6 giugno 2015

Roma comprata e venduta

Forse è mafia, forse no e il dub­bio è più che lecito dal momento che, ove si trat­tasse cer­ta­mente di cri­mi­na­lità orga­niz­zata e non di mere asso­cia­zione fina­liz­zata alla cor­ru­zione, il man­cato scio­gli­mento del Con­si­glio comu­nale di Roma si spie­ghe­rebbe con fatica estrema. Ma di certo il qua­dro che emerge della poli­tica tutta, senza distin­zione di colore, ideo­lo­gia o fazione è tanto lurido e deso­lato che al con­fronto cavar­sela con il distrut­tivo inter­vento di un mariuolo con­cla­mato come Car­mi­nati Mas­simo sarebbe per­sino rassicurante.
Si parla della seconda tran­che dell’inchiesta Mafia Capi­tale: 44 arre­sti ese­guiti ieri mat­tina, 428 pagine di ordi­nanza d’arresto fir­mate dal gip Fla­via Costan­tini che val­gono più di ogni ana­lisi politico-sociale sulla situa­zione del Paese. In più, sem­bra, un drap­pello di inda­gati, una ven­tina, nomi ancora sco­no­sciuti ma che potreb­bero fare la dif­fe­renza per­ché se ci fosse qual­cuno interno alla Giunta comu­nale la sorte del sin­daco Marino sarebbe segnata.
In mezzo c’è di tutto: immi­grati per­ché quelli di soldi ne val­gono tanti, e poi appalti Ama, anche la spaz­za­tura paga bene, tur­ba­tive d’asta per com­prarsi a due soldi decine d’appartamenti col sin­daco che nep­pure si accorge delle deli­bere che gli pas­sano sotto gli occhi, inter­venti a gamba tesa per piaz­zare per­sone di fidu­cia o a libro paga nei punti nevral­gici, per­ché il sin­daco non sarà un gran che come guar­diano ma è one­sto e qual­cosa prova a fare.
Tanto che quando viene eletto Sal­va­tore Buzzi, capo della prin­ci­pale coo­pe­ra­tiva rossa della Capi­tale si dispera: con i nomi a libro paga se per­deva era un affa­rone. Ma la fase depres­siva dura poco. L’ex dete­nuto ci mette poco a sco­prire che il sin­daco ha ottime atten­zioni ma capa­cità esi­gue. Tempo qual­che mese ed esulta: «Se resta sin­daco io col mio capo­gruppo ce magnamo Roma». Buon appetito.
Sì, sarebbe tran­quil­liz­zante poter dire che se la Capi­tale, come del resto ogni metro­poli ita­liana o quasi, è spro­fon­data nelle fogne la colpa è del Nero, con quel suo alto pro­filo cri­mi­nale che gli inqui­renti non si dimen­ti­cano mai di ricor­dare. Invece no. Il mariuolo c’è e comanda, ma la deva­sta­zione se l’è tro­vata di fronte bella e pronta. Sta nel pre­si­dente del Con­si­glio comu­nale Mirko Coratti, Pd, del quale Sal­va­tore Buzzi può dire a più riprese: «Me lo so’ com­prato. Sta con me», salvo poi lamen­tarsi per­ché anche solo per un primo incon­tro inter­lo­cu­to­rio, «un caffè», il com­pa­gno pre­si­dente chiede l’esborso di una decina di migliaia di euro. Inve­sti­mento utile, essen­doci di mezzo un appalto Ama da lec­carsi i baffi, però «figu­rati se c’era pure il cap­puc­cino!».
Sta nella dispo­ni­bi­lità incon­di­zio­nata, ma anche ben remu­ne­rata e prezzo fisso, di «Gior­dano», come ami­che­vol­mente Buzzi chiama il poten­tis­simo con­si­gliere e ras for­zi­sta Tre­di­cine: «A noi Gior­dano c’ha spo­sati e semo felici de sta’ con Gior­dano». Tipo peral­tro gra­dito addi­rit­tura a Car­mi­nati stesso: «E’ uno poco chiac­chie­rato pure se fa un milione di impicci». Ma per guar­dare a destra non scherza nem­meno Luca Gra­ma­zio, capo­gruppo Fi in con­si­glio comu­nale prima e poi in Regione, un quasi onni­po­tente pre­zioso in ogni occa­sione, e dun­que indi­spen­sa­bile nel libro paga tanto da meri­tarsi addi­rit­tura un incon­tro, insieme al padre Dome­nico, fon­da­tore della stirpe, col cecato in persona.
Di quat­trini ne dava a palate Sal­va­tore Buzzi, ma erano ben spesi. I paga­menti erano parte di una stra­te­gia pre­cisa, espo­sta dall’ex dete­nuto diven­tato impren­di­tore in ter­mini magari rustici ma effi­caci: «Per mun­gere la vacca biso­gna ingras­sarla». E a farsi ingras­sare per poi per­met­tere di mun­gere il comune, se le accuse saranno pro­vate, erano in tanti. Pier­paolo Pedetti, pre­si­dente com­mis­sione Patri­moni, Ste­fano Ven­ditti allora pre­si­dente della Lega Coop Lazio, Mas­simo Caprari, ex capo­gruppo Cen­tro demo­cra­tico , Andrea Tas­sone pre­si­dente del Muni­ci­pio di Ostia.
Par­lare di «una banda di destra», come ha fatto ieri il Pd è ridi­colo. Ma lo sarebbe altret­tanto par­lare di cor­ru­zione rossa. Le distin­zioni ideo­lo­gi­che sono un retag­gio del pas­sato che ingom­bra e impac­cia. La frase chiave di que­sta inchie­sta la pro­nun­cia gon­go­lante il solito Buzzi: «Stiamo di qua, stiamo di là». Il mer­cato è aperto e non si guarda per il sottile.
Ma da deser­ti­fi­ca­zione della poli­tica sta forse soprat­tutto nei cal­coli da ragio­niere dell’orrore di Luca Ode­vaine, troppe cari­che per enu­me­rarle tutte, uomo chiave della Giunta Vel­troni e poi della Melan­dri. Con i col­la­bo­ra­tori conta il valore di ogni sin­golo immi­grato, li somma per ogni sin­golo cen­tro d’accoglienza poi tira le somme di quanto deb­bano pagare Buzzi, che con i cen­tri del Lazio gua­da­gna bene e quanto i cat­to­lici della Cascina, la coo­pe­ra­tiva di Comu­nione e Libe­ra­zione, che soprat­tutto col Cara di Mineo inca­me­ra­vano molto di più, e dove­vano sal­dare in pro­por­zione. Die­ci­mila al mese, per comin­ciare, ma non bastano per­ché il bestiame umano dopo un po’ rad­dop­pia e quindi deve cre­scere in pro­por­zione il prezzo: ven­ti­mila. Del resto quel che la Cascina incassa ha uno scopo, almeno stando alle con­cioni di Ode­vaine, anche diret­ta­mente poli­tico: ci stanno loro, sostiene il ras dell’immigrazione, die­tro la scis­sione che dà vita all’Ncd di Ange­lino Alfano e Mau­ri­zio Lupi.
Della Casina ieri è stato amma­net­tato l’intero ver­tice: Sal­va­tore Meno­la­scina, Fran­ce­sco Fer­rara, Dome­nico Cam­missa, Car­melo Para­bita. Il mana­ge­ment della coo­pe­ra­tive di Cl al gran completo.
Nella prima tran­che dell’inchiesta l’assenza del mondo cat­to­lico aveva stu­pito un po’ tutti. In que­sta sto­riac­cia, in cui forse ci ha messo lo zam­pino anche la mafia ma che resta soprat­tutto una clas­sica vicenda di appalti, maz­zette e cor­ru­zione dif­fusa, sem­brava assurdo che man­casse l’altra metà del qua­dro, le coo­pe­ra­tive bian­che. Si sa che ovun­que, non solo a Roma, la spar­ti­zione è secca: le coo­pe­ra­tive rosse e quelle cat­to­li­che, poten­tati orga­niz­zati e ben radi­cati, di antica tra­di­zione, e poi i voraci espo­nenti del cen­tro­de­stra di deri­va­zione An, più ruspanti, inca­paci di dare vita a una loro spe­ci­fica strut­tura di coo­pe­ra­tive e quindi pronti ad allearsi con chiun­que si offrisse sul mer­cato, fosse pure l’ex arci­ne­mico a capo della coo­pe­ra­tiva rossa 29 giu­gno, Sal­va­tore Buzzi.
I cat­to­lici dif­fe­ri­scono dagli altri solo per­ché più timidi, più spa­ven­tati, magari pure un po’ più tac­ca­gni. Le inter­cet­ta­zioni di Luca Ode­vaine sono un cahier des doléan­ces per­ma­nente: quelli non pagano, tirano sul prezzo, «sono para­noici» e sic­come temono l’arresto hanno inter­rotto il flusso. Figu­rarsi, con uno come il ras dell’immigrazione. E poi non sanno come pagare, para­noici appunto, per­ché temono di essere rin­trac­ciati e il povero Luca deve ricor­rere a com­mer­cia­li­sti e azzec­ca­gar­bu­gli a non finire per por­tare a casa, e poi espor­tare il gruz­zo­letto. Roba da Lupo di Wall Street, per­sino ammi­re­vole per costanza e astu­zia.
Roma è stata fino a pochi mesi fa una fogna in cui tutti erano in ven­dita e tutto, pro­prio tutto, poteva essere munto, con gli agganci e gli sti­pen­diati giu­sti. E tut­ta­via, la domanda inziale resta ine­vasa: è mafia. Lo si capirà meglio al pro­cesso, che arri­verà pre­sto, già in novem­bre. Ma anche se venisse fuori che pro­prio di mafia si tratta, sia pure in veste e forme piut­to­sto ano­male, nascon­dere sotto il manto tutto som­mato ras­si­cu­rante e asso­lu­to­rio della cri­mi­na­lità quello che invece è un sistema poli­tico a pieno titolo reste­rebbe un suicidio.

venerdì 5 giugno 2015

Che cosa accadrà in caso di default della Grecia verso il FMI? La prassi storica

Che cosa accadrà se il governo greco guidato da Alexis Tsipras non riuscirà ad effettuare un rimborso di 300 milioni di euro al Fondo monetario internazionale (FMI) questo venerdì?
Senza un nuovo accordo non sarà possibile per la Grecia rimborsare il resto degli oltre 1,5 miliardi di euro che deve al FMI questo mese o i 6,5 miliardi di euro che la Banca centrale europea (BCE) si aspetta a luglio e agosto.
Un potenziale fallimento della Grecia nel pagare i suoi debiti porterà vedrà l'ingresso del paese in una speciale classifica al fianco del Sudan, dello Zimbabwe e della Somalia, paesi che non sono riusciti a rimborsare il Fondo monetario internazionale, come riporta il quotidiano greco "Kathimerini".
Il Sudan è uno dei mutuatari più antichi del FMI, secondo il libro di James M. Boughton intitolato "Silent Revolution." Il governo del Sudan ha smesso di rimborsare i prestiti ricevuti dal FMI nel 1984, periodo durante il quale il paese è stato dilaniato dalla guerra civile e soffriva di una grave siccità. Il Sudan doveva quasi 1,4 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale ed è stato già escluso dalla concessione di prestiti a partire dal 1986.
La Somalia deve 327 milioni di dollari al FMI dalla metà degli anni '80. Oggi, il paese continua a soffrire di conflitti civili e attacchi terroristici.
Il caso dello Zimbabwe è leggermente diverso. Il paese ha iniziato a ritardare i pagamenti al Fondo monetario internazionale quando Mugabe ha annunciato la distribuzione della terra ai contadini neri, che in precedenza era di proprietà degli agricoltori bianchi. L'iniziativa di Mugabe ha causato una forte riduzione delle esportazioni di tabacco e altri prodotti. Lo Zimbabwe deve circa 111 milioni di dollari al FMI.
La Cambogia ha smesso di fare i pagamenti al Fondo monetario internazionale durante il periodo della Kampuchea Democratica quando erano al potere i "Khmer rossi", che hanno preso il controllo del paese scatenando il terrore. Il partito al potere in Cambogia dal 1975 al 1979, guidato da Pol Pot, ha cominciato ad adempiere ai propri obblighi finanziari nel 1975, ma il debito è stato cancellato quando il primo governo democraticamente eletto ha preso il potere nel 1993.
Nella lista dei paesi che non hanno pagato i loro debiti al FMI troviamo anche l'Honduras, il Congo, Panama, il Perù e il Vietnam .

giovedì 4 giugno 2015

La Grecia sarà la miccia di un’esplosione finanziaria globale?

Oltre all’acuto pericolo di guerra, alimentato dalla politica di scontro con Russia e Cina adottata da quello che LaRouche chiama il nuovo Impero britannico, c’è il rischio concreto di un’esplosione dell’intero sistema finanziario transatlantico.
La miccia potrebbe essere innescata dalla crisi greca. Se il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea si atterranno alla linea intransigente, la Grecia sarà verosimilmente costretta a un default sui pagamenti al FMI, il primo dei quali scade il 5 giugno. Questo, come ha spiegato LaRouche, scatenerà con grande probabilità una reazione a catena che coinvolgerà il sistema bancario europeo e le principali banche di Wall Street.
Mentre i ministri delle Finanze UE, guidati da Wolfgang Schäuble, continuano a sminuire il pericolo, il ministro del Tesoro americano Jack Lew lo ha riconosciuto apertamente. Ad una conferenza della London School of Economics il 27 maggio, in viaggio verso il vertice dei ministri delle Finanze del G7 in Germania, Lew ha detto che cerca di essere ottimistico su un accordo con la Grecia, ma ha ammonito che la situazione va risolta in fretta.
Il messaggio di panico è arrivato chiaramente, nonostante il linguaggio da banchieri: “La politica del rischio calcolato è pericolosa quando basta un solo incidente. Dobbiamo tutti raddoppiare gli sforzi, considerare la prossima scadenza come l’ultima scadenza e risolvere la questione. Il rischio di andare da una scadenza all’altra aumenta il rischio di un incidente”.
Questo non significa però che Lew o l’amministrazione Obama abbiano una soluzione da proporre. Infatti anche Lew ha chiesto che il governo greco si inventi altre “credibili riforme economiche”.
Si profila quindi il crollo dell’Eurosistema. Ci sono circa 26.000 miliardi di dollari di scommesse valutarie, derivati direttamente legati al valore dell’Euro, stando alla Banca per i Regolamenti Internazionali, che, in caso di crollo della moneta unica, produrrebbero ingenti perdite nel sistema, e una crisi come quella del 2008. In totale, la bolla mondiale dei derivati ammonta ufficialmente a 700.000 miliardi di dollari.
In aggiunta, ci sono altri 4.000 miliardi di dollari in derivati non valutari legati alla Grecia, come riferisce nei dettagli Investmentwatchblog.com.
Il governo greco, al contempo, si rifiuta di imporre altra austerità alla popolazione, e sta considerando di entrare a far parte della dinamica dei BRICS.
L’unico approccio competente è quello di cancellare la parte illegittima del debito greco, nel contesto di una conferenza europea sul debito simile a quella che si tenne per la Germania nel 1953.

mercoledì 3 giugno 2015

Il racket dell’immigrazione

Un flusso di denaro enorme, circa 50 milioni di euro, che dall’inizio del 2015 avrebbe riempito le casse dei clan africani che gestiscono il traffico di immigrati. Una rete enorme di contatti, mediatori e professionisti della traversata, che affonda scientemente i barconi nel Mediterraneo. Questo e molto altro sta emergendo da un’inchiesta della Procura di Palermo coordinata dal procuratore Franco Lo Voi, la cui nomina è stata oggetto, in queste ultime ore, di un arduo tira e molla tra il Tar e il Consiglio Superiore della Magistratura. L’indagine ha preso spunto da due operazioni “Glauco1” e “Glauco 2” attraverso le quali, in poco più di un anno, è stata ricostruita la struttura e individuati i capi dell’organizzazione criminale che gestirebbe i traffici di esseri umani che dall’Africa e dal Medio Oriente arrivano sulle coste italiane ogni giorno.
Al vertice della organizzazione ci sarebbero l’eritreo Medhane Yehdego Redae e l’etiope Ermias Ghermay. Proprio Ghermay, presunto vertice della struttura, risulta agli inquirenti italiani latitante dal luglio 2014. Probabilmente l’etiope sarebbe uno dei responsabili del naufragio avvenuto davanti alla coste di Lampedusa che nel 2013 costò la vita a 366 persone. In seguito a quell’episodio Ghermay esclamò: “Inshallah, così sia”, e, scomparendo, cinicamente si pulì coscienza dalle centinaia di vittime al cospetto dell’ingente guadagno che avrebbe fruttato per lui ed altri l’ennesimo barcone ingoiato dal Mare Nostrum. Le indagini portate avanti in questi giorni dai magistrati palermitani, secondo quanto emerso da un’inchiesta dell’Espresso, si baserebbero fondamentalmente sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia implicato nei traffici.
E grazie al “pentito” i magistrati hanno appurato l’esistenza di una sorta di tariffario che varia dai 2 ai 3 mila dollari per chiunque decida di partire dall’Africa alla volta dell’Europa. Soldi che vanno pagati in anticipo naturalmente. Gli eventuali affondamenti dei barconi e le conseguenti morti non determinerebbero, quindi, danni economici all’organizzazione, che si ritrova già in tasca il proprio compenso. Inoltre, sempre secondo quanto anticipato dall’Espresso, il collaboratore di giustizia avrebbe riferito che utilizzare barconi fatiscenti e addirittura affondarli sarebbe una pratica voluta e richiesta da chi gestisce il flusso migratorio. A che scopo? Lirio Abbate scrive: “Quando la flotta europea si allontana, i naufragi sono l’esca per obbligarla ad avvicinarsi alle coste libiche. Per questo i trafficanti non hanno scrupoli nel caricare oltre ogni limite le imbarcazioni fatiscenti: obbligano con la forza alcuni migranti e profughi a partire anche con il mare in pessime condizioni, spingendoli verso un destino segnato.” Il compito dei così detti “scafisti” è semplice: condurre l’imbarcazione oltre le acque territoriali libiche, all’interno di quelle internazionali. Lì troveranno ad attenderla le navi europee, italiane su tutte, obbligate a soccorrerla. E se la flotta italiana si spinge più vicina alle coste nazionali, ecco che rincominciano gli affondamenti, i morti. Il racket dell’accoglienza, insomma.
Le restanti rivelazioni del “pentito” riguardano le decine di milioni di euro che il traffico di esseri umani genera. Soldi che gli immigrati pagano prima di partire ai membri dell’organizzazione. Una volta effettuato il pagamento il denaro sarebbe diretto in parte a Dubai oppure investito in villaggi dell’Africa subsahariana per creare una sorta di consenso popolare nei confronti dei professionisti del malaffare. Il fatto che il forziere di questo enorme flusso monetario sia stato individuato negli Emirati Arabi Uniti fa sorgere qualche dubbio riguardo chi effettivamente si nasconda alle spalle dell’organizzazione criminale. Il lavoro, eccellente, della Procura di Palermo e di Lo Voi è rivolto a colpire solo la parte superficiale del problema migratorio. E dunque solo la punta di un iceberg immenso che tuttavia deve essere colpito, interamente.
Alla base del problema “immigrazione” non vi sarebbe solo lo sconsiderato sfruttamento del territorio di grossi gruppi multinazionali che operano nella parte centrale dell’Africa. Ma, come ricordato dal giornalista Gian Micalessin su Rainews 24, questi traffici vengono spesso gestiti da gruppi alquadisti e da Daesh (Stato Islamico) che proprio non ci sta a perdere l’ ingente fonte di guadagno dei “migranti”. Che ben venga, quindi, l’azione della magistratura, per un risultato relativo. Ma il problema può essere risolto solo dalla Politica.

martedì 2 giugno 2015

Fisco: un terzo degli italiani dichiara appena 10 mila euro di reddito

La crisi occupazionale non riguarda solo giovani precari e milleuristi. Ben un italiano su tre dichiara di avere un reddito inferiore ai 10 mila euro annui. Possibile? Si, se ci si basa sulla fotografia scattata dal ministero dell'Economia relativa al 2013 basandosi sui documenti ricevuti dal fisco nel 2014. Senza dunque considerare elusione, evasione e i rapporti di lavoro in nero, tutti casi non contemplati nei certificati fiscali.
Nelle dichiarazioni Irpef relative al 2013 emerge come il 32,19% dei 40,989 milioni di contribuenti che hanno mandato i documenti al fisco ha un reddito di meno di mille euro al mese di media. In calo anche la somma complessiva dichiarata, che rispecchia l'andamento generale dell'economia.
In un paese dove è difficile per un cliente ottenere sempre uno scontrino, non stupisce che i commercianti risultino la categoria più 'povera', per lo meno tra quelle che aderiscono agli studi di settore. A loro volta i liberi professionisti, per cui è pressoché impossibile 'evadere', sono quella più "ricca".
Rispetto all'attività esercitata, come nel 2012 il reddito medio più elevato è nel settore delle attività professionali (42.100 euro, -2,9% rispetto all'anno prima), seguito dalle attività manifatturiere (29mila euro, +6,8%) e dai servizi (23.500 euro, -2,7%), mentre il reddito medio dichiarato più basso è nel commercio (17.500 euro, +2%).
Nel 2013, spiega il dipartimento delle Finanze, "gli studi di settore sono stati applicati a circa 3,6 milioni di soggetti (di cui il 65% persone fisiche), con una lieve diminuzione (-0,8%) rispetto all'anno prima".
Il reddito totale dichiarato, pari a 98 miliardi, "mostra una variazione negativa (-1,8% rispetto al 2012) che riflette principalmente gli andamenti ciclici registrati nel 2013, anno in cui il Pil è calato dell'1,7% in termini reali rispetto all'anno prima" (-0,4% nominale).

lunedì 1 giugno 2015

Democrazia bye bye. Vince l'astensionismo. I presidenti eletti dalla minoranza degli elettori

Il dato politico vero di queste consultazioni regionali è soprattutto la bassa affluenza alle urne: si è recato ai seggi solo il 52,2% degli italiani nelle sette regioni in cui si è votato, quasi 12 punti in meno rispetto al 64,1% delle precedenti consultazione omologhe a quelle di ieri. In pratica, i candidati presidenti che l'hanno spuntata in realtà rappresentano una fetta di elettori tra il 15 e il 20% dell'elettorato. Alla faccia della maggioranza. Il dato dell'astensionismo è un dato politico fino in fondo.
Non si può far finta di niente o, peggio, pensare che anche con un livello di partecipazione più ampia i risultati sarebbero stati gli stessi. non si può non notare come la gente non sia andata a votare anche in presenza di una rappresentanza protestaria e populista. Evidentemente è una formula che non affascina. E quindi se da una parte è verto che l'astensione non ha colore, dall'altra è del tutto evidente come nessuna proposta politica, tanto meno quella del Pd, il vero sconfitto di questo appuntamento elettorale, sia riuscita a convincere un popolo stremato da scandali e austerità. Renzi non ha rottamento un bel nulla. E questo colpo lo dimostra in modo lampante.
Anche per l'elezione dei sindaci e dei consigli comunali, generalmente più sentita dagli elettori, sono andati a votare solo il 65%; il dato precedente omologo superava il 73%.Il dato è ancora più drammatico se si pensa al fatto che quasi tutte le regioni coinvolte possono essere considerate ex “regioni rosse”, ovvero dove il livello di partecipazione dei cittadini alla politica ha fatto registrare da sempre una certa vivacità. E quindi il fenomeno delle urne deserte è ancora di più addebitabile ad una crisi netta del Pd, comunque molto lontano dai risultati delle Europee.
Il calo è verticale anche rispetto alle europee dello scorso anno, quando in Veneto votò il 63,9%, in Liguria il 60,7%, in Toscana il 66,7%, in Umbria il 70,5%, nelle Marche il 65,6%, in Campania il 51%, in Puglia il 51,5%. Alla chiusura dei seggi in Liguria ha votato per le regionali il 50,7% degli elettori, in diminuzione di più di dieci punti rispetto alle precedenti omologhe, quando furono il 60,9%; in Umbria ha votato per le regionali il 55,4% degli elettori, con un calo di dieci punti; in Campania ha votato il 51,9% contro il 63% di cinque anni fa; il Veneto, che registra la percentuale più alta, si è fermato al 57,2% (era il 66,5%), in Toscana ha votato il 48,2% degli elettori, in diminuzione di circa undici punti rispetto alle precedenti omologhe (60,9%).
Forte il calo di votanti in Puglia, dove ha votato per le regionali il 50% degli elettori, in diminuzione rispetto alle precedenti omologhe quando and• a votare il 63,2%. La disaffezione Š forte anche nelle Marche se è vero che Š andato a votare per le regionali il 49,8% degli elettori, in calo di quasi tredici punti rispetto alle precedenti omologhe (62,8%). Per il comune di Venezia il 59,8% dei cittadini è andato a votare, erano stati il 68,6% alla passata tornata.